Tra cielo e terra: Romanzo

Chapter 9

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Questi discorsi calmavano e turbavano Maurizio: lo calmavano per un verso, lo turbavano per l'altro. Ed egli andava più guardingo che mai; voleva studiare, governare i suoi atti più che non avesse fatto fin allora. Per fortuna, dacchè era tornato a San Giorgio, non aveva avuto l'uso di farsi vedere in paese a diporto, salvo nei giorni di festa, e la sua mancanza non doveva esser notata come un fatto singolare, come un cambiamento improvviso di consuetudini. Uscendo sempre di casa dalla parte dei campi, non poteva neanche esser veduto dalle case più vicine al Castèu. Davanti al mulino non passava mai, e risaliva sempre e discendeva dall'Aiga facendo un giro assai largo. In casa, poi, inventava ogni giorno qualche pretesto di gite lontane sui monti, portando il fucile, come un gran cacciatore nel cospetto di Dio. Quel povero fucile riposava spesso appoggiato a qualche tronco d'albero, o contro i merli del torrione, dove non metteva paura di certo ai garruli abitatori della macchia. Ma egli così faceva per eccesso di precauzioni, volendo essere giustificato più che potesse delle sue lunghe escursioni agli occhi delle persone di casa.

Gisella era più forte, più serena, più franca. Di che cosa doveva ella temere? Usciva per i suoi malati, per suo diporto, per suo capriccio, e nelle sue gite non si era mai trovato niente a ridire. Non aveva fatto sempre così, anche da fanciulla, vivendo suo padre? Niente era mutato per lei, nè il casato, nè le consuetudini di vita. Si sentiva sempre la contessina dei tempi andati; tutti i servi della Balma l'avevano sempre veduta andare e tornare liberamente, scorrazzare a quel modo.

--Di che temete, Maurizio?--chiedeva ella, con la sua bell'aria di sicurezza, donde traspariva anche un lampo di celia amorevole.--Voi v'immaginate che tutti vogliano occuparsi dei fatti miei, e mi date più importanza che io non ho. Vi dispiace che parli così? Ebbene, diciamo che ne ho molta.... per te. Ma non per altri, sai, non per altri.--

Maurizio non voleva dir tutto. Le sue inquietudini si tenevano sempre a mezz'aria, vagavano di qua e di là, senza posarsi mai sopra un certo argomento. Ma se le sue parole non lo accennavano, il suo pensiero non sapeva allontanarsene, e negli occhi spaventati di Maurizio stava fissa una immagine molesta, l'immagine che lo rendeva cupo, che lo faceva fremere e tremar d'improvviso, anche negli impeti più caldi della passione. Non fremeva già, non tremava per sè; fremeva e tremava per la divina creatura, per l'amor suo così grande, così intenso, così vivo, e così minacciato di morte imminente, sospeso com'era ad un filo. Gli innamorati conoscono questi falsi equilibrii, e troppo spesso ne vivono. Del resto, c'è la sua voluttà anche in questo vivere di spasimi.

--Sapete,--disse un giorno Gisella, cogliendo a volo negli occhi di Maurizio uno di quei lampi che parevano illuminare di tetra luce il fondo del cuore,--sapete che alle volte, stando qui accanto a me, mi avete l'aria d'un condannato?

--E non lo sono io forse?--rispondeva egli sospirando.--So bene quel che mi aspetta. Non dovrò perdervi io, e tra poco, forse domani? Perdervi, sì; non sarà forse un perdervi, il vedervi appena qualche momento, e di rado, quando egli sarà ritornato?--

L'immagine prendeva un nome; dagli occhi passava alle labbra. Dal giorno che Maurizio aveva incontrata Gisella al Martinetto, ne erano passati almeno diciotto, e ancora un accenno a lui non gli era uscito di bocca. Ma il tempo stringeva; il ritorno temuto non incominciava a sentirsi nell'aria?

--Vero,--rispose Gisella,--non sarò più così libera. Triste cosa, amico mio, triste cosa!--soggiunse, traendo un profondo sospiro e reclinando la bionda testa sul petto di Maurizio.--Tu lo vedi, dunque? Bisognerà pensare al rimedio; ed io non ne vedo che uno.... ritornare alla Balma.--

A quella proposta improvvisa, Maurizio ebbe un sussulto per tutte le fibre.

