Chapter 4
E l'afferrò risolutamente e l'alzò sulle braccia poderose, portandola come un oggetto prezioso con una delicatezza di mamma, su per la breve scala nelle piccole camere silenziose, dove egli l'aveva tanto desiderata, invocata, posseduta... nel delirio delle allucinazioni.
Il sole declinava dietro alle persiane socchiuse; il mistero e la penombra rendevano più sicuro il nido ai due amanti.
Giù nell'orto ancora smagliante di luce, la veste sacerdotale dimenticata sul ramo del salice, allungava sempre più la sua ombra funeraria, simbolo pauroso di schiavitù, di menzogna, di morte.
E dalla viottola, al di là del muro di cinta, il fittabile che aveva scacciata la Cristina, guardava ghignando quel cencio nero e accennava alle finestre socchiuse della casetta con un gesto osceno di scherno e d'imprecazione.
CAPITOLO VII.
Alla Cascina Grande.
Erano i giorni lieti della raccolta autunnale; tanto più lieti chè il formentone abbondava.
La sera, dopo cena, uomini e donne si mettevano intorno all'aia e sotto la loggia della casa padronale, formando un largo circolo; e ognuno aveva il suo mucchio di formentone davanti a sè, e l'uncino di ferro in mano per scartocciare le pannocchie.
Maria Scaramelli, seduta sotto il portico presso alla lanternina attaccata a un chiodo--unico lume per tutti--faceva andare l'uncino con tanta rapidità e destrezza che le pannocchie mondate si ammucchiavano alla sua sinistra come per incanto; e ad ogni poco ella doveva spingere in là, con le braccia e le gambe, i cartocci vuoti che le si ammassavano intorno.
Le altre donne le dicevano sorridendo senza invidia:
--Nessuna vi può superare voi, Maria; siete la più svelta e non vi stancate mai; neppure a essere in quello stato!
Ella scrollava il capo con un fare dolce di contentezza; ma non rispondeva. Non le piaceva discorrere di quella grande speranza concessa finalmente al suo intimo desiderio. La sua povera anima abituata alle asprezze del destino non era forse più suscettibile della confidente baldanza che sostiene i fortunati anche in mezzo ai pericoli, e spesso li manda illesi.
Lei temeva sempre. Dopo tanti tormenti, dopo tante angoscie, la pace di cui godeva e l'orizzonte sereno che le si apriva dinanzi, la rendevano timida, superstiziosa. Le pareva impossibile che dovesse durare: era tanto avvezza a piangere!
Epperò chiudeva ogni cosa in sè, come nel passato; gelosa della gioia come del dolore.
E non si lagnava mai delle piccole contrarietà; le dissimulava piuttosto, perfino con se stessa.
Se il cavallante stava fuori più del bisogno, se arrivava un tantino brillo--lui che negli anni addietro non andava mai all'osteria--ella faceva le viste di non accorgersene e non gli chiedeva mai dov'era stato nè cosa aveva fatto. Temeva troppo di vedere quella fronte oscurarsi, quegli occhi, ora buoni e ridenti, ridiventare freddi, arcigni come nel passato. Del resto, dacchè aspettava il bambino, non si accorgeva quasi neppure se il marito tardava; era tanto occupata, aveva tante piccole cose da preparare.
Anche quella sera Sandro era fuori. Attaccato il cavallo se n'era andato via: per ordine del padrone--diceva.
Ma sarebbe ritornato, e presto. Lei intanto lavorava. Lavorava e cantava. La delicata poesia che ella portava inconsciamente nell'anima, e il bisogno indistinto di una effusione e di una tenerezza, di cui veramente non conosceva neppure il linguaggio, si esalavano in un rozzo canto contadinesco.
Cominciava da sola.
La sua voce morbida, impregnata di tristezza si elevava dolcemente nell'aria molle della serata autunnale.
I contadini l'ascoltavano un istante in silenzio, con una sorta di raccoglimento; poi, alla prima cadenza, le donne, trascinate, la seguivano; e dopo poche battute, tutto a un tratto, quasi selvaggiamente, prorompevano le voci forti e ben timbrate dei maschi.
