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Part 2

Chapter 23,807 wordsPublic domain

La stella mattutina abbracciava ed era abbracciata dalla cortese comare, e poi si faceva a scintillare al balcone per vedere giungere la Dianora. Oh come palpitò quel cuore quando la scôrse di lontano porre il piè nel viale! Veronica le corse incontro alla porta del giardino, e le accennò il balcone. Ippolito si rallegrò nella idea che favellassero di lui, ma osservando il lieve sorriso della Dianora, e il non mutato sembiante, ebbe pensiero diverso. Infatti ella non lo aveva veduto, quantunque la comare con tale un suo sogghigno di mistero le avesse detto che le serbava un bel presente: ma la Dianora, fino a quel giorno accarezzata dalla comare a modo di bambinella, immaginò che fosse qualche masserizia, nè vi fece gran caso. Appena trapassava la desiata il limitare, Ippolito stimò che derivasse da lei ogni orma che gli pervenne agli orecchi. Quanta gran gioia era pensare che un sol tetto adesso accoglieva ambedue! Ma convenire nella medesima casa, e non potere aprirle la concetta passione, e ricercarla d'amore, e investigarla nell'anima, — quanto grave angoscia e miseria! Due o tre volte balzava udendo toccare l'usciale, ma sempre fu la comare che veniva a confortarlo di starsi con buon animo, e a dirgli che madonna Lucrezia gli avrebbe menato la Dianora dopo il pranzo, quando gli ospiti sarebbero iti a dormire. Di tutte le cose sconvenienti e mal fatte, parve ad Ippolito il desinare la peggiore, imperciocchè non sapeva immaginare come enti ragionevoli, i quali potevano cibarsi di un tozzo di pane e bere una coppa di vino per la via, e andare oltre a fare all'amore, consentissero sedersi lungo tempo a mensa per gustare questa o quell'altra delicatura. E le cerimonie! Dio sa per quanta ora quegli zotici villanzoni avrebbero trattenuto la Dianora co' rispetti, con le ballate, con le tresche loro! Certo tra essi non v'era amante nessuno, altrimenti avendo facoltà di vagare a solo a sola per le verdi pianure, non s'intendeva come se ne andassero così raccolti insieme. Non pertanto Ippolito professava altissima riconoscenza alla comare Veronica, e tentò pure di usar cortesia alla sua vivanda e al suo vino, così che dopo pranzo la sua virtù se ne sentì ristorata.

Ora riputiamo cosa necessaria avvertire il lettore che non debba giudicare dei tempi passati dai presenti. Fallo universale dei popoli fu sempre l'odiarsi, non l'amarsi; e se la nimistà e l'amore fossero un po' diversamente praticati da quello che facciamo noi, non occorrerebbero forse amanti meno innocenti, nè più burlevoli nimicizie. Dopo il pasto essendosi gli ospiti dispersi chi qua chi là, per dormire, la Dianora accompagnata dalla zia Veronica s'incontrò compresa di stupore nella medesima stanza con Ippolito, e in meno che volgono cinque minuti uno volse il capo da una parte, e la donzella dall'altra, — e questi tolse in mano un libro, e lo posò; quella si pose a guardare fuori della finestra, — ed ambedue arrossirono, e poi divennero bianchi, — e il gentiluomo si aggiustò il collare, e la gentil donzella le maniche; e le vecchie ristrettesi a bisbigliare in un canto della stanza di lì a poco li lasciarono soli. La vergine si mosse per seguirle, il giovine susurrò alcune parole che ella non intese, e che pure valsero a trattenerla, farle impallidire il volto, e correre alla finestra senza osare di guardarlo. Ippolito tentava accostarsele, e non poteva, e maravigliava del come fosse svanita la sua feroce impazienza; senonchè adesso ogni dimora riputava, ed era, piena di delizie. O letizia di questi momenti! O aurora soave di queste sensazioni! O dubbi non più dubbiosi! O speranza diventata certezza! O memoria che all'aspetto del giovane leggiadro, e della ritrosa verginella, mi ricordi la passata gioventù! O ore, perchè essendo voi cosa divina, non ci rendete immortali! Perchè non siamo rapiti in parte dove non possiamo venir meno, lasciando i mortali a dire di noi: — si amarono, e furono assunti al paradiso!

