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Part 4

Chapter 43,877 wordsPublic domain

Cessò, — e si stette con le braccia incrociate su le quali suonarono le catene; — nè vi fu orecchio dei baroni quivi adunati, che non rimanesse come trafitto al rumore che levarono le catene cozzandosi. Finalmente la fatale bellezza di Parisina attrasse di nuovo ogni sguardo. — Oh come può ella sentirlo così condannato a morire! — La creatura vivente del danno di Ugo non una volta ardì volgere gli occhi dall'altro lato, ma li tenne fissi, lagrimosi, ed aperti. Non una volta quelle dolci palpebre si chiusero, od ombrarono le pupille su le quali sorgevano; ma intorno l'orbita loro di profondissimo azzurro crebbe dilatato il bianco circostante, e quivi rimasero con invetriato sguardo come gelate nel sangue rappreso: — se non che, di quando in quando una grossa lagrima raccolta tacitamente scorreva dal lungo e bruno ornamento del bel ciglio, ed era questa cosa da vedersi, non già da udirsi a raccontare! E quei che le vedevano, si maravigliavano come tali goccie potessero uscire da occhio umano. — Ella si avvisa parlare, — la nota imperfetta stava soppressa dentro la gola gonfiata; eppure parea che in quel cupo mormorio gemesse tutto il suo cuore traboccante. — Cessò, — di nuovo fece prova a parlare: allora la sua voce proruppe in un lunghissimo strillo, e cadde a terra piuttosto come pietra o statua rovesciata dalla base, similissima a cosa che non ebbe mai vita, — a un monumento della moglie di Azo, — che come quella vivente e colpevole creatura, di cui ogni passione era spina al delitto, e che pure non valse a sopportare la vergogna del delitto e la disperazione. Non pertanto ella vive; — subitamente si riebbe dallo svenimento di morte, ma appena alla ragione: — ogni sentimento era stato sforzato dall'intenso affanno, ed ogni fragile fibra del suo cervello, a guisa di corda di arco allorchè allentata dalla pioggia scaglia da parte l'errante quadrello, mandava fuori il pensiero solitario e salvatico. Il passato è un bianco, il futuro un nero con baleni di orribile traccia, simili ai lampi sul deserto sentiero quando le procelle di mezza notte imperversano nell'ira. — Ella fremeva... ella sentiva che una qualche gelida, profonda sventura le posava su l'anima; — rammenta che v'era una vergogna, — un peccato, — che qualcheduno doveva morire: — ma chi? L'è sfuggito; — ed ella respira? — Può questa essere sempre la terra sotto, il firmamento sopra, e gli uomini attorno? sono demoni costoro che guardano accigliati tale, agli occhi di cui avea fino ad allora ogni occhio sorriso di amore? Alla sua mente vaga e discorde tutto si avvolge indefinito e confuso: è un turbine di speranze diverse e di timori, ed ora è tratta in altissimo riso, ora in pianto, — ma sempre stoltamente in ogni estremo, — e si agita in cotesto sogno convulso, perchè così appunto l'assale. Oh! invano tenterà di svegliarsi.

XV.

Le campane del Convento, ondulate nel quadro e grigio campanile, rimbombano; ma lente lente, e con suono interrotto, di profonda mestizia scendono al cuore! — Odi! — ci canta l'inno, — la prece dei trapassati, o dei viventi che lo saranno tra poco! — Per l'anima di un uomo che sta per morire sorge l'inno dei defunti, e suonano le cave campane: — gli sovrasta l'ora mortale. — Genuflesso ai piedi di un frate, — tristo a udirsi, pietoso a vedersi, — inginocchiato su la nuda terra col ceppo davanti, le guardie dintorno, e il carnefice sbracciato tenta se sia in filo la scure onde più spedito riesca il colpo; — quindi si pone ad affilarla di nuovo, mentre i circostanti attendono silenziosi di vedere morire un figlio per la condanna di un padre.

XVI.

È l'ora amabilissima in che sta per tramontare il sole di estate, il quale sorse su quel giorno di dolore, e lo schiarì co' suoi più lucidi raggi. Adesso la sua luce vespertina è pienamente diffusa sul capo destinato di Ugo, mentre svela l'ultima confessione al Frate che deplora la sua condanna in penitenziale santità, ed intende ad ascoltare le benedette parole che con l'assoluzione possono torre via ogni nostra macchia mortale. Quel sole sublime gli riluce sul capo mentr'egli sta curvo a udire, e intanto gli cadono scomposte sul collo ignudo le anella dei suoi capelli castagni; ma sempre più lucido era il suo raggio sopra la scure che presso lui scintillava di chiara e terribile luce. — Oh! come l'ora della partenza si appressava amara! Anche il feroce stava freddo di paura: — era nefando il delitto, giusta la legge; — pure, quando si guardavano, fremevano.