Il coro si formava. Un coro assai primitivo, senza alcuna sapienza, senza varietà di toni; ma poderoso nella sua malinconica monotonia, e non privo certo di una cotale semplice e solenne bellezza. Di tratto in tratto sembrava come se da quei petti rozzi, da quei cervelli incapaci di un pensiero sintetico, si fosse sprigionato il più profondo sentimento della insopportabile miseria--il conscio orrore della troppo lunga ingiustizia. Erano schianti di angoscia, gridi di rivolta, appelli disperati. E quelli che nel mezzo dell'aia, battevano col coreggiato le pannocchie mondate per distaccarne il grano, seguivano il ritmo con impeto crescente, formando uno strano, formidabile accompagnamento. Pareva il bosco, allorchè urla e scoppia, e si torce imprecando, sotto la sferza odiata del vento.
Ma pochi istanti appresso, le braccia stanche dei battitori si allentavano, e il coro rientrava, a poco a poco, nella solita nenia semplicemente malinconica.
Le faccie tranquille, le mani operose non tradivano alcuna commozione insolita.
Che cosa era stato?
Nulla. Uno sfavillamento imponderabile del sotterraneo braciere.
Uno scatto istintivo del sentimento umano conculcato.
Ma la materia infiammabile non era pronta. Ma i poveri contadini, depressi dall'ignoranza e dalla miseria, non potevano comprendere così subito il misterioso appello.
* * *
Il cielo, ognora più chiaro e limpido annunziava il sorgere della luna. Levati di mezzo i torsoli delle pannocchie--alcuni dei quali serbando ancora una parte dei chicchi venivano sottoposti al ferro da sgranare--i contadini procedevano a ben distendere il grano sull'aia servendosi de' rastrelli: altri distendevano pure i cartocci che ben ripuliti e completamente secchi avrebbero servito pei sacconi de' letti o per uso di strame alle bestie.
Maria ascoltava ansiosamente il rumore di una carrettella che si avvicinava. Certo era il suo Sandro.
Ma prima che la carrettella arrivasse al cancello, un uomo vecchio, sbilenco, in abiti metà da paesano, metà da scaccino, entrò nella corte e si accostò alla giovine donna gesticolando e borbottando forte. Era suo padre: Marco Scaramelli.
Ella sentì come una ferita al cuore. Oh! qualche cosa di brutto era avvenuto a Gel, alla Cura. Quella Cristina!... Non ebbe il tempo di interrogare.
--Mi hanno cacciato!--gridava Marco.--Mi hanno cacciato, que' due sudicioni, quei due... levando il sacro di lui, que' due maiali!...
I contadini curiosi, pronti a malignare, facevano crocchio intorno all'ubbriacone che gridava come un energumeno. Tutti sapevano di chi parlava; chè gli amori del giovine prete con la bella Cristina erano soggetto di ciarle per molte miglia all'ingiro.
Maria si sentiva morire.
--Sta' zitto; ti prego, sta' zitto!--badava a dire al padre.
Ma questi non le dava retta.
--Cacciato! Messo in strada co' miei cenci!--E accennava a un fagotto, che gli pendeva dal braccio mancino, e a cui Maria non aveva badato alla prima.
--Vi ha cacciato perchè non avete voluto smettere di ubbriacarvi--disse un certo Bernardo, uomo serio cui non piacevano i pettegolezzi.--Ha ragione il signor Curato; non avete a rifarvela che con voi stesso.
Come accade in casi simili, tutti si schierarono dalla parte di Bernardo, e Marco si sentì deriso.
Ma non si diede per vinto.
--Bugie! Bugie!... Non è vero niente. Se fosse stato per il vino, tanto, dovrebbe avermi cacciato da un bel pochino, dovrebbe!... Ne facevo del bere l'anno passato! Dio! se ne facevo del bere! Miracolo se non gli ho asciugata la cantina. Ma allora non mi cacciava, perchè in grazia che c'ero io alla Cura, la ci capitava di tratto in tratto anche la Cristina!... Potevo ubbriacarmi allora!...
Le donne presenti scoppiarono in una risata. Egli prese coraggio e continuò.
Già! lo cacciava adesso il signor Curato; adesso si accorgeva che era un ubbriacone; adesso, perchè la ganza ce l'aveva in casa e non voleva testimoni! E lei peggio di lui, quella...! Metteva suo padre in sulla strada, invece di assicurargli il pane, già che la si era data a quel bel mestiere, quella...!--E giù parolaccie e bestemmie, snocciolate come _avemarie_.
