Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea

Part 11

Chapter 113,960 wordsPublic domain

Il parroco che aveva accompagnato sino colà il cadavere della povera morta, fece segno lasciassero stare quell'afflitta, che egli stesso sarebbesi preso cura di lei. Le donne partirono. Maria, quando le ebbe vedute tutte allontanarsi, e si credette sola, si buttò con impeto quasi disperato in ginocchio, e chinandosi a toccare col capo, a baciar colle labbra gementi quella terra frescamente smossa, sotto cui giaceva la nonna, ruppe in dolorosissimi singhiozzi, che le facevano tremare tutta la persona, e pareva dovessero farle scoppiare il cuore.

La luce del giorno era quasi del tutto sparita, e come in mezzo ad una nebbia grigiastra, in quella tenebra invadente pigliavano fantastiche forme a contorni indecisi i cipressi, le croci penzolanti, i modesti tumuli di quel campo sacro alla morte.

Il parroco, che s'era ritirato un poco, lasciò prorompere quel primo sfogo di dolore, sino allora contenuto, della giovinetta; e poscia, venutole presso, pose dolcemente una mano sulla spalla di lei, che tutta si riscosse.

“Chi è?” domandò Maria, voltandosi con atto vivissimo; e poichè si trovò dinanzi quel buon vecchio prete, al quale aveva sempre visto la nonna parlare con tanta riverenza, chiese rispettosamente:

“Che cosa vuole, sor Prevosto?”

“Vieni:” disse il parroco, facendole cenno di alzarsi.

Ella obbedì docilmente, ma domandò:

“Dove?”

“A casa.”

Maria scosse mestamente la testa.

“Non ho più casa,” disse con una semplicità e un'indifferenza che commovevano più che le smanie della disperazione. “La mia casa è dove sta la nonna; la nonna è qui, mi lasci stare con lei.”

“Ti ricordi come ti dicesse la nonna che a me bisognava obbedire?”

“Sì, che me ne ricordo.”

“Dunque da' retta: io ti dico di venir meco. E se non ti piace star sola in casa, ti lascierò stanotte la Margherita a farti compagnia.”

“Oh no, no!” interruppe la fanciulla.

Poi, sorreggendosi colla mano il mento, guardò fiso nuovamente la tomba in atto di meditazione.

“Dicono che i morti tornano.... Mi pare che debba esser vero.... Io lo credo.... Che direbbe la nonna se vedesse un'altra nella sua casa?... Non ho punto paura, io, a star sola.”

“Sia, come vuoi; ma intanto vieni. Tu vedi che la notte è già scura, e la brezza si fa troppo più fredda che a te non convenga con quei poveri pannucci che hai addosso.”

Maria infatti diede in uno scossone di brivido.

“Sì, l'aria è fredda,” diss'ella. “E la povera nonna, non avrà ella freddo qui?”

“Ella non ha più nessun bisogno nè malore; ella ora è un angiolo di Dio, che prega per te. Vieni!”

La prese amorevolmente pel braccio e la trasse con sè. Ella cedette e seguì la sua guida, ma il capo e gli occhi erano volti verso quel mucchio di terra che segnava la fossa recente. Uscirono così dal cimitero. In quel punto un ragazzetto arrivava correndo.

“Sor Prevosto,” gridò egli: “è arrivata or ora una carrozza, e dentrovi una signora mezzo ammalata, e un signore coi baffetti neri, che sono andati all'osteria del _Gallo rosso_, e hanno cercato di Marta che è morta, e di Maria, e anco di lei, sor Prevosto: e quando hanno udito quel che era e quel che non era, volevano venir qui senz'altro; ma poi la signora non se ne sentì; e quel dai baffetti volle che la si mettesse a letto, ed a me che ero per colà mi diede otto soldi, perchè le venissi a dire, a lei sor Prevosto, che sono giunti coloro a cui ella ha scritto; ed io son corso....”

“Va bene,” disse il parroco; poi vóltosi a Maria: “Sono i tuoi parenti, a cui la nonna mi aveva detto di apprendere la disgrazia che ti ha colto; è la tua nuova famiglia che t'aspetta.”

E le fece affrettare il passo verso l'osteria del villaggio.

II.