--No, no;--diss'egli, tremante;--come sarebbe possibile?

--Nel modo più naturale;--rispose candidamente Gisella.--Egli vi scriverà, pregandovi di ritornare.

--No, alla Balma, no, mai.

--Perchè?--chiese Gisella, non intendendo quella ripugnanza.

--Perchè!... mi domandate il perchè? Ma egli.... egli ha dei diritti, dei diritti che il mondo riconosce per sacri. Dio mio!--esclamò il giovane, abbassando confuso la fronte.--Come oserei ritornare lassù, ora?... L'ospitalità.... la fiducia ch'egli mostrerebbe di avere in me.... C'è una legge, infine, una legge che io sento di avere violata.

--Maurizio! Maurizio!--gridò ella, spaventata, afferrandolo per le mani e costringendolo a guardarla negli occhi.--Ma no, che follia!--riprese tosto, sforzandosi di sorridere.--Perchè farmi paura così? La legge! la legge! Io ne conosco una; è quella dell'amore. Non lo credi tu, Maurizio, che questa legge vada innanzi a tutte le altre? Infine, ragioniamo; che cosa sono io per lui, se non una bambina, un ornamento della casa, una compagna della sua solitudine? e una compagna che non basta neanche a fargliela sentire un po' meno, questa sua solitudine! Il suo cuore.... lo sai, dove lo ha egli il suo cuore? Nella testa, nella testa che gli ribolle sempre d'idee bellicose. Era un soldato, ed è rimasto un soldato; l'amor suo è il servizio, la disciplina, la manovra, la guerra. Vedi bene che t'inganni. Doveva restare otto giorni; ha scritto una lettera per prolungarsi la sua licenza; ed ecco, siamo quasi ai venti; potremo giungere ai trenta, ai quaranta. E perchè? per una serie di esperimenti importantissimi, che lo interessano tanto, laggiù, nel suo campo, nel suo poligono. Amico mio, è l'odor della polvere che inebria questi uomini. Che cosa vuoi che si faccia di me? Ed io, frattanto, io ho un cuore, non è vero? E te ne ho date le prove, Maurizio, di essere una buona bambina, che non ha voluto farvi disperare, come avrebbe fatto tanto volentieri una sciocca, una civetta, una donna cattiva. Vi ho detto: ti amo; non mi son fatta strappare la mia dolce confessione di bocca: e tu mi hai intesa, non è vero, mi hai bene intesa?--

Maurizio tentò di parlare. Quell'onda di passione, sollevata, ingrossata da tutti gl'inconscii sofismi del cuore, incominciava a soverchiarlo. Infine, egli amava quella donna, l'amava pazzamente; e non era colpa sua, ma di un perverso destino, se due uomini erano in lui, se ragione e sentimento cozzavano troppo spesso nell'anima sua, se quella, già usata a soccombere, voleva ad ogni costo farsi ascoltare, prima di oscurarsi e di spegnersi. Queste contradizioni sono frequenti nell'uomo moderno: la natura e il sangue, antichissime forze, comandano una cosa; il pensiero e la educazione morale ne persuadono, o ne intravvedono un'altra. Ma allora, non più: che cosa pretendeva da lui la ragione, se in tempo opportuno non aveva saputo parlare? Intendeva ella forse di ottenere alla legge del dovere una troppo tarda vittoria, che sarebbe stata un'ingiuria? e un'ingiuria a cui la delicatezza del sentimento e un'altra specie di educazione, la cavalleresca, non avrebbe mai consentito? Maurizio tentò di parlare: e le idee che gli si affollavano alla mente voleva esprimerle a lei, stringendola nelle sue braccia, bisbigliandole in sommesse parole all'orecchio della divina creatura. Son quelle che valgono, infatti, quelle che persuadono meglio.

Ma Gisella non volle ascoltarlo. Concitata dalla progressione del suo stesso ragionamento, voleva andar oltre, e non solamente a parole. Come mai una argomentazione così falsa, così contraria agli imprescrittibili diritti del cuore, si era affacciata tra i dubbî di Maurizio? Con quei dubbî era necessario di finirla una volta per sempre. Nel candore del suo peccato, trascinata da quell'impeto di passione che non sente più freno, si alzò, spiccandosi da lui, per andare verso la merlata del torrione, del dolce nido in cui erano raccolti; si affacciò, si spenzolò fuori con la testa e col petto, tanto che Maurizio atterrito si slanciò con le braccia tese per afferrarla. Gisella lo trattenne con un gesto, pur ritraendosi e volgendosi a lui sorridente; poi con un altro lo trasse accanto a sè, additandogli l'abisso che si schiudeva buio e rumoreggiante sotto i suoi occhi.

