Chapter 6
E scappava a Milano a immergersi in una orgia. Ma sempre quella tirannia del denaro, che tarpava l'ali alla fantasia; e poi, appena partito doveva ritornare per qualche malato. Crepavano di miseria que' disgraziati!
Dopo tutto non era soltanto codesto. Le orgie gli lasciavano una certa nausea; e i nervi, irritati piuttosto che appagati, rimanevano renitenti allo studio. Non era quello che gli ci voleva, a lui.
In tali frangenti, un giorno la Cristina gli era parsa una salvezza. Un bel frutto da mordere allegramente, senza paura, senza rancori. E finito il capriccio, essa non l'avrebbe seccato, era troppo altera.
Ma don Giorgio gli aveva guastato il giuoco: maledette sottane nere!...
Quante glie ne aveva dette dietro alle spalle.
In seguito però, i due amanti essendo scomparsi, e specialmente dacchè si buccinava che fossero marito e moglie, la bizza del medico si era quietata. Sposarla?...
Oh! no, davvero! Se quello era il patto, meglio niente. Ci voleva un curato di campagna, un novizio, per fare di quelle pazzie. Spretarsi per prender moglie? Rinunziare al principale vantaggio della professione!... E quando il dottore si trovava al caffè di Gel, o in qualche osteria col fittabile di Val Mis'cia, si sfogavano a ridere di quell'amore e di quel matrimonio; consolandosi così, a vicenda, dello smacco patito.
Da alcuni mesi tuttavia le cose erano cambiate. Il dottore non pensava più a Cristina, e se qualcuno gliene parlava, mostrava di giudicarla benevolmente. Finito il bruciore, la naturale bonarietà dell'uomo spregiudicato ripigliava il sopravvento.
Gli è che a poco a poco frequentando Maria, imparando a conoscerla, e, per il genere della cura, avendo occasione di vederla nella maggiore intimità, egli si era penetrato, quasi senza avvedersene, di quella bellezza positiva e ideale nel medesimo tempo.
Nessuno meglio del medico poteva intenderla quella bellezza: forse neppure un artista. Da principio, guardandola appunto con l'occhio del medico che notomizza, egli cominciò semplicemente dall'ammirare quella perfetta corrispondenza di parti, formate dalla natura con tanta sapienza per il suo scopo fatale.
Molte volte, mentre la povera giovane si sentiva morire di vergogna, ei le ripeteva ridendo:
--Hai torto di vergognarti... sei bella! Davvero. Non avrei creduto che tu fossi così perfetta. Sei bellissima. Te lo dico io che me ne intendo.
Una mattina, essendo appunto ritornato da una di quelle sue scappate a Milano, egli entrò a dirle secco secco:
--Vuoi venire a Milano con me la prossima volta?... Ti condurrò dallo scultore Grandi che cerca una modella. Meglio di te non può certo trovare... Oh!... Che faccia fai?... Ti darebbe dei bei denari, credi!
Ella ebbe un impeto istintivo di collera; egli, una risata. In fondo però, non era lontano da una certa commozione. E per tutto quel giorno, la figura della sua giovine ammalata gli restò nella memoria suscitandogli un senso di vago malcontento, quasi di rimorso.
Da quella volta il dottore non si sentì più di scherzare così brutalmente con Maria. Cominciava a imporgli rispetto. Non avrebbe voluto veramente rispettarla; ciò gli pareva noioso e sciocco. Ma non poteva a meno. Per quanto mal preparato, doveva pur riconoscere che quella non era soltanto una «stupenda materia» come aveva detto tante volte discorrendone con qualche collega. Una scintilla animava quel bronzo pallido, di sì mirabile forma.
E quasi ei diceva: Peccato!
Il desiderio gli si destò all'improvviso. Allora non ebbe pace. Divenne riguardoso, quasi timido. Aveva paura di essere indovinato, e che ella non volesse più farsi curare da lui. Innanzi tutto egli voleva guarirla; e si mise a studiare la malattia con instancabile ardore.
Una volta guarita, poi, con l'aiuto della riconoscenza, non gli pareva difficile di poterla commovere.
E sempre guidato da quel suo epicureismo cinico, che era una parte caratteristica della sua natura, egli faceva dei piani molto pratici ed egoisti.
