Tre racconti: Il cane del cieco - Un genio sconosciuto - Galatea

Part 10

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“Alla distanza di circa due chilometri, il pietoso giovane tolse commiato. Mi chiese dove avevo intenzione di recarmi, ed io gli risposi non saperlo; ad ogni modo gli promisi glie l'avrei scritto, e lo ringraziai molto.

“Quando dopo l'ultima stretta di mano, quel mio concittadino si dipartì da me, io lo seguii collo sguardo per un po' di tempo; e vistolo sparire fra gli alberi sentii in me stesso che ogni vincolo era rotto fra me e quella gente e quel mondo.”

XXII.

“Era una stupenda notte, e il più bel chiaro di luna che si possa veder mai. Mi mossi con passo quasi di corsa su per la salita alla montagna. La natura era piena di misteriosi sussurri; mille insetti mandavano lievi suoni indefinibili; stormivano le foglie al venticello notturno, bisbigliavano con più alto rumore i ruscelli, cantava mestamente amoroso l'usignuolo, e su tutto ciò regnava una calma, una pace che avreste detto un silenzio. La quiete esteriore influiva sul tumulto della mia mente, e lo veniva temperando. Quel desiderio di tranquillità ignorata cresceva, cresceva in me al contatto di sì profondo riposo della natura.

“Giunto, dopo parecchie ore di cammino, sopra un culmine, sostai e mi volsi a guardare indietro. Nella pianura appariva la città, splendente da lontano co' suoi mille lampioni, come una massa rossigna di fuoco in mezzo alla campagna, mitemente circonfusa dell'azzurrigno chiaror della luna.

“Là erano l'agitazione e i tormenti dell'umanità; nella vasta solitudine dove mi trovavo, la solennità dell'infinito, la sublimità della natura, più immediata l'opera di Dio, l'oblio e la pace. Mi pareva d'essermi accostato al seno della gran madre creatrice, e di ricevere da questa nuova lena e conforto.

“Se io volessi dirvi tutti i pensieri che allora attraversarono la mia mente, troppo lungo sarebbe, e non lo potrei nemmanco, tanti furono e sì varii, come quelli che abbracciarono tutto il mio passato e l'avvenire, e tutte le più ardue questioni della vita e del destino dell'uomo, e tutto il creato.

“Ero affaticato, debole, sfinito. La notte tepidamente serena m'invitava al riposo. Mi adagiai al riparo di alcuni alberi, la fronte volta allo scintillare delle tremolanti stelle, che pareva mi piovessero una calma soave entro le vene, e un benessere non isperato mi corse tutte le membra. Passando ancora di fantasia in fantasia, poco a poco mi addormentai.

“Mi svegliò il primo raggio del sole che spuntava all'orizzonte. Lo spettacolo dell'aurora mi parve quel dì più sublime di quanto avessi giudicato mai. Già io sentivo di essere un altr'uomo. M'inginocchiai in faccia a quel sole che sorgeva nella sua imponenza a manifestare la grandezza del Creatore, ed adorai.

— «Deh!» pregai dall'intimo dell'anima, «Ch'io viva oscurissimo ed obliato, ma buono, ma virtuoso, ma non in balía del male.»

“Non chiesi più la morte: domandai la virtù e la pace. Ero guarito.

“Sorsi con una nuova risoluzione, con nuovo coraggio ed una nuova speranza; e ripresi il cammino. Avevo deciso spogliarmi del mio nome, delle mie ambizioni, d'ogni folle anelare alla gloria. Rifiutai in quel momento, e per sempre, il serto del poeta.

“Trovai da rifocillarmi nel tugurio di alcuni contadini e da provvedermi il nutrimento per tutta la giornata; e senza sapere dove avrei diretto i miei passi, dove avrei preso stanza dipoi, continuai a salire pei più scoscesi dirupi.

“Avevo camminato forse un'ora, senza mai incontrare traccia d'uomo, quando udii innanzi a me, poco lontano, suonare ed echeggiare per le valli un'esplosione come d'arma da fuoco. Ristetti atterrito, e il mio primo pensiero fu di fuggire; ma mi rattenni. Pensai che alcuna funesta avventura poteva aver avuto luogo e una qualche vittima abbisognava forse di soccorso. Mi affrettai verso quella parte.