_Una delle donne che legge._ Signore scrittore, con questi suoi voti celestiali non rammenta in qual condizione abbia lasciato i giovani amanti?

_Lo scrittore._ Madama sì; ma non importa, credo, ch'io le insegni come due amanti desiderino starsene soli.

_La donna._ Ma, signor mio, qui si tratta di giovani italiani, i quali non sono tanto vergognosi come ella dice. Io penso quei suoi Fiorentini dopo essersi un cotal po' sogguardati, e poi abbracciati, e poi...

_Lo scrittore._... corsi dietro alla zia per non rimaner soli. Madama, mi conceda dirle che ella prende errore. Gl'Italiani, uomini sono quanto altri mai sensibili e verecondi; nè la modestia sta confinata in Inghilterra, siccome pare ch'ella voglia credere.

_La donna._ Eh! giusto modestia: io voleva parlare di certa specie — non so s'ella m'intenda — di una sorte di energia irresistibile, la quale suole chiamarsi violenza nell'indole italiana.

_Lo scrittore._ Prego, signora, a volermi credere che adoperando la parola modestia io non posi mente a nulla di personale. E V. S. so ch'è donna dabbene, ed ama di cuore i miei amanti. Io non parlava pertanto di modestia in nessun senso particolare, ma così in genere; e tutte le nazioni, non eccettuata la dilettissima nostra, hanno pur troppo le modestie ed immodestie loro. Intorno poi alla violenza di che ella diceva, la quale in alcuni è energia, ed in alcuni altri miserabile debolezza, secondo l'indole degli uomini e le circostanze dei casi, e gl'Italiani, come quelli che vivono sotto un cielo ardente, ne dimostrarono meglio degli altri popoli; — pure si deve osservare che dove il carattere individuale sembra più rilassato, quivi anche sono peggiori i costumi e le leggi. — Nondimeno affermo la violenza essere atto della propria volontà, e speciale ai due estremi delle umane condizioni: — ai potenti di cui le passioni furono soddisfatte, — e ai poveri di cui le passioni furono mal dirette. — La vera energia si manifesta non con la violenza, bensì con la forza e colla intensità. La intensità di sua natura discerne, nè rimane vinta dalla moderazione, là dove di moderazione fa mestieri. Inoltre, al tempo del quale parliamo si osserva in alcuni una esquisita finezza nelle materie di amore, ed in altri brutalità ed oltraggio. Le umane potenze ebbero in quel periodo supremo esercizio nel bene e nel male; e se da un lato troviamo terribile spettacolo di cupidigia, di tirannide e di vendetta, dall'altro occorre una filosofia, una quasi divinità per abbellire l'amore, ed emulare con le arguzie di Platone per farlo cosa celeste.

_La donna._ Io mi confesso pienamente convinta; però continuiamo.

_Lo scrittore._ Assai mi piace quel continuiamo, signora; immaginiamoci essere i due amanti in compagnia; — certo assai ci assomigliamo a Don Cleofas e al suo piacevole amico il Diavolo Zoppo. — Io, il diavolo senza altro, ella il giovane scolare — scolare femmina, — Donna Cleofasia che studia il cuore umano.

_La donna_. Sì, bene, come a lei piace; ma procediamo.

_Lo scrittore_. Se la sua inchiesta mi riesce gradita, lo vedrà coll'effetto; però vado oltre. —

Noi lasciammo i nostri amanti, o signora, nella camera di madonna Veronica, di cui l'uno guardava per la finestra, e l'altro si rimaneva a lieve distanza; e così stettero per tutto quel tempo nel quale abbiamo favellato. Oh! quanto è cosa impossibile immaginare la trepidanza dei due amanti in cotesta ora, e non sentirsi trasportare col pensiero nella condizione di quelli!

