Chapter 4
--Ah, bene!--esclamò egli, deponendo la stecca sul panno verde e muovendo incontro al visitatore.--Siate il benvenuto, signor Maurizio. Qua la mano; anzi, no, un abbraccio, tanto per cominciare. Ma come va?--soggiunse, volgendosi al compagno.--Il vostro servizio d'avamposti procede assai male, mio caro Dutolet.
--Non so veramente come sia andata;--rispose quell'altro, con accento dimesso.
Maurizio era rimasto un pochino interdetto, non sapendo che cosa significasse quell'accenno di avamposti, che interrompeva in mal punto la cortesia delle accoglienze.
--Figuratevi;--ripigliò il generale, rivolgendosi a lui, come se avesse letto in quel punto nell'animo del visitatore.--Avevamo messo un uomo in sentinella a metà della salita, per essere avvertiti del vostro arrivo. Vi avevo annunziato che mi avreste ritrovato in fondo alla scala, e voi siete arrivato fin qua, signor conte, senza trovarmi al posto assegnato. E sono disonorato, Dutolet;--disse il generale, volgendosi ancora al compagno.--Manderemo agli arresti la sentinella infedele; daremo un esempio, non vi pare?
--Intercedo per la sentinella, generale;--disse a sua volta Maurizio, mettendosi volentieri sul tono di celia che aveva assunto il signore della Bourdigue.--Voi l'avete fatta mettere al posto buono per invigilare la strada maestra; e certamente sarà ancora laggiù ad aspettare che io mi presenti al cancello. Ma io non son venuto di laggiù; son capitato dalla scorciatoia del bosco.
--Ottimamente, da astuto nemico che conosce il terreno,--replicò il generale, ridendo.--Ma questo mi fa pensare che la Balma non è così forte come sembra. La posizione è stata girata, Dutolet; come laggiù.... ti rammenti, mio bravo? E quanti valorosi ci sono caduti, incominciando da te!...--
Un'ombra era passata sugli occhi del generale, contrastando maledettamente con l'aperto sorriso di prima. In un attimo, per altro, e la figura marziale del vecchio riprese il suo aspetto di franca cordialità.
Il generale Matignon della Bourdigue doveva essere stato un gran bel giovane a' suoi tempi: era ancora un bell'uomo, e decorativo in sommo grado. A cavallo, certamente, con quelle spalle quadre, quell'ampio torace, quei baffi bianchi biondeggianti e quegli occhi azzurreggianti sul vermiglio della carnagione, doveva parere uno di quei paladini di Carlomagno, che potevano essere oppressi dal numero a Roncisvalle, ma dopo aver fatto prodigi di valore e di forza, accoppando mille Saracini, prima di ricevere essi medesimi una graffiatura al braccio, o una ammaccatura al ginocchio.
L'accenno militare condusse naturalmente il generale alla presentazione del suo ospite. Il capitano Dutolet, sottotenente nella campagna del 1870, era stato ferito gravemente a Reichshoffen, e sarebbe morto sul campo, se non si fosse dato pensiero di lui, facendolo raccogliere in tempo e mandare all'ambulanza, il suo capo di squadrone Matignon de la Bourdigue. Quel magro cavaliere dal volto grigio, dalle gambe di ragno e dall'aria sempre malinconica, era una salda tempra di acciaio; ancora a servizio, veniva a spendere le sue licenze ordinarie e straordinarie presso l'antico superiore, che da cinque anni aveva lasciato l'esercito, per passar tra gl'invalidi assai prima del tempo. Anche il generale de la Bourdigue aveva avuto a dolersi di una ingiustizia? La cosa era possibile; tanto gli uomini si rassomigliano, sotto tutte le longitudini della zona temperata e sotto tutti i governi civili.
Quel generale, che avrebbe fatto ancora una così bella figura a cavallo, possedeva un magnifico stato di servizio. Nizzardo di nascita, aveva raggiunto il grado di capitano nell'esercito, piemontese, combattendo in Crimea e quindi in Lombardia nella campagna del '59. Dopo la cessione di Nizza alla Francia, era stato tra quelli che avevano optato per la nazionalità francese, e nel '70 era giunto al grado di capo squadrone, dopo aver fatto parte del corpo di spedizione al Messico e aver combattuto valorosamente sotto le mura di Puebla. Colonnello dopo Sedan, generale di brigata nell'esercito della Loira, non aveva più fatto altri passi in avanti. A chi era dispiaciuto? Che demeriti avevano ritrovato in lui? Il generale Bourdigue non istette a domandarlo: una dolorosa occasione gli si offerse di lasciare il servizio, ed egli colse quella occasione pel ciuffo.