“Un cento passi più innanzi, dove la costa della montagna, incurvandosi, formava una specie di anfiteatro, che pareva fatto apposta per guardare la magnifica vista della sottostante pianura, in un verde praticello smaltato di fiori, giaceva bocconi un uomo, stringendo due pistole tuttavia fumanti.

“Era quello uno dei luoghi più ameni ch'io avessi veduto mai. Le coste della valletta tutte coperte di faggi: più in alto sulle cime, dritti come granatieri schierati a battaglia, i severi cipressi; purissimo il cielo; il sole, che investiva co' suoi raggi gli albereti della convalle, vi spargeva le tinte più ricche e più piacevoli all'occhio del riguardante. Pareva una decorazione preparata per un idillio, per una scena d'amore, non per una luttuosa tragedia.

“Mi accostai al giacente. Egli s'era sparate le armi in viso, e vidi che orrendamente n'era rimasto malconcio, da non potersene più riconoscere i tratti. Tepido ancora era il suo corpo; ma da questo l'anima partitasi per sempre.

“Ristetti a pensare come dovessi regolarmi. Presso di sè il morto aveva il suo cappello, e dentro questo vidi una carta ripiegata e sopravi, a tener fermo cappello e carta, un sasso. Esitato appena un pochino, presi quella carta e la spiegai: erano poche parole, scritte in inglese, e le lessi con avida curiosità.

“Dicevasi in sostanza, chi s'imbattesse mai in quel cadavere, non credesse a un assassinio, sibbene a un suicidio, com'era difatti. Stanco della vita e odiatore degli uomini, straniero a quelle contrade, voleva l'infelice morire senza essere conosciuto, senza ipocriti compianti; non dire perciò il suo nome; non si cercasse neppure dei fatti suoi, che egli se ne veniva da lontano, e aveva voluto che nessuna traccia rimanesse di lui.

“Io sedetti vicino a quel cadavere; lessi e rilessi più volte quello scritto e meditai a lungo.

“Ancor io detestavo la vita; anch'io avevo sentito l'animo invaso dall'odio per gli uomini, e avevo pensato di cercar rifugio tra le braccia della morte. Ma, per fortuna, il Signore non mi aveva abbandonato, e nel colmo della disperazione mi aveva pure concesso la grazia d'un benigno pensiero che mi aveva richiamato alla ragione ed alla conoscenza dei doveri dell'uomo sulla terra....

“A un tratto un'idea bizzarra, ma potente, mi nacque e s'impadronì di tutta la mia volontà.

“Io voleva finirla una volta per sempre con quella vita di vanità, di odii e di colpe; volevo morire a quel mondo futile e corrotto, ipocrita e scettico, stolido e prepotente, al quale dovevo ogni mio danno e il decadimento dell'anima mia. Se, a romperla definitivamente, fra esso e me avessi gettato in mezzo quel cadavere? Se a quello sconosciuto che voleva rimanere affatto ignorato, avessi dato il mio nome? Se tutto il mio passato facessi davvero seppellire nella fossa, colla salma di quell'infelice?

“Le fattezze del volto, guaste dall'esplosione, la statura presso a poco uguale, permettevano lo scambio. Strappai un foglio dal mio taccuino e vi scrissi su un ultimo addio alla vita, perdonando a tutti quelli che mi avevano fatto del male, chiedendo perdono a tutti cui avessi offeso. Sottoscrissi col mio nome, posai il foglio nel cappello del morto, e vi posi la pietra sopra. Il suicida non aveva in tasca nè carte, nè altro: vi misi alcuni oggetti di mia spettanza e qualche lettera a me diretta. Poscia inginocchiatomi, pregai con fervore per quel morto e per me. Dopo ciò ritornai alla casa dei contadini, dove m'ero rifocillato poco prima.

“Dissi loro del morto da me trovato; essi subito accorsero là; ne fu avvertita la giustizia, si fecero le pratiche che sogliono farsi in casi simili, e fu posto in sodo che io mi era suicidato.

“Ebbi la debolezza di voler vedere che cosa dicessero i giornali della mia morte.

“Cessarono le contumelie, ma non cessò l'indifferenza ostile: siccome da morti non si dà più ombra, qualcuno infiorò di qualche elogio un cenno alla mia memoria. Fui sotterrato nel cimitero del villaggio più vicino, e sulla fossa una semplice pietra con il mio nome su scolpito.