XVII.

Le ultime preghiere del figlio fallace, dell'amante ardimentoso, terminarono! I suoi peccati furono tutti confessati; la sua ora pervenne allo estremo minuto. — E primamente gli tolgono il mantello, poi gli recidono i lucidi e bruni capelli: — già sono recisi. La veste che lo adornava, il balteo che gli donò Parisina, non devono accompagnarlo nella fossa. — Si ponga tutto in disparte, gli copra gli occhi una benda. — No, quest'ultimo oltraggio non si accosterà mai a quegli occhi superbi. I sentimenti, in apparenza sommessi, tornarono quasi a prorompere nell'ira rabbiosa, quando il carnefice si apprestò a bendargli gli occhi, come se non osassero contemplare la morte. — «No, — tuo è il mio alito, — il mio condannato sangue tuo, — queste mani sono incatenate; ma lasciami morire almeno con liberi sguardi: — ferisci...» E mentre diceva la parola, declinò la testa sul ceppo. — Ugo favellava questo ultimo accento — ferisci, — il colpo scintillante discese, — rotolò la testa, — e sgorgante cadde nella polvere tristo troncone, di cui ogni vena erasi allentata in pioggia sanguinosa. — I suoi occhi, i suoi labbri tremarono convulsi; — poi si quietarono per sempre. — Egli morì come l'uomo pellegrino dovrebbe morire, senza orgoglio; si inchinò umilmente e pregò, — e non respinse il soccorso sacerdotale, nè disperò di tutta speranza nel cielo, mentre inginocchiato davanti il Priore il suo spirito era sciolto da ogni affetto terreno. — Il suo rabbioso padre, la donna innamorata, che furono essi per lui mai in ora siffatta? — Non più rimprovero, non più disperazione: nessun pensiero fuorchè del cielo, nessuna parola fuorchè di preghiera; — e le poche ch'ei disse, quando incontrò il colpo del carnefice, furono di _morire con occhi aperti_, e il solo addio ai circostanti.

XVIII.

Immoto, come i labbri che chiuse la morte, il petto di ogni spettatore riteneva l'alito; ma pure un freddo ed elettrico raccapriccio trascorse di uomo in uomo mentre il colpo mortale cadde su quello di cui così terminavano la vita e l'amore, e sorse appena inteso un sospiro che tornò tosto a gravitare sul cuore. — Quivi, dacchè il colpo percosse sul mezzo del ceppo, non s'intese rumore di sorte, se togli uno solo..... Qual cosa rompe l'aere silenzioso così forsennatamente squillante, così terribilmente selvaggio? Quale di madre sul figlio colto da morte improvvisa, vanno quegli stridi al firmamento che si partono da un'anima travagliata in interminabile angoscia. L'orrida voce spinta fuori dalle gelosie del palagio di Azo ascende al cielo, ed ogni occhio si rivolge costà; — ma il suono e la vista sono scomparse! Egli fu un grido di donna, nè mai la disperazione proruppe in urlo più forsennato; e coloro che lo intesero, pregarono per pietà che fosse l'ultimo.

XIX.

Ugo è caduto; — e da cotesta ora in poi Parisina non fu più veduta nel palazzo, nella sala, o nel viale. Il suo nome (quasi non fosse mai stata) fu bandito da ogni labbro e da ogni orecchio, come parola d'impudicizia o di paura; — e dalla bocca del principe Azo nessuno udì più mai fare menzione di moglie o di figlio. — Essi non ebbero tomba, non memoria: — giacquero polvere sconsagrata, — almeno quella del cavaliere che morì in quel giorno; — però che il fato di Parisina rimanesse nascosto, come le ceneri sotto la lapida dei trapassati. — S'ella riparasse entro un convento, e acquistasse l'ardua via del Paradiso con tristi ed angosciosi anni di penitenza, di digiuni, d'insonni lagrime; o s'ella cadesse per veleno o per ferro, a cagione dell'oscuro amore che osò di sentire; o se morisse in quel punto percossa, e salva da più lungo tormento (dividendo col cuore il colpo del carnefice gli distruggesse quasi in pegno di pietà la sua forma disordinata): nessuno il seppe, nessuno può saperlo; — ma qualunque fosse il suo fine, ella cominciò la vita e la finì nel dolore.[3]

XX.

