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Part 3

Chapter 33,472 wordsPublic domain

La processione è giunta sotto il palazzo dei Bardi. Il volto d'Ippolito diventa prima colore di terra, e poi torna infuocato. Le sue labbra tremano, i suoi occhi si riempiono di pianto; e pensando che la sua donna si sarebbe fatta al balcone per raccogliere l'ultimo sguardo dell'amante che moriva per lei, s'inchinò gentilmente, e costrinse le labbra a un lampo di sorriso. — La tromba suona per la seconda volta. Dianora balza dal letto, e domanda che cosa fosse cotesto fragore che si avvicinava. — La zia con suoi argomenti s'ingegna di farla posare. — Suona la terza — La zia non può oggimai più raffrenarla, nè vuole, e: «Va,» le dice, «va, nel nome di Dio, mia figliuola, e il cielo sia teco.»

La Dianora co' capelli sparsi, senza pianto, infiammata nel guardo, proruppe nella stanza ove stava raccolto il parentado, e con forza sovrumana svelse due uomini dal balcone, e protendendosi fuori con mani tese esclamava: — «Fermate! fermate! egli è il mio Ippolito; egli è mio marito!» E sì dicendo, fece un moto che parve volesse lanciarsi fuori del balcone. — Ora avviene un grave trambusto tra il popolo. Ippolito si ferma, e volge pure egli le mani alla finestra come se gli fosse apparso l'Angiolo Custode. I parenti le si strinsero attorno per rimuoverla di costà; ma la fanciulla, diventata furente, li respinse; e gettatasi giù per le scale riuscì nella pubblica via urlando in molto compassionevole maniera: «Popolo! Dio del cielo! Cittadini! Io sono dei Bardi, egli dei Buondelmonti; ei mi ama, ed è questa tutta la sua colpa!» E sì dicendo, cadde nelle braccia del giovane innamorato.

Il popolo, fatto consapevole dell'avventura, condusse Ippolito e Dianora al palazzo del Potestà, gli espose la cosa come era successa, e poi mandati pei capi delle due famiglie, gli accordò in buona pace ed amistanza. E mezz'ora dopo, il fortunato amante si trovò sopra la stessa via, per la quale si era accostato al patibolo, sposo felice della bella creatura che gli camminava al fianco.

E fu una gioia per tutta la città. Le donne addolorate tornarono più gioconde che mai, e ogni uomo si recava in traccia di mirto e di altra lieta fronda per allegrare la nuova processione; e le donzelle si alzarono il velo dalla faccia delicata, e invece del salmo funebre presero a cantare una canzone di amore. La soverchia commozione valse a sostenere i due amanti. Le guancie d'Ippolito non per anche avevano riassunto la primitiva floridezza, ma il vivido incarnato di quelle della Dianora assai compensava il pallore di lui. — Apparivano entrambi come dovevano apparire: — egli a modo di persona salvata, ella in guisa di angelico salvatore.

Tali furono le vicende dei nostri due amanti, più che ad altro, somiglievoli a un sogno. Uno non osava fissare l'altro; e di tanto in tanto sogguardavano i circostanti, quasi per ringraziarli delle benedizioni che loro compartivano; — ma procedevano con le mani congiunte, ed erano come un'anima sola in due corpi distinta.

LA INFANTICIDA.

DA SCHILLER.

Ascolta: le campane suonano cupamente a morte, e l'ago dell'orologio ha compito il suo corso. Ebbene, sia dunque così! Su nel nome del Signore: compagni del sepolcro, conducete la colpevole al luogo del supplizio. — O mondo, prendi gli estremi baci di addio! Prenditi ancora queste mie lagrime. I tuoi veleni oh come sembravano dolci! Fra noi siamo del pari, o mondo avvelenatore del mio cuore.