“Volli vedere la mia tomba. Il cimitero è isolato, solitario, pieno d'ombre e di melanconia. Le erbe altissime sussurrano stranamente sotto al vento che le agita. Croci di legno sorgono qua e là, quasi tutte corrose dal tempo; come la memoria dei morti che ci dormono sotto. E ci si deve riposare in pace!

“Due settimane dopo non si parlava più di me; a quest'ora non c'è più anima al mondo che si rammenti ch'io abbia esistito; io che, nelle pazze fantasticaggini della gioventù, ho sognato la gloria!

“Per istrade fuori mano, senz'altra mèta certa che quella di allontanarmi dal mio paese, venni girando qua e colà, finchè giunto a questo rimoto villaggio, tanto mi piacquero la natura, il cielo e la quiete di esso che determinai fissarvi la mia dimora.

“E da quasi trent'anni ci vivo, non dirò felice, ma senza più rimorsi, senza odii e senza far male: non affrettando certo, ma non desiderando neppure d'allontanare quel giorno supremo in cui, libera da questo disgraziato involucro, l'anima mia voli nelle braccia misericordiose dell'Eterno Amore.”

Qui, maestro Ambrogio si tacque; e stemmo ambedue silenziosi rivolgendo in mente mille pensieri che il suo racconto aveva eccitato in me e ridestato in lui.

Dopo un istante, fu egli a riprendere:

“Ora non cercate più altro da me. L'ultimo velo di mistero che copre l'esser mio, mi è più sacro dell'onore, mi è più caro della vita. Non tentate levarlo. Andate e obliatemi. Soltanto possiate far vostro pro dell'insegnamento che contiene questa dolorosa storia delle mie vicende!

“Non è nel vano rumore del mondo che consistono le degne soddisfazioni dell'animo; non è sulla scena abbarbagliante dell'ambizione che l'uomo divenga felice e si faccia migliore. La rinomanza non è che misera vanità; il mondo inaridisce il cuore, intristisce l'anima, e fa prosperare in essa quell'iniqua pianta parassita dello spirito dell'uomo, la quale soffoca ogni buono istinto, e che si chiama egoismo.

“Io sono vecchio, sono sfinito, e mi sento con soddisfazione non lieve presso al termine d'ogni male. La verità l'ho amata sempre, e non è ora che vorrei farle il menomo oltraggio. Ebbene, vi giuro che più mi venni inoltrando negli anni, e più fui lieto del partito preso. Non dico che molte volte l'ingegno in me non si ribellasse, e non volesse dipingermi la mia come una viltà, come un mancamento al proprio dovere. Ve lo dissi già che sostenni lotte tremende, che soffrii, ma che vinsi. Se sapeste quanti, e forse splendidi, furono i frutti di certe angosciosissime veglie! Ebbi il coraggio di distrugger tutto. Nell'esercizio della virtù sconosciuta, nascosta, s'affina l'anima umana. Alla soglia dell'eternità sarà più bella e gradita, non quell'anima che sarà stata più gloriosa innanzi agli uomini, ma quella che sarà stata più benemerita innanzi a Dio.”

Fece una pausa; poscia con voce più fioca e più sorda di quel che gli fosse abituale, porgendomi la mano, soggiunse mestamente:

“Addio! Voi partirete fra pochi giorni; non è vero? È meglio che non ci rivediamo più; che questo sia fra noi l'ultimo saluto. Io vi ho detto tutto quello che avevo da dirvi. Conservatemi il segreto. Voglio morire nelle ombre che mi avvolgono..... Ma quando udrete.... e sarà presto, io spero.... che avrò abbandonata questa terra, se lo credete opportuno e giovevole, raccontate pure altrui ciò che sapete de' casi miei.”

XXIII.

Due giorni dopo io partiva da quel paese, e con mastro Ambrogio non ci vedemmo più: per due anni non ne ebbi altra novella.

L'altro dì il mio nobile amico dovette venire a Torino per qualche sua faccenda, e fu a salutarmi.

“Mi fermo qui pochi giorni soltanto” mi disse “poi torno di gran carriera alla mia montagna. Volete voi venire con me?”

“Ah! se lo potessi!” esclamai con un sospiro. “Ma noi siamo qui condannati al lavoro di Sisifo.... Intanto datemi notizie di mastro Ambrogio.”

Il volto del mio amico si fece mestamente grave.