Ed Azo condusse un'altra moglie, e bei figli crebbero al suo fianco; ma nessuno amabile e prode siccome colui che aveva spinto nel sepolcro: — o pur lo furono, e crebbero sotto lo impassibile suo occhio non curati, ovvero curati con soppresso sospiro; — nè mai lagrima gli bagnò le guancie, nè mai sorriso gli spianò la fronte: ma su cotesta ampia fronte rimasero incise le linee intersecate della cura, que' solchi che il ferro infuocato del dolore innanzi tempo v'imprime, cicatrici di una mente lacerata che si lascia in dietro la guerra dell'anima. Ogni gioia, ogni dolore era passato: nè rimaneva più nulla, tranne notti vegliate, e giorni gravi; un'anima morta alla vergogna e alla lode, un cuore che fuggiva se stesso, e benchè suo malgrado, gemeva; — nè poteva obliare ciò che quanto meno dimostrava tanto più profondamente lo travagliava, e più intensamente sentiva. Il ghiaccio, per quanto denso egli sia, non può riunirsi che sopra la superficie; il ruscello vivace scorre sotto per sempre, nè può cessare di scorrere. L'anima sua era agitata da neri pensieri, profondamente radicati. — Invano tentiamo reprimere le nostre lagrime: queste acque del cuore si muovono sussultando, nè possono inaridirsi. Le lagrime non piante tornano alla sorgente, e vi si posano più pure; — non piante, ma non gelate: — più amare quanto meno manifeste. — Azo con interni moti di affetto tornava talora a palpitare su gli uccisi, disperato di riempire il vuoto affannoso, disperato d'incontrarli là dove le anime unite parteciperanno la gioia! Convinto di avere profferito un giusto decreto, ch'essi avevano meritata la condanna, — pure la vita di Azo fu sempre misera. Se i rami dell'albero sieno con soave cura stralciati, possono ricuperare tal forza che diverrà poi una vita verdemente florida, e di libera salvatichezza; ma se il fulmine percuote furiosamente i rami ondeggianti, il tronco ne sente la ruina, nè mai più torna a mettere foglia.

LA FLOTTA INVINCIBILE.

DA SCHILLER.

Essa viene, — viene la superba flotta del mezzo giorno; l'Oceano geme sotto di lei con suono di catene, e un nuovo Dio e mille bocche di fuoco ti si avvicina, — un esercito natante in formidabile cittadelle (che l'Oceano giammai vide simili). La chiamano invincibile. Si avanza placidamente su le onde spaventate. Il terrore che sparge d'intorno consacra il suo nome superbo. Con passo maestoso e tranquillo il pavido Nettuno porta il suo peso, — con la distruzione dello Universo entro di se si avvicina, e tutte le tempeste giacciono in quiete.

Ti sta già dirimpetto, o Isola avventurosa, — dominatrice dei mari. Questi eserciti di galeoni ti minacciano, o magnanima Brettagna! Guai al tuo popolo nato libero! Essa ti sovrasta come nube gravida di nembi.

Chi ti ha procurato il prezioso gioiello che ti ha fatto Regina delle terre? Non l'hai a forza ottenuto dai re superbi? Non hai tu sapientemente immaginato la legge del Regno, la _Gran Carta_, che fa i tuoi Re cittadini, i tuoi cittadini Re? Non hai conquistata la suprema potenza delle vele in battaglie marittime, e con milioni di prodi guerrieri? A cui la devi, se non al tuo ingegno e al tuo brando?

Infelice! — Getta uno sguardo là su quei colossi scaglianti fuoco, — mira, e presagisci la caduta della tua gloria. L'Universo ti guarda angoscioso. Tutti i cuori degli uomini liberi palpitano affannati, — e tutte le anime belle e generose gemono dolenti partecipando la caduta della tua gloria.

L'onnipotente Iddio volse uno sguardo alla terra, — vide sventolare i superbi vessilli col Leone del tuo nemico, — vide minacciosa aprirsi la sicura tua tomba. — Deve, disse egli, il mio Albione, deve perire? deve estinguersi la stirpe dei miei Eroi? l'ultimo argine di rupi della oppressione deve precipitare? deve essere annientato da questo emisfero il baluardo della libertà contro i tiranni? — No, esclamò egli; giammai sarà distrutto il paradiso della libertà.