Addio, gioie di questo Sole convertite in neri fanghi! Addio, tempo pieno di voluttà che allegrasti di rose il sentiero, e così spesso inebriasti di gaudio la vergine! Addio, sogni intessuti di oro, belle fantasie figlie del Paradiso! Ohimè! essi spirarono su la prima alba del mattino per mai più rifiorire alla luce.

Vagamente adornata di nastri rosati, mi ricopriva la veste della innocenza, candida come il cigno. Nei biondi ricci negletti erano frammischiate freschissime rose. Ohimè! il bianco vestimento adorna anco adesso la vittima dello Inferno; ma ai nastri di rose è succeduto una nera benda di morte.

Piangete per me, o verginelle che non cadeste nei lacci della seduzione; per le quali fioriscono ancora i gigli della innocenza, — alle quali Natura con i dolci palpiti del seno compartì ancora eroica fermezza. Ohimè! questo cuore ha sentito umanamente! E il forte sentire sarà per me la spada della Giustizia. Ah! circondata dal braccio del falso amatore, si assopì la virtù di Luisa.

Ah! forse cotesto cuore di serpente, dimentico di me, si aggira carezzevole intorno ad un'altra; mentre io m'incammino alla tomba, esulta in ischerzi amorosi. Forse prende sollazzo dei ricci della sua fanciulla, liba il bacio che essa gli porge, mentre da questo palco di morte il mio sangue zampilla dal collo reciso.

Giuseppe! Giuseppe! ti segua anco da lungi il coro di morte della tua Luisa, e il cupo strepito delle campane suoni al tuo orecchio, rimproverandoti con voce spaventevole. Allorchè dai labbri gentili di una fanciulla sgorga per te il dolce bisbiglio dello amore, quel suono impronti sollecito nel roseo aspetto della voluttà una ferita infernale.

Ah! traditore! non ti arrestano le angosce di Luisa? Non curi la vergogna della tua donna? Uomo crudele! non basta a trattenerti lo innocente di cui mi facevi madre? non ciò che può stringere un leone, una tigre?.... Ma le vele del suo naviglio gonfiano orgogliose, e navigano lontane da questa terra. I miei occhi tremano, e si oscurano nel seguirlo: per le fanciulle, su le sponde della Senna, egli esala il falso sospiro.

— E il fanciullino.... — nel grembo della madre giaceva in dolce riposo; — nella vaghezza di fresche rose mattutine mi sorrideva amico. — La sua cara e amata immagine mi parlava da tutte le sue sembianze, e mi rifiniva di amore. — L'oppresso seno materno oscilla fra l'amore e la idea della disperazione.

Donna, ov'è mio padre? balbettava la muta eppure tonante voce della sua innocenza. — Donna, ov'è il tuo sposo? echeggiava ogni angolo del mio cuore. Ohimè! invano tu lo cerchi, o orfano infelice! Egli forse ne stringe altri al suo cuore. Tu maledirai l'ora della nostra felicità, quando un giorno ti vedrai disonorato dal nome di bastardo.

— Tua madre, — oh inferno che mi bruci il seno! — tua madre vive solitaria in mezzo al mondo, — eternamente assetata alla sorgente delle gioie che il tuo sguardo orribilmente amareggia. Ah! da te emergono tutti i sentimenti dolorosi della passata felicità, e gli strali amarissimi della morte escono affollati dal sorriso del tuo sguardo infantile.

— È Inferno, è Inferno, ove vivo senza di te; Inferno ove il mio sguardo scorge; i tuoi baci, o figlio, sono sferze delle Eumenidi, ma quei dati dalle labbra di _lui_ mi assopirono con magica soavità. I suoi giuramenti mi risuonano di nuovo come tonanti fuori del sepolcro. Eternamente, eternamente il suo spergiuro continua a soffogarmi, — eternamente. — Qui l'Idra mi afferrò, e il delitto fu consumato.

