Part 6
Addensa pure, o Giove, nei tuoi cieli le nuvole tenebrose, e come il fanciullo che tronca stizzoso le cime de' cardi, percuoti superbo col tuo fulmine le quercie e i lauri de' monti. — Tu non offenderai la terra nè la capanna mia, nè il mio focolare per la fiamma del quale tu mi porti invidia. — Chi di voi più infelice trae la vita sotto il sole, o Celesti? Voi parcamente alimentate la vostra maestà con tributo di sacrifici ed aneliti di preghiera, e forse vi mancherebbe anche questo ove i fanciulli e i miseri non fossero pazzi pieni di speranze. — E quando io era fanciullo, e le tenebre della ignoranza mi velavano lo intelletto, volgeva spaventato lo sguardo al firmamento, come se quivi albergasse un orecchio pietoso per ascoltare i miei gemiti, od un cuore come il mio, che palpitasse di pietà per l'oppresso infelice. Chi mi sovvenne contro gl'insulti dei Titani? — Chi mi scampò da morte? — Chi mi redense dal servaggio? — Cuore santamente infiammato, non hai da te stesso tutto compiuto? E tu, o cuore, che comunque tradito ardi di giovinezza e di virtù, ti abbasserai a rendere grazie al dormente dei cieli? — Onorarti io? e perchè? Alleggeristi tu mai il dolore della sventura? Asciugasti tu mai le lacrime dello afflitto? Non mi formarono uomo l'onnipossente Tempo e lo eterno Destino, soltanto miei signori e tuoi? — Tu forse pensasti che odierei la vita, e fuggirei nella solitudine, perchè non maturano i fiori de' miei sogni? — Ma t'ingannasti, o Giove: qui sto, e formo uomini a mia similitudine; una stirpe a me uguale, che soffra e goda, che si rallegri e pianga, e ti maledica come io ti maledico.
IL BANNO DI CROAZIA.
CANTO SLAVO.
Ci era una volta un Banno nella Croazia, cieco dall'occhio diritto e sordo dall'orecchio sinistro: e con l'occhio diritto guardava la miseria del suo popolo, coll'orecchio sinistro ascoltava le querimonie dei vaivodi; e chi possedeva copia di sostanza era accusato, e chi accusato moriva: così fece mozzare il capo a Umanai bei e al vaivoda Zambolic, e s'impadronì dei loro tesori. Dio alla per fine corrucciato dei suoi tanti delitti, mandò i fantasimi a tormentarlo ne' sogni; e tutte le notti appiè del letto egli vedeva su dritti Umanai e Zambolic che stavano a guardarlo fissamente con occhi spenti e lividi. All'ora poi in cui le stelle cominciano a impallidire, e il cielo si tinge in leggerissimo vermiglio dalla plaga di Oriente, cosa spaventevole a raccontarsi, i due fantasimi s'inchinavano quasi a salutarlo per ischerno, e i capi loro squilibrati cadevano e rotolavano giù pel tappeto. Allora il Banno poteva dormire. — Certa notte, notte fredda d'inverno, Umanai parlò e disse: — «Da gran tempo noi ti salutiamo; perchè non ci ricambi il saluto?» Allora il Banno si levò tutto tremante, e mentre s'inchinava per salutare, la testa gli cadde e rotolò sul tappeto.
EIUDUCO MORIBONDO.
CANTO SLAVO.
A me, antica aquila bianca... a me... io sono Gabriello Zapol, che ti ha nudrito sovente con la carne dei Panduri miei nemici. Io sono ferito; — mi sento morire, ma prima di dare ai tuoi aquilotti il mio cuore, il mio gran cuore, rendimi, ti prego, un buono ufficio. Prendi nei tuoi artigli il mio zaino vuoto e portalo a Giorgio mio fratello perchè mi vendichi. Nel mio zaino erano dodici cartocci, e tu vedi là dodici Panduri distesi morti intorno a me; ma ne vennero tredici, e il tredicesimo, il codardo Botzai, mi percosse alle spalle. Prendi, antica aquila bianca, nei tuoi artigli questo lino ricamato, e portalo alla bella Kava perchè mi pianga. — E l'aquila portò lo zaino vuoto al fratello Giorgio, e lo rinvenne ebbro di acqua arzente; e portò il lino ricamato alla bella Kava, e la incontrò che andava a nozze con Botzai.