Meno appariscente di Cristina, meno seducente, Maria gli appariva più dolce, più sottomessa, quindi preferibile. Certo non gli avrebbe dato alcun fastidio; ma non per orgoglio, bensì per quella mitezza che era l'essenza dell'anima sua. Proprio la donna di cui aveva bisogno per quei tre, quattro--tutt'al più sei anni di vita oscura a cui poteva essere condannato, se un colpo di fortuna, inatteso, non cambiava le cose. Passato quel tempo, egli se ne sarebbe andato; e lei sarebbe rimasta; le contadine non si allontanano dal marito. Ma intanto, quegli alcuni anni potevano passarli bene. Perchè non doveva accettare lei, con quel marito che la trattava come un cencio di casa? Sarebbe stata troppo stupida. E stupida non era.
Se non che, i mesi passavano, e questi bei progetti non trovavano la loro attuazione. Sfinge incomprensibile, la malattia si accaniva, deridendo gli sforzi del medico. E giorno per giorno parlando con Maria, facendola abilmente discorrere, egli acquistava la convinzione che la virtù della donna non sarebbe stata meno crudele, nè meno ostinata della malattia, nella sua resistenza.
Ma anche lui si accaniva, mostrando in fondo poca saggezza.
Di tratto in tratto però perdeva la pazienza e scappava via brontolando:--Peggio per te, sciocchina!
Nel cuore dell'estate, mentre il sole e i miasmi facevano stragi fra i più poveri contadini, il dottore, essendo appunto un po' spazientito, trovò ancora un pretesto per assentarsi alcuni giorni. Quando ritornò trovò tanto da fare a Gel e in Val Mis'cia che non ebbe il tempo di recarsi alla Cascina dove il male attaccava meno.
Tra i malati c'era anche la Virginia, che soccombeva alla tisi lungamente covata.
Il medico, per quanto giovine e forte e non pigro, non bastava quasi all'immane fatica di curare tanta gente; e in certi cascinali lontani, alcuni poveri contadini morivano prima ch'egli arrivasse a soccorrerli.
Un giorno fu chiamato anche alla Cascina Grande per un caso di tifoide. Vi si recò subito, desideroso di vedere Maria.
Appena entrato nella corte, saltò dalla sua carrozzella e si lasciò condurre presso l'ammalato da una vecchia contadina che era lì ad aspettare.
La vasta corte della Cascina Grande conteneva sei edifici. Due belli: la casa del fittabile, grande e comoda e provvista di un largo portico, per mettervi il formentone quando la raccolta si faceva con la pioggia: e la stalla per le bestie.
Quattro bruttissimi, neri, maltenuti: casupole da contadini. L'ammalato di tifoide abitava nell'ultima casupola quasi nascosta dietro la stalla, nelle esalazioni del letame. Poco discosta, ma assai migliore era l'abitazione di Sandro e Maria. Si componeva di due stanze, vicino al fenile.
Finita la visita con tutte le regole, il dottore andò direttamente alla casa di Maria, sperando di trovarla. Ma non vi era.
Una giovine macilente che tesseva sola sola in una specie di cantina, facendo un rumore assordante col suo vecchio telaio a mano, vide il medico e smettendo un momento il lavoro, gli gridò dal finestrino:
--La _cavallante_ è laggiù a filare, vicino ai gelsi.
Ei la scorse subito. Sedeva su una carriuola arrovesciata e filava all'ombra di un gelso.
Senza addarsene egli affrettò il passo. Ella si levò e gli mosse incontro.
--Oh! Maria! Come va eh?
--Bene, signor dottore.
--Bene?... Non mi par tanto! Sei pallida; hai le occhiaie violacee. Andiamo in casa che ti medicherò: ho appena il tempo.
--Oh! no...
--Perchè, no?
E corrugò la fronte, vicino ad adirarsi.
--Non vada in collera!...
--Andiamo, dunque.
--No... non c'è più bisogno.
--Che ne sai tu?
--So... È inutile.
Egli divenne pallido a sua volta.
--Non ti fidi più di me?
--Oh! signor dottore!
--Vorresti un altro medico?
--Mai più! Morirei piuttosto.
E la protesta fu così impetuosa, che il medico ne ebbe una scossa. Fissò la giovine con intensa attenzione.
Ella teneva gli occhi fermi sul filo che le sue abili dita andavano assottigliando; ma un leggero tremito rendeva stentato il lavoro.
