Chapter 2
Per la prima volta dacchè lo conosceva, Maria fu colpita da quella relativa distinzione, da quella maschia bellezza; e per la prima volta sentì che sarebbe stata molto felice se, invece di essere così freddo, egli le avesse dimostrato un po' di quella tenerezza che germogliava adesso, nel povero cuore di lei, al posto della collera e del disgusto.
Sotto il dominio del nuovo sentimento che la faceva più intensamente soffrire, rimaneva immobile, sul ciglio della strada, gli occhi fissi in quell'uomo, che era suo marito, e non le apparteneva più di un estraneo.
--Che fai? le gridò la Cristina vedendo che non si moveva. Vieni qui con noi!...
Come un automa ella si lasciò trascinare e entrò nella fila singhiozzando.
CAPITOLO III.
Primavera.
I contadini lavoravano accanitamente dall'alba al tramonto. Si erano messi in testa di terminare i lavori per la seminagione del grano turco, prima delle feste. Anche il fieno, quel prezioso fieno d'aprile, doveva esser falciato e raccolto. La settimana santa avrebbe portati via i suoi tre giorni buoni alle donne, tra le funzioni, le divozioni e la pulizia delle case. E gli uomini pure ambivano di essere liberi per dedicare qualche ora al piccolo orto domestico e per altre faccende minori. Bisognava affrettarsi dunque, tanto più che quell'anno tutto era andato bene e il bel tempo durava da un pezzo. Le pioggie sarebbero arrivate nel momento più propizio, se il grano era seminato e il fieno messo sotto coperto. Ma certi nuvoli, certi buffi di vento le annunciavano vicine. Presto dunque, presto! E i falciatori affilavano le loro grandi falci lucenti come specchi, e le donne allargavano il fieno coi rastrelli di legno cantando allegramente, nell'eccitante profumo della menta, del timo, delle primavere, delle campanelline rosate, di tutta la infinita famiglia delle erbe odoranti.
Nei campi destinati al melgone, gli aratri andavano su e giù lungo i solchi, squarciando il seno alla terra nera, calda, bramosa di fecondazione.
I bifolchi e i cavallanti camminavano al passo presso alle loro bestie, esortandole di tratto in tratto con le voci famigliari a cui esse obbediscono.
Tutta Val Mis'cia era in moto. I fratelli Rampoldi dirigevano i lavori. Pietro che aveva sempre fatto il bifolco ed era il contadino del più grosso podere, guidava talvolta i bovi mentre Sandro conduceva i cavalli.
Ma Pietro era dappertutto. Appena un campo era finito di arare, egli si legava alla cintola la grande tasca ricolma e gettava a manate piene i bei chicchi d'oro nella terra squarciata.
Anche Sandro faceva un po' di tutto: mentre un altro contadino guidava per altri campi l'aratro tirato dai bovi, egli attaccava i suoi cavalli all'erpice e li faceva passare sulla terra seminata. E dopo l'erpice attaccava sotto il poderoso cilindro che spiana la superfice e rende il campo tutto pari e liscio come un letto da sposa.
Che vertigine di lavoro, che attività, che animazione su tutta la pianura!
La speranza, che l'autunno avrebbe facilmente delusa, aleggiava intorno alle fronti curve dei lavoratori.
L'annata si era messa così bene!...
E sotto ai raggi dorati del sole di aprile, sott'al cielo bianco lattiginoso che ha un carattere così umano in confronto ai cieli metallici dei paesi meridionali, la misteriosa giocondità della Pasqua s'insinuava blandamente negli animi semplici dei poveri contadini.
* * *
I grandi lavori si trovarono compiti la sera del martedì santo, come i fratelli Rampoldi avevano preveduto.
La giornata del mercoledì fu occupata dagli uomini a dare un'ultima voltata al fieno per metterlo sotto coperto, la stessa sera. Le nuvole minacciose si addensavano all'orizzonte: la notte non sarebbe passata senza un acquazzone; forse un temporale. Le donne intanto percorrevano i campi testè seminati, affinchè neppure un grano di semente andasse perduto. Armate di un lungo bastone ferrato, esse facevano un buco in terra appena scorgevano un granello sfuggito all'azione dell'erpice e del cilindro, e prestamente lo cacciavano sotto.