Chi rideva ancora e chi brontolava; tutti però l'ascoltavano come affascinati da una curiosità malsana.
Egli era spaventevole e grottesco. Secco come una mummia, traballante sulle gambe, con quegli abiti che gli cascavano da tutte le parti: col viso bruciato dall'alcool, gli occhi di triglia morta. Metteva schifo e paura.
Maria non tentava più di farlo tacere. Capiva che era impossibile. Ma quando vide Sandro si sentì riavere. Corse a lui e gli raccontò tutto in poche parole.
Sandro, sempre bell'uomo, sempre svelto e imponente, si avanzò verso il vecchio e guardandolo bene in faccia, con fare asciutto, ma senza collera disse:
--Noi andiamo a letto; abbiamo lavorato, siamo stanchi; e io devo chiudere il cancello; scusate, veh!... Ritornerete un altro giorno, a un'ora più comoda...--E mentre parlava cercava di spingere il vecchio fuori del cortile.
--Ah! ah! ah! ah! ah!--sghignazzò Marco Scaramelli affrontando il genero e facendolo rinculare verso il centro del cortile, con una forza che nessuno si sarebbe aspettata dalla parte di un vecchio così male in gamba.--Qui voglio restare!--esclamò.--Qui. Tu mi devi mantenere. Io non ho altri.
Uscito dal primo stupore di quella inaspettata reazione, Sandro si drizzò tutto di un pezzo, e con un semplice spintone ricacciò quel petulante fino all'uscita.
La zuffa impari divenne feroce.
Gli astanti cercavano di mettersi di mezzo per distaccare i due furibondi; e Maria li supplicava piangendo, che la finissero.
Le altre donne strillavano, al solito, di paura.
Già il vecchio soccombeva. Ma all'ultimo istante, quando si sentì costretto a volgere in fuga, si mise a gridare con quanto fiato aveva in corpo:
--Va bene! tu mi scacci. Ma io andrò da tuo fratello e gli dirò che ti ho visto con la sua donna, e gli dirò dove e quando!...
Il cavallante esasperato assestò al suo suocero un calcio tale che lo fece ruzzolare in mezzo alla ghiaia, al di là del cancello.
CAPITOLO VIII.
Nuove lotte.
Pallido, la fronte corrugata, gli occhi stanchi, don Giorgio Castellani errava per la campagna, come un'anima in pena.
Non parlava con nessuno, o pronunciava soltanto le parole necessarie.
In casa, solo con Cristina, si forzava a parere calmo; le insegnava a leggere e a scrivere per ingannare il tempo e se stesso. Poi si chiudeva nella sua camera col pretesto di un urgente lavoro. Una terribile battaglia si combatteva nell'animo suo.
Dopo quel primo giorno di delirio, in cui l'umanità aveva trionfato completamente dei propositi e dei pensieri del prete, egli era ritornato su' suoi passi, tormentato da mille dubbi, da mille angoscie.
Così, mentre i contadini l'accusavano d'avere cacciato Marco per starsene più libero con la sua amante, egli avrebbe potuto spalancare usci e finestre e mettere tutta la propria esistenza, sotto agli occhi indagatori del pubblico.
Non era uomo da crogiolarsi nelle comode transazioni dei costumi e della religione. Ardente, entusiasta, forte e semplice, non poteva trarsi d'impiccio con le solite scappatoie dei frolli, degli ipocriti. Per lui erano le grandi e fatali uscite: le follìe, mai le viltà. Non faceva teoriche; sentiva così, forse senza ben rendersene conto. Natura energica, esaltata dal misticismo della prima educazione.
Insieme a ciò gentiluomo fino allo scrupolo, gentiluomo nell'intimo senso della parola; e recalcitrante a tutte le sottigliezze dello spirito gesuitico fin dalla prima età. I suoi superiori che lo conoscevano, avevano di lui una grande stima; ma in generale opinavano che non avrebbe mai fatto carriera, e che fosse meglio tenerlo in campagna.
Un suo vecchio amico, impiegato alla Curia vescovile di Pavia, diceva: Castellani non sa il valore della parola: _distinguo_: non può fare strada.
Era tutto di un pezzo.
Se fosse scoppiata una guerra patriottica, avrebbe preso il fucile; e lo diceva; poichè nessuno l'avrebbe potuto convincere che i suoi doveri di prete escludessero i suoi doveri di cittadino.