L'Onnipotente soffiò, e l'armata fu dispersa dai venti.[4]

OSCAR D'ALVA,[5]

POEMA ROMANTICO DI LORD BYRON.

Come soavemente risplende per le sfere serene la lampada de' cieli sopra le sponde del Lora, dove sorgono tuttora le bianche torricelle di Alva, che più non odono il fragore delle armi!

Ma spesso la fuggevole luna mandò quivi i suoi raggi sopra gli elmetti inargentati di Alva, e visitò nella silenziosa tenebra di mezzanotte i suoi baroni ispidi di brunite armature.

E nelle rocce sottoposte al castello, che si sprolungano sopra l'inquieto flutto dell'Oceano, pallida pallida sogguardò nelle scomposte fila della morte percuotere sul terreno lo affannoso guerriero.

E molti altri occhi che più non poterono salutare la giovanetta luce del giorno, si volsero sospirosi al campo insanguinato, ed ebbero gioia del suo raggio quantunque rischiarasse la morte.

E pure una volta a quegli occhi tu splendesti, lampada di amore, ed essi benedissero la tua cara luce propizia; — ora poi ardi quasi una fiaccola funerale per la notte.

Poichè il nobile lignaggio di Alva è spento, e quantunque da lontano si veggano le sue grigie torri, non più i suoi eroi incalzano la caccia, nè più spargono l'onda vermiglia della guerra.

Or chi fu l'ultimo del superbo lignaggio? Perchè crescono i muschi sopra la pietra di Alva? Nessun passo umano suona per quelle volte: solo vi stride in passando il vento di settentrione.

E allorchè il vento soffia impetuoso e forte, si ode un lamento per quelle sale che si solleva fioco nel cielo, e si sparge intorno la muraglia rovinata.

Sì, — quando imperversa la procella crescente, batte lo scudo del generoso Oscar, sebbene non più quivi s'inalzino le sue bandiere nè le sue piume di nero avvolgimento.

Bello illuminava il sole la nascita di Oscar quando Angus lo baciò suo primogenito; e i vassalli intorno al castello del barone si affollarono per far plauso all'aurora avventurosa.

E la festeggiarono con i cervi della montagna, e la cornamusa squillò nelle acute sue note, e per meglio ravvivare il convito montanaro suonarono quelle armonie di numeri marziali.

E quando intesero l'aspra musica della guerra si affidarono che un giorno la stessa cornamusa avrebbe squillato davanti il figlio del barone mentre egli conducesse la masnada.

Trascorse ben presto un secondo anno, ed Angus salutò un secondo figliuolo, il suo giorno natale fu simile all'ultimo, e di subito fu imbandito il giocondo festino.

Ammaestrati dal padre a tendere l'arco sui colli tenebrosi del vento di Alva, i fanciulli in giovanezza cacciarono i cervi, ed affrettarono i cani dietro alla pesta di quelli.

Ma prima che avessero compiti gli anni della infanzia, si mescolarono nelle bande della guerra, lievemente trattarono la splendida daga, e scoccarono lontano i quadrelli fischianti.

Nera appariva l'onda dei capelli di Oscar e s'agitava scomposta all'alitare dei venti, ma i ricci d'Allan pendevano sempre ordinati e belli; — la guancia era pallida, e pensierosa.

Oscar palesava un'anima di eroe, e gli tralucevano i neri sguardi pei raggi della verità. Allan poi aveva imparato per tempo a frenare le passioni, e fino dagli anni primi placide suonarono le sue parole.

Prodi furono entrambi, e spesso la lancia sassone cadde spezzata sotto il costoro acciaro; il petto d'Oscar stava chiuso alla paura, ma il petto d'Oscar conosceva pietà.

L'anima d'Allan si celava sotto una vaga sembianza indegna d'abitare con tanta bellezza; e la sua vendetta si aggravava sopra i nemici atroce quanto il fulmine della tempesta.

Dalle torri lontane di Southannon venne una giovane e leggiadra damigella; giunse la figlia di Glenalvon dall'occhio cilestro recando in dote le terre di Kenneth.

Ed Oscar desiderò la lieta sposa, ed Angus sorrise al suo Oscar, perocchè l'orgoglio feudale del padre fosse lusingato con le nozze della figlia di Glenalvon.