“Quel povero Ambrogio!” disse. “Non c'è più. L'hanno sotterrato l'altra mattina.”

Mi feci raccontare i particolari della sua morte. Non era stato malato che pochi dì. Conosciuta tosto la gravità del suo male, egli aveva mandato pel sacerdote, ed aveva edificato tutto il villaggio colla santità della sua morte, come aveva fatto colla purità ed onestà della sua vita. Sulla sua fossa hanno piantato una croce di legno, e gli scolari vanno a spargervi fiori.

Così fu il suo desiderio compito. È morto sconosciuto, tranquillo, amando e sperando. L'erba d'un cimitero di campagna ne coprirà le ossa ignorate; ma io, che non l'oblierò mai, ho pensato valermi del suo permesso, e schizzarne in questi fogli la misteriosa figura.

GALATEA

RACCONTO.

I.

Era il crepuscolo vespertino d'una triste giornata di tardo autunno. Grossi nuvoloni occupavano tutte le creste della catena alpina; al momento che il sole si tuffava dietro di questa, il denso velo delle nubi erasi squarciato alquanto al lembo dell'orizzonte, e n'era balzato fuori uno sprazzo di luce color rosso di fuoco, che dileguandosi ben tosto, aveva lasciato luogo ad una tinta plumbea grigiastra, che rattristava con freddi riflessi il paese e la sera.

Le foglie ingiallite si spiccavano dai castagni, e venivano giù adagino adagino, quasi baloccandosi per l'aria. Di quando in quando un buffo di vento sollevava i piccoli mucchi delle frondi cadute ed ammassate qua e là dal caso o dal lavoro dell'uomo, e avvolgendo le foglie in un turbinío, le cacciava innanzi a sè, come una nube, per lasciarle ricadere lungo la strada in una striscia che ne segnava il cammino, finchè non erano più che due o tre a rincorrersi pazzamente come ragazzi ruzzanti.

I vaccari tornavano dalla pastura, la faccia e le mani arrossate dalla brezza freddiccia, e si spingevano innanzi le pigre bestie muggenti, accompagnando colle battiture e colle voci d'ammonizione e minaccia alla loro cornuta schiera, una canzone a cadenze monotone e strascicate, nella mestizia del tono in minore.

Dai fumaiuoli delle modeste abitazioni del villaggio, a rivelare che le buone massaie preparavan la cena, usciva il grigio fumo che disegnava capricciosamente i suoi ghirigori, sul fondo più oscuro dell'atmosfera. Al di sopra e in mezzo di questa uniformemente bassa ed umile popolazione di casuccie, coperte la maggior parte di paglia, il campanile della parrocchia sollevava il suo capo, sormontato da una gran croce di ferro e coronato di tegole verniciate a brillanti colori.

Il qual campanile, in quest'ora appunto, mandava le più gravi e solenni note della sua maggior campana, per invito alla preghiera, in suffragio d'un'anima, volata nel mondo degli spiriti.

All'udire quei rintocchi lenti e pieni di tanta mestizia, uscivano di casa le madri di famiglia e le ragazze, accomodandosi in fretta sul capo il fazzoletto stampato a colori; e, appoggiandosi sul bastone, gli uomini ai quali la tarda età toglieva d'andare a quel lavoro quotidiano ne' campi, da cui ora stavano per tornare i loro figliuoli e nipoti.

Le comari del villaggio, incontrandosi, si scambiavano intanto delle parole come queste:

“Suona per la sepoltura della povera Marta.”

“Poveretta! Dio l'abbia in gloria! Andiamo a dire un _De Profundis_ per quell'anima; benchè la ne abbia meno di bisogno che qualunque altra; chè se ci fu mai cristiana che morisse nella grazia del Signore, la Marta è stata quella di certo.”

“Sicuro! E se non va quella lì in paradiso, dritto dritto, non ci va più nessuno.”

“E per lei, davvero che la morte si può dire una grazia! Ha finito di tribolare.”

“Oh sì! che ha tribolato, e di molto!”

“Una grazia la morte! che cosa dite? Se la povera donna fosse stata sola al mondo, avreste ragione. Ma pensate un poco a quella poveretta di Maria che lascia dietro di sè!”

“Ah! gli è pur vero. Per codesta creatura così giovane e inesperta, la è proprio una gran disgrazia.”