Col medesimo criterio giudicava i suoi doveri verso Cristina. Pure amandola appassionatamente, se ella non fosse stata quella che era--una creatura, cioè, tutta devota a lui e purissima--egli avrebbe forse troncato il dolce vincolo, sacrificando l'amore al dovere del proprio stato. Poichè--non poteva nasconderlo--passato il primo acciecamento della passione, terribile in lui, il rimorso lo schiacciava. E non tanto per il peccato commesso: egli sapeva che Dio perdona; ma ben più per il bivio crudele, in cui si era messo, di dover abbandonare la donna amata, o mancare all'impegno preso davanti a Dio e davanti agli uomini. Sapeva che molti preti, messi nelle identiche circostanze, se la cavavano con la massima disinvoltura.
C'era una vittima di più nel mondo: una donna gettata nell'infamia, o nella miseria, o nella disperazione; ma il prete si salvava.
Dio perdona.
Quale spirito maligno gli suggeriva che il perdono divino non basta a riparare il male reale fatto ad un nostro simile? Era la sua squisita delicatezza di gentiluomo? Il suo attaccamento all'onore mondano?... La passione, forse, che si mascherava così?... O un intendimento più alto, più nobile della religione e del dovere stesso?...
Nei primi giorni di sbalordimento, dopo la disfatta, il suo cervello preso da vertigine, aveva immaginata una via di salvezza, irta di triboli, ma splendida di poesia e di bellezza.
La giovine che gli si era abbandonata, non aveva più che lui al mondo; egli era responsabile di quell'anima, di quella vita; nè la coscienza gli permetteva di scemare con sofismi tale responsabilità: dunque, come egli stesso aveva detto quel giorno, essa doveva rimanere con lui, nella sua casa, unico asilo per lei. Su questo, nulla era da mutare. Ma... non poteva quella convivenza essere senza peccato, santa, ideale?... Non potevano, libato il calice inebbriante, colto il fiore divino dell'amore, vivere vicini in casta amicizia, amanti sublimi, martiri dell'idea?!...
Oh! il bel sogno!...
Ei l'accarezzò quel sogno: volle farne una realtà.
E la ragazza dei campi, la contadina ignorante, ineducata, intese questa bellezza ideale; e abbracciò con entusiasmo la mistica poesia del sacrifizio.
Ma dopo quattro mesi, quantunque non avesse mancato in alcun modo alle sue promesse, don Giorgio non credeva più di poterle mantenere in eterno. Una grande tristezza era in lui. Capiva d'essere stato eccessivamente presuntuoso, forse ipocrita, forse gesuita.
Il terribile dilemma si delineava sempre più chiaramente sotto ai suoi occhi; tanto più dopo che la Cristina aveva cacciato il vecchio incorreggibile, che si ubbriacava, rubava e li insultava nelle sue orgie. Nessuna via di accomodamento possibile ormai, nè di fronte alla coscienza, nè con le circostanze esteriori.
Abbandonare Cristina vigliaccamente, dopo di averla disonorata; gettarla in balìa ai suoi nemici, nella miseria, nella disperazione; o svestire quell'abito, spezzare il giuramento: spretarsi, insomma, e sposare Cristina. Non vedeva altra uscita da quel ginepraio.
Che schianto! che angoscia! che tormenti!
Egli avrebbe dovuto decidere prontamente. Si irritava con se stesso di quelle titubanze. Ma le sue forze vacillavano.
Ne conosceva parecchi dei preti ritornati laici. Quasi tutti uomini di ingegno: coscienze rette; ma quasi generalmente infelici. D'altra parte quelli ch'egli conosceva erano tutti scienziati positivisti, nei quali la fede era caduta a poco a poco sotto allo scalpello della investigazione. Avevano deposto l'abito come una maschera menzognera.
In tal caso, ciò doveva essere molto più facile. Per lui, credente, mistico in fondo, filosofo della vita per l'abitudine di osservare e di pensare, ma poco addentro nella scienza; per lui povero prete campagnuolo, ciò era terribilmente difficile.
A lui sarebbe bastato che i vescovi, riuniti in concilio, guidati da una mira ambiziosa, non avessero decretata la legge contro natura che vieta l'amore a tanti uomini. Ma la legge esisteva e tutti i colpiti si sottomettevano o fingevano di sottomettersi.