Ippolito si accosta alla Dianora. Il suo occhio se ne stava fisso sopra i lontani monti di color celeste, ma l'anima sua era raccolta entro la camera. Le copriva la testa una reticella di seta verde, tessuta in oro, che mollemente conteneva i bei capelli, e sembrava che volesse accennare il collo candidissimo; — sentì un alito che le scaldava il collo, e sollevò le braccia per acconciarsi la rete. Per questo modo apparve manifesto il contorno leggiadrissimo della sua cintura, ed ei gliela cinse con ambe le mani, cosicchè venisse a porle sul cuore della donna innamorata, e: «Mi vorrà» diceva «perdonare di questo.» Veramente aveva ragione per favellare così, sentendoselo balzare sotto le dita come se volesse venir meno. La Dianora diventata tutta vermiglia, rimosse con le sue mani la destra d'Ippolito, ed ei la ritenne pur sempre con la sinistra. «Messere Ippolito,» alla fine parlò, «io temo forte che voi non mi crediate...» «No, no,» interruppe Ippolito, «non temer nulla di quello che io possa credere o fare. A me spetta temere del tuo celeste sembiante, che del continuo mi vegliava sul letto, e mi pareva vederlo sdegnato con me solo tra tutti i viventi della terra.» — «E mi hanno detto che voi foste ammalato,» rispose Dianora con voce soave; «e la zia forse conosce ch'io... crede... E dimmi, sei tu stato male davvero?» — Qui senza accorgersene posava una mano sopra le sue. «Guardami, e di per te stessa lo giudica,» soggiunse; e con l'indice della destra le comprimendo la fossetta del mento, verso la sua voltava la faccia di lei. — A Dianora sembrò trovarlo meno mal condotto di quello che lo vide l'ultima volta in chiesa, ma pur tanto da farle l'occhio lagrimoso; — e subito dopo abbandonò la testa su la spalla del giovane, e desiate scesero le sue labbra sopra le labbra di quello.

E' correva in quei tempi un mal costume generato dall'errore delle leggi, per cui si praticavano assai gli sponsali, o piuttosto promesse di fede fatte in segreto, e al cospetto del cielo. Questo era dunque un mal costume, come la più parte dei segreti sono; ma il danno, secondo il solito, toccava al povero, o quando erano di troppo disuguali le condizioni delle parti. Là dove ambedue le famiglie avevano autorità, più di rado accadeva lo scioglimento della fede promessa. La fede poi d'Ippolito e della Dianora era fede davvero: si genuflessero davanti la immagine della Vergine col Bambino, appesa nella camera di madonna Veronica, e ad un messale che stava aperto sopra una sedia. Ippolito allora, quasi per fare una sua vendetta dell'angoscia sofferta allorchè Dianora erasi insieme con lui prostrata nel tempio, tolse il libro, e glielo pose innanzi agli occhi, e la guardava supplichevole in faccia; e Dianora lo prese tutta tremante, sebbene lieta di altissima gioia; e Ippolito due e tre volte la baciò amoroso. — Noi ci accorgiamo adesso adoperare troppo gran numero di _e_ in siffatte occasioni; e comecchè ce ne siamo accorti, non ci dispiacciono gran cosa. Il qual uso dobbiamo in parte alla memoria delle antiche ballate, e in parte a certa vaghezza d'insistere sopra un piacere, che, se noi non andiamo errati, rimane maravigliosamente sovvenuto da queste congiunzioni. — Certo non vuol negarsi che sia un _crimenlese di sana critica_; ma noi ci scusiamo col confessarci affatto ignoranti di quest'arte salutare, e però continuando raccontiamo come le nostre buone madonne spensierate, dico della Lucrezia e dell'altra (poichè non sempre la vecchia età è la meglio guardinga, trattandosi in ispecie di comari e di zie), tornassero alla fine nella stanza dove avevano lasciati i due amanti; — non prima però che la Dianora avesse acconsentito di ricevere il novello suo sposo nella sua verginale cameretta, mediante un antichissimo arnese chiamato scala di corda. Secondo la bella costumanza consumarono il giorno col prendere parte ai sollazzi della gente della villa: menarono danze, cantarono canzoni, colsero e mangiarono dei grappoli, che vaghi di bei colori pendevano dai pergolati scintillando sopra il lor capo. Da tempo immemorabile cantano per la Toscana ballate e canzoni intorno ai fiori: una di queste, diretta innocentemente a guisa di addio alla Dianora, forte la commosse, facendola tutta impallidire nel volto. — _Voi siete un vago fiore_, prese a cantare una leggiadra donzella,

Voi siete un vago fior di primavera; Un fior, che in su la sera Modesto e ritrosetto si raccoglie; Oh! avervi potess'io alle mie voglie!

