Part 1
SIBILLA ALERAMO
TRASFIGURAZIONE
NOVELLA
R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI FIRENZE, Via Cavour 20
PROPRIETÀ LETTERARIA DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
Società per le Industrie Grafiche G. Spinelli & C. Firenze, Via S. Reparata 89
NOTA DELL'AUTRICE.
Questa novella — l'unica ch'io abbia scritta — comparve nel 1914 in un fascicolo della _Grande Illustrazione_ ora introvabile. Esce in questi giorni in Francia, in fondo al volume che contiene la traduzione del “Passaggio”[1] compiuta in modo mirabile da Pierre-Paul Plan, nobilissimo amico mio e dell'Italia. C'è fra i miei lettori fedeli qualcuno che non ha letto _Trasfigurazione_, e che scherzando m'ha chiesto se essa dovrà subire la sorte di quella tale opera di Diderot che venne ritradotta dal tedesco perchè l'originale francese era andato perduto. A rassicurarlo ecco questa edizioncina.
S. A.
[1] _Le Passage_ nella Collezione dei “Prosateurs Étrangers Modernes”, editori F. Riéder & C., Parigi, 1922.
TRASFIGURAZIONE
(LETTERA NON SPEDITA).
Sono io, sì. Voglio che parliamo un poco; bisogna che io parli, e che tu mi ascolti. Ti do del tu, sì. Da tante settimane non fai mentalmente lo stesso anche tu?
Da lontano tu hai pianto, a causa mia. Io ho saputo tutto. Proviamo ad aver coraggio, proviamo a parlare. Di', vuoi? Ti ricordi della mia faccia, dei miei occhi? Una volta mi dicesti che guardandomi ti sentivi diventare tanto serena. Adesso tremi, e io sono in volto bianca, come tu non mi hai mai veduta. Ma senti che sono forte, e che voglio anche tu lo sia? Bisogna che io ti scriva, e tu mi leggerai, piano. Piano, perchè soffrirai, com'io soffro. Ma io non ho paura, e perchè devi averla tu? Io so quello che faccio, ho esitato molto, ma adesso sono sicura nel mio cuore. E i miei occhi non sono cambiati dacchè non ci siamo più viste. Ascoltami. Prendi questi fogli e vai a leggerli nella tua stanza, o fuori, nei prati, ma che le bambine non vengano intanto a cercarti, nè altri. Dobbiamo essere sole. Sole: e l'anima tua vuol essere brava quanto l'anima mia, e la mia crede che la tua le sia uguale, e ti parla, da sorella a sorella.
È già un mese che tu hai pianto a causa mia. Io l'ho saputo parecchi giorni dopo. Tuo marito non mi ha scritto subito, e poi la sua lettera ha messo una settimana ad arrivare fin quassù. Egli mi ha detto anche che tu andavi già calmandoti, ch'era riuscito a rassicurarti. Dopo non mi ha più scritto altro di te: ma soltanto, una volta ancora, di sè, del dolore suo e del mio, ch'io anche gli ho detto.
Perchè noi, io e lui, soffriamo, ed è ciò prima di tutto che bisogna tu sappia, e bisogna che lo sappia da me, perchè egli non te lo può dire. A me, sì, può dire il suo dolore. Con te non osa. Non può sopportare che tu pianga, gli fa troppo male. E soffre in silenzio e ti inganna, pur che tu non pianga.
Non tremare, guardami ancora negli occhi, sta' qui ferma. Qui siamo io e te, e il tuo cuore pare ti si spezzi, lo so, ma anche il mio, sentilo, e se tu mi guardi dimentichi il tuo male per il mio, così com'io ho pietà di te più forse che di me.... Soffriamo vicine, ecco, non fuggiamo. Siamo due donne. Io sono maggiore di te, di quasi dieci anni, sono maggiore un poco anche di tuo marito, e tutta la mia vita è stata di patimento, tu lo sai. Sai che ho patito tanto più di te, e che tuttavia sono ancora forte e ho uno sguardo che dà coraggio e insieme dolcezza alle donne più giovani di me. Questo deve bastare per non farti fuggire, adesso. Sono gli uomini che hanno paura delle lagrime, che credono le donne incapaci di sostenere la verità che fa soffrire. E io anche avevo pensato dapprima a te come a una povera bimba con cui si deve tacere, che deve esser risparmiata anche a costo di mentire....