Prostrato ai piedi dell'altare, egli supplicava nelle lagrime il suo Iddio generoso a concedergli una ispirazione, un raggio di luce che gl'indicasse la vera strada.
Che cosa domandava infine? Di poter vivere da uomo onesto, senza ipocrisie, senza vergogna; e di non avere per questo la coscienza scissa, l'anima travagliata dagli angosciosi dubbi.
Ma Dio non l'ascoltava; irato, voltava la faccia dal supplicante.
A poco a poco, egli sentiva un gran freddo nel cuore, la coscienza si paralizzava: la preghiera stessa gli pareva senza senso; vuota la chiesa, lontano il nume. La sua fede illanguidita non era più che un miraggio, un fantasma. Poteva rinnegarla quando voleva. Ma neppure questo stato d'animo gli recava la pace desiderata, la serenità di giudizio, lo slancio del convincimento. Soffriva di sentirsi così: rimaneva prostrato, inerte. E poi, una vaga paura sorgeva dal fondo oscuro del cuore tormentato. Paura materiale, paura delle cose, paura, secondo lui, bassa, ma gelida, opprimente paura.
Rompere col passato: disdirsi dopo tanti anni; spezzare il giuramento; farsi vituperare dagli amici più cari; ed entrare solo, senza appoggi in una società nuova per lui, diffidente, cinica, nemica!
Che cosa avrebbe fatto?... A quale lavoro avrebbe consacrato la sua forza?... Dove avrebbe cercato un pane per sè e per Cristina?
Nella campagna?... In città?... Prete spretato! Vale a dire, un uomo che ha il coraggio di confessare: «È stato uno sbaglio: i principî che avevo abbracciati, non mi soddisfano più;» Oppure: «La superiorità che mi attribuivo era falsa: sono un debole uomo.» E ciò in mezzo ad uomini che si forzano a portare la maschera del leone, anche se la natura li ha forniti di un'anima da coniglio: in un mondo dove tutto si perdona, fuorchè il dire: «Ho sbagliato: cambio opinione.»
Certo qualcuno lo avrebbe compreso, compatito almeno: qualcuno gli avrebbe steso benevolmente la mano. Vere anime superiori esistevano nel mondo; aveva letto tanti libri dettati da un alto pensiero; scritti da uomini veramente liberi. Ma come presentarsi a quegli uomini?... Come cercarli nell'ingranaggio della vita quotidiana?... E se sbagliava?... Se l'uomo apparentemente liberale e superiore, a cui egli si sarebbe rivolto, avesse nudrito dei pregiudizi, o una di quelle ripugnanze ereditarie, invincibili, che fanno dire anche ad un uomo di buon senso: l'unto non si leva mai: il prete resta prete in eterno, e quello spretato lo è due volte?...
O se, pur trovando l'uomo ideale, fosse mancata in lui stesso la capacità di farsi comprendere? Se avesse destato delle diffidenze? Era tanto facile: un prete!... Che umiliazione! Che spasimi in tutto l'essere!...
Oh! maledetti coloro che l'avevano gettato fanciullo in un seminario, facendogli pagare a sì caro prezzo un'illusorio beneficio! Maledetti coloro che, svisando i suoi giovanili entusiasmi e le tenerezze vereconde della sua anima appassionata, lo avevano ingannato con la menzogna; e macchiato col nome bugiardo di vocazione, la eterna verità, il dischiudersi del fiore umano che istintivamente innalza verso il cielo i suoi primi effluvi!... Maledetti! Maledetti!
Solo, nella piccola chiesa piena d'ombre, gettato sui gradini dell'altare la faccia contro terra, egli imprecava e piangeva.
Una mattina un uomo fidato gli portò una lettera della Curia.
Ei l'aspettava in realtà quella lettera: eppure, toccandola, ebbe come una scossa elettrica. Riconobbe la calligrafia del vecchio prete suo amico, impiegato alla Cancelleria vescovile di Pavia.
--Ci siamo!--pensò con una specie di gioia amara. E subito dopo, come per una ispirazione segreta:
--Qui è la soluzione!
La lettera conteneva prima di tutto una chiamata del Vescovo: _Ad audiendum verbum_.
Poi una missiva confidenziale dell'amico impiegato.