L'AFFOGATO.
CANTO RUSSO.
I figliuoli accorsero nella Isba, e con altissime strida chiamavano il padre: — «Babbo! babbo! vieni presto, vieni! Le nostre reti hanno pescato un morto!» — «Che diavolo strillate?» brontolò il padre fra i denti; «tristi demoni, ve lo darò io il morto se non vi acquietate! Volete far venire il giudice co' vostri urli? Non sapete che incappati una volta nelle sue mani, per uscirne ci vuole un secolo? Basta, andiamo a vedere: moglie, dammi il kaftano. —
«Or dov'è il morto?»
«Eccolo là, babbo, eccolo là...»
Ed invero sopra la spiaggia ove sta distesa la rete umida un morto giace per l'arena; disformato tutto, e gonfio in molto orribile maniera quel corpo apparisce in gran parte turchino. — Chi sarà mai? Uno sciagurato che per disperazione abbia mandato male la sua anima colpevole, o un pescatore sopraffatto dai marosi, o un improvvido mercadante spogliato dai ladri? — E tutto questo che cosa importa allo schiavo? Egli non ne prende cura; — solo guarda dintorno se alcuno l'osserva, e senza perdere un momento l'afferra pei piedi e lo rigetta nel mare; e poichè il cadavere galleggiante torna del continuo verso la ripida spiaggia, egli lo respinge col remo finchè non lo ha cacciato nel filo della corrente per andarsene altrove a trovare in luogo più caritatevole e più santo una tomba e una croce!
Per lungo tempo ancora il morto apparisce sopra le acque: per lungo tempo ancora lo schiavo sbigottito di vederlo agitare come un vivo lo seguita con gli occhi: alla fine egli riprende il cammino della Isba.
«Andiancene via, cani,» disse ai figliuoli; «seguitatemi: se saprete tacere intorno al caso, io vi prometto un kalatach; ma se lasciate sfuggirvi una parola, io vi busserò di santa ragione.»
Declinando il giorno il tempo si messe alla burrasca, e il mare rotolò grossissimi cavalloni, siccome avviene quando la tempesta è imminente. La _tutchina_ nella capanna affumicata dello schiavo prossima a consumarsi tramanda pallida luce. I figliuoli dormono profondamente. La moglie sta in dormiveglia, lusingata da sogni piacevoli, e lo schiavo si corica presso al focolare. La procella imperversa e mugghia terribile. — Ascoltate! Qualcheduno batte alla finestra. —
«Chi è là?»
«Maestro, lasciami entrare.»
«Che ci è egli di nuovo? Perchè vieni a vagare qui intorno? Il diavolo ti mena, ed io non so che cosa farmi di te. Qui nella mia Isba fa buio, e per te non ci è luogo: vattene via.»
Però lo schiavo curioso con mano indolente schiuse alcun poco la finestra. — La luna trapelò un istante tra due nuvoli neri, ed egli vide.... che cosa mai vide? — Un uomo ignudo, con le pupille fisse e inanimate, la barba stillante acqua, il corpo sventrato, con granchi neri che si arrampicavano sopra le viscere!
Rimane immobile lo schiavo; il sangue gli si gela dentro, le mani suo malgrado gli cascano giù penzoloni: poi gli dà coraggio il terrore, e chiude con impeto la finestra perchè ha riconosciuto lo ignudo suo ospite.
«Tu possa crepare!» mormora lo schiavo tremante; i pensieri in mente gli si confondono così da diventarne matto. Tutta la notte abbrividisce, e per tutta la notte sente picchiare alla finestra e alla porta.
E sapete voi quale storia funesta si è sparsa tra il popolo? Affermano che tutti gli anni in cotesto giorno da quel tempo in poi lo sciagurato schiavo attende il suo ospite. Il tempo la mattina diventa fosco, la notte la procella infuria spaventevole, e l'affogato picchia e ripicchia ostinatamente alla porta.
EPITAFFIO DANESE.
Mamma mia, non piangere: le tue lacrime mi hanno bagnato la camicina; i tuoi sospiri non mi lasciano dormire dentro la fossa. — Mamma, chetati, e non mi svegliare.
LA PERLA DI TOLEDO.
CANZONE SPAGNUOLA.