Mentre infatti il modesto corteo accompagnava all'ultima dimora il cadavere della vecchia Marta, una carrozza da viaggio, lentamente tirata da due cavallacci da nolo, s'arrampicava su per la lunga salita che conduce all'entrata del paesello, al quale, di quel tempo, ancora non aveva fatto capo (nè la cosa è diversa oggidì) alcun tronco di strada ferrata.

In quella carrozza stavano due persone: una donna e un uomo. Questi era nel pieno fiorire d'una giovinezza di cinque lustri; la donna mostrava di essere dai quaranta ai cinquant'anni. Avevano tale rassomiglianza nei tratti del viso e più nel carattere della fisonomia, nell'espressione della figura e dello sguardo, nella voce e nelle mosse, che chiunque non li avesse pur conosciuti mai, al primo vederli, dicevali madre e figliuolo.

Nella donna l'età inoltrata e una pallidezza morbosa delle sembianze, la quale rivelava in lei una malattia guarita da poco e una salute ordinariamente cagionevole, non avevano distrutto tuttavia la traccia d'una beltà, che doveva essere stata in giovinezza fra le prime e più seducenti. Le chiome abbondevolissime e d'un nero corvino, in mezzo al quale spiccavano come fili d'argento i primi capelli canuti che correvano in quella massa ondulata di seta, le si spartivano graziosamente sopra una fronte della forma più pura, cui le rughe appena cominciavano a segnare di leggerissime linee. Dello stesso bruno gli occhi, dolcissimi e mitissimi nel guardare, pieni di quella luce di benevolenza che basta a renderci simpatica una persona; e a tale sguardo corrispondeva il sorriso tutto bontà e amorevolezza, ilare, se così può dirsi, anche nella mestizia, pacato e sereno. Dal soave luccicare degli occhi, e dal piegar delle labbra, si vedeva che quella persona aveva molto sofferto nella vita e tutto con rassegnazione e con coraggio sopportato.

Ed invero ella aveva molto sofferto!

Anna, tal era il suo nome, nacque in quel villaggio, a cui s'avvicina a così lento passo la carrozza che la porta; ed era nipote da parte di padre della povera estinta.

La madre di Anna non era affatto una contadina; ma, figliuola del maestro del villaggio, uomo d'ingegno e di cuore, aveva ricevuto dal padre un'educazione intellettuale forse superiore al suo stato. Con sua figlia il povero maestro compiacevasi di vivere ancora di quando in quando nel mondo del pensiero, e tornava a gustare le gioie dell'intelletto, a provare le emozioni che sono destate dalle bellezze della poesia e dell'arte. Questo tesoro d'educazione, la figliuola del maestro ebbe per sua principal cura trasmetterlo a sua vòlta alla ragazza nata da lei, quando fu tanto felice da averne una; di che avvenne che Anna, crescendo, bellissima e d'animo squisito, acquistasse eziandio tali qualità di spirito che nessuno avrebbe creduto mai più trovare nella povera figliuola d'un rozzo flebotomo (che questo era il mestiere del padre) in uno dei più alpestri e rimoti villaggi.

Nè il padre in vero ci aveva merito o colpa, che vogliate chiamarla, poichè, facendola un po' da chirurgo, un po' da medico, un po' anche da veterinario, era tutto il giorno in giro per la campagna, tutte le sere all'osteria, e lasciava che le faccende di casa fossero regolate affatto come piacesse alla moglie, di cui riconosceva, ancorchè non lo confessasse, tutta la superiorità.

Ma per la povera Anna doveva ben presto cominciare una serie di gravi sventure. E la prima e delle maggiori fu ch'ella appena in sui quindici anni perdette la madre: proprio quando la sua gioventù, più vivace ed irrequieta che in altre, per lo sviluppo precoce dell'intelligenza avea bisogno maggiore del senno e dell'amorevole autorità materna.

Poco tempo dopo un pittore capitava per caso in quel villaggio, e allettato dalla stupenda bellezza di quei siti alpestri, stabiliva farvi dimora per alquanti mesi. Ma poichè ebbe veduto quell'occhio di sole, come si suol dire, che era l'Anna, gli parve che non si sarebbe più mosso di lì per tutto l'oro del mondo, e che dove lucevano quei neri diamanti di occhi, lì avesse a dirsi senz'altro che stava di casa la felicità.