Il buon uomo, esperto della vita, pratico di queste faccende, avvertiva il giovine che qualcosa di troppo azzardato era giunto agli orecchi dei superiori. La parola «scandalo» doveva essere stata pronunciata. Non glie ne facevano una colpa enorme, no, Dio santo! si sa, un prete giovine, e nella noia di quei paesi!... Comprendevano benissimo, compativano...
Ma lo scandalo dispiaceva a Monsignore. In questi tempi di incredulità, con tanti nemici della Chiesa, tutto diveniva pericolo, e le apparenze avevano una straordinaria importanza. Egli però poteva cavarsela con onore, anzi, a dirgliela in amicizia, quella vecchia amicizia ch'ei ben conosceva, destreggiandosi un poco, poteva trarre occasione per migliorare il suo stato, chiedendo un trasloco in paese più ricco; ciò che non gli sarebbe stato negato; purchè accorresse subito, mostrandosi pentito e dolente; e purchè si liberasse della pecorella. Levata di mezzo la pietra dello scandalo egli poteva giustificarsi con grande facilità. Molte cose si potevano mettere a carico della maldicenza della gente e della irreligione che infettava città e campagne.
Naturalmente l'amico non aveva neppure il sospetto che don Giorgio pensasse a resistere. Epperò nessun'altra esortazione; ma sempre quella, ripetuta, di far sparire la bella peccatrice, fosse pure con qualche sacrificio. E qui a guisa di suggello, un distico latino, molto elegante, il quale indicava che il reverendo era un intelligente cultore delle belle lettere, e, a tempo avanzato, un'amico indulgente delle belle peccatrici.
A mano a mano che andava leggendo questa curiosa lettera, una gran luce si faceva nell'anima di don Giorgio. L'ultimo velo cadeva; l'ultimo dubbio era vinto.
Uno strano sorriso gli errava sulle labbra, e nel petto virile rifioriva il coraggio.
Vinto! Ma questa volta era lui che vinceva. Gli occhi sfavillanti, la fronte eretta, andava incontro all'avvenire, conscio del proprio dovere, sicuro in se stesso.
CAPITOLO IX.
La Cristina.
La ciarla correva di bocca in bocca, Marco Scaramelli era scomparso.
Morto. Morto certo.
Ma come? Quando?--Nessuno poteva rispondere con precisione.
Dopo la scenata alla Cascina Grande, doveva essere andato vagando qua e là per le campagne, cercando l'elemosina.
La mattina del terzo giorno fu visto in Val Mis'cia presso la casa di Pietro Rampoldi.
Andava a mantenere la minacciosa promessa fatta al marito di sua figlia. Tutti lo sapevano. Ma Pietro non era in casa; e la Virginia doveva avere fatta una buona accoglienza al nemico; taluni pretendevano anzi che, leggendogli in faccia il cattivo proposito, ella gli facesse pagar caro lo scotto, anche per le figliuole: e soggiungevano di avere incontrato il beone mogio mogio, e quasi incapace di moversi.
Ma dov'era andato poi?... Uhm!... Chi ne sapeva qualcosa?... Un ragazzo di Gel affermava di averlo visto sulla strada di Casorate, con una cestella di rame sott'al braccio. Ma le donne osservavano:
--A Casorate, venerdì, ci fu il nuovo cavallante di Val Mis'cia e il garzone che porta il pane: l'avrebbero visto anche loro!...
Passarono così nove giorni. Alla Cascina Grande, la moglie di Sandro mise al mondo, due mesi prima del tempo, una bambina morta; e per poco non morì lei pure.
--Tutto colpa di quella sgualdrina di sua sorella!--esclamava il fittabile di Val Mis'cia facendosi sentire dai suoi contadini. Così egli cercava di eccitare gli animi contro la ragazza, pensando che nel timore dello scandalo, il parroco l'avrebbe mandata via; e allora, che dolce vendetta!
La Nunziata Meroni, a cui premeva di mettersi nelle buone grazie del padrone andava ripetendo con la sua voce falsa:
--Ha fatto male la Cristina, molto male! Tutto si perdona: ma cacciare il padre, metterlo sulla strada, no. È vergogna! Senza contare che la presenza del vecchio in casa era una salvaguardia per lei nell'opinione della gente. Ma quando una è donnaccia a quel punto non vuole saperne di riguardi!...
Le anziane approvavano gravemente questa sentenza e le giovani, meno belle di Cristina, sorridevano.