Chi mi dirà se il sole sia più maestoso quando si leva o quando tramonta? Chi mi dirà se il più vago degli alberi sia il mandorlo o l'olivo? — Chi mi dirà chi valga più nella guerra, il Valenzese o l'Andalusiano? Chi mi dirà qual sia la più bella delle femmine?
Ve lo dirò io qual'è la femmina più bella. Ella è Aurora di Vargas, la Perla di Toledo.
Tuzani il Moro ha chiesto lancia e pavese: con la mano diritta tiene la lancia, il pavese pende dal suo collo: sceso nella scuderia esamina diligentemente le sue quaranta cavalle una dopo l'altra, e poi dice: «Beria è la più vigorosa; sopra la sua larga groppa io porterò la Perla di Toledo, o per Allah Cordova non mi vedrà mai più.»
Egli parte, cavalca forte, e arriva a Toledo. Un vecchio gli occorre presso Zaratin: — «Vecchio dalla barba bianca, porta questa lettera a Don Guitterez, — a Don Guitterez Saldaña. Se costui è cavaliere, verrà alla fontana di Almami: ad uno di noi dee rimanere la Perla di Toledo.»
E il vecchio ha presa la lettera, l'ha presa, e l'ha portata al conte di Saldaña mentre questi giuocava a scacchi con la Perla di Toledo. Il conte ha letto la lettera, ha letto la lettera, e con la mano percosse così forte la tavola che tutti i pezzi degli scacchi saltarono all'aria e si rovesciarono. — Egli si leva, e chiede la lancia e il poderoso cavallo, e la Perla eziandio si leva tremante, perchè conosce il cavaliere apparecchiarsi alla battaglia.
«Signore Guitterez, Don Guitterez di Saldaña, rimanete, vi prego, e continuate a giuocare con me.»
«Io non giuocherò più a scacchi; — io voglio giuocare il giuoco delle lancie alla fontana di Almami.»
E i pianti di Aurora non valsero a trattenerlo, perchè chi può trattenere il prestante cavaliere quando s'incammina al duello? La Perla di Toledo tolse allora la mantiglia, e montata sopra la mula si condusse alla fontana di Almami.
La erba intorno alla fontana è rossa, l'acqua della fontana anch'essa è rossa; ma l'erba e l'acqua della fontana non si fecero rosse di sangue cristiano. Il Moro Tuzani giace bocconi: la lancia di Don Guitterez si ruppe nel petto; tutto il suo sangue trabocca fuori dalla piaga. La cavalla Beria lo guarda piangendo, perchè non può guarire la ferita del suo signore.
La Perla scende dalla mula: — «Cavaliere, fate animo,» gli dice; «la vita può bastarvi ancora per qualche bella Moresca. La mia mano sa guarire le ferite che fa il mio cavaliere.»
«O Perla tanto candida, o Perla così bella, cavami fuori dal seno questo troncone di lancia che mi strazia: il freddo dello acciaio mi gela e m'intirizzisce.»
La Perla improvvida si avvicina: egli rianima le sue forze, e col taglio della spada fende quel bel viso di amore.
AMALIA.
DA SCHILLER.
Egli era bello come un angiolo voluttuoso del Wahlalla; bello fra tutti i giovani. Il suo sguardo era di una dolcezza celeste, simile a un raggio di sole di primavera, ripercossa dallo azzurro specchio del mare. I suoi baci..... come due fiamme si affratellano, come tocchi di arpa simultaneamente suonano e formano armonia divina: così si precipitarono, volarono, s'immedesimarono spirito e spirito, le labbra tremarono, le guancie arsero, l'anima si versò nell'anima, — terra e cielo, come distrutti, nuotarono intorno agli amanti. Egli non è più. Invano, ohimè! invano lo seguì anelante l'angoscioso sospiro. Egli non è più, ed ogni piacere della vita dolorosamente si esala in un perduto sospiro!
LE ANTICHITÀ A PARIGI.
DA SCHILLER.
Con la violenza delle armi involi e trasporti pure il Francese su le rive della Senna quanto l'Arte di Grecia e d'Italia ha creato, e in pomposi Musei mostri alla maravigliata patria i trofei della sua vittoria: muti gli saranno eternamente, giammai dalle basi gli parleranno parola di vita. Possiede unicamente le Muse chi le porta, e le sente: — al Vandalo sono pietra.