Maria Scaramelli, la brava moglie di Sandro Rampoldi, valeva tant'oro per quest'operazione. Il suo occhio esperto distingueva subito il piccolo chicco giallo, e la sua mano sicura lo faceva sparire nello stesso momento.
Ma ella non era così attenta quel giorno. Già più di una volta aveva dovuto tornare indietro per ricuperare dei grani dimenticati: e di tratto in tratto parea che s'abbandonasse come spossata sul bastone confitto in terra.
I suoi occhi non vedevano le cose esteriori, assorti in una dolorosa contemplazione interna.
Cristina Scaramelli e Nunziata Meroni, la vecchia dal viso giallo e scarno, guardavano quella afflitta, dal campo vicino, traverso al filare ancora senza foglie.
--Non pare più lei!--mormorò la Cristina soffocando un sospiro.
--Dopo la disgrazia della povera Giulia, la non s'è più rimessa!
--La povera Giulia?... Eh, si! le voleva un gran bene; ma se non fosse il resto... non sarebbe in quello stato!
La vecchia strizzò gli occhi; poi, mentre puntava il bastone per cacciar sotto due grani, mormorò:
--Al resto... lei non ci crede.
--Altro che crederci!...
--Allora non si fida di me. Una sera, la sera del trasporto della Giulia, entrai a parlarle della sua cognata e di quello che lei doveva patire in casa. Non parlavo per curiosità, chè non son mai stata curiosa io, lo sapete. Nè per malizia. Che m'importa mai a me della Virginia e de' suoi pasticci?... Parlavo così, per amicizia verso Maria e perchè la si potesse sfogare con qualcheduno; chè, chi non si sfoga scoppia. Ebbene! La mi si rivoltò tutta d'un pezzo, come una furia!... Se l'aveste vista. Per poco la non mi diede della bugiarda.
Cristina stette un momento sopra pensiero, poi disse:
--Allora la non sapeva ancor nulla. Ma quella stessa sera ci fu una scena che deve averle aperti gli occhi. Poi si chetò, non so come, si rassegnò, e chiuse ogni cosa in sè. È una santa vi dico, fossi io al suo posto vedrebbero!...
--E avreste ragione. Chi si fa pecora il lupo lo mangia.
--Eh, sì. Ma chi è nato pecora, però, non può far da lupo. Lei è così. È una malattia come un'altra. Vuole un bene dell'anima al suo Sandro e non osa dirgli una parola. Tace per paura di disgustarlo; e sopporta le angherie di quell'altra.
La Nunziata alzò la spalle e ripensò senza esporsi: «Ci avrà il suo interesse!»
Dopo una pausa Cristina riprese:
--State attenta al mezzogiorno: quando la Virginia porta il mangiare agli uomini. Vedrete che faccia farà la mia povera sorella, e capirete da voi quanto soffre quell'anima.
* * * * *
Poco prima di mezzogiorno, la moglie di Sandro avendo continuato a lavorare con quell'aria di stanchezza e di smarrimento, come una sonnambula, si trovò giunta in proda al campo presso al ciglione che sovrastava al fossatello coronato da un filare di salci e pioppi. Invece di risalire il campo e continuare il lavoro, ella salì sull'arginello e si mise a camminare nella viottolina lungo il filare, finchè si trovò davanti a un appezzamento tenuto a prato. Qui si fermò, e facendosi solecchio con le mani, guardò attentamente in fondo alla grande marcita dove gli uomini rimovevano il fieno stendendolo bene perchè pigliasse tutto quel bel sole di mezzogiorno.
Saliva fino a lei nell'aria calda il profumo delle erbe giovani recentemente falciate; e lei aspirava quelle voluttuose esalazioni, mentre il suo cuore si struggeva in uno spasimo d'amore e di gelosia.
Cercava con l'occhio ansioso il suo Sandro. Dov'era?... perchè non riesciva a discernerlo? Nessun lavoratore era come lui alto; nessuno aveva il personale svelto e maestoso per cui egli faceva così bella figura quando andava in città guidando la pariglia del legno padronale.
Mezzogiorno suonava alla chiesa di Gel!... Ah! egli era andato incontro alla Virginia che portava il mangiare agli uomini!...
Non si stancava mai di vederla, di starle appresso; non ne aveva mai abbastanza di quell'amore!...
Maria si sentì gelare improvvisamente. Li aveva scorti.