Forse da principio non fu che un leggiero invaghimento, un capriccio di giovane e d'artista, del quale credette egli medesimo facil cosa il liberarsi, come credeva pur facile la vittoria sul cuore inesperto e probabilmente fragile d'una contadinella. Cercò di avvicinare la bella Annina, con ogni accorgimento d'amante la perseguitò, fece nascere sempre più frequenti le occasioni di vederla, di parlarle, e riuscì così bene, che, conosciuti tutti i pregi e le virtù che adornavano quell'anima e quell'intelligenza, la sua meraviglia fu grande, e il capriccio divenne vero amore e prontamente grandissimo.

Era egli un bel giovane, parlava bene, e possedeva il merito che in questa fatta di casi è il maggiore: amava ardentemente e davvero; s'intende che la fanciulla non potè fare a meno di corrispondergli. Ma l'onestà si frapponeva a quei due ardori, e seppe imporre un freno insuperabile all'audacia dell'uno e rassicurare completamente la timidezza dell'altra. Eppure nessun impaccio vi era ai loro colloqui, perchè il padre di lei, per ragione del suo mestiere, era tutto il dì fuori di casa.

Ma se il bravo sor flebotomo non s'era ancora accorto di nulla, ben se n'erano accorte le comari del villaggio, e ognuno capisce come quelle buone femmine non potessero tralasciare una sì bella occasione di far commenti e di mormorare. Aggiungete che in quei remoti villaggi, dove le comunicazioni sono poche e rade, dove la vita è patriarcale e la popolazione forma quasi una sola famiglia, ognuno che non sia del paese è un forestiero, vale a dire poco meno che un nemico da tenersi lontano, da guardarsi con sospetto, e da detestarsi a chius'occhi. Un artista poi! Non capivano punto che cosa fosse in realtà; ma nella loro testaccia quadra i vecchi, soliti a radunarsi sotto i rami del grand'olmo in piazza, se ne facevano un superstizioso concetto come d'un gettatore di malìe o press'a poco, e quando lo vedevano colla sua cartella sotto il braccio, col suo cavalletto portatile andar girando per la campagna e sedersi qua e colà a tracciar giù linee e metter colori, poco mancava facessero il segno della croce, e crollavano dubbiosamente la testa: i ragazzacci, da parte loro, in quelle tremende occasioni, avevano già protestato più d'una volta con qualche sassatella.

Di più i giovani del paese, accortisi che il forestiero amava la bella Anna, della quale erano tutti più meno accesi, e che a codesto amore la bella del villaggio non era punto avversa, pensate se diventarono gelosi della zazzera, dei baffi e del pizzo alla medio-evo e della casacca di velluto nero del pittore! A loro vòlta tutte le ragazze, a cui Anna, senza volerlo, rubava tutti i dami, non aspettavano di meglio che un'ombra di pretesto per addentare la buona riputazione di lei. E quindi, in conseguenza di tutto ciò, la storia degli abboccamenti del pittore colla figliuola del flebotomo, ampliata, interpretata malignamente, correva per le bocche di tutti.

Dei parenti della fanciulla, fu la prima a commuoversi la zia Marta, la quale, in fatto di costumi, era così esigente in altrui, come inappuntabile essa medesima, e si credette in debito di provvedere e riparare a siffatto scandalo. E la buona donna aveva ragione; ma in ciò ebbe torto, che, invece di parlare alla ragazza ed appurar ben bene come stessero le cose, tentando d'indurla coi consigli a più prudenti propositi, andò direttamente dal fratello, perchè colla sua autorità paterna facesse cessare senza indugio la tresca.

Per mala ventura, nel momento in cui la sorella venne a raccontargli la cosa, il padre di Anna, che era devotissimo seguace di Bacco, si trovava precisamente più che a mezzo ubriaco. Impetuoso com'egli era inoltre di carattere, ed assolutissimo nei suoi voleri, chiamò a sè la figliuola e con modi e con parole tutt'altro che da ispirar fiducia e destar tenerezza, l'interrogò sulla verità di quello che gli era stato riferito. Anna, troppo franca per negare, confessò schiettamente l'amor suo; e il padre, salito in una maledetta collera, minacciatala e peggio, giurò che non avrebbe mai concessa la sua figliuola ad uno che non sapeva chi fosse, e sentenziò irrimediabilmente che i due giovani non si avrebbero a vedere mai più.