NOTE:
[1] _Pag._ 357. — Il seguente poema si fonda sopra un'avventura mentovata nelle _Antichità della casa di Brunswick_ scritte per Gibbon. — Io già prevedo che in questi tempi la delicatezza, o il fastidio del lettore, stimeranno siffatti soggetti siccome poco convenevoli alla poesia: i drammatici greci, e molti dei migliori nostri antichi scrittori inglesi, pensarono diversamente; e in tempi più prossimi di là dal mare, Alfieri e Schiller. Il caso seguente chiarirà i fatti su i quali la storia si avvolge. Soltanto al nome di Niccola sostituimmo quello di Azo, perchè più poetico. «Sotto il reggimento di Niccola III, Ferrara fu contaminata da domestica strage. Pel testimonio di una fante, e per le proprie osservazioni, il marchese d'Este scoperse gli amori incestuosi di sua moglie Parisina e di Ugo suo figliuol naturale, leggiadro e valoroso giovane. Ambedue ebbero la testa mozza in castello per sentenza di un padre e di un marito che pubblicò la sua vergogna, e sopravvisse alla costoro morte. Lui misero se furono colpevoli, lui miserissimo se innocenti! Non v'è caso al mondo nel quale io possa approvare l'ultimo atto di giustizia di un padre.» Gibbon's _Miscellaneous Works_.
[2] _Pag. ivi._ — I versi contenuti nella Sezione II furono poco dopo stampati come se fossero per musica: ma appartengono al poema nel quale compariscono, per la più parte composto avanti Lara, e gli altri poemi pubblicati dopo.
[3] _Pag._ 370. — «E questo anno fu assai sfortunato al popolo di Ferrara, perchè accadde un caso micidiale nella corte del Principe. I nostri annali manoscritti e stampati, se togli la mal'opera del Sardi e di tale altro, ne danno la seguente relazione, per la quale vengono smentiti certi particolari, in ispecie la novella di Bandelli che ne scrisse una centuria, di rado o mai consentanea agli storici del tempo. — Secondo il mentovato Stella dell'Assassino, il marchese nell'anno 1405 aveva un figlio chiamato Ugo, bello e valoroso giovane, Parisina Malatesta, seconda moglie di Niccolò, siccome quasi tutte le matrigne fanno, assai scortesemente seco lui si comportava, con infinito dolore del marchese Niccolò che troppo lo amava. — Ora avvenne ch'ella domandasse al marito licenza d'imprendere un viaggio, la quale il marchese non le volle negare a condizione che l'accompagnasse Ugo, desiderando per questa via d'indurla a deporre l'odio concetto contro di lui. — E di vero il suo desiderio fu troppo bene adempiuto, dacchè durante la giornata ella non solo depose l'odio contro di lui, ma nel suo amore ferventemente si accese, nè dopo il ritorno il marchese ebbe occasione di tornare sopra gli antichi rimproveri. — Così procedendo la bisogna, un giorno accadde che certo fante del marchese chiamato Zoese, o, come tal altro scrive, Giorgio, passando dinanzi alle stanze di Parisina vedesse uscirne una donzella sbigottita e piangente. Domandata di perchè, rispondeva averla battuta la padrona per una cosa da nulla; e dando sfogo allo sdegno, aggiunse che poteva di leggieri vendicarsene se avesse fatto conoscere la criminosa domestichezza di Parisina col figliastro. Il fante, notato il detto, lo rapportava al padrone. — Egli rimase stupefatto al racconto, nè prestando fede ai suoi orecchi, volle accertarsene di veduta, ahimè! troppo chiaramente traverso un buco praticato nel soffitto della camera di sua moglie, e nel 18 maggio. — Cadde in un subito furore, e fece arrestare ambedue loro, con Aldobrandino Rangoni di Modena suo gentiluomo, e due damigelle, come complici di delitto. — Ordinò si spedisse prontamente l'affare, e volle che i giudici colle solennità consuete pronunziassero dei colpevoli. La sentenza fu morte, quantunque alcuni in pro dei rei favellassero, e tra gli altri Uguccione Contrario ch'era potentissimo con Niccolò, e l'antico e devotissimo suo ministro Alberto Sale. Questi, con le lacrime agli occhi, genuflessi dicevano volesse perdonare ai colpevoli, non fosse altro per nascondere al pubblico il fatto vituperioso. Ma