Essi erano quasi soli nella vasta corte. La vecchia, che aveva aspettato il medico poco prima, era in casa presso il suo figliuolo ammalato; la giovine tessitrice non poteva vederli dal finestrino del suo bugigatolo. Del resto, uomini, donne, ragazzi, tutti fuori al lavoro. Soltanto due piccini--due testine color della canape--si rincorrevano di porta in porta senza dir motto, come due muti.
Vicino alla stalla, sotto a una tettoia, dove stavano alla rinfusa carri e carrette, e aratri, e arnesi d'ogni genere, un vecchio, consumato dalla pellagra, preparava lo strame per le bestie: e la cavalla del dottore, buona e pacifica bestia, brucava tranquillamente l'erba ingiallita della corte.
Un calore plumbeo, insoffribile, si sprigionava dalle nuvole biancastre, abbaglianti la vista, che velavano il sole ancora abbastanza alto. Il dottore trasse di tasca una pezzuola di batista, impregnata di una essenza acutissima che gli serviva a combattere i cattivi odori delle camere dei contadini e l'odore d'acido fenico a cui la professione lo condannava: e si asciugò la fronte madida di sudore.
Provava in sè una inquietezza, uno struggimento, qualche cosa di strano, d'inesplicabile. Il desiderio banale che l'aveva tormentato negli ultimi tempi era quasi sopito. Ben altro carattere aveva l'angoscia che gli serrava il cuore adesso; ben altra cosa era la sottile tristezza che gli penetrava l'anima, disperdendo i piccoli progetti egoistici di gaudente povero, già tanto accarezzati; e mettendo un senso di amarezza fin nella visione del piacere inconsciamente evocata.
--Senti--disse, dopo un lungo e penoso silenzio--devo dirti una cosa che ti farà, forse, cambiare idea. Tua cognata muore...
Ella smise un istante di filare, e alzò gli occhi stupefatti sul medico.
--Eh! figliuola mia--fece lui, ritrovando ancora una volta il suo bel sorriso di cinico.--Non c'è da stupire. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Lei ci lascierà il corpo e l'anima al suo peccato. È il contrario di te, vedi. Ma è giusto che muoia: ti ha fatto troppo male.
--Oh! per me--mormorò la moglie di Sandro, tirando adagio adagio una ciocchetta di lino--per me, quello che è stato è stato: non auguro la morte a nessuno io.
--Capisco. Ma Sandro è ancora abbastanza giovine, e non è cattivo. Morta quella lì, ritornerà a te, e sarete felici; potrai avere figliuoli ancora... se sarai guarita. Dunque, bisogna che tu ti lasci curare.
Ella scrollò il capo tre o quattro volte rapidamente.
--No, no, no! Non guarirei lo stesso. E poi non me ne importa. Quando una cosa è finita... D'altra parte c'è quella povera anima che dev'essere al limbo--dice il curato--e se avessi altri figliuoli patirebbe di gelosia. Meglio non darglielo questo dispiacere.
E sorrise in pelle, indovinando vagamente che il dottore doveva ridere della sua superstizione.
Difatti egli voleva gridarle:
--Maledetti preti! Come v'infinocchiano!
Ma non potè: era troppo commosso.
Volle dire dell'altro: Che le voleva bene, tanto tanto: che l'avrebbe fatta felice.
Ma la coscienza schiacciante dell'inutilità gli troncò la parola. Anche se l'avesse commossa e vinta--ciò che gli pareva quasi impossibile--non sarebbe stato inutile?... Anche se lo avesse amato... Inutile! Inutile!... Questa parola crudele risuonava dentro di lui; e gli pareva che tutta la sua vita ne fosse attossicata.
Malinconie di un istante, certo. Ma intanto, in quell'istante, egli le subiva.
Scrollò il capo e le spalle, come per cacciarsi di dosso quell'ossessione.
--A rivederci! Spero di trovarti più ragionevole la prossima volta.
Maria lo salutò dolcemente chiedendogli scusa. Si era fatta rossa e aveva delle lagrime nella voce.
Egli provò una pazza voglia di stringersela fra le braccia; ma si contenne.
E partì.