Camillo, il suo fratello maggiore, rimasto italiano alla cura degl'interessi domestici, che erano tutti di qua dalla linea della Roia, era venuto improvvisamente a morire, lasciando orfana l'unica figliuola Gisella. Il generale, venuto a surrogare il fratello, aveva prese le redini della amministrazione domestica; e il tutore, un anno dopo, diventava marito. Come era avvenuto ciò? Si diceva a Nizza, a Villafranca, a Mentone, dovunque i Matignon erano conosciuti, e si ripeteva da Ventimiglia a San Giorgio, dove avevano le loro possessioni, che la fanciulla medesima avesse voluto quelle nozze.
I valorosi, hanno sempre questa sorte di fascino sulla donna. Pare alla bellezza di appoggiarsi meglio, quando il braccio che la sostiene è quello di un eroe. Inoltre, la donna conosce il suo proprio valore, la sua qualità di gioiello; sente di essere buon premio alla forza, morale o fisica ch'ella sia, o l'una cosa e l'altra ad un tempo.
La contessa Gisella, a cui Maurizio di Vaussana fu presentato quel giorno, era una bellissima creatura di ventuno in ventidue anni, bionda e rosea come abbiamo già avuto occasione di dire. Ma quando si dice bionda e rosea, non si è detto ancor nulla: bionda e rosea può essere anche una pupattola; bionda e rosea su per giù era anche la cugina splendidissima e formosissima di Maurizio. La castellana della Balma non offriva tuttavia nessuna somiglianza con una pupattola; non aveva nessun'aria di parentela con la cugina di Maurizio.
In primo luogo era più alta, e più flessuosa nella persona; donde una formosità d'altro genere. Poi la carnagione era più fine, d'impasto più gentile, più tenero, con un certo riflesso dorato sul roseo, che non aveva quell'altra. Il biondo dei suoi capelli era più luminoso, più morbido, più ondato; e quei capelli formavano un volume così abbondante, da potersi paragonare a quelli di Genovieffa di Brabante, capaci a far da accappatoio a tutta la persona, quando la bella principessa della leggenda ebbe logorati i suoi abiti nella foresta di Trèveri. Non si poteva poi pensare alla cugina, vedendo gli occhi della contessa Gisella; grandi occhi profondi, neri d'un nero d'indaco, ma che mettevano bagliori d'oro ad ogni batter di ciglia.
--Mia moglie è fosforescente;--diceva qualche volta il generale.
La contessa Gisella sorrideva, e senza ombra di civetteria, volentieri secondando un complimento maritale, con un nuovo sprigionamento di faville. Era una bambina, niente vana della propria bellezza, ignorandola forse, certamente non dandosene pensiero e non sapendo che farsene. Qualche volta, con versi infantili, storcimenti di bocca, guardate di sbieco, pareva che lavorasse a farsi brutta; ma senza venirne a capo. Tutto ciò ch'ella faceva era improntato di sincerità, d'ingenuità, di franchezza e di grazia. Vi passava davanti come una bella farfalla che aleggia capricciosa nella pompa de' suoi vivi colori, e non sa di essere la vita del giardino, la festa degli occhi, la maraviglia del quadro.
Vedendo lei da vicino, discorrendo con lei, Maurizio non potè trattenersi dal pensare a sua cugina e al dolorino acuto che gli aveva lasciato nell'anima quella splendidissima e formosissima bionda.