È cosa conosciuta da tutti come l'amore contrastato si accende vieppiù, così da predominare ogni volere ed ogni riguardo negli amanti. La ragazza pregò, pianse, languì; il giovane affrontò la collera del padre di lei, supplicò, umiliossi, tutto fu inutile; e allora vedendo senza speranze il caso loro, con quell'esaltamento che dà alla gioventù la passione, i due innamorati si appigliarono ad una risoluzione da disperati com'erano, e fuggirono insieme.

In quel pacifico villaggio fu uno scandalo inaudito: il padre di Anna montò su tutte le furie e fece giuramento che non avrebbe mai perdonato la colpevole, ingrata figliuola; Marta, alla quale un eccesso simile pareva una cosa impossibile, vide già la nipote perduta per l'eternità nelle fiamme dell'inferno.

I giovani si sposarono, e siccome erano buoni tutti e due e si amavano davvero, furono una eccezione alla regola generale che converte questi maritaggi d'amore in una infelicità piena di rimpianti e di rimorsi. Ma, per quanto facessero, il padre morì senza voler perdonare e rivedere l'Anna; nessuno de' congiunti s'era intromesso a favore della fuggita figliuola, e questa dimenticò per la nuova dimora e pei nuovi affetti il paese natio e la gente del suo sangue.

E di questa, parecchi anni dopo, non rimaneva che Marta, vedova, e con una bambina nata da un'unica sua figliuola morta soprapparto.

Le condizioni di Marta erano tutt'altro che prospere. Il marito non le aveva lasciato niente: il genero, il padre della nipotina, era stato uno scaldapanche d'osteria; non aveva essa altro mezzo di sostentamento che il suo lavoro, e pensate voi che gran guadagni possa fare il lavoro di una donna ormai vecchia. Fu peggio ancora quando la salute, che veniva indebolendosi da assai tempo, l'abbandonò del tutto; e la povera Marta dovette mettersi a letto, col convincimento che, trascinando per più o men tempo una vita stentata e di tormenti, per lei la era finita. Allora, pensando all'avvenire di Maria, la sua nipotina, la quale, morta lei, sarebbe rimasta sola nel mondo, bene aveva avvisato di ricorrere alla figliuola di suo fratello, di cui non aveva ricevuto più novella, ma supponeva buone e prospere le fortune; però un delicato scrupolo ne l'aveva sempre trattenuta. In gran parte era essa la Marta, che aveva conferito ad accrescere l'avversione del padre di Anna per l'unione di costei col pittore; dei dispiaceri e dei danni che la figliuola di suo fratello da ciò aveva sofferti, in qualche modo ella poteva pure accagionarne la zia; e che avrebbe detto l'Anna, che pensato, se ora, trovandosi nel bisogno, dopo non essersi fatta viva per tanto tempo, la zia ricorresse a lei supplicando? Non avrebbe forse risposto: «Voi non avete avuta compassione per me, ed io non ne voglio avere per voi; voi non vi siete mai più interessata dei fatti miei, ed io non voglio darmi pur un pensiero dei vostri!» Esitò a lungo; ma quando sentì proprio che la morte s'avvicinava, il bisogno di Maria vinse ogni altra considerazione, e pregò il parroco di scrivere a quell'unica parente che le rimaneva.

Ma la nonna di Maria aveva gran torto di dubitare del cuore di Anna. Questa aveva infinitamente sofferto del negato perdono paterno; e chiunque della famiglia le aprisse le braccia, essa era disposta a gettarvisi colla gratitudine di chi ne riceve la più generosa delle grazie; la sola idea poi di poter essere utile in alcun modo a qualcuno di suo sangue le sarebbe stata una gioia.

Lei, poveretta, le disgrazie non l'avevano risparmiata. Suo marito, cui essa amava e che l'amava cotanto, giovane ancora, dopo non molti anni di matrimonio, erale morto, lasciandola con mediocri fortune e con un bambino in tenerissima età. Qual immenso dolore sia nella vita la perdita di quell'essere che si ama supremamente, unicamente, ben lo sa chi ebbe la grande sciagura di provarlo. Tutti i suoi affetti, tutta la sua ragion di vivere, tutto il mondo, Anna aveva fino allora raccolto nell'uomo dell'amor suo. Mancatole costui, credette tutto finito per sè, le parve impossibile il vivere, a tutta prima desiderò di morire. Ma era madre! Poteva ella abbandonare quel misero orfanello? Nel suo figliuolo, nel suo Guido, concentrò tutti gli affetti suoi, tutta la sua potenza d'amore, ogni interesse, ogni sentimento. E chi non sa come ami una madre? Per suo figlio ebbe la forza di tutto sopportare, ebbe il coraggio così della rassegnazione, come dell'opera. Poche erano le fortune che l'artista lasciava; Anna sostenne ogni privazione; lavorò indefessa per poter allevare ed educare il figliuolo, ornargli la mente ed il cuore, farlo degno di suo padre.