Immobile, la rocca sotto il braccio, il filo tra le dita, il fuso appoggiato allo stomaco, Maria seguiva con lo sguardo intento il calessino che si allontanava sulla strada bianca, deserta, sollevando nugoli di polvere.
CAPITOLO XII.
Il germe dell'odio.
Il dottor Chiari non aveva parlato a vanvera: la Virginia moriva. Una cosa preveduta del resto.
Da vario tempo, vedendola lavorare con tanta fatica e diventare sempre più sottile e pallida, le contadine dicevano sommessamente:
--Non ci resiste; ci rimette la pelle.
E le più maligne soggiungevano: L'asino sarà vendicato.
Tuttavia, fino che rimaneva in piedi, pareva che la catastrofe, lenta a venire, fosse lontana ancora.
Ma in quella primavera le prese una tosse che non la lasciò più. Aveva certi assalti da buttarla giù come morta.
Pure si sforzava a lavorare, perchè non voleva stare in casa sola: aveva paura; le veniva addosso una insoffribile malinconia. E poi, non voleva si dicesse che andava tisica. Temeva anzi sopra ogni cosa questo giudizio della gente, condanna feroce, contro cui non v'ha appello. Perciò diveniva sospettosa, e appena due persone discorrevano, la si metteva accanto a loro per sentire se parlavano di lei, del suo male.
E se qualcuno le domandava:
--Come state Virginia?--guardandola con un certo interesse o curiosità, ella rispondeva subitamente:
--Benissimo!
Ma il dottore le diceva senza pietà:
--Non ti forzare: fai peggio.
Perciò, intendendo bene che agli occhi del dottore il male non si poteva celare, ella rimbeccava stizzosa:
--Che devo fare? Il lavoro c'è, e non ho nessuno che mi aiuti, dacchè mia cognata mi ha piantata qui per i suoi capricci!
Il medico, indifferente, s'accontentava di sorridere del suo spietato sorriso, e le voltava le spalle.
Invano Sandro e Pietro sempre amorosi, sempre attaccati a quel bel corpo, che si disfaceva, la supplicavano di aversi riguardo.
Ella rispondeva invariabilmente.
--Il podere non si zappa da sè; la colpa è di chi ci ha piantati qui soli!
Così, a poco a poco, nel cuore semplice e rozzo di Pietro si esasperava il rancore contro la cognata che egli accusava di avergli portata la discordia in casa e cagionata la spartizione tra lui e il fratello. Gli pareva pure che Sandro fosse stato troppo debole, troppo ingrato. Badare alle chiacchiere delle donne! Rovinare una famiglia per quel bel costrutto! Non poteva perdonargli; non poteva, no.
Eppure quando Sandro capitava lì, e si mostrava così servizievole, così affezionato, il fratello maggiore tornava in pace con lui, e il suo risentimento si concentrava sulle Scaramelli e su don Giorgio Castellani, per il quale aveva in serbo un sacco d'improperi, che avrebbe voluto rovesciargli sul capo, levando il sacro, levando... Anzi senza fare questa fatica, poichè don Giorgio ci aveva pensato da sè, spretandosi per fare la gran pazzia di sposare la Cristina.
Ma dopo queste sfuriate Pietro si faceva il segno della croce, perchè il pensiero di quel prete che si dannava l'anima per una donna, gli metteva un grande sgomento addosso.
Tutto considerato, il più infelice dei tre, era Sandro. In casa propria una malinconia da morire, e il rimorso di vedere la sua povera moglie così rovinata per colpa di lui. In casa del fratello, rimorso, e paura continua di essere scoperto. E nessuna consolazione da quell'amore maledetto che gli aveva straziato l'anima e avvelenata l'esistenza!
La Virginia non lo amava più. A grado a grado, come la malattia la consumava e il desiderio ardente di voluttà andava spegnendosi nelle sue carni disfatte, ella cessava di amare. Perfino la simpatia fisica, già così viva e tenace, degenerava in una specie di manìa persecutrice.
Lo voleva là, accanto a sè; ma soltanto per tormentarlo. Lo guardava lungamente e lo trovava brutto, invecchiato, cencioso. Lo paragonava, con un senso di disprezzo, a un giovine signore che era stato il suo primo damo. Che differenza! Poi, ripensando che non le aveva sacrificata neppure interamente la moglie, il suo amore diventava odio.