--Ecco--diceva egli tra sè,--una donna bella vi colpisce, v'infiamma, vi fa soffrire come un dannato. Poi se ne presenta un'altra più bella, magari nel suo stesso genere, il che è veramente il colmo dell'audacia; e lì per lì, senza cancellarvi l'immagine della prima, senza distruggervi in cuore la memoria degli antichi tormenti, ve ne rende innocua la sensazione, sterile e vano il pensiero. Come ho potuto soffrir tanto per quella là? Quella là, certamente; è il modo d'indicar la figura che è passata, non lasciando più desiderio di sè. Anche le donne, alla lor volta, sentono e ragionano così; anch'esse hanno «quello là» da giudicare in forma sommaria, mandandolo a farsi benedire. E il meglio, dopo tanta esperienza, il meglio sarebbe di esser tutti filosofi, uomini e donne, di cansare gli innamoramenti fatali, di prendere un po' più alla leggera le cose del cuore, fragili e fugaci alla fin fine come tutte le altre.--
Ma queste cose si possono pensare, non fare. Sono le occasioni, quelle che vengono addosso, quando meno ci si pensa; sono le circostanze, quelle che imprigionano, quando meno si crede di restarci impigliati. La donna che si ama di più, che più dovrà farci soffrire, non è sempre la più bella, contro cui c'era modo di mettersi in guardia a tempo opportuno. Un amico di Maurizio aveva fuggito i lacci di due meravigliose creature: poi si era ucciso per una piccola strega dei mari del settentrione, secca stecchita a quel modo, che quando l'aveva veduta la prima volta gli era parsa un'aringa affumicata.
Maurizio di Vaussana stette un paio d'ore alla Balma, ragionando di cento cose. Cadde anche il discorso sulle cause del suo ritiro precoce dal servizio: ma s'intende che nè il generale lo incalzò troppo con le domande, nè egli credette necessario di dire la verità tutta quanta. Si toccano mal volentieri certi tasti più intimi, quando non si è tra connazionali: e il signore della Balma e il signore del Castèu, quantunque appartenenti pel sangue alla medesima valle, non erano di una medesima patria. Maurizio trovò il modo di dire che da un pezzo sentiva il bisogno di attendere agli interessi di casa sua. Vivendo il babbo, era una cosa; morto il babbo era un'altra. Da principio, correndo ad ogni tanto voci di guerre possibili, aveva stimato necessario di restare al suo posto di combattimento: ma oramai, sfumata ogni probabilità di vicine «complicazioni europee», le voci della sua terra erano state più forti, ed egli, di marinaio che era diventato, ritornava a fare il gentiluomo di campagna.
--Per nostro vantaggio;--disse il generale.--E speriamo che ci restiate per sempre. Ma il miglior modo d'incatenarvi qui, sarà quello di darvi moglie. Non fate conto di prenderla?--
Maurizio sorrise. Che idea! c'era egli proprio bisogno di prender moglie, per vivere e non annoiarsi della vita? Ma questo, che pensò, non lo disse. Infatti, sarebbe stata una grande scortesia verso una buona intenzione, e più ancora verso quell'uomo che l'aveva presa bellissima. Rispose invece con un «perchè no?» a fior di labbra, che lo impegnava fino ad un certo punto, lasciandogli la porta aperta per una brava ritirata.
--Del resto--soggiungeva,--una moglie non si trova lì alla prima voltata di strada. Non è anche conveniente per la felicità, di trovar prima l'amore, donde sia facile poi avviarsi al matrimonio?
--Un altro vi risponderebbe: prima il matrimonio; l'amore verrà poi, e non sarà che più forte, perchè fondato sulla conoscenza, sulla stima reciproca;--ripigliò il generale.--Ma queste sono le vie battute dal ragionamento, e voi amate le vie strane. Per una di queste, infatti, siete salito alla Balma. Innamoratevi dunque, signor Maurizio, e sposate. Per voi, ultimo dei Sospelli di Vaussana, è anche un debito d'onore verso i vostri maggiori, che hanno diritto di veder continuato il lustro di un buon nome.--
Il signor Maurizio non sorrise più, s'inchinò ringraziando. Poco dopo, essendo la sua prima visita durata oltre i termini della convenienza, si alzò per prender commiato.