--Guarda!--gli disse solenne.--Guardate, Maurizio;--ripigliò, con uno dei suoi trapassi consueti dalla confidenza alla cerimonia,--guardate bene, ma bene, là dentro. C'è la natura in tutta la libera furia delle sue forze meravigliose. C'è il vuoto con tutte le sue paurose oscurità. Ma c'è ancora chi vuol leggere nel buio, chi vuol dettar legge alla natura. Ebbene voi che sapete tante cose, Maurizio, guardate, scrutate, indagate. Se c'è in quel buio altra cosa che il vostro amore ed il mio, se c'è una legge che li condanni, se c'è.... se ne siete ben certo.... gettiamoci nell'abisso, e puniamoci da per noi del nostro delitto, della nostra vergogna. Vi piace? a me piace.... Voi siete un uomo leale, ed io vi crederò ciecamente; la vostra parola sarà la mia legge.--

Maurizio fu per un istante affascinato; e istintivamente obbedendo, guardò nel vuoto. Rumoreggiava l'abisso, e nel tumulto assordante delle sue mille voci pareva chiamarlo.

Sì, c'era, la legge; c'erano anzi mille leggi, tutte derivate da quell'una, primitiva, ond'erano state mosse ad un cenno del creatore le forze cieche della natura. Anche quell'arco di sette colori vagamente disegnato a tenui gradazioni nell'aria, incurvato leggermente sul baratro, nello strato vaporoso dove migliaia e migliaia di gocce diffuse in sottilissima polvere d'acqua si offrivano in mobile superficie di prisma ai raggi del sole, anche quell'arco pareva una rappresentazione, lievissima, a mala pena sensibile, ma pur vera, innegabile, della eternità della legge. E non ci avevano veduto, gli uomini primitivi, il segno istesso della alleanza antichissima della natura con Dio, del conosciuto coll'inconoscibile? Attratto da quel ragionamento interiore, imperioso, prepotente, Maurizio levò gli occhi a guardare Gisella. Gisella guardava lui, con gli occhi fissi e le labbra tese, come per bere nelle prime parole di Maurizio la sentenza d'entrambi. Egli rabbrividì involontariamente, tremò tutto di aver forse indugiato troppo a rispondere.

--No, no,--diss'egli concitato,--no, no!--

E così gridando, l'afferrò per la vita, traendola a viva forza indietro, per modo ch'essa gli cadde resupina tra le braccia convulse.

--No, no;--ripeteva frattanto,--non guardare laggiù. Non sai che il vuoto attira, bambina? Anch'io sono stato sul punto di cedere. Gisella, Gisella, anima mia, vita mia, che è mai questo pazzo giuoco? Mi avete fatto paura. Ma è possibile, una follìa come la nostra? No, cara, no, adorata, non c'è niente laggiù; non ha leggi il vuoto. L'amore, hai ragione, l'amore è tutto. Non è l'anima del mondo, l'amore? E noi lo vorremmo sacrificare a quattro leggi umane, nate dal fatto materiale della occupazione della terra, e condotte di sofisma in sofisma a giustificare la servitù delle anime? lo vorremmo sacrificare a quattro leggi, che passano e mutano, oggi più spesso e più facilmente d'un tempo, tanto che noi medesimi le disfacciamo anche prima di vederle cadere in disuso per virtù di costumi? No, no, viviamo, Gisella, ed amiamo; il resto è nulla, nulla, davanti all'amore, a questa sublime visione dell'eternità, concessa alle creature da una misericordia suprema ed arcana.--

Gisella ascoltava, dolcemente cullata nelle braccia di lui da quella musica di voci interrotte e di sublimi follìe. Anch'ella, poi che tacque Maurizio, parlò; ed erano voci più sommesse, le sue, come versi di canzone mormorata tra la veglia ed il sonno.