Lo voleva là al suo fianco; e guai se non arrivava alle ore stabilite! Avrebbe voluto trascinarselo dietro, legato a una fune, come un grosso cagnaccio per deriderlo e punzecchiarlo, mostrando però a tutti che egli era cosa sua e non poteva staccarsi da lei. Ah! se Maria non le fosse sfuggita! Se avesse potuto averla tra le unghie, che medicina sarebbe stata quella per la sua malattia!
La febbre di dominio e di persecuzione che stagna in fondo al cuore di tante donne--reazione perversa della troppo lunga e dura sottomissione di tutto il sesso--giungeva all'estrema acutezza nella tisica moribonda.
Sandro sentiva l'odio che si accaniva contro di lui; lo sentiva nelle carezze feline, nei lunghi sguardi indagatori, nei motti scomposti.
Senonchè, incapace di penetrare nelle vertiginose profondità di quella natura tortuosa e incomposta, egli attribuiva tutto al male, alla gelosia, al dispiacere di morire; e compativa e amava.
Ma invano tentava di placare quella sua terribile nemica. Le portava il pane bianco di semola, il burro fresco per la pappa, il latte della capra, che il fittabile della Cascina Grande teneva nella stalla per salute dei cavalli. Spendeva fino all'ultimo soldo in medicine costose ordinate dalla magnetizzata, privandosi fin di quel poco vino, e riducendo sè e la moglie a non mangiare che polenta asciutta sera e mattina, e un poco di minestra mal condita con una goccia d'olio di linosa, nei giorni di festa. Invano.
Invano faceva tutto quanto un povero contadino suo pari poteva fare. Nulla giovava.
Virginia accettava i doni, esigeva i sacrifici; ma non aveva mai una parola veramente affettuosa. Che se qualche scintilla dell'antica fiamma si riaccendeva nelle sue viscere, non erano che ardori fuggitivi subito spenti da uno scoppio di collera, da un ritorno del malumore. E se mai la collera taceva e il cattivo umore non si ridestava da sè; erano gli assalti di tosse, i lunghi deliqui, che toglievano al povero Sandro l'ultima speranza di gioia.
Ad ogni occasione, ella ricominciava le sue eterne querimonie. Per lui era ridotta in quello stato! Perchè l'aveva tradita, abbandonata! Per lui, che essendo stanco di lei e incapricciato della sua giovine moglie, voleva finirla così! Ah! era un bel vigliacco!
Perchè non l'aveva detto subito? Ella avrebbe capito; si sarebbe rassegnata; non avrebbe preteso nulla. Di che aveva avuto paura? Che lo volesse per forza forse...
Sandro, che non poteva stare a sentire questi discorsi, la pregava di smettere, di tacere. Non le aveva domandato perdono? E quante volte!... E quante volte lei aveva promesso di perdonargli e di non parlarne più! Si, lui era stato debole, ne conveniva; non però, come lei fingeva di credere, perchè fosse incapricciato della moglie--la povera Maria, quantunque bella e giovine non gli era mai piaciuta, a lui--ma per la compassione di vederla deperire a quel modo; e poi anche perchè si era confessato e don Giorgio gli aveva toccato il cuore. Una debolezza, certo. Ma non meritava di essere disprezzato per questo.
Non era ritornato a lei quasi subito?...
Non si era messo a rischi incredibili?
Non aveva calpestato i giuramenti fatti a Dio, le promesse fatte alla moglie e al confessore?...
Non era stato abbastanza traditore, abbastanza vigliacco?
Che cosa voleva di più da lui? Lo dicesse, egli era pronto a tutto. Ma finisse di tormentarlo e di crucciarsi lei stessa!
E piangeva il povero contadino, l'antico soldato, i cui bei capelli neri cominciavano ad essere brizzolati; piangeva come un fanciullo.
Disperando, a sua volta, di farlo tacere, ella rimaneva con le spalle voltate, turandosi le orecchie con le mani, per non ascoltarlo.
Ma tutto a un tratto scattava.
Già! lui, era un gran brav'uomo! Lui, andava in chiesa, voleva salvare l'anima, e raccontava i suoi affari e quelli degli altri, e comprometteva una maritata--la _vera sua moglie_, come diceva nei momenti di trasporto quando le voleva bene davvero--la comprometteva con un prete pettegolo che poi raccontava ogni cosa alla ganza! Oh! si, lui, era un bravo uomo!... Aveva compassione della moglie e si pentiva di averla tradita!... Ma andasse, andasse via, una buona volta, andasse dalla sua Scaramelli!...