E Ippolito andando a casa non fece altro che cantare per via cotesta canzone.

Ora Ippolito osservò certa scala di corda destinata agli uffici domestici, e, a dirla giusta, posta in opera dal vecchio gentiluomo, nel modo appunto che adesso si avvisava adoperarla il giovane. — Nei suoi primi anni il padre Buondelmonti era stato famoso per avventure di amore; poi si volse a far danari, e a sostenere ostinatamente le pratiche antiche, onde la gente assai lo reputava per le sue virtù, e per la condizione, e il parentado; — e se cento scale fossero insorte in giudizio contro di lui sarebbero state credute testimoni falsi.

Ma la buona indole d'Ippolito lo consigliava a procedere circospetto. Aspettò mezza notte; si calò giù dal balcone, e tolta la scala sotto il mantello, si avviò tenendo un vicolo oscuro rasente casa Bardi. — Una finestra della camera di Dianora dava sul vicolo, le altre sul giardino: Ippolito tese l'orecchio, e sentendo un rumore di suoni e di canti, che di mano in mano si faceva minore, stava per avvertire la Dianora del suo arrivo col gittarle alcun sassolino nella stanza, quando intese approssimarsi persona: — era un giovanastro che andava per quelle vie rimote in traccia di mala occasione. Ippolito si strinse in un canto, pauroso non s'inoltrasse nel vicolo; — per buona sorte il rumore passò, ed egli di nuovo mosse il piede fuori del canto, e di nuovo vi si restrinse. Due altri giovani cominciarono a contendere se dovessero o no passare nel vicolo. Uno di loro, che pareva ebbro, voleva ad ogni costo cantare _alla sua bella nemica_, non fosse altro per far dispetto al vecchio, e trarlo fuori di casa con cotesto suo spadone lungo lungo. «E con una reprimenda anche più lunga,» soggiunse l'altro. «Ora sì che mi spaventi davvero,» rispose il primo; «la sua spada è spada, ma la reprimenda è il demonio, e passa di là di Arno, e non si rimane mai finchè non rompa il sonno a qualche creatura, — pure io vo' fare la serenata.» — «No, no; di grazia, rammentati quello che disse il gonfaloniere. Io per me non vorrei trovarmi a tristo incontro; — un giorno o l'altro dobbiamo pure incappare nel malanno, che Dio ci tenga lontano.» — «Sta cheto,» riprese l'ubbriaco, «io rammento quello che il gonfaloniere disse; egli disse: — Io vo' fare la serenata. No, egli non disse _vo'_ ma ve lo metto io: — me ne ricordo come se fosse ieri: — egli disse: gentiluomini, tre cose buone si danno in questo mondo: l'amore, la musica e la guerra, con altre mille parole che non valevano un nonnulla; — e dette per provare con una fastidiosa quantità di periodi che l'amore era buono, la guerra buona, buona la musica; ed è per questo che voglio fare la serenata.» — «Fallace argomento; Vanni,» l'altro riprese, «vien via, o noi avremo tra poco il nemico sopra; perocchè io abbia inteso rimuovere dall'altra parte, e vado sicuro che non sono dei nostri.» — «Meglio che mai, amore e guerra, mio bel damigello.... e musica, io compisco la ballata prima che giungano.» — E qui prese a cantare la più oscena canzone che mai si sia immaginata, e il nostro amante stette più volte in forse di uscire fuori, e dare il leuto in faccia a cotesto sfacciato; pur si trattenne. Dopo brevi momenti sentì accostarsi persona, e poco dopo un cozzare di spade, e un fuggir via con velocissimi passi. Ridivenuto il luogo silenzioso, Ippolito dette il segno, e gli fu risposto: fissa la scala, e mentre sta per salire si rimane atterrito da un piccolissimo sembiante, che pare che gli sorrida traverso un raggio; — ma rammentando come poc'anzi si era invano ingegnato a torre via la lampada che ardeva davanti una Madonna quivi vicina, ebbe a maravigliarsi della strana condizione dei suoi nervi. Si fece divotamente il segno della Santa Croce, offerse una preghiera pel buono esito del suo vero amore, e cominciò a salire la scala. Appunto quando la sua mano toccava la finestra, inteso un rumore di passi; — guarda giù pel vicolo, e scorge due figure ristrette in un canto: — egli s'immaginava che potessero essere l'ubbriaco e il suo compagno di ritorno, ma il profondo silenzio loro lo dissuase. Alfine uno di quelli a voce alta favellò: «Non m'ingannava quando vidi l'ombra di un uomo con la mia lanterna, ed ora mi accorgo che non per nulla siamo tornati in dietro; dove mai si sia ficcato costui?» — Ippolito scese rapidissimo, procurando nascondersi il volto col cappuccio, e disposto a fuggire per forza d'arme, se non che la fortuna gli attraversava il disegno, e lo fece incespicare nelle corde, e cadere. Gli stranieri venutigli addosso, lo arrestarono. L'amoroso pensiero, che sopra ogni altra cosa del mondo tiene cara la fama della donna amata, celere come il baleno suggeriva ad Ippolito un consiglio: «Sono tutte salve,» fingendo paura, diceva, «non ne ho toccata una sola.» — «Sola; di che?» domanda l'altro; «cosa è tutta salva?» — «Le gioie,» risponde Ippolito; «per l'amore di Dio lasciatemi andare: questo è il mio primo, come sarà l'ultimo errore: — lasciatemi: io poi ho in mente di restituirle,» — «Restituirle!» esclamò il primo; «oh! questa è singolare davvero: tu devi essere un ladro gentiluomo con siffatta cortese volontà, e noi vogliamo vedere un po' chi tu sii, non fosse altro per tua soddisfazione, Filippo, eh?» — Or questo Filippo era un baro solenne, e: «Maledetto!» gridava, «ti ho già le mille volte ripreso per questo nominarmi che fai: alla stagione che corre non istà bene, quantunque scommetterei che mi abbia anche egli giuntato la sua parte.»