Camminavano adagio uno accanto all'altro sulla viottola larga che formava il margine di un altro campo al di là del fosso in fondo al prato. Sandro aveva presa la marmitta di mano alla cognata per risparmiarle fatica, e questa sorrideva beatamente.
Oh! anima dannata! anima dannata!...
Ora varcavano il ponticello, si fermavano sull'argine al rezzo.
Gli uomini deponevano i rastrelli e le forche ridendo in pelle. E quel minchione di Pietro non s'addava di nulla. O marito ciuco!
Vinta dall'ira Maria picchiò un colpo col bastone ferrato sulla terra indurita della viottola. Questo rumore la fece trasalire.
Ebbe paura di essersi fatta scorgere dalle compagne. Si voltò timidamente e vide infatti che sedevano sul margine fra due campi mangiando il boccone del mezzogiorno. Tutte guardavano a lei.
--Vieni qui--le gridò la Cristina--vieni a mangiare con noi!
Maria si raccolse un momento; si passò una mano su gli occhi; crollò la testa. Finalmente si mosse e adagio adagio si avvicinò al gruppo delle donne, sedette presso alla sorella e non fiatò.
Pensava confusamente, con una sorta di superstizioso terrore, a quello che aveva veduto, e che si ripeteva tutti i giorni: pensava alla sua misera sorte.
Sarebbe stato sempre così?... Sempre... finchè lei sarebbe morta di crepacuore?... La Virginia s'era fatta più superba che mai dacchè la disgraziata Maria aveva scoperta la tresca; e la rimproverava per ogni cosa e giungeva fino a minacciarla. Pietro la guardava di traverso; e Sandro non le parlava neppure. Quando gli altri le erano addosso con gl'improperii, come se non avesse fatto il suo dovere, mentre non si riposava mai, Sandro taceva o andava fuori di casa. E la Virginia sempre seduta al camino, o sulla porta della cucina, non faceva che comandare: e vestiva quasi come una signora, col grembiale sempre nuovo e il fazzoletto di fulard; mentre la povera sgobbona tremava quando aveva consumato un paio di zoccoli e doveva chiederne un paio nuovo!...
Sarebbe stato sempre così, sempre... Ci doveva essere di mezzo qualche stregoneria... qualche vecchiaccia le aveva dato il cattivo occhio...
Forse la Meroni... forse...
* * *
Con questi pensieri, cercando nel buio della memoria un fatto, una data che le sfuggiva, Maria rimaneva intontita, ripetendo mentalmente le stesse parole. Le donne intanto parlottavano della vicina Pasqua, delle funzioni, della confessione, della pulizia delle case...
--Ne sentirà delle belle don Giorgio!--esclamò una giovane contadina dal viso rotondo ammiccando furbescamente. È il prim'anno che si trova a questi ferri.
Ma la vecchia Meroni ribattè subito con la sua solita malignità:
--Peuh! non pare uno da scandalizzarsi! Che ne dite voi Cristina?
La Cristina fece una grande risata canzonatoria:
--O che credete che le venga a dire a me queste cose?
--Quando comincerà a confessare?--domandò la Menica, povera donna, consumata dalle febbri, che non aveva punto memoria per le cose di chiesa.
--Stasera dopo gli uffizi, come tutti gli anni--riprese Cristina con la sua aria di donna franca.--Domattina dalle cinque alle nove aspetterà gli uomini in sagrestia. Poi dirà messa e comunicherà. Vengono due preti da Casorate, don Bortolo e un altro; epperò il mio vecchio brontolava perchè gli è toccato preparare le camere.
--Avrà molto da fare vostro padre questi giorni.
--Sì, ma lui non si scalmana.
--E non confesserà più don Giorgio dopo questa sera e domattina?--domandò una ragazzetta dalla faccia rigonfia.
--Confesserà venerdì e sabato tutti quelli che vogliono comunicarsi il giorno di Pasqua.
Maria ascoltava questi discorsi, prima distrattamente, poi con più attenzione; e un lavorìo nuovo occupava il suo cervello.
Sandro viveva in peccato mortale... Come avrebbe fatto con la Pasqua? Si sarebbe confessato, pentito?... Oh! volesse Iddio!... E se taceva invece?... Se commetteva un sacrilegio... se si dannava per l'eternità?!...
Rabbrividiva a questo pensiero; e un freddo sudore le inumidiva i capelli.