--Vorrei essere.... sì, vorrei essere la serpicina che posava confidente la sua bella testina elegante tra le fauci ardenti d'amore del suo damo selvaggio; e così dolcemente stretta, dal mio caro spiraglio, vorrei ammiccare con la pupilla lucente di felicità al verde della macchia. Ma perchè Maurizio, il mio dolce e sapiente signore, ha una così ingiusta antipatia per il serpe? Lo so, è un animale troppo distante oramai dal tipo delle altre creature viventi; ma forse perchè egli è il più antico tra gli esseri. E striscia, il poveretto; striscia, perchè il mondo è freddo, freddo, troppo freddo al paragone dei suoi bei tempi. Ma allora, chi sa quante migliaia d'anni addietro, il sangue gli scorreva più caldo nelle vene; e il serpe andava più glorioso, con la testa eretta sul suo bel collo di cigno, e per tanti specchi quante erano le sue nitide squamme rinfrangeva in vivaci colori la bella luce di un sole più ardente. Egli era il signore del mondo, allora; oggi lo ha abbattuto la viltà delle cose. Le antiche leggende, trovandolo ancora padrone della terra, ne fecero il gran seduttore.... Seduttore!--ripeteva Gisella, sorridendo placidamente al vocabolo.--Bel signore di Vaussana, non siete un gran seduttore anche voi? Oh, senza volerlo, quasi senza saperlo.... Povero il mio Maurizio tanto caro!... Ma dimmi, dimmi ancora una volta che son io l'anima tua.--

Maurizio si era mosso in soprassalto. Anch'ella si scosse e rizzò la testa. Una voce si udiva, voce di canzone alta, squillante, di là dalla macchia dei nocciuoli. Ambedue riconobbero la voce del pastore, e sorrisero.

--Strano!--disse Maurizio.--Non l'ho mai sentito cantare.

--Tutti i pastori cantano, quando son soli;--rispose Gisella.--Ma per essere venuto da questa parte, dove non ci son prati da pascolo, bisognerà ch'egli abbia pensato di farsi sentire da qualcheduno.

--Per dare un avvertimento?--chiese Maurizio, turbato.

--Chi sa? la voce è da amico; l'avvertimento verrà certo in buon punto. Andiamo al Martinetto.--

Si alzarono, stringendosi amorosamente per la vita. I cardellini della macchia videro ancora, un bacio lungo ed intenso, ma non lo sentirono scoccare. Quando i due giovani uscirono dal folto dei rami, il cantore non era più là; ben si sentiva la sua voce dalla parte delle rovine, che certamente egli aveva già oltrepassate, per ritornarsene a casa.

--La via è dunque libera;--conchiuse Gisella.--Seguiamo il nostro pastore.--

Quando giunsero sull'aia dei Feraudi, il pastore era là, con l'aria di non pensare a loro. Si scambiarono poche parole tra Gisella e Biancolina, apparsa allora sull'uscio; poi il contadino, guardando lontano verso mezzogiorno, disse:

--Una carrozza laggiù, al principio del paese; si avvia verso la Balma.

--È lui, il generale;--soggiunse Gisella, volgendosi a Maurizio.--Grazie, Feraudi; non c'è tempo da perdere per andarlo a ricevere. Mi accompagnate un tratto, signor di Vaussana?--

Come fu di là dai due roveri, fuor dalla vista dei contadini del Martinetto, Gisella trasse il respiro più libero.

--Vedi, Maurizio? tutto va bene. Va', ora; riceverai una lettera, va'.--

CAPITOLO X.

Il trattato di pace.

Maurizio era tornato al Castèu in uno stato di agitazione impossibile a descriversi. Passò in quella sua solitudine una cattiva giornata ed una pessima notte; nè migliore fu per lui il giorno seguente, nella ignoranza di ciò che accadeva alla Balma. Una cosa sapeva egli; che non vedeva Gisella, e che la montagna senza di lei era triste, il cielo buio, e cieco il futuro. Nel silenzio della sua stanza, dove egli stava di continuo con l'anima in soprassalto, come gli tornavano più chiari i dubbî, più forti i terrori, più aspri e più pungenti i rimorsi! Egli, infine, egli era il grande colpevole. Quella innocente creatura l'aveva travolta egli sull'orlo di un abisso, dove mal si reggevano ambedue: un passo ancora, un moto imprudente, ed era perduta. E forse le imprudenze non erano state già troppe? Non era l'amor loro sospeso ad un filo? il loro segreto in balìa d'un discorso incauto, d'una parola maligna, che invitasse ai sospetti? Questo pensiero lo faceva fremere; e questo pensiero gli ritornava ad ogni tratto, percuotendo con ritmica uniformità nella notte dell'anima sua, come la goccia d'acqua gemente dalla volta d'una spelonca percuote monotona, insistente, inesorabile, sulla concava superficie d'un masso.