A vero dire Filippo temeva non poco che l'arrestato si convertisse in qualche giovane da lui medesimo rovinato, e ridotto a commettere quel delitto: ma il suo compagno più caparbio volle conoscerlo; e Ippolito, costretto a seguitare la necessità del destino, venne tratto alla luce. A tal vista esclamarono i nemici: «Un Buondelmonte! il magnifico Messere Ippolito Buondelmonte! Messer Ippolito, io vi bacio le mani, e vi sono ad un punto servitore e bargello; in fede mia, vuole esser questa la lieta novella per domani.»

Venne il domani, e fu giorno di tristezza pei Buondelmonti, e di gioia per tutti i Bardi, tranne per la povera Dianora. — Ella non sapeva qual cosa avesse impedito Ippolito dal continuare la salita; un qualche caso lo aveva certo trattenuto, ma di qual natura ignorava. Era egli conosciuto? Ella fu conosciuta? Era stato conosciuto tutto? — E la povera fanciulla si travagliava con infinite paure. Madonna Lucrezia, giunta la mattina, le si fece incontro con tutta quanta la terribile storia dell'accaduto. Ippolito Buondelmonte era stato preso mentre si calava per una scala di corde giù da un balcone di casa, con una spada ignuda nella destra, ed una scatola di gioie nella mano manca. La Dianora di leggieri conobbe la verità del fatto, e vinta dalla riconoscenza, dall'amore e dall'affanno, cadde svenuta. — E madonna Lucrezia conobbe anch'essa come stava la cosa; pure tremava di confessarlo alla sua mente, molto più poi a confessarlo con parole; e dove la novità, lo scompiglio e lo svenimento della nepote non le avessero dato materia di occuparsi, sarebbesi svenuta con tutto il cuore dallo spavento. La comare Veronica alla trista novella non resse meglio delle altre donne, e la madre d'Ippolito assalita da un languore, che sì aggiunse alla naturale fievolezza della sua complessione, giacque istupidita e incapace di badare a nulla.