Odi le note piacevoli della cornamusa! Ascolta i tripudii dei canti nuziali; si aprono i labbri a voci gioconde. Il coro di vassalli si sparge con incessante furore.

Vedi le piume colore di sangue de' baroni adunati nelle sale di Alva: ogni giovane vestito del suo mantello cangiante aspetta la chiamata del capitano.

Non per guerra domanda i loro bracci il barone: la cornamusa suona un inno di pace, le genti si affollano agli sponsali di Oscar, nè mai si rimangono i suoni del dolce riposo.

Ma in qual parte Oscar si nasconde? Certo egli indugia troppo. Questo è l'ardente desio del nuovo sposo? Mentre stanno raccolti i cavalieri, e le donne aspettano, non Oscar, non il fratello Allan, compariscono in Alva.

Pur finalmente giunse alla sposa il giovane Allan; e: — «Perchè non viene il mio Oscar?» domandava Angus. — «Non egli è qui?» rispose il giovane; «stamane non percorse meco la foresta.»

«Forse dimentico del giorno insegue le damme veloci, o l'onda dell'Oceano lo trattiene sul mare, quantunque la barca di Oscar di rado sia tarda.»

«Oh! no!» — rispose l'angoscioso genitore; — «non caccia, non onda trattengono il mio figliuolo: vorrebbe comparire scortese agli occhi di Mora? Qual cosa impedirebbe il suo cammino verso di lei? — Oh! cercate voi, capi! Oh! ricercate attorno! Allan, con questi scorri per Alva; finchè Oscar, finchè mio figlio non è trovato affrettati, affrettati, nè osare di darmi risposta.»

Da pertutto è trambusto: — roco giù per la valle echeggia il nome di Oscar, e sorge col vento di settentrione, finchè la notte abbassa le tenebrose sue ali.

E poi rompe i silenzi della notte, ma le sue ombre rimbombano indarno: finalmente suona per la nebbiosa luce del mattino, ma Oscar non apparisce alla pianura.

Tre notti vegliate, e tre giorni cercò il barone per ogni caverna della montagna il suo Oscar: quando la speranza gli venne a mancare: i suoi capelli si fecero bianchi con infinito dolore.

«Oscar! figliuol mio! — Tu, Dio del cielo, ridona il sostegno alla cadente età; o se questo voto non può essere adempito, abbandona almeno il suo assassino alla mia vendetta.

Sopra qualche deserto e dirupato scoglio ora forse giacciono le bianche ossa del mio Oscar! Concedi dunque tu, Dio (sol questo ti domando), che sia dato morire con lui al suo forsennato genitore. Pure egli potrebbe vivere! — via, disperazione; confortati, anima mia, egli può vivere; la mia voce si astiene dal bestemmiare il destino: Oh perdonami, Dio, l'empia parola!

Perocchè se egli vive, non viva più per me, ed io cada diserto nella polvere, e la stagione della speranza di Alva sia passata: ahimè! possono essere mai giusti affanni sì fatti?»

Tale si lamentò lo sfortunato genitore, finchè il tempo che mitiga le angosce più aspre gli ritornava la pace, e fece sì che le lacrime cessassero di scorrere.

Però che tuttavia una segreta speranza che Oscar sopravviva gli rimanesse nel cuore, e potesse anche una volta apparire; e questa speranza ora declinò, ora sorse, finchè il tempo lo fece vecchio di un altro fastidioso anno.

I giorni trapassarono, il pianeta della luce percorse di nuovo lo spazio destinato, ma Oscar non allegrò la vista del genitore, e lo affanno lasciò più debole la sua traccia;

Rimanendo pur sempre il giovane Allan, adesso unica gioia del padre dolente: e il cuore di Mora di leggieri fu vinto, perchè vaghezza ornasse il giovane dalle belle chiome.

Ella pensò che Oscar fosse caduto spento, e la faccia di Allan appariva maravigliosamente leggiadra: — se poi Oscar viveva, qualche altra fanciulla formava adesso il sospiro di quel petto infedele.

Ed Angus disse: «Se un altr'anno trascorre in arida speranza, ogni dubbio soverchio sarà rimosso, ed io destinerò il giorno dei nuovi sponsali.»

Tardi si avvolsero i mesi, ma benedetto alfine giunse il giorno desiato, l'anno dell'ansia trepidante passò; quali sorrisi avvivano le guancie degli amanti!