--Badate, amico;--gli disse il generale, prendendogli affettuosamente la mano e stringendola forte tra le sue;--qui non siamo in città, da vederci una volta alla settimana: siamo qua tutti i giorni, mattina e sera. Del resto, ora che conoscete anche il mio ospite, non sarà più il caso per noi di lasciarlo solo, quando verremo a scovarvi nel vostro Castèu.--
Le accoglienze erano state molto cordiali da parte del generale, e gentili da parte della contessa Gisella; Maurizio poteva esser contento dei suoi vicini della Balma. Bastavano esse per dirgli il carattere dei signori Matignon? Le prime visite per solito non contano, in quest'ordine d'indagini e di scoperte; nessuno si fida a questi incontri preliminari, a questi semplici contatti di superficie, dove le regole della buona creanza e i luoghi topici della conversazione son tutto.
Pure, tanto è forte nell'uomo l'abito dell'indurre, Maurizio se ne partiva dalla Balma con una opinione formata, se non ancora dal suo raziocinio, certamente dalle sue sensazioni. E l'opinione era questa: che i signori della Balma erano ottima gente; il conte un allegro compagnone, con qualche scatto d'imperiosità, derivato dalla abitudine del comando, dall'abuso della caserma e della piazza d'armi, ma del resto un buon diavolo, e piacevole in società, quantunque, fuori dagli argomenti militari, un po' tavola rasa; la contessa una bella bambinona, senza grande istruzione anche lei, ma buona, una vera pasta di zucchero, felicissima di obbedire a quel gran marito e ai suoi grandi mustacchi, di cui sembrava infatuata, come se fossero ancor biondi. Pensando a quella coppia, gli tornavano a mente due colombi che aveva visti un giorno a Pisa, espressi dallo scalpello di uno scultore, collocati l'uno di rimpetto all'altro, intenti a tuffare il becco nel latte di una tazza d'alabastro; donde a lui era venuto il pensiero che da un momento all'altro, solo che si chinassero un tantino di più, ci sarebbero cascati a capo fitto.
Affogar nel latte, che morte! E non c'era anche il pericolo di annoiarsi un pochino, con tanto latte per tutto pasto? Veramente, per rompere la monotonia c'era l'ospite, il capitano Dutolet. Ma c'era proprio? o non era piuttosto l'ombra di un ospite? Quel ragno grigio si poteva creder benissimo, dalle apparenze, un compito cavaliere: doveva anch'essere un valoroso della buona specie, poichè era molto modesto, non parlava mai delle sue imprese di guerra, e, quando il suo generale vi accennava, egli cercava subito di sviare il discorso. Ma era di poco aiuto, Dio buono, anzi di nessun aiuto in una conversazione. E dovevano esserci ogni giorno alla Balma molte ore di noia.
Anch'egli, il signor Maurizio, si sarebbe annoiato al Castèu, senza i suoi libri, senza il suo disegno di scrivere un'opera. Ah, come voleva mettersi presto al lavoro! Su presto, adunque, in ordine i libri, le carte, gli strumenti; e fatto ciò, sùbito un buon orario da imprigionarcisi dentro, come il filugello nel bozzolo. Egli ricordava benissimo a questo proposito la massima di un suo vecchio professore al collegio di Marina: «i sistemi fanno e non fanno, il metodo è tutto».
Per dar sesto alle cose sue ci sarebbero volute ancora cinque o sei giornate di lavoro. Disgraziatamente, non erano più giornate intiere, ma mezze: alle dodici, ora del desinare, il legnaiuolo era congedato. Come fare altrimenti? Il generale era venuto con la sua signora a visitare la contessa Albertina; gran miracolo che non si ripeteva più da sei mesi. E in quella visita, il conte Matignon de la Bourdigue aveva rinnovato a Maurizio il suo avvertimento: «Siamo in casa tutti i giorni, mattina e sera, sera e mattina». Poveri colombi, sugli orli d'una tazza di latte! La vita della campagna è sana; ma chi non ci ha niente da fare, Dio misericordioso!... Si cerca di essere in tre; quando in tre non si sente sollievo, bisogna trovar modo di essere in quattro.