Tuo marito ti vuol bene. Se te lo dico io, ora che ti ho già detto che voglio tu sia capace di saper tutta la verità, puoi credermi. Ti vuol bene, gli sei cara, come son care a te le tue bambine, guarda, che ti posso dir di più? Io ho saputo la misura del suo amore per te la prima volta che vi ho veduti vicini, proprio come non ci si sbaglia quando si vede una madre sorridere al figlio. Ma non abbiam mai molto parlato di te. Mi ha detto che t'amava, sempre allo stesso modo. Anche l'ultimo giorno che siamo stati insieme, io e lui.
E l'ha ripetuto anche a te, quando tu hai tanto pianto per quella lettera mia ch'egli non ha voluto farti leggere, ch'egli ha strappata piuttosto che darti, quella lettera che ti ha confitto in cuore il sospetto che io e lui ci amassimo, o almeno cominciassimo ad amarci, a parlarci da lontano più che da amici. Che cosa poteva dirti per rassicurarti, se non che egli ti ama, e fartelo sentire, con tutto l'impeto della sua pietà e della sua pena? Pietà per te e per noi, pena per il tuo dolore di quel giorno e di quella notte e per il dolore suo e mio di chissà quanto tempo. Ma egli ti parlava solamente di te, di quel che sei stata per lui e potrai essere ancora. E tu lo ascoltavi avida fra il pianto sempre meno violento, fin che gli riposasti sul cuore, nevvero? Oh, egli non m'ha raccontato questo, sta' tranquilla: ma io so. Egli m'ha scritto che hai sofferto e che ha avuto tanta compassione di te....
E m'ha scritto....
Aspetta. Vedi bene che anch'io devo farmi forza, che anche a me l'affanno strozza la gola. Tu non sapevi ch'io amassi tuo marito tanto, vero? E adesso mi guardi con terrore, perchè comprendi, incominci a capire un poco.... Sì, sto male, non so se sto più male di te.... Ma non piango, ecco, e tu, non è forse vero che tu ti senti già un'altra, come se fossero passati degli anni su di te in pochi minuti, e mi dici di continuare, che nonostante il terrore ti senti capace adesso di sapere tutto, e capisci che di dolore non si muore, adesso che mi vedi? E sei gelosa, non del mio amore, ma del mio dolore, in questo momento.... Non vorresti che io soffrissi tanto, per lui, più di quel che hai sofferto tu, lo senti.
Eppure non è per mostrarti il mio spasimo che mi son mossa. E non credere di averlo misurato, sai? Neanch'io potrei dire quanto esso sia grande, come vada giù, giù, nelle radici mie più vive. Ma smetti di guardarmi così, come se volessi prendertelo tu: non posso dartelo, è mio, è nel mio sangue, è nel mio respiro, non posso fartene dono, di questo, non posso sacrificartelo.
Non muoio, non temere. Sono sempre io, quella di cui tuo marito ti parlava quest'inverno con rispetto, e che tu, tutte le volte che ci siamo incontrate, salutavi timida eppur con fiducia. Pensiamo un momento a quel tempo. Lo so che tu hai sofferto anche per questo ricordo, perchè avevi avuto per me una silenziosa tenerezza, perchè ti aveva fatto bene al cuore il mio sorriso, perchè avevi sentito ch'ero sincera interessandomi con semplicità alla tua semplice vita. Le bambine ripetevano il mio nome, nella vostra piccola casa. Tutto ciò era nuovo, era inatteso, ma appariva anche tanto naturale, ricordi? Di', non era forse stato il medesimo senso, sebben tanto più forte, che t'aveva colto quando fosti amata e sposata, tu piccola oscura operaia, da lui artista, celebre, grande? Come da lui allora, tu ti sei sentita quest'inverno compresa da me, senza che niente di me potesse offendere od umiliare la tua anima. Forse non te lo sei detto: ma è stato come se tuo marito avesse riconosciuto in me d'improvviso una sorella perduta quand'era ancor bimbo, e che non sperava più ritrovare. Egli è di poche parole, non dice la sua gioia come non dice la sua tristezza. Ma tu hai visto ch'era contento. E lo sei stata anche tu. Lo siamo stati tutti e tre, per qualche mese, silenziosamente, senza quasi pensarvi. Io avevo i miei antichi tormenti. Niente era mutato per nessuno, solo c'era nei cuori come un poco più di caldo, un poco più di vita....
Quando tu sei partita per la campagna, ti ho baciata sulla fronte.