La speranza tornava a rianimarla con un suggerimento.
Forse don Giorgio poteva fare qualche cosa per lei, e salvare un'anima... due... chè lei pure si dannava a quella vita!... Ma se Sandro taceva il suo peccato, cosa poteva fare don Giorgio? Nulla... nulla...
Sbigottita come davanti a un abisso pronto a inghiottirla, ella chinava il capo, schiacciata... Ma la tenace speranza non s'arrendeva. Forse don Giorgio sapeva di quella tresca... ne parlavano talmente tutti!... E, sapendo, avrebbe interrogato il suo penitente, l'avrebbe messo al muro. E Sandro, così interrogato, non avrebbe osato negare... E se don Giorgio voleva gli avrebbe toccato il cuore... Sandro era buono, religioso... E sarebbe tornato a lei, e sarebbero andati a lavorare lontano lontano, in un altro paese... magari in America!... Lei era pronta a tutto...
Sì, ma se don Giorgio non sapeva, o se non se ne ricordava in quel momento, e Sandro commetteva il sacrilegio?!...
Tornò a impallidire, a tremare.
Bisognava prevenire don Giorgio. Questo era il solo mezzo. Lei non avrebbe osato; ma la Cristina poteva farlo: la Cristina sapeva parlare e don Giorgio l'avrebbe ascoltata.
Improvvisamente balzò in piedi:
--È ora di rimetterci a lavorare! Bisogna far presto... se vogliamo finire a tempo per andare in chiesa!
Tutte si alzarono e la vecchia Meroni osservò seriamente che era sempre meglio prendere la Pasqua il giovedì santo, chè gli ultimi giorni non si poteva avere la testa al Signore perchè c'era la casa da ripulire e mille cose da pensare.
Maria riprese il bastone che aveva lasciato cadere, e andò al lavoro con nuovo slancio, come nei bei giorni della sua massima attività.
Stupefatte di quella improvvisa trasformazione, le compagne se l'additavano in silenzio.
CAPITOLO IV.
In Confessione.
Era il giovedì santo.
I drappi neri e la cotonina nera, sbiadita dal lungo uso, gettavano ombre livide nella chiesuola, di solito così piena di luce, di aria e di campestre gaiezza.
Fuori, la campagna risplendeva: gl'insetti ronzavano; i passeri annidati sotto il cornicione della chiesa cinguettavano allegramente; e le rondini appena arrivate dai lidi lontani, parea che avessero mille cose da raccontarsi; mille osservazioni curiose da comunicare l'una all'altra.
Anche nella chiesa era un bisbiglio sommesso, un biascicamento di orazioni miste a sospiri. Le donne che si erano confessate la sera innanzi aspettavano l'ora della comunione.
Alcuni chierici finivano di adornare il sepolcro nella cappella laterale. In sagrestia, altri chierici si vestivano, preparavano gli oggetti per la prossima funzione, insieme a due pretonzoli venuti da un paese vicino per aiutare don Giorgio e buscarsi qualche soldo.
Nell'angolo più appartato, don Giorgio in cotta bianca e stola ricamata sopra la lunga veste nera, finiva di confessare gli uomini. Da due ore egli stava lì seduto, quasi immobile, nella luce tediosa di quella stanzuccia, nell'aria grave per tanti fiati misti al puzzo di moccolaia.
Una invincibile uggia abbatteva i suoi nervi; e il viso giovine, ancora fresco, dai lineamenti regolarissimi, appariva stirato, affranto: con dei lividori sotto ai piccoli occhi grigi, affondati, e intorno alla bocca tumida, sensuale. Alcune rughe precoci gli solcavano la fronte bianca; e la mano affilata, s'agitava per un moto nervoso nella schiacciante inoperosità. Nei movimenti del capo, il marchio sacerdotale luccicava come un disco d'avorio tra i folti capelli neri, nella luce filata che scendeva dalle alte finestre.
Di tratto in tratto, dopo di avere lungamente ascoltato, pronunciando appena le parole indispensabili, don Giorgio pareva preso da un grande interesse e si metteva a parlare con benevola effusione, curvandosi un poco sul penitente inginocchiato ai suoi piedi. Era la sua una eloquenza semplice e calda, alla portata di chi l'ascoltava: ispirata a una grande pietà. Dal pergamo o in confessione, le sue parole esprimevano quasi sempre un conforto, raramente un rimprovero. Ma egli sentiva l'inutilità del suo ardore; e una stanchezza mortale, uno sfiduciamento scettico s'impadronivano di tutto il suo essere, malgrado gli sforzi della volontà.