— Giuseppe! Giuseppe! anche da lontano ti perseguiti l'ombra spaventevole: ti raggiunga con fredde braccia, ti desti con urli terribili dai sogni voluttuosi. Dal vago scintillare delle stelle esca e ti percuota l'orrido sguardo di morte del figlio. Ti si affacci in sembianze sanguinose, e ti respinga dal Paradiso.

— Vedete, — là giaceva disanimato ai miei piedi, freddo, intirizzito. Con sensi confusi io vedeva scorrere il suo sangue, e con esso scorreva la mia vita. Batte terribilmente il Messo della Giustizia, più terribilmente il mio cuore. Con gioia mi affrettai di spegnere le fiamme del dolore nella gelida morte.

Giuseppe! Iddio nel Cielo può perdonare: la peccatrice ti perdona. Il mio rancore, lo voglio consacrare unicamente alla terra.

Suscitatevi, fiamme, a traverso del rogo. Oh me felice! me felice! Le sue lettere abbruciano, — un fuoco divoratore distrugge i suoi giuramenti. I suoi baci!.... oh come ardono!

Cosa mai erami sì caro su la terra?....

— Non vi fidate delle rose della vostra giovinezza, o sorelle; non vi affidate nei giuramenti degli uomini. La bellezza fu la insidia della mia virtù.

Da questo palco di Giustizia io la maledico! Lagrime?.... come lagrime?.... negli occhi del carnefice? Presto ponetemi la benda. Carnefice, non hai cuore di troncare un giglio? Pallido carnefice, non tremare.

PARISINA,[1]

POEMA ROMANTICO DI LORD BYRON.

I.

È l'ora nella quale si ascolta dai ramuscelli la nota melodiosa dell'usignolo; — è l'ora nella quale i voli degli amanti appaiono più soavi in ogni mormorata parola, — e i venticelli gentili, e le acque vicine, rendono armonia all'orecchio solitario: — La rugiada lieve lieve bagna ogni fiore, le stelle si sono incontrate nel firmamento, su l'onda si addensa un azzurro più profondo, su le foglie un colore più fosco, — e per l'orizzonte quella luce dubbia, così soavemente opaca, così oscuramente pura, la quale tiene dietro al declinare del giorno quando il crepuscolo illanguidisce all'apparire della luce.

II.[2]

Ma non per ascoltare lo strepito della cascata abbandona Parisina la sua stanza; — non per contemplare la luce celeste passeggia la donna per le ombre della notte: — s'ella si aggira nei giardini degli Este non ve la chiama vaghezza dei fiori aperti: — ascolta... — ma non per l'usignolo, quantunque il suo orecchio attenda una così dolce favella. Se muove un passo traverso il folto cespuglio, e le sue guance si fanno pallide, — e il suo cuore palpita celerissimo; — una voce mormora tra le fronde frementi: le ritorna il colore sul volto, — le si solleva il seno: anche un istante..... e saranno insieme. — È trapassato, — e l'amatore è prosteso davanti alla donna innamorata.

III.

Ora cosa è mai per loro il mondo con tutte le sue vicende di stagioni e di tempo? — Ogni creatura, il cielo, la terra, sono nulla alla mente e agli occhi loro: — come se fossero morti, come se tutto fosse scomparso non curano cosa che abbiano sopra, sotto, o dintorno. Uno respira l'alito dell'altro: — pieni di gioia tanto profonda sono que' gemiti, che dove non diminuissero, il felice delirio distruggerebbe i cuori che sentono il suo fiero dominio. Immaginerebbero essi mai colpa o pericolo in questo tumultuoso e tenero sogno? Colui che sentì la potenza della passione ristette, e lo prese paura in questa ora? o pensò come celeri scorrono via questi momenti? — Pure già sono passati! — Noi dobbiamo svegliarci avanti di conoscere che tale visione non tornerà mai più.

IV.