La mattina del terzo giorno, mentre egli già più non sapeva in che mondo si fosse, gli fu portata una lettera. Non occorreva chiedere chi fosse stato il messaggero: la mano di scritto parlava chiaramente da sè. Maurizio aperse la busta con le mani convulse, lesse con occhi tremanti la lettera. Gisella scriveva:

«_Signor Maurizio_,

«Quello che ebbi il piacere di dirvi tanti giorni fa nel vostro Castèu, vi ripeto oggi col migliore inchiostro della Balma. Perchè non vi lasciate vedere quassù? Il generale, nostro signore e padrone, si maraviglia molto di non veder più il suo amico Sospello. Saprete pure ch'egli è ritornato alla sua residenza ier l'altro. _Amitiés_».

Seguiva il nome: «Gisella Matignon de la Bourdigue». E alla firma teneva dietro un poscritto, ma d'altra mano, più ruvida, più grossa, più densa d'inchiostro, come d'uomo avvezzo a non mettere che firme.

«Ma sì, mio buono, ma sì» diceva il poscritto. «Che diavolo v'ha preso di non dar passata ad eccessi di nervi, a sfoghi di malumore? Se ne avete anche voi, venite a metterli in comune. _Bourdigue_».

Che cos'era avvenuto alla Balma, perchè si scrivessero di queste lettere a lui? Niente di male, a buon conto; e Maurizio incominciò a metter fuori un sospiro di sollievo. Poi, diffidente com'era e amante di sofisticare su tutto, almanaccò un pezzo sul fatto che la lettera fosse scritta dalla contessa. Ma il poscritto del generale era là, e mostrava chiaramente che la lettera era stata scritta da lei sotto gli occhi del suo signore e padrone. Avesse rotto lei il ghiaccio, o lo avesse rotto lui, la conseguenza era una sola: che gli si facevano garbatamente delle scuse, che ogni nube era dissipata, e che egli poteva andare alla Balma. Ora, il poterci andare significava doverci andar sùbito.

Il tono gaio della lettera significava ancora che tutto procedeva benissimo alla Balma. Come sono avvedute le donne! come sanno l'arte di farsi intendere, anche quando non vi dicono nulla! A proposito d'arte, non c'era egli un po' di finzione, un pochettino d'ipocrisia tra le linee, specie in quell'accenno ad una visita al Castèu? No, perchè quella visita c'era stata difatti, e in quella visita la contessa aveva detto cerimoniosamente al signor di Vaussana quello che più volte, nei confidenti colloquii della montagna, Gisella aveva fatto intendere e dato per sicuro a Maurizio. Dunque, niente ipocrisìa nella lettera, solamente accortezza. Che, forse, per non apparire ipocriti, s'ha egli a dire ogni cosa? Maurizio, frattanto, per quel cenno della visita di Gisella al Castèu, sapeva già come regolarsi alla Balma, quando avesse da incontrar la signora in presenza del generale. Come sono avvedute le donne!

Andato quel medesimo giorno, e con aria di sollecitudine che rendeva più bello il suo atto, fu accolto a braccia aperte. Le aspre discussioni erano dimenticate, e non era neanche il caso di farci la più lontana allusione. D'altra parte, la montagna aveva custodito il suo dolce segreto: il viso che accoglieva era sereno, l'occhio limpido, il labbro sorridente.