Quando tuo marito è tornato in città è stato qualche giorno ammalato: poi è venuto a trovarmi come prima. Poi è ripartito, per riveder te e le bimbe, è tornato di nuovo, ci siamo di nuovo rivisti qualche volta, da me o in strada. Tutto questo egli te l'ha detto. Ma non ti ha detto che ogni volta rivedendoci ci sentivamo più inquieti e nello stesso tempo come più persuasi, persuasi d'ogni minuto che scorreva tra noi, che non avremmo voluto mai diverso. Un giorno egli m'ha teso le sue due mani e io le ho tenute un minuto nelle mie. Dopo è scomparso, siamo stati settimane e settimane lontani, senza notizie l'uno dell'altro. Ma per tutto quel tempo era come se io tenessi sempre le sue mani fra le mie. Ci siamo ritrovati, finalmente, quando mancavan pochi giorni alla mia partenza; egli tremava un poco; io, non so, perchè sentivo soltanto il tremor suo. Gli ho preso, piano, la testa, e l'ho posata sul mio petto. Si è calmato. M'ha sorriso.
Che vuoi sapere di più? Che cosa ti può importare tutto il resto? Piangi, piangi, e taci, creatura, che anch'io piango nel mio cuore, anche per te, sai, anche per te....
Ma non per le tue lagrime soffro, nè per le mie. Anche le lagrime più brucianti hanno qualcosa di santo che ce le fa care. Non soffro di vederti piangere; non è contrario alla vita il pianto. Soffro perchè sento che la vita continua di là da queste lagrime tue e mie, e perchè non so se c'è in noi il potere di continuare ad amarla, ad amarla nell'uomo per cui piangiamo....
Mi puoi comprendere? Asciuga gli occhi, guardami, cerca di ascoltare come se non fossi io a parlare, io che ti ho fatto del male, ma una che non conosci, e che ti tien stretta per i polsi, e ha una voce ferma, che ti entra chiara nel cervello. Capisci perchè sono qui? Non per l'orribile gusto di straziarti. Non per farti impazzire. Non perchè sia pazza io. Se ho tanto pianto, in tutti questi giorni, ho anche tanto pensato. E pensato cose che bisogna tu senta, che tu devi sentire e capire, se è vero che ami come io amo.
Perchè non si tratta del nostro dolore, più. Si tratta del nostro amore, si tratta di lui, dell'uomo che amiamo. Non siamo solamente io e te a soffrire. C'è lui, lo sai?
Come l'hai amato tu, fin qui? L'hai amato perchè ti amava, e perchè ha fatto divenire la tua vita una cosa buona e dolce. Perchè è sempre stato verso te buono e dolce, anche quand'era triste, no?
Ma per tutto quello ch'egli ti ha dato, per tutto ciò che, egli solo, ti ha insegnato, per quella sua tenerezza mesta, per quelle sue lunghe ore di silenzio che tu hai imparato a rispettare, come il bambino impara da solo a rispettare le grandi chiese deserte, per la luce pensosa che le tue figliole non avrebbero nello sguardo se non fossero nate dal suo amore, di', di', non t'ha mai oppresso il cuore un desiderio disperato di saperlo felice, più felice di quel che tu non potessi renderlo, un desiderio di dargli più che il tuo sorriso e il tuo bacio e la tua fedeltà, un desiderio di morire per lui, di sapere che la tua morte potrebbe far più grande la sua vita?
No, forse no.
E non hai mai desiderato ch'egli ti chiedesse, non di morire, che sarebbe stato ancor poco, ma di vivere lontana da lui, per lui? Ch'egli te lo chiedesse, per una necessità della sua vita, che tu neppure potessi comprendere? Non hai mai sognato ch'egli ti offrisse di provargli così il tuo amore? Anche senza chiedertelo, ma che tu indovinassi, e partissi?
Hai creduto proprio che il tuo sorriso e il tuo bacio e la tua fedeltà fossero quanto di meglio avevi a dargli, fossero sufficienti per sempre a ricambiarlo di ciò ch'egli t'ha donato? Così l'hai amato, tranquilla nel pensiero di bastargli per sempre, senza struggerti nella certezza di non poter essere per lui tutto l'universo?
Tu vedevi ch'egli aveva i suoi libri, la sua musica, qualche amico; vedevi che accarezzava i capelli e gli occhi delle figliolette con mano più leggera e più tenera anche della tua. Eri tranquilla!
Così voleva lui, lo so.