“Ed oltre a esser giovane, quasi ancora una bambina, è tanto semplice, così innocente!....”

“E vi so dir io che la Marta si affliggeva di molto al pensiero di lasciarla; e pregò di belle volte il Signore che le raddoppiasse anche il male che soffriva, purchè le volesse prolungare di tanto la vita da poter vedere provveduta quella poveretta, che è come un'agnellina senza forza e senza malizia in mezzo alle tristizie del mondo.”

“Come sopporta ella questo colpo la Maria?”

“Che v'ho da dire? La pare smemorata. Sapete com'è quella semplicetta, che non si sa mai se capisca o non capisca. Per me, io credo che non sappia nemmeno che la sua nonna è morta, nè che cosa voglia significare la parola morire.”

Intanto uomini e donne erano giunti ad una delle più umili capanne, posta ad un de' capi della strada che attraversava quel povero villaggio montanino. Era piccola, angusta, d'un solo piano, e poteva dirsi davvero che la miseria ci stava di casa. La frotta delle persone accorse colà vi susurrava a bassa voce, con un quasi timoroso riguardo; ed era il profondo rispetto che ad ogni animo onesto impone la sciagura. Nel già scuro ambiente di quella stanzaccia terrena che formava la parte principale dell'abitazione, ardevano fiocamente alcuni lumi accesi; su due sgabelli di rozzo legno stava posata una bara, e sopra, gettatovi, un logoro tappeto nero. In quella umile dimora era piombata, il giorno prima, la morte.

Ad un punto un vecchio dai canuti capelli, in abiti sacerdotali, il parroco del villaggio, fece un cenno, e la mesta comitiva s'avviò.

Precedeva il sagrestano portando la croce, poi la confraternita a cui apparteneva la defunta, una trentina di donne tutte incappate, quindi il parroco in mezzo a due preti, e dietro la cassa della morta, portata a spalle dal becchino e dal suo aiuto.

Il funebre corteggio era chiuso dalla massa incomposta e confusa delle donne e dei vecchi, e in essa non vedevi persona che non avesse le lagrime agli occhi e la preghiera sulle labbra.

Ma, subito dopo la bara, prima d'ogni altro, veniva la povera Maria.

Era una fanciulla di quattordici anni, troppo grande per la sua età, magra, sfiancata, di volto scarno, di larghe occhiaie, in fondo a cui brillavano d'un fuoco selvaggio certe pupille d'indescrivibil colore; la pelle aveva abbronzata, i folti capelli arruffati sul capo come i serpenti del Gorgone; vestita a casaccio d'una vestucciaccia che non era fatta per dar grazia alle sue membra lunghe, ossee, dinoccolate.

Come aveva detto la donna che abbiamo udito discorrere poc'anzi, non si poteva discerner bene se questa ragazza capisse o no. Da quei suoi grandi occhioni, ora sereni come l'azzurro del cielo, ora scuri come il mare in tempesta, ora privi di luce come la pupilla d'un cadavere, ora scintillanti di riflessi dorati che parevan raggi di sole, l'intelligenza non appariva che a lampi; la fronte era bensì giustamente sviluppata, modellata a perfezione e adorna della maggiore nobiltà di linee; ma il silenzio ostinato, in cui la giovanetta si rinchiudeva, i pochi segni di sensibilità e le poche manifestazioni di pensiero che in lei si scorgevano, erano cagione che la gente la credesse poco meno che scema, e la facevano vivere mezzo segregata dalla vita ordinaria e dal consorzio del mondo.

Non v'era che la nonna, la quale, o s'illudesse per soverchio amore, o fosse più penetrativa degli altri, credeva avere scôrto dietro quel riparo di ghiaccio un'anima affettuosa, notato sotto quella distrazione di spirito un'intelligenza.

“La mia innocente,” soleva ella dire, “val meglio di molti e molti, che la compatiscono come una scema.”

Quando la buona vecchia Marta era caduta malata di quella infermità, che, tenutala un anno a patire nel letto, l'aveva ora tratta al sepolcro, Maria, la quale soleva andare al pascolo sulla montagna e vagolare tutto il giorno per i dirupi come una selvaggia, a raccoglier fiori, di cui tornava la sera tutta adorna il capo e il seno; Maria s'era seduta sullo sgabello a piè del letto della povera nonna, e non vi era più stato verso di farnela muovere.