Con lentissimo sguardo abbandonano il luogo della colpevole gioia passata, e quantunque sperino e facciano voli, essi si affliggono come se questo fosse l'estremo commiato. Lo spesso sospirare, il lungo abbracciamento, i labbri che vorrebbero unirsi per sempre... Intanto il cielo splende sul volto a Parisina, ed ella dispera del perdono del cielo, come se le stelle lontane vegliassero sul suo delitto. — Pure con frequenti sospiri ella si stringe alla fidata posta; ma adesso è forza andare: è mestieri separarsi nella spaventosa gravezza del cuore, con tutto il profondo, gelato brivido che tiene dietro alla azione del male.

V.

Ugo si giace nel letto solitario, forte desiderandovi la donna altrui: ella è costretta a posare il capo consapevole presso il cuore fidente del marito; — ma febbrile apparisce nei sogni, e la sua guancia arrossisce per travagliose visioni, — e nel turbamento che l'agita mormora un nome — che non oserebbe susurrare nel giorno, — e stringe il suo signore a quel petto che anela per altrui. — Svegliato il signore dall'abbracciamento, avventuroso in suo pensiere, s'inganna sul sospiro della dormente, e su le focose carezze di lei che era solito di benedire. — Piange per tenerezza sopra la donna che lo ama anche nei sogni.

VI.

Egli abbraccia la dormente al suo seno, e intende l'orecchio ad ogni interrotta parola: — egli ode... — Perchè il principe Azo si scuote come se avesse ascoltata la voce dell'Arcangiolo? — Appena più terribile gli tuonerà su la tomba la sentenza, quando suscitato, per non dormire mai più, starà dinanzi al trono eterno. La pace del cuore per quel suono è condannata a perire; quel bisbiglio sonnolento di un nome svelò il suo delitto, e la vergogna di Azo. — E di cui è quel nome? Egli suona su l'origliere, spaventoso come l'onda mugghiante che spinge la tavola contro la riva e rompe su lo scoglio appuntato il misero che sommerge per per non rilevarsi più. — Di cui è quel nome? — Egli è di Ugo, del suo.... — In verità non si aspettava a questo! — Egli è d'Ugo, — il figlio di una donna ch'egli amò, — il suo proprio pericoloso figliuolo, — il frutto della sfrenata giovanezza quando tradì la fede di Bianca, la vergine che pose stoltamente fiducia in colui che non la fece sua sposa.

VII.

Trasse dalla guaina il pugnale, poi lo ripose prima che fosse nuda la punta; perocchè, quantunque immeritevole di vita, egli non può uccidere creatura sì bella, almeno quando sorride, e quando dorme. — Non la sveglia, ma l'affisa con tale uno sguardo che, dov'ella si fosse svegliata dalla sua estasi, l'avrebbe costretta a nuovamente dormire. — Ora la lampada ardente riflette la luce nelle sue lagrime: — ella non parla più, — e dorme tranquilla, mentre nel di lui pensiero sono noverati i suoi giorni.

VIII.

E col mattino egli cerca, e trova nei molti racconti dei circostanti, la prova di quello che temeva conoscere: il delitto presente, l'angoscia futura. Le fantesche, consapevoli, pensano a salvare se stesse, e si affannano a rovesciare su lei l'onta, la colpa e la condanna; — quindi, posto da parte ogni velo, raccontano ogni circostanza valevole a dare piena credenza alla storia che fecero, e il cuore e l'orecchio dello sfortunato Azo ormai non hanno cosa da più sentire, od intendere.

IX.

Egli poi non era uomo d'indugi. — Nella sala del consiglio il capo dell'antico dominio d'Este si pone sul trono del suo giudizio; — gli fanno corona i nobili, e le guardie: — dinanzi gli sta la coppia scellerata, — la donna così altamente bella! — col pendaglio, senza spada, con le mani incatenate.... (O Dio! in questo modo un figlio dee comparire al cospetto del padre!) — ma pur troppo così Ugo ò costretto ad incontrare la faccia del padre, ed ascoltare la sentenza della sua ira, e la novella della sua sventura: nè per ciò sembra vinto, quantunque la sua voce sia muta.