Dalla famiglia del marito Anna non aveva ricevuto che disprezzi, per quello stupido orgoglio de' borghesi, il quale vedeva offesa la dignità del lignaggio dal matrimonio di un loro congiunto con una contadina; finchè lo sposo era vissuto, Anna a codeste punture non aveva nemmeno badato; lui morto, quando la infelice vedova, per cagion di suo figlio, dovette necessariamente umiliarsi, invece che aiuti, non n'ebbe che disdegni e contrasti. La misera madre si ristrinse in sè stessa; si disse che da sola avrebbe bastato al nobile ufficio di allevare il figliuolo e di farne un uomo, e Dio la compensò di tanto, che il suo Guido riuscì il più virtuoso, bello ed educato giovane e il più amoroso e riconoscente de' figli.

Quando la lettera del parroco giunse ad Anna, questa trovavasi per disavventura inferma ancor essa: perchè la sua salute, fatta cagionevolissima per gli affanni sofferti, era assalita da frequenti malattie. Avrebbe ella voluto che Guido partisse tosto pel villaggio; ma il figliuolo non aveva acconsentito a niun patto di abbandonare la madre inferma, da lui tenerissimamente amata.

Si attese adunque che la convalescenza fosse progredita così da permettere ad Anna il viaggio non breve; e la madre di Guido, appena si sentì bastevoli forze, non volle più saperne d'indugi, e partì sperando giungere ancora in tempo di vedere un'ultima volta la sorella di suo padre e di ricevere da lei quella benedizione e quel perdono che dal padre non aveva potuto; parendole che, per essa, anche il genitore dalla tomba l'avrebbe perdonata e ribenedetta.

Ed ecco come avvenisse che la carrozza da viaggio incominciava appunto a salire la cresta della collina su cui si trovava il paesello, quando la campana della parrocchia mandava alle aure della sera i tristi rintocchi che annunciavano la sepoltura della vecchia Marta.

III.

Madre e figlio si rassomigliavano, non solo di aspetto ma di anima; se non che alla grazia ed avvenenza materna, Guido aveva aggiunto l'energia, la forza e il prepotente amore dell'arte cui aveva ereditati da suo padre.

Il giovane volle essere artista, nè la madre glielo contrastò, quantunque l'utile consigliasse la scelta d'un lavoro men gradito ma più proficuo. Mercè la virtù del risparmio, seppe ella bastare a tutto con quei pochi redditi che loro rimanevano. Guido fu scultore, studiò, lavorò, e animato da uno zelo impareggiabile, afforzato da una volontà potente e dominatrice, favorito dalle migliori disposizioni dell'ingegno, in breve, per l'eccellenza delle sue opere, mandò intorno il suo nome con una certa fama, e giunse eziandio ad ottenere dal suo scalpello compenso di non ispregevoli guadagni.

Nell'accostarsi al suo villaggio, che da tanto tempo non aveva più visto, nel ritrovare man mano a uno a uno que' luoghi, i quali tutti avevano per lei una memoria della sua adolescenza o dell'infanzia, Anna erasi venuta rianimando, e una viva commozione le faceva brillare gli occhi e le arrossava d'alquanto le guancie abitualmente pallide, rendendole così un aspetto quasi giovanile.

Ella veniva raccontando al figliuolo, che la guardava con tenerezza, tutte quelle innocenti memorie, e si commoveva narrandogli le più indifferenti storielle fatte preziose dal prestigio dell'età trascorsa. A un punto le lagrime, che più volte già le erano venute in pelle in pelle, sgorgarono abbondanti da' suoi occhi, e abbandonandosi della persona sopra i cuscini, ella si coprì colle mani la faccia.