Ella stava là, coi gomiti delle sue lunghe braccia appoggiati alle ginocchia, la faccia sorretta dalle mani, e gli occhi larghi, fissi di continuo sulla inferma. Parlava poco o punto, stava immobile, lasciava servir la nonna dalle comari, cui la carità mandava in soccorso dell'ammalata, e non era che raramente, quando la si trovava proprio sola colla Marta, che si chinava sul letto di lei e le dava caldi baci, in cui palpitavano, per così dire, la tenerezza e l'affetto.

Un anno intero di codesta vita aveva nociuto di molto alla salute della giovinetta. La era cresciuta anche troppo, ma diventata sempre più sottile e macilenta; le sue guancie avevan preso un color terreo, e negli occhi non apparivan più che rarissimi gli sprazzi di luce.

La vecchia nonna, prima di morire, aveva parlato lungamente al vecchio parroco della meschinella e dell'avvenire che l'aspettava, e pregato costui di scrivere a certi congiunti che unicamente le rimanevano, lontani di parentela e di dimora, coi quali la moribonda, da tempo remoto assai, non aveva mai più avuta alcuna attinenza.

Nell'ultimo istante, proprio nell'atto di spirar l'anima, con un ultimo sguardo, Marta aveva ancora una volta raccomandata l'orfanella al buon sacerdote, che su lei pronunziava la preghiera dell'agonia, e alla miserella che rimaneva sola nel mondo si era rivolto l'estremo segno d'intelligenza e d'affetto della morente.

Quanto a lei, — a Maria, — pareva che il suo spirito fosse ben lontano da quella scena di morte, da quel luogo, da quel doloroso momento. Immobile al suo solito posto, ella continuò a rimirare la morta, come aveva sino allora rimirata l'inferma; e per quanto le si dicesse o facesse, nessuno era riuscito a levarla di là. Con apparente indifferenza guardò tutti i preparativi che vennero fatti per portare all'ultima dimora il corpo di quell'unico essere che l'avesse amata; e solamente di quando in quando una contrazione nervosa veniva a sconvolgere i lineamenti dell'infelice, senza che pure una lagrima spuntasse su quegli occhi asciutti e riarsi. Quando vide la nonna messa entro la bara e udì battere i chiodi del coperchio sopra di lei, Maria s'alzò tremante, e la contrazione della sua faccia fu orribile, accompagnata da un grido di spasimo; ma non altro; ricadde accasciata, muta, impassibile, e parve non sentire più nulla.

Ora, essa veniva dietro la bara a passo lento, dritta la persona, l'occhio fisso su quel drappo nero che la precedeva, come se potesse vedervi di sotto il viso della morta; e di tutto quanto avveniva intorno a sè pareva affatto ignara.

Si giunse al cimitero. La fossa, già scavata, era là, pronta ad ingoiare quegli ultimi resti. Maria venne fino all'orlo di quella buca, vi si chinò sopra, come desiosa di vedere che cosa vi fosse nello scuro fondo di essa. La cassa vi fu pianamente calata, e intanto si mormoravano intorno le estreme preghiere. Tutti piangevano; ma la fanciulla era immota, tranquilla e come insensibile. Però quando si gettò nella fossa la prima palata di terra, e questa si udì risuonare cupamente sul coperchio della cassa, Maria mandò ancora quel grido di spasimo, e si slanciò innanzi colle braccia protese, come se volesse precipitarsi in quella tremenda apertura, ed abbracciarsi alla morta, e farsi seppellire con essa. Le donne le furono attorno a trattenerla. Sentendosi afferrare, ella si fermò, guardò attonita chi l'aveva trattenuta, e calmatasi di subito, si liberò dalla stretta di quelle pietose; poi, incrociate le braccia al seno, stette senza pur far parola.

Tutto era finito, ed ella stava ancora là in quel medesimo atteggiamento. Le donne incominciarono con dolci parole a dirle di venir via, pietosamente confortandola: Maria non le guardava neppure. Una fra le altre, più insistente, non ottenne di meglio che uno sguardo senza espressione ed uno scrollar di testa; allora la donna, con tutta amorevolezza, aveva preso pel braccio la giovanetta e voluto trascinarla con sè; ma ella se n'era disciolta con sì impetuosa mossa, e con tanto sdegno le aveva detto «lasciatemi!» che la donna erasi allontanata quasi impaurita.