X.

Ma pallida, tranquilla, silenziosa, Parisina aspetta la sua sentenza. — Come diverso nell'ultimo convegno in quella sala lucente spaziava il suo occhio, mentre i nobili uomini andavano alteri di accompagnarla, mentre la bellezza attendeva a imitare la gentile sua voce, il suo amabile portamento, e in quelle forme, in quello incesso raffigurava le grazie della donna dei suoi pensieri. — Allora se il suo occhio avesse pianto nel dolore, mille guerrieri sarieno accorsi, mille spade nude avrieno brillato, per farsi propria la contesa di lei. — Adesso quale ella è? — Quali essi sono? — Potrebbe ella comandare; e cotesti obbedire? — Taciturni, impassibili, con gli sguardi dimessi, con fronte accigliata, le braccia conserte, gelidi nel sembiante, con labbra che perdonano appena la parola del vituperio, e cavalieri e donne, tutta la corte, lesta dintorno. — E l'uomo scelto dal cuore, di cui la lancia avrebbe ferito all'accennare del suo sguardo, — e l'uomo, che dove per un momento avesse avuto libere le braccia, o la salverebbe, o morrebbe, — il drudo della sposa di suo padre, — egli pure è incatenato al suo fianco, egli non può vedere quegli che piangevano, più che per la propria, per la disperazione di lui. — Queste palpebre, su le quali errando una vena violetta vi lasciava una traccia leggiera, lucide per politissima bianchezza che invitò sempre a soavissimi baci, ora ardenti e livide di rossore par che premano, non adombrino, le sottoposte pupille le quali muovono lentamente, e lagrima su lagrima vi si accoglie dentro.

XI.

Ed egli pure avrebbe pianto per lei, dove non fossero stati gli occhi degli spettatori, che guardavano sopra di lui il suo dolore — ond'ei se pur lo sentiva, si frenava. Torva e superba solleva la fronte, quantunque la sua anima fosse compunta di dolore: — non vuole avvilirsi al cospetto dei circostanti, e non la guarda. Rimembranze dell'ore che furono, — il suo misfatto, — il suo amore, — il suo stato presente, — la paterna ira, — l'abbominio di ogni onesto, — il suo terreno, e celeste destino: — ed ella! — oh! ella.... E non osa mandare uno sguardo su quella fronte di morte; — altrimenti il suo cuore pieno avrebbe manifestato tutto il rimorso della rovina fatta.

XII.

Ed Azo parlò: — «Io mi gloriai di una moglie, e di un figlio; — il sogno si dileguava stamane! — Prima che declini il giorno, io non avrò figlio, nè moglie: — la mia vita è condannata a languire sola: — bene, — sia. — Nessuno dei viventi vorrebbe fare diversamente da quello che io mi faccio. — Ogni vincolo è rotto.... ma non per me! — si tronchi ogni vincolo. Ugo, un sacerdote ti aspetta, — poi la ricompensa del tuo delitto. Prima che le stelle stasera s'incontrino, fa di avere supplicato il cielo: — tenta di trovare perdono lassù: la sua misericordia può scioglierti; — ma qui su la terra non v'è luogo ove tu ed io possiamo respirare un'ora sola. — Addio! Io non vo' vederti morire; — ma tu lo vedrai, vilissima creatura. — Or via, io non posso parlare più oltre: — va, donna dal cuore impudico; non io, tu spargi il suo sangue: — va! — e se puoi sopravvivere a quella vista, godi della vita ch'io ti dono.»

XIII.