Nato in campagna, dotato di un corpo robusto, ricco di una esuberante giovinezza, don Giorgio soffriva specialmente della inoperosità materiale. Felice quando poteva maneggiare la zappa e la vanga nell'orto del presbitero; quando i doveri del suo stato lo portavano nel crudo inverno, o nella cocente estate, da una cascina all'altra, di paesello in paesello; per la campagna gelata o sotto al sole ardente. L'aria tepida della chiesa, impregnata d'incenso e di esalazioni umane, lo sfibrava. Aveva languori strani; subitanei incitamenti. Volta a volta, gli pareva che il sangue gli s'arrestasse nelle vene spegnendogli ogni forza, ogni vita; mentre l'istante appresso era un torrente precipitoso che minacciava di straripare.
Nessuno più adatto di questo prete per comprendere i difetti e i bisogni dei contadini; ma nessuno più convinto di lui, che a mettersi in testa di correggerli e di migliorarli, avrebbe perso tempo e fatica.
--Troppa miseria!--soleva dire scrollando le larghe spalle--e troppo densa, inveterata ignoranza!
Egli faceva tuttavia quanto poteva fare, chè la pietà rimaneva ardente in fondo al suo cuore.
I contadini, senza comprenderlo, gli volevano bene; e se scoprivano in lui qualche debolezza, la coprivano con la stessa indulgenza di cui egli era così largo verso di loro.
Da parecchi mesi, forse fin dalle prime settimane che l'avevano mandato a quella cura, nel maggio dell'anno avanti, la grande debolezza di don Giorgio Castellani era la Cristina Scaramelli, quella bella ragazza ardita e franca, capace di sentimenti e d'intuizioni superiori al suo stato. Per amore di lei, egli s'era preso al servizio il vecchio Marco, gran fannullone, capace di votargli la cantina piuttosto che badare alla casa e all'orto. Ma la Cristina andava di tratto in tratto a dare una mano al vecchio ubbriacone, e il giovane curato aveva il piacere di vederla. Non una parola, però, aveva rivelato l'ardore segreto; neppure un cenno. Le sue labbra avevano i sette mistici suggelli. Soltanto gli occhi parlavano audacemente, accesi dal fuoco dell'amore.
E Cristina intendeva il linguaggio di quegli occhi, perchè lei pure era trascinata da una forza ineluttabile. Nonostante, se qualcuno si permetteva uno scherzo troppo... campestre, una allusione un po' salace, ella si rivoltava tutta di un pezzo.
Don Giorgio?... Ma che!... Un santo era!...
E se la parola non bastava, il braccio robusto della lavoratrice si levava per sostenere nel modo più energico la santità dell'ideale amante.
* * *
Le otto sonavano all'orologio del vecchio campanile, e ancora don Giorgio confessava gli uomini.
Tre ore!
E ce ne voleva prima che la fosse finita!
Don Giorgio contava meccanicamente quelli che aspettavano. Ogni volta che ne aveva assolto uno, e un altro andava ad inginocchiarsi ai suoi piedi per narrargli, nel solito modo grossolano, i vecchi peccati triviali, le vecchie miserie, don Giorgio sentiva che le sue forze diminuivano e l'uggia cresceva. Le distrazioni lo assalivano accanitamente. Alzava gli occhi, spingeva lo sguardo fuori della sagrestia, nella chiesa, tra le donne inginocchiate, cercando la Cristina; ripensando tristamente alle cose ch'ella gli aveva dette in confessione la sera innanzi.
Oh! a quale cimento l'aveva messo!
--Voglio bene a uno--aveva detto tremando la giovane voce impregnata di lagrime, di cui egli sentiva il soffio caldo traverso la graticcia,--voglio bene a uno che non mi può sposare... E gli voglio tanto bene che non me ne importerebbe niente di essere sposata... Questo è un grave peccato, lo so... e lui non vorrà mai... è un santo lui... Per questo... perchè sono stanca di patire... ho fissato di andare via... in America...
Ella soffocava; le mancava la voce per la gran vergogna e il dolore, ma diceva, perchè voleva dire.