Senti, che adesso ti dico la cosa più crudele, ciò che tu non hai mai sospettato in tutti gli anni del vostro matrimonio. Egli ti ha sposata perchè era stanco della vita, perchè voleva la pace, la pace che è un principio di morte.
Non ti ingiurio. Tu eri un cuore innocente, che cosa potevi sapere? E anche adesso, dopo tanto tempo che gli respiri accanto, che cosa sai di quello che è la vita e di quello che è la morte? Ah, ch'egli si è ben guardato dall'insegnarti questo!
E forse neppur lui sa quanto è stato colpevole verso te. Forse neppure nella cupa volontà di sacrificio che adesso lo preme, c'è l'esatta coscienza della sua colpa antica.
Ma noi lo amiamo, e lo assolviamo.
Tu hai amato la bontà del suo cuore. Io ho amato il dolore dell'anima sua, la tenacia con cui l'anima sua sa soffrire, anche quando è nell'errore.
Non c'è stato un giorno della sua vita, io credo, in cui egli non abbia sofferto.
Anche quando tu l'hai innamorato, lui così triste e scontroso e non bello, anche il giorno delle vostre nozze, non illuderti.
Pativa da solo, era solo con la sua pena, non ne parlava a nessuno.
Neanche a me ne ha parlato. Ma ha sentito che il suo dolore io l'abbracciavo, tutto, in silenzio anch'io.
Siamo stati felici per questo! Qualche ora, qualche giorno, d'una felicità ch'era destino noi conoscessimo soltanto l'uno per l'altro, dolorosa e meravigliosa come la vita.
Egli non credeva, prima d'incontrarmi, che una donna potesse amare la vita, la vita intera, la vita qual'è, grande e tremenda. E scoprendo questa potenza nell'anima mia, egli è come una seconda volta nato, per godere e per combattere, per conoscere e per cantare.
Io non lo accarezzavo perchè si addormentasse, perchè dimenticasse d'esser uomo, uomo e fanciullo, con una musica inesprimibile in petto, col tormentoso istinto di crescere senza mai tregua, e con la perpetua visione dell'ora estrema, forse imminente, forse ancor tanto lontana, oltre la quale l'anima non può più ingrandire.
La mia carezza gli diceva che il suo stesso tormento era in me, la mia carezza aveva lo stesso spasimo intenso della sua musica, suscitava nel suo petto, assieme alla gioia assieme al dolce delirio assieme anche alla voluttà, sì, tutte le voci dell'infinito; ed egli sentiva che quelle voci echeggiavano anche in me, e se cercava i miei occhi li trovava grandi aperti, e vi vedeva raggiare, io lo so, un'attesa profonda. La morte, la morte! Poteva giungere la morte, mentre noi ci baciavamo, e avrebbe trovato le nostre anime sveglie, senza paura e senza rimorsi e senza rimpianti: vivi ci avrebbe trovati, intenti e belli, e non saremmo fuggiti!
Senti, senti, se tu lo ami non maledire ciò che è avvenuto.
Egli ha messo le sue mani nelle mie, egli ha guardato dentro i miei occhi, ha ascoltato battere il mio cuore nella notte, e per la prima volta dacchè era uomo, per la prima volta, intendi, ha compreso che cos'è l'amore, ha sentito nell'amore esaltare tutto il proprio essere, e le sue mani e i suoi occhi e il suo petto gli son apparsi sacri quanto l'anima sua. Un sacramento è stato il nostro abbraccio.
E tu non maledire.
Lo ami ancora, non è vero?
Non pensi più a me, lo vedo, non è per quel ch'è avvenuto fra me e lui che adesso singhiozzi piano, con una desolazione che ti pare non debba aver mai più fine.
Guardi nel passato, che d'un colpo ti si è fatto tanto più lontano. Guardi lontano. Sì, è allora ch'egli t'ha ingannato, che ti ha tradito; quando ti ha detto che lo facevi felice, e non era vero; quando ti baciava e tu credevi ti baciasse per la gioia di vivere, per ringraziare la vita, fiero d'esser uomo e creatore, ed invece egli si sentiva nell'intimo una cosa spregevole, una cosa vile.... Baciava la tua bocca, abbracciava il tuo corpo, come chi è preso dalla vertigine, e non ha più coscienza: come chi precipita nel nulla. Non disprezzava te, intendimi, ma se stesso, per quel piacere che il suo corpo godeva e che non gli toccava l'anima, a cui l'anima sua non partecipava. Pure ti voleva bene. Ma questo era anche più atroce. Perchè ti voleva bene come ad una piccola dolce bambina, a una creaturina cui si rivolgono parolette senza senso, care moine e sorrisi inteneriti, ma che non capisce ancora il nostro linguaggio....