egli inflessibile nel suo sdegno comandò che la sentenza fosse immediatamente eseguita. — Ebbero pertanto la testa mozza nelle prigioni del Castello, in quel maschio spaventoso che in oggi si vede sotto la camera chiamata dell'Aurora ai piè della torre di Lione verso il capo della strada Giovecca. Ugo fu il primo, Parisina seconda, e Zoese il suo accusatore la condusse a braccio sul patibolo. — Camminando temeva di cadere ad ogni istante in qualche trabocchetto, così che spesso domandava s'era ancor giunta al luogo, e le rispondevano aspettarla la mannaia. Interrogò di nuovo che fosse avvenuto di Ugo, e le fu detto esser già morto; allora gravemente sospirando esclamò: Ora dunque desidero morire anch'io; — e accostandosi al ceppo, di sua mano si tolse ogni ornamento e avvoltosi un panno intorno al capo, lo sottopose al colpo fatale che terminò la scena sanguinosa. Lo stesso fu fatto al Rangoni, che insieme agli altri, secondo i ricordi della Biblioteca di San Francesco, fu sepolto nel camposanto di quel convento. — Intorno alle donne fin qui non c'è venuto di rintracciare cosa nessuna. — Il marchese vegliò tutta la notte, e mentre andava di su e di giù per la stanza chiese al capitano del Castello se Ugo fosse morto. — Gli risposero sì. Allora proruppe in ismaniose doglianze, lamentando: — Oh! fossi morto io prima di aver condannato il mio diletto Ugo! — E il giorno dipoi, conoscendo necessaria una pubblica giustificazione, ordinò si scrivesse una narrativa del fatto, e la spedì alle principali corti d'Italia. Il doge di Venezia, Francesco Foscari, ricevutone avviso, senza pubblicarne i motivi sospese gli apparecchi di un torneo che sotto gli auspicii del marchese co' danari di quel di Padova dovea tenersi su la piazza di San Marco in occasione dell'essere stato investito dell'ufficio di doge.»
Il marchese, per aggiunta al fatto, e per non so quale rimasuglio di vendetta, comandò che ogni maritata colta in fallo come Parisina, dovesse come lei aver la testa recisa. Barbarina, o come altri la chiamano, Laodomia Romei, moglie del giudice di corte, fu sottoposta alla nuova sentenza nella solita piazza dei supplizi nel quartiere di San Giacomo di faccia alla fortezza oltre San Paolo. Non è da dirsi come apparisse strana la condotta del principe, che, considerata la sua presente condizione, doveva piuttosto dimostrarsi benigno. Pur non mancò chi ebbe cuore di lodarlo. Frizzi, _Storia_ di Ferrara.
[4] Gli ultimi due versi sono un'allusione sopra la medaglia che Elisabetta fece coniare in memoria della sua vittoria: presentava una flotta che periva in tempesta con la modesta Inscrizione:
_Afflavit Deus, et dissipati sunt._
[5] _Pag._ 377. — La catastrofe di questo Racconto fu ricavata dalla storia di Ieronimo e Lorenzo, nel primo volume dell'Armeno. — Ell'è ancora molto somiglievole alla scena dell'atto III di _Macbeth_.
[6] _Pag._ 383. — _Beltane-Tree_, — festa Inglese del 1º di maggio, nella quale si accendono molti fuochi.
[7] _Pag._ 385. — Questo è uno dei poemi che occorrono nell'_Hours of Idleness_ pubblicate da lord Byron nella sua giovanezza, tanto vilmente lacerata dalla _Rivista di Edimburgo_: — giornale che, come moltissimi altri, tenta opprimere chi sorge, e adula il già sorto.
[8] _Pag._ 387. — Madama Stael nell'_Alemagna_ crede la fidanzata di Corinto una creazione immaginosa del Goethe, e s'inganna. Goethe, sommo erudito come immenso poeta, consultando i libri antichi e moderni, ma principalmente gli antichi, sapeva trarne subietto dei suoi Canti. — Da lui non fu immaginata per nulla l'avventura della Fidanzata di Corinto, e voi la leggete come un caso veramente accaduto nei _Mirabili_ di Flegone Trattiano (volgarizzato da Spiridione Blandi) che fu liberto dello imperatore Adriano, come si ricava dalla testimonianza di Fozio, di Vopisco, e di Suida. — Goethe non immaginò altro che il motivo delle nozze mancate, e di Goethe poi è la poesia della Canzone. — Ecco il passo di Flegone.
(_Manca il principio._)