Maurizio non ricevette senza un po' di vergogna quelle dimostrazioni di amicizia. V'hanno principii che non si offendono impunemente: la coscienza può sonnecchiare, non addormentarsi del tutto; ed anche quando è lento a venire il rimorso, la colpa si definisce da sè nel segreto dell'anima, si accusa in un vago senso di malessere nel profondo del cuore. Ma tanta gioia brillava sul volto di Gisella; tante faville d'oro si sprigionavano da quegli occhi d'indaco, che egli, superato il primo momento d'angustia, non volle vedere, seppe non vedere più altro. Se era tranquilla lei, perchè doveva esser da meno il signor di Vaussana? Se appariva così confidente lei, donna, perchè sarebbe stato egli, uomo, meno disposto a sommergere ogni molesto pensiero nella sensazione profonda di un amore, che era dopo tutto la sua vita, la sua felicità, la sua gloria?

Intendiamo che cosa sia questa gloria. Essa non è certamente la soddisfazione di un grosso egoismo, di una piccola vanità, di una ambizione volgare. È anche gloria, è gloria sopra tutto la luce viva di cui si cinge il gran sole, l'aureola di raggi onde s'intorniano le fronti dei beati, la cerchia profonda di teste adoranti e d'ali tese in estasi divina, onde l'arte ideale ha circondata la santità trionfante. Gloria è l'amore nella pienezza sublime delle sue contentezze, quando ha confuso due esseri che si sono lungamente cercati e intensamente voluti; due vite che si librano in alto, posando immobili in certe lor calme serene, pari a quelle dell'ora meridiana, quando sopra una medesima linea di mare si vedono posare due bianche vele latine; le quali, assai più che di far viaggio, sembrano compiacersi di gettare agli occhi del riguardante un lungo riflesso, immobile al par di loro, su quelle onde chete dove la luce si addormenta e il calore si spegne nella tonalità vaporosa del quadro. Dolce abbandono sul mar senza vento, con molta luce diffusa dall'alto e con molta pace dintorno: una luce che par così diafana, ma in cui l'occhio non vede; una pace che par tanto profonda, ma in cui l'intelletto non pensa.

Maurizio, per intanto, non pensava più che alla sua grande felicità. «Dio mio» diceva egli in cuor suo «se questo è un sogno, fate che duri, fate che io non mi svegli». Ma ascolta Iddio tutti i voti?

Il generale era grandemente mutato da quello di prima. Il recente viaggio gli aveva dato una scossa benefica al sangue. Aveva sentiti i tamburi, le musiche militari; si era tuffato nella prosa robusta della caserma, nella dolce poesia del gran rapporto, e ne era uscito rifatto come da un'altra fontana di gioventù. Gli esperimenti della polvere senza fumo lo avevano mandato in visibilio; gli avantreni di nuovo modello, il nuovo zaino della fanteria, il nuovo cannone dell'artiglieria di montagna, le nuove combinazioni chimiche in _ite_ con cui l'amorosa umanità si prepara alle gioie della pace universale, lo avevano intenerito, ritemprato, rinvigorito, esaltato. In ogni ragunata dei vecchi compagni d'armi il gran verbo della patria era suonato ben alto. Bravi soldati, che l'abuso della filosofia non è ancor venuto a guastare! Ai pranzi solenni, ai _punchs_, agli _absinthes_, ai vini d'onore, si era parlato spesso e volentieri di rivincita, e il ringiovanito Bourdigue aveva promesso in parecchi brindisi che tutti i vecchi si sarebbero trovati al loro posto di combattimento. «_Coûte que coûte!_» soggiungeva. «Sono ancora saldo in sella. Vorranno ben darmi una brigata di _mobiles_! E per riguadagnare il perduto non si sarà mai in troppi».

Di tutte queste cose ragionava liberamente col signor di Vaussana, spesso dimenticando che parlava ad uno straniero. Maurizio stava a sentire, mostrando d'interessarsi al discorso, e, quando la nota della _revanche_ squillava più alta, facendosi più piccino che poteva, quasi cercando, in quella specie di rannicchiamento morale, di far sparire l'immagine della propria nazionalità. Incominciava anch'egli ad esser vile, vile di quella tacita compiacenza, di quella spontanea complicità ond'è largo qualche volta anche un uomo di valore, verso chi è in casa sua il padrone, e non solamente il padrone della casa. Ascoltava, sorrideva, approvava, dando a quell'uomo la grata illusione di aver sempre davanti a sè il suo consenziente uditorio. Frattanto vedeva Gisella con la coda dell'occhio; e questo lo faceva restare immobile al fuoco di quella eloquenza soldatesca, che era poi tutti i giorni la stessa.