“Madre!” esclamò Guido con caloroso affetto, prendendole tutt'e due le mani, staccandogliele dalla faccia e ritenendole fra le sue con dolce pressione, mentre i suoi occhi s'affissavano con immensa tenerezza in quelli di lei: “Madre, a che pensi?”

“Penso a mio padre;” rispose ella, sforzandosi a dominare la sua emozione, “penso ch'egli non è più nel salotto a terreno della nostra casa dove soleva stare nell'ora di riposo della giornata; penso che non può venire sulla soglia a ricevermi col perdono sulle labbra.... e fosse pur anche collo sdegno e col rimprovero!... Penso che quel buon vecchio non l'ho visto più, e che è morto corrucciato con me....”

Guido la interruppe con vivacità.

“Non parlare così, non dire di queste cose, non pensarle, madre mia. Se tu hai commesso qualche fallo verso tuo padre, non fosti tu esemplare fra le ottime mogli, e la più tenera, la più santa delle madri? E lo sai bene che questa è principalmente la missione della donna! Tuo padre in vita, offuscata la mente dalla passione, ha forse disconosciuto e te e il vero dover suo, ma nel mondo di là, dove meglio splende allo spirito nostro la luce del vero, egli ti ha perdonato e benedetta, di certo, come sempre ti benedisse il compagno della tua vita, come ti benedico io, tuo figlio.”

Anna, attraverso le lagrime, rispose con un sorriso; e Guido, per isviarne dai tristi pensieri la mente, dopo breve pausa, soggiunse esclamando con ammirazione, come sorpreso d'un tratto alla veduta che aveva dinanzi:

“Oh vedi, come man mano che ascendiamo sulla collina, la pianura si amplia e si stende, e si rivela ai nostri sguardi! E che variazione di linee e di terreno! Che ricchezza di tinte e quanta leggiadria di disegno! Quanta grazia e quanta imponenza insieme in tutto il complesso! Come mi piacerebbe vedere questo paese illuminato dalla luce d'uno splendido sole, invece che da quella grigiastra del nuvoloso crepuscolo! È un bel paese il tuo, mamma, che, al vederlo, non so perchè, mi fa battere il cuore, come se in esso ci avessi anch'io e memorie e legame d'affetti.... Certo perchè esso è tuo; perchè qui mio padre ti ha vista ed amata; perchè alcuna cosa di quest'aura, di questo cielo, di questa terra è rimasta nella tanta bontà dell'anima tua, e un briciolo dell'amore a questi luoghi, quell'amore che ogni gentile ha pur sempre per il cantuccio del mondo dov'è nato, tu me l'hai trasmesso col sangue. Sì, davvero; sento come se io pure avessi avuto la vita in questo remoto e stupendo seno delle Alpi. E vorrei pure che così fosse. In una popolosa città, fra il tumulto e il viavai della gente, in mezzo ad oggetti che mutano sempre con vertiginosa instabilità, le prime memorie o non si possono imprimere profonde o presto si scancellano. Tante vicende, tanti guai, tanta folla ci passano e ripassano dinanzi! Qui invece!.... Qui ogni albero mi pare debba avere una parola da ridire al passaggio del montanino che torna dopo lunga assenza al suo paese; ogni uscio di casa una confidenza da richiamare, ogni cantonata, ogni volto d'abitante, ogni sasso un ricordo da evocare.”

“Sì, sì, è vero!” esclamava la madre.

“E ti giuro” continuava Guido “che questo paese non mi è nuovo, benchè io non ci sia stato mai. Io l'ho vista di belle volte nelle mie fantasticaggini questa tranquilla vallata; io l'ho sognata le mille fiate questa solitudine, rallegrata dai più sacri amori della terra: la madre, la compagna della nostra vita e i figli. Gli è in un paese come questo che io credo la migliore delle sorti quella di finire i nostri giorni.”

Ciò che diceva il figliuolo era il pensiero appunto della madre; pure essa crollò il capo e il suo sorriso si fece più mesto.

“Che parli tu di finire,” disse, “tu che li hai appena incominciati i tuoi giorni? Certo a me tornerebbe come una ventura il ridurmi qui dove nacqui, e qui estinguermi dove tutti morirono i miei; e forse meno tormentati dai mali sarebbero qui, nelle mie aure native, gli anni che mi rimangono.”