Dio di Dio! Che passione di non poterla stringere fra le braccia e baciarla sulla bocca mentre parlava!...
Eppure egli aveva avuto il feroce coraggio di dirle che avrebbe fatto benissimo a partire, che era il suo dovere, che Dio l'avrebbe ricompensata ridonandole la pace dell'anima!...
E intanto si sentiva ardere e gelare. Non aveva patito così dacchè era al mondo.
Tutta la notte poi senza chiudere occhio; tormentato da spasimi incredibili... E ora si sentiva le ossa come frantumate; la bocca amara di tossico; il cervello torpido.
Era umano, soffrire a quel modo?... Perchè Dio gli aveva dato quel temperamento?... Ah! il male era di avere vestito quell'abito! Non ci era Dio, nè santi. Si trattava di una povera figliuola che egli avrebbe disonorata...
Un altro pensiero sorgeva improvviso nel suo animo turbato: forse l'aveva già disonorata guardandola, tirandosela in casa... I contadini, che l'avevano indovinato--di questo era certo--non potevano supporre... ma che!...
Lo stimavano lo stesso, però, lo compativano, perchè era giovane e con quel temperamento!... Loro già accomodavano ogni cosa: la terra e il cielo.
E continuava a cercare la Cristina e ad assolvere i peccatori. Assolveva tutti; ora per un sentimento di pietà fraternevole, ora sbadatamente.
Ma dov'era la Cristina? Non si sarebbe presentata alla Comunione?... Egli le aveva detto che se pensava ancora al suo amore, se ne sognava nella notte, non avrebbe potuto accostarsi alla mensa del Signore... Perchè dirle di quelle cose, lui che pensava sempre al suo amore, che ne sognava a occhi aperti?... Ah, perchè?... Per la speranza non confessata, ma conscia, ch'ella ritornasse a confessarsi la mattina, a dirgli che aveva pianto, sognato, delirato... come lui stesso!...
--_Mea culpa... mea culpa..._ diceva con voce rotta un nuovo penitente inginocchiato ai suoi piedi.
Era un mingherlino, traballante sulle gambe, il viso bruciato, l'occhio spento: Marco Scaramelli, il padre di Maria e di Cristina.
Il prete gli conosceva i peccati dal primo all'ultimo.
--Anche ieri sera, sì, padre, signor curato... anche ieri sera!... Non posso trattenermi... non posso...
--Hai bevuto l'acquavite?...
--... Sì... Sono entrato dal tabaccaio... me l'hanno offerta...
--Dovresti almeno accontentarti del vino della mia cantina che bevi, di nascosto, oltre quello che ti do...
--Oh!... signor curato, creda...
--Ricordati che stai confessandoti... non commettere sacrilegio almeno.
E il confessore si mise ad ammonire quello sciagurato, un po' con le brusche, un po' con le buone, convinto di non ottenere nulla; chè quello avrebbe continuato a bruciarsi coi veleni alcoolici che i liquoristi vendono ai poveri diavoli.
E non faceva lo stesso lui?... Non si bruciava tutti i giorni con la sua passione?... Non si era bruciato fin dall'adolescenza fissando gli occhi concupiscenti su tutte le donne?... E ora che ne desiderava una sola, era peggio che mai!... sarebbe disceso irreparabilmente, sempre più giù... fino alla dannazione dell'anima... alla rovina di tutta la sua esistenza.
Un brivido gli corse per le vene; i suoi pensieri si concentrarono sopra un solo soggetto; dimenticò l'ubbriacone e le tristi considerazioni che gli aveva ispirato.
Aveva scorto la Cristina.
Era inginocchiata in terra presso al _Sepolcro_; il viso nelle mani, la testa curva, pareva annichilita.
Piangeva forse.
Don Giorgio sbrigò alla lesta il vecchio Scaramelli, assolvendolo con una indulgenza forse eccessiva--forse colpevole.
Presso alla Cristina, la moglie di Sandro pregava con intenso fervore.
--Ah!--pensò il curato--devo occuparmi anche di quella lì!... Cristina me l'ha raccomandata.
E cercò con gli occhi Sandro Rampoldi rimasto fra gli ultimi penitenti.
Un'altra colpa d'amore: un adulterio incestuoso! Caso purtroppo non raro tra campagnuoli.