Maurizio andava dunque ogni giorno a fare il quarto a quei buoni vicini. Si giuocava molto a biliardo; si faceva anche un po' di scherma, e qualche volta si usciva a far quattro colpi di pistola. Il generale, da vecchio ufficiale di cavalleria, era un gran sciabolatore al cospetto di Dio; con la spada reggeva appena al confronto del capitano Dutolet, ed era molto inferiore a Maurizio, gran tiratore, che si era fatto in Genova alla scuola elegante e vigorosa di Licurgo Cavalli, e che a Napoli era stato perfezionato dalla grazia corretta di Masaniello Parise. Alla pistola batteva tutti il capitano Dutolet, con quel suo modo curioso, strano, inconcepibile, di tirar diritto senza puntare. Per colpire il bersaglio a venticinque passi, Maurizio aveva bisogno di star sulla mira almeno cinque secondi. Il capitano niente; si presentava di fianco, innanzi al bersaglio, con la bocca della pistola a terra; alzava il braccio, portandolo naturalmente, automaticamente in linea, all'altezza necessaria, non un millimetro di più, non un millimetro di meno; e paf, era un centro senza fallo.
I due testimoni di quelle prodezze lodavano senza risparmio. Ma il bravo capitano Dutolet non accettava le lodi. Non c'era niente da far maraviglia; un po' di pratica; questione di esercitare le articolazioni a quel punto di arrivo in linea, i muscoli a quel grado di tensione, ecco tutto.
--Ecco niente;--gridava il generale, con la sua voce di tuono.--Se non si trattasse che di esercizio, in tutti i giuochi tu riusciresti eccellente, mio caro. E allora come va che sei sempre una sbercia a carambolo?--
CAPITOLO IV.
La disputa filosofica.
Un giorno che Maurizio faceva la solita strada del bosco per salire alla Balma, gli venne veduta la gran novità di un abito talare che appariva e spariva a intervalli lungo i tigli del gran viale. L'abito talare scendeva; e Maurizio, fermandosi alquanto ad una svolta del sentiero, riconobbe il suo uomo. Don Martino che veniva di lassù! Era un caso strano, inaudito. Il signor di Vaussana non aveva saputo mai che l'arciprete di San Giorgio bazzicasse alla Balma; e vedendo per la prima volta don Martino ritornare da quella eminenza, pensò involontariamente al signor Camillo, il miscredente.
Infatti, quell'anima buona di sua sorella Albertina poteva dir tutto quel che voleva, per coprire la verità, ma il primogenito dei Matignon era vissuto tutt'altro che in concetto di buon cristiano. In chiesa non lo aveva mai visto andare nessuno, nello spazio di trent'anni. Si diceva dal vicinato che fosse un libero pensatore, che leggesse il Voltaire, il Rousseau e gli altri Enciclopedisti; desolazione della abominazione. Quella, s'intende, era la chiacchiera d'altri tempi, dei tempi in cui si voleva dar colpa di tutta la miscredenza moderna al Voltaire, al Rousseau; nè poteva indurre in errore Maurizio, che conosceva benissimo le opinioni spiritualistiche del Ginevrino, e quanto all'altro rammentava benissimo la storia del tempietto di Ferney con la famosa epigrafe: «_Deo erexit Voltaire_»; un po' orgogliosa, per dire la verità, ma non atea. Comunque fosse, avessero torto o ragione le coscienze timorate del luogo a veder così neri gli Enciclopedisti, restava sempre il fatto che il primogenito dei Matignon non era vissuto praticando la religione dei padri; e l'essere andato don Martino, arciprete di San Giorgio, al suo letto di morte, non provava punto che si fosse riconciliato all'ultim'ora. Se ciò fosse avvenuto, l'arciprete non avrebbe tralasciato di dirlo: in quella vece, quando gli si toccava quel tasto, don Martino cambiava discorso. Dunque.... la conseguenza era facile a trarsi; don Martino era andato per moto spontaneo dell'anima, fors'anche giungendo tardi, e ad ogni modo non salvando che le apparenze, per chi voleva contentarsene.
Quanto al generale, egli doveva essere la seconda edizione del suo fratello maggiore; salvo, s'intende, lo studio sugli enciclopedisti. S'impacciano poco con la filosofia, i militari. Così pensava Maurizio; e così pensando, la presenza inaspettata dell'arciprete di San Giorgio al castello della Balma doveva parergli una cosa strana, inaudita. Ma non era affar suo: da uomo educato, non poteva domandare; da uomo senza curiosità, non ne sentiva il bisogno; si era già dimenticato dell'abito talare, giungendo alla presenza del castellano della Balma.