Ora il primo passo di madonna Lucrezia, dopo di avere soccorso la Dianora, e dato ad intendere ai servi che la storia del ladro l'aveva spaventata, fu di recarsi dalla comare Veronica, e seco lei statuire i provvedimenti da prendersi. Le due buone femmine piansero pel povero giovane, ed ammirarono la costanza di lui nel tutelare la fama della donzella; ma nonostante la buona natura convennero doversi per riguardo alla Dianora tenere il segreto. Madonna Lucrezia se ne tornò a casa per confortare la giovane, e sopprimere le importune ricerche, mentre la comare Veronica si rimase chiusa nelle sue stanze, troppo ammalata per ricevere visite, alternando preghiere al Santo Protettore, e buoni sorsi di vino di Montepulciano.

La scostumata gioventù di quei tempi pur troppo rendeva probabile la confessione d'Ippolito. Inoltre, lo avevano veduto pochi giorni innanzi privato affatto di danari. Si susurrava ch'egli usasse spessissimo con bari ed altra gente di mal affare; — e suo padre era avaro. Finalmente non passò inosservato il sospirare che fece in chiesa; e il magistrato, che parteggiava pei Bardi, concluse lui essere più reo di quello che per avventura apparisse.

Ippolito, come uomo abbandonato, aspettava la sentenza; e immaginando che lo avrebbero bandito, volgeva in mente certi suoi ingegni per rivedere l'amata donzella, allorchè la condanna di morte gli cadde sopra come una folgore. La cagione della rigida sentenza appariva manifesta ad ogni uomo, imperciocchè in quei giorni la fazione dei Bardi prevalesse, e la città mal condotta dalle civili discordie amava starsene in pace. La compassione che la gente sentiva pel caso d'Ippolito, molto si aumentava per l'affanno che il giovane non sapeva raffrenare; e: «Dio! Dio!» esclamava, «dovrò morire in così fresca età? E non vedrò più mai, — più mai contemplerò la luce, e Firenze, e i dolci compagni?» E si avviliva a pietosissimi scongiuri onde esser salvo, — però che pensasse alla sua bella Dianora. Ma i circostanti attribuivano quell'affanno alla paura della morte, ed istigati dalle parole dei partigiani dei Bardi, mutarono la compassione in disprezzo. Si prostrava ai piedi del potestà, e strettamente le sue ginocchia abbracciava. Lo stesso suo padre, come cosa abietta, lo respingeva. Vedendo allora stargli ogni vivente contrario, sorse, e risoluto di conservare il segreto per l'onore dell'amata donna, si dichiarò pronto a morire. — Il potestà lo condannava a morte nel veniente giorno.

Venne il giorno, e venne l'ora. Il gonfalone di giustizia fu appeso alla porta del palazzo della Signoria, e la tromba per la città annunziava la morte d'un reo. La Dianora, che aveva tutte queste cose saputo, udendo adesso il suono della tromba, voleva prorompere fuori, e dichiarare il segreto; ma la represse madonna Lucrezia, parlandole della madre e del padre, della casata, del mondo, della impossibilità di salvarlo. La Dianora poco avrebbe badato alla casata e al mondo, pure il costume di venerare i suoi genitori, e la paura di loro rampogne, la fecero soffermare: — stava; — nulla imprendeva, — soltanto udiva, cosparsa di mortale pallidezza. — Intanto la processione comincia ad avviarsi fuori di Porta alle forche.

Uscito Ippolito dal carcere, più che di reo, mostrava sembianza di martire. Procedeva mansueto, con un vermiglio soprannaturale su le guancie, conseguenza del sacrificio al quale durante la notte si era con altissimo proponimento consacrato. Soltanto prega, come ultima grazia, di essere tratto per la via dei Bardi al luogo del supplizio, imperciocchè avendo vissuto in grande inimicizia contro quella famiglia, e sentendosi adesso spogliato di ogni odio terreno, desiderava benedire in passando la casa dei suoi avversari. Gli era concessa l'onesta domanda. L'antico confessore, con le lacrime agli occhi, affermava che la memoria del caro giovane tornerebbe sempre in onore della sua famiglia, siccome la sua anima sarebbe andata per certo alle dimore dei Santi; — e la processione seguiva il suo cammino. La stupida curiosità ingombrava la mente della plebe circostante, se non che alcuni pochi sentivano compassione sincera, e molte femmine furono vedute tornare indietro offese dallo spettacolo, forte piangendo, e senza pure aver lena di rispondere alle domande di chi incontravano per via.