E qui l'austero si celò la faccia, imperciocchè nella fronte gli si gonfiasse la vena, come se il tepido sangue, condensato nel cervello, tornasse a sgorgare di nuovo. — La tiene china per alcun tempo, e poi con mano tremante si scopre gli occhi. — Intanto Ugo sollevando le mani incatenate impetrava brevissimo indugio per essere ascoltato da suo padre. Il silenzioso genitore non vieta quanto le sue parole domandano. «In me non alberga paura di morte, però che tu mi abbia veduto correre tutto sanguinoso per la battaglia, e perchè i tuoi vassalli non hanno strappato a forza un ferro inutile a questo mio braccio, il quale versò più sangue per te, che non potrà la scure versare del mio. Tu il desti, — tu puoi ripigliare il mio fiato; dono di cui non ti ringrazio. Non sono peranche obbliate le ingiurie della madre mia: il suo amore vilipeso, il nome contaminato, il retaggio dell'onta pei suoi discendenti; — ma ella giace nel sepolcro dove il suo figlio, il tuo rivale, dee tosto raggiungerla:.... il suo cuore rotto, la mia testa mozza, faranno testimonianza della morte, come fedele, come tenera fosse il tuo amore giovanile, e la tua cura paterna. — Bene è vero ch'io t'abbia fatto ingiuria, — ma oltraggio per oltraggio. Tu conoscesti, e da gran tempo, che questa reputata tua sposa (nuova vittima del tuo orgoglio) per me si destinava: tu la vedesti, la sua vaghezza desiderasti, e il tuo proprio delitto, la mia vituperosa nascita mi rinfacciasti, — e mi dicevi di basso stato, ignobile marito alle sue braccia, poichè in vero io non abbia diritto alla legittima condizione del tuo nome, e non possa sedermi sul trono della casa d'Este. Pure se pochi anni mi fossero stati concessi, il mio nome più del tuo splenderebbe, e di onore tutto proprio. — Io aveva una spada.... io ho sempre un petto che potrebbero avere vinto qualunque dei più superbi cimieri abbia mai ondeggiato tra la schiera dei tuoi coronati maggiori. Nè sempre cinsero sproni più splendidi i meglio nati; ma i miei spinsero il fianco del destriero contro prodi campioni di principesco lignaggio quando davano la carica ai lieti gridi d'Este e della Vittoria! — Io non voglio difendere la causa del delitto, e meno poi pregarti di riscattare dal tempo alcune poche ore, o giorni, che devono finalmente trascorrere su la ignorata mia polvere. — I miei istanti trascorsi di delirio non possono, nè devono durare. Quantunque la notizia e rinomanza mie sieno vili, e la nobiltà della tua stirpe sdegni alcun fregio concedere a tale oggetto quale io mi sono, pure stanno impresse sul mio volto alcune traccie del volto paterno, e nel mio spirito.... egli è tutto di te. — Da te questa fierezza di cuore, — da te... — Perchè ti agiti adesso? — Da te nella loro potenza derivano le mie braccia di forza, — la mia anima di fiamma. Tu mi desti non solo la vita, ma tutto quello ancora che mi fece simile a te. Or vedi a che ci ha condotto il tuo colpevole amore! — Egli ti ha compensato con un figlio troppo simile a te! — Io però non sono bastardo nell'anima: e perchè essa è troppo simile alla tua, aborre ogni freno. Io non pregiai meglio di te lo spirito (lieve dono che mi facesti, e che ora vuoi ripigliarti sì tosto), quando a fianco a fianco concorrevamo a gara, guidando i nostri corsieri sopra i cadaveri.... Il passato è nulla, e il futuro sarà forse come il passato; — ma io vorrei essere morto in quel tempo, imperciocchè, sebbene tu abbi male operato contro la madre mia, e fatta tua la sposa a me destinata, sento che mi sei padre pur sempre; e il tuo decreto suona aspro, ma non ingiusto quantunque venuto da te. Generato nel peccato, per morire nell'onta, la mia vita termina siccome cominciava: — tale errò il padre, tale errò il figlio, e tu dovevi punire ambedue in uno. — Tristissimo appare alla vista umana il mio misfatto, ma Dio deve giudicare tra noi.»

XIV.