Odi la piacevole noia della cornamusa! Intendi il magnifico canto nuziale! Si spandono le voci in accenti gioiosi, e incessante si prolunga il fervido coro.

Di nuovo la tribù in festosa corona si affolla intorno la porta del castello di Alva; echeggiano forte le liete armonie: tutto rimembra la gioia primiera.

Ma qual è quegli di cui la fronte oscura attrista in mezzo del giubbilo universale? I suoi occhi tramandano un colore più sinistro della fiamma cerulea, che viene meno nel focolare.

Nero ha il manto che veste la sua forma, e la sua piuma ondeggia di rosso sanguigno, la sua voce è simile alla tempesta; lieve e senza traccia il suo passo.

È mezzanotte: la tazza va in giro, bevono largamente alla salute dello sposo, — le volte rimbombano di gridi, e tutto si unisce a fare plauso all'ultimo sorso.

Subitamente si leva lo straniero barone, i clamorosi circostanti si acquietano, le guancie di Angus ardono di maraviglia, il dilicato seno di Mora ne diventa rosso.

«Vecchio,» — gridò, «questa coppa è vuota, tu lo vedesti: ma ella fu debitamente bevuta dalle mie labbra: — io propiziai alle nozze di tuo figlio; ora chiedo a mia posta una coppa da te.

Mentre qui attorno è tutta gioia per benedire la lieta ventura del tuo figliuolo Allan, dimmi, non ti rimane un altro figlio? Dimmi, perchè dimentichi il tuo Oscar?»

«Ahimè!» rispose l'angoscioso genitore; e gli scendeva parlando una grossa lacrima; «quando Oscar disertò il mio castello, o cadde morto, il mio antico cuore quasi si ruppe.

Tre volte la terra ha rinnovato il suo giro da poi che il sembiante di Oscar non benedice il mio occhio: adesso Allan è la mia sola speranza, dacchè il mio prode Oscar è morto o fuggito.»

«Or bene,» replicava il feroce straniero; e tristamente dardeggiavano gl'inquieti suoi sguardi; «io sarei vago d'intendere novella del fato d'Oscar: forse quel prode non è morto ancora.

Forse se quelli che egli amò tanto ora lo chiamassero Oscar, ritornerebbe; forse il barone è andato fin qui pellegrinando; per lui potrebbe rinnovarsi il fuoco di maggio.[6]

Si empia dunque la tazza, e giri attorno la tavola: io non vo' che si propini in silenzio: si empia, dico, ogni tazza di vino, perchè il mio saluto è per la vita di Oscar.»

«Con tutta l'anima,» riprese il vecchio Angus, ed empi fino all'orlo la coppa; — «e sia pel mio figliuolo o vivo o morto: nessuno de' miei figli fu eguale a lui.»

«Bene, vecchio, il tuo saluto è stato accettato: ma perchè Allan si sta tutto tremante? Bevi, via, alla rimembranza della morte, e solleva la coppa con mano più ferma.»

L'ardente rossore della faccia di Allan di subito si converse in ispaventevole pallidezza; le goccie della morte spingevano l'una l'altra con umore di agonia.

Tre volte sollevò la tazza, e tre i suoi labbri rifiutarono di libare, e tre volte incontrò gli occhi dello straniero fitti sopra di lui con ira mortale.

«Così dunque un fratello saluta? così si accarezza la rimembranza di un fratello? Se in questo modo si manifesta la forza dell'affetto, cosa potremo noi aspettarci dalla paura?»

Eccitato dall'amaro sogghigno sollevò la tazza: «Possa Oscar partecipare in questo momento alla nostra allegria.» — Lo interno rimorso gli sconforta l'anima, e la coppa gli cadé di mano.

«È desso! Odo la voce del mio assassino!» — forte strillò uno spettro oscuramente lucido. — «Del mio assassino!» — ripeterono le volte; e tempestosa proruppe la bufera.

Le fiaccole vacillarono, i castellani fuggirono, lo straniero sparì; — tra la moltitudine fu vista una forma avvolta in verde mantello, che allo improvviso crebbe in ombra di terribile grandezza.

Un largo balteo le stringeva la cintura, una piuma nera l'ombreggiava, ma nudo era il suo petto, ed ivi dentro vermiglie ferite, ed immobile il suo occhio invetriato.

E tre volte con l'occhio mandò un truce sorriso sopra Angus, che gli cadde d'innanzi, e tre volte guardò bieco un barone steso sul pavimento.