Si vantava di essere ritornato?... Ah! Ah! Ah! La faceva ridere davvero! Non si ricordava com'era ritornato?... Chiamato, invitato, da quel buon diavolo di Pietro, che non poteva vivere senza vederlo e aveva bisogno di un aiuto per vangare il campo grande!
Poi una volta in casa, si sa; si erano trovati soli, seduti vicini, e il capriccio di riaverla gli aveva messo il diavolo in corpo: tutti a una maniera gli uomini!... E lei, lei che gli voleva bene per davvero, si era tutta commossa, e non aveva trovata la forza di gridare, di chiamare al soccorso; e si era lasciata prendere... piangendo però! Se ne ricordava, lui?... Oh! non l'avesse mai fatto! Non l'avesse mai fatto!...
Uno scoppio di tosse, spaventevole, le troncava la parola; poi le veniva un singhiozzo tormentosissimo, una specie di convulsione che la faceva diventar tutta livida. Pareva in punto di morte; ma non si arrendeva. Appena passato l'assalto, ancora tutta smorta e tremante, gli occhi umidi, il viso chiazzato, le labbra imbrattate di schiuma, ella ricominciava con la voce strozzata, le sue eterne e volgari accuse.
A che punto l'avevano ridotta!... Potevano vantarsi di averla ammazzata.
Si! lui e le Scaramelli l'avevano ammazzata!... Si, abbandonandola così, epperò condannandola a quel lavoro insoffribile, a zappare, a mondare il riso, con l'acqua fino al ginocchio, lei che non c'era avvezza! con quel sole in quei campi scoperti che parevano di fuoco. E poi, le malignità della gente, i sarcasmi, le canzonature! Quanto aveva patito e che smangiature di rabbia! Lei sola poteva dirlo. E tutto perchè l'aveva resa la favola del paese. Oh! quelle canaglie di donne, quante gliene avevano dette, credendo che non sentisse!...
Così si era buscata il male, così le era venuta l'infiammazione--quel fuoco che le bruciava il petto--le arrabbiature l'avevano consumata di dentro, e a forza di sudore era diventata debole debole e aveva preso quella maledetta tosse! Tutto per lui e per la sua cara moglie sacrificata. Altro che dire che lei ci aveva la tendenza alla tisi. Ma si, eh! Non avevano altro da inventare?... Bianca, rossa e grassa come lei era! Volerla far passare per tisica, lei?... Carogne!... Delicata era; sicuro; delicata; non nasceva da villani come loro, per questo. Lei era nata un pochino meglio; e aveva sempre vissuto in casa dei padroni, che l'adoravano... Per sua disgrazia... era capitata in quel paese da cani... Per finire marcia... Dio, Dio! morire!... Finire!... Le toccava morire... così... E nessuno voleva salvarla... Nessuno!...
Un altro scoppio disperato, e nuovi lunghi assalti di tosse la riducevano finalmente al silenzio, esausta, annientata. Ma il suo corpo abbandonato sulla rozza panca presso al focolare, si disegnava ancora armoniosamente, con delle linee morbide, eleganti. E i bei capelli di un biondo scuro che le si arrovesciavano sulla nuca in una massa pesante, molle, ondulata, mettevano uno strano fascino voluttuoso intorno a quella faccia pallida, segnata dalla morte.
Cessata la convulsione dei singhiozzi, piangeva sommessamente, come una bimba oppressa dalle ingiustizie degli uomini.
Sandro non si stancava dal contemplarla, e dimenticava le ingiurie, e avrebbe dato la metà del suo sangue per rianimare la fiamma della vita in quel corpo adorabile.
Intanto le ore fuggivano; si faceva tardi; egli doveva andarsene, col cuore stretto, la testa arroventata, implorando un bacio che non sempre gli era concesso.
CAPITOLO XIII.
Decomposizione.
L'estate torrida di quell'anno, l'afa che prostra le forze, i copiosi sudori, il nutrimento manchevole e il progredire della malattia, ridussero la Virginia tanto debole da non potersi muovere di camera. E poco andò che non le fu possibile neppure di levarsi.