E tu non capivi, invero, non capivi il suo silenzio. Non perchè tu fossi una bimba. Ma perchè la tua anima aveva fede nell'uomo che ti aveva raccolta. Innocente eri, ma non bimba: donna, e il tuo amore era semplice, ma intero e puro.
Egli non ti ha mai detto nulla, tu non potevi indovinare.
Perdonalo, sai!
La sua colpa egli l'ha espiata.
Tu lo ami ancora, tu lo ami lo stesso, ora che lo vedi tanto diverso da quello che credevi, è vero?
Senti anche tu che la vita continua, malgrado tutto il tuo dolore?
Ma ti trovi stanca, vorresti che io tacessi, nascondi il capo fra le mani, vorresti un sonno lungo, un sonno di anni e anni.... Non è una delle tue piccine che, quando qualcosa la fa soffrire, grida fra il pianto: “Ho sonno, ho sonno!” e va da sola a gettarsi sul suo letticciuolo?
Chiudi gli occhi, ma pensa. Tu non puoi sentirti sola come si sente in quei momenti la tua piccola. Tu sai che tutto intorno a te continua a vivere. Pensa a lui, che ami ancora. Pensa che quando egli ti ha incontrata, tanto tempo fa, era molto più stanco di quel che tu ti senta adesso. Non aveva ancora trent'anni, aveva già conquistato una prima cima alla sua arte, il mondo gli aveva dato la gloria: ma al suo cuore non ne era venuta nè dolcezza nè esaltazione. Pensa a lui con amore, amalo per quella cupa e fredda angoscia che la sua giovinezza e il suo genio non valsero a vincere allora, che gli fece desiderare la morte, e poi, il giorno in cui i tuoi occhi gli brillarono dinanzi ridenti, si tramutò in disperata bramosia d'oblio. Sai? Gli uomini, anche i più grandi, si stancano più facilmente che noi della vita, disperano della vita più facilmente che noi. E sempre, sai, le donne sono state per gli uomini come inerti tronchi ai naufraghi, cose che si afferrano nell'ora orrenda in cui soltanto più l'istinto sospinge. Ma cerchiamo, cerchiamo di vedere se non c'è un disegno nascosto in questo destino. Cerchiamolo noi, che amiamo, che amiamo anche quando come adesso siamo così stanche, così ferite. Guarda: io voglio benedire nonostante tutto l'ora in cui voi due v'incontraste, voglio benedire quello che so essere stato in lui errore e colpa. Egli forse non aveva più la forza di proseguire, egli forse si sarebbe ucciso, ucciso nel corpo oltre che nell'anima. È vissuto. Con l'anima sepolta, ma che importa, se presto o tardi essa doveva risorgere, rinnovata? La vita è grande, la vita è miracolosa. Sentilo anche tu, dillo anche tu. Anche nel tuo cuore qualcosa si trasfigura in questo momento! Tu pure ti senti assolta, non sai ancora chiaramente da quale peccato, e sebbene io ti abbia detto che sei stata innocente. È così. Tu hai ugualmente da sopportare una tua parte di patimenti, per tutta la felicità che godesti e che non t'eri conquistata col tuo sangue, che era sopraggiunta come un premio a te cui nulla ancora la vita aveva chiesto. Non è vero che la vita sia ingiusta. Ma la sua giustizia è più alta e più silenziosa di quella degli uomini. E c'è tanta misericordia nella sua fierezza. Essa ci vuole forti, ci vuole infaticabili. Non soltanto vuole che ci guadagnamo il pane col sudore della nostra fronte, ma che si accettino tante ore di tenebre quante sono le ore di luce. Tutti i suoi doni più meravigliosi, l'amore, la bellezza, il genio, vuole che noi li paghiamo, ed è giusto, ed è giusto. Ella non è mai inerte, non è mai vuota. E se noi non riconosciamo la grandezza della sua legge, siamo pari a quelle piccole vili femmine che dopo un primo figlio, dopo lo strappo e lo strazio subìto dalle loro viscere in una prima maternità si rifiutano a procrearne ancora....
Di', tu, non è vero che ogni nuova creatura vale che si soffrano i dolori del parto?
Anch'io sono stata mamma. Mio figlio l'ho perduto.
Vieni qui, metti un momento la tua mano sulla mia fronte.
Siamo due donne, siamo due madri.
Stiamo un poco in silenzio.
Che cosa hai pensato?
Non è miracoloso che tu abbia pensato a me, soltanto a me e alla mia sorte per qualche minuto?
E adesso ti sembra d'esser qui sul mio cuore, e piangi, di un pianto che trovi santo....
Ti ricorderai?
In tutto questo tempo di strazio orribile, per resistere alla minaccia della follìa, per non cedere alla tentazione spasmodica di buttarmi a terra e di lacerarmi il volto, oppure di fuggire nella notte e di andar a frangermi contro le rupi, io mi ripetevo, a mani giunte, così come una volta si pregava: “Ma egli è vivo.... La felicità è ch'egli sia vivo.... S'io ricevessi domani l'annuncio della sua morte, io ripenserei a queste ore in cui egli era ancor vivo, sebben lontano, sebben non mio, come ad una felicità immensa.... Egli è vivo. E potrebbe anche lui esser più sventurato ancora di quel ch'è. Se le sue bambine si ammalassero, se sua moglie si uccidesse. Egli ha bisogno della loro vita. Ha bisogno anche della mia, sebben abbia rinunciato a me. Mi ha scritto che ha bisogno della mia forza, che ha bisogno di sapere che c'è, sia pur lontano, qualcuno ch'è più forte di lui, qualcuno che resiste a un dolore più grande del suo....”
Per ogni ora di luce un'ora di tenebra....
Poche ore raggianti io m'ebbi, e queste buie sono tante, tante. Non importa. So di gente che fu beata per lunghi anni, e quando cominciò il sole a declinare lo maledì. Non io, non io.
È giusto ch'io sia la più sciagurata, se sono la più forte. Non ho bimbi, non ho compagno, non ho casa, sono sola. È giusto che il sacrificio si chieda a me, che ho già dato da tanto tempo prova di saper sopportare qualunque crudeltà della sorte. Non importa che chi mi ha amato abbia sentito come sia avido il mio cuore di dolcezza, e com'io sia fatta per la gioia, per dare e ricevere gioia. Io ho saputo altre volte abbandonare volontariamente i beni più cari, io ho perfino fatto come il lupo che si strappa amputato dalla tagliola: tocca ancora a me d'essere la più brava....
Non sono impazzita: vivrò.
Ci eravamo staccati, dopo quei pochi giorni — una settimana soltanto — senza nulla prometterci, senza aver parlato del tempo a venire. Non una parola. Tanta era stata la felicità di amarci, di guardarci, di trasmetterci interi: in poche ore, ma incisa per tutta la vita. Non cercare tu di spiegarti questo ch'è un mistero abbagliante anche per me, anche per lui. Io ti posso dire soltanto che non gli ho chiesto nulla, che nulla ho aspettato, e che credo anch'egli non abbia neppur un istante pensato ad offrirmi di partir con me, subito o più tardi, di non lasciarmi allontanar sola. Credo che vagamente noi sentissimo che nulla era cambiato intorno: il miracolo consisteva tutto nel saluto delle nostre due anime: bisognava lasciarsene avvolgere, come abbiam fatto, in silenzio.
Ma quando io me ne sono andata, come avevo prima di quei giorni stabilito, ed egli è tornato da te; quando ci siamo scambiati l'ultimo sguardo; io non ho avuto lagrime e non ho sofferto: viveva sotto il cielo la pianta del nostro amore, ed io la vedevo, vedevo ch'era di quelle che crescono alte per sfidare la folgore.
Tu pensi che m'ingannavo?
Perchè dopo pochi altri giorni, tornato da te, tuo marito ha avuto pietà del tuo terrore, e mi ha supplicato di non scrivergli più. Perchè tu hai sentito che gli sei cara, che troppo gli fa male vederti soffrire, vero? E pensi che ha potuto invece dare a me, lontana e sola, tanto dolore, senza esitare.
Anch'io mi son detto questo, nei momenti di maggior spasimo. Sono donna anch'io. Vuoi ti confessi che mi sono ficcata le unghie nel collo in quei momenti, pensando al legame che unisce le sue fibre alle tue? E ho avuto disgusto di questo mio povero corpo che pur tanti hanno desiderato, disgusto e odio per questo carcame che non ha saputo avvinghiarsi al suo e non più lasciarlo....