Il generale era col suo inseparabile Dutolet, ambedue seduti al fresco, su certi sedili di ferro, disposti a semicerchio fuori dell'ingresso, accanto alla gradinata di marmo.
--Venite qua voi a consolarci;--disse il generale, com'ebbe veduto Maurizio.--Venite a riconfortarci lo stomaco. Non lo sentite, l'odore di scarafaggio?--
Maurizio ebbe l'aria di non intendere a che cosa volesse alludere il suo interlocutore.
--Già,--ripigliò il generale,--voi venite sempre dalle scorciatoie; se foste venuto dal gran viale, avreste incontrato l'uomo nero che ci ha regalato un'ora del suo tempo; e ne avremmo fatto volentieri di meno. Con che scopo, domando io, con che scopo il signor arciprete di San Giorgio viene una volta al mese quassù? Per vedere quando si fa conto di lasciargli queste quattr'ossa?.... Ma non ne abbiamo nessuna voglia; non è vero, Dutolet?
--Per quello che mi riguarda,--disse il capitano, senza neanche sorridere,--ci sarebbe troppo poco da rosicare.
--Non dimentichiamo i diritti dell'ospite;--notò il generale, osservando che Maurizio era rimasto silenzioso.--Nè di politica nè di religione si deve ragionare tra uomini. A questo ci ha ridotti la civiltà; e le sue leggi van rispettate.--
Maurizio vide allora la necessità di parlare.
--Se è per me, generale, non vi date pensiero;--rispose.--Non mi fanno paura i discorsi di politica, nè quelli di religione. Credo ancor io che la civiltà abbia delle leggi false, come ne ha delle puerili. A mio avviso si può discutere di tutto; basta che nella discussione si porti della misura, della buona volontà, del rispetto.
--Ah, mi levate un peso dal cuore!--gridò il generale.--In fede mia, non ne potevo più. Immaginate che non posso soffrire i preti.
--Scusate, generale, ma allora....
--Volete domandarmi perchè li ricevo? In verità, non sono io che li invito a venir quassù. Già, non so se debbo ridere o andare in collera, quando me li vedo davanti. Non sanno che esser umili coi potenti e coi ricchi. È dunque una umiliazione che vogliono.
--Ed io, perdonate, non la infliggerei loro; mi darei piuttosto ammalato d'emicrania.
--È quello che dice mia moglie. V'intendereste benissimo con lei, almeno nel fatto di dispensarli da una visita inutile. Neanch'essa li può soffrire. Mio fratello l'ha educata bene, ed io non ho avuto da consigliare mutamenti nella sua educazione. Niente preti, miei giovani amici, specie con le donne. Infatti, è ancora per mezzo delle donne che essi comandano nel mondo; sono essi che le hanno educate alla superstizione, e con la confessione, col perdono periodico, le hanno educate alla colpa.
--Ma il perdono è di Cristo.
--Cristo fu un uomo. Come uomo, lo venero, ho un gran rispetto per lui; non senza riconoscere, per altro, che avrebbe fatto meglio ad essere più severo, insegnando per esempio a non fallire con tanta facilità. Ma che si fa la burletta? Col dirci che il giusto cade sette volte al giorno, non si dà la licenza a tutti di cascar quattordici, o ventotto? Per me, dicano quel che vogliono con la teorica del perdono; non conosco che il dovere, io, e so che il dovere è buono.
--Debbo io dirvi tutto quello che penso, generale?
--Ma sì, per bacco. Non lo dico io liberamente, approfittando della vostra licenza?
--Ebbene,--rispose Maurizio,--vi dirò che il dovere è buono, perchè scende diritto diritto dalla legge morale; e la legge morale è Dio.
--Ah, il gran cavallo di battaglia! Ma siete voi persuaso, caro amico, che Dio non sia una creazione dell'uomo?
--Anche la morale, allora.
--La morale,--sentenziò il castellano della Balma,--è l'utilità bene intesa, per cui solamente si conserva questa povera specie umana. Non fare ad altri quel che non vorresti che fosse fatto a te; fare ad altri quello che vorresti che fosse fatto a te.
--Già, per dare il buon esempio,--replicò Maurizio, sorridendo;--ma gli altri lo seguiranno? ecco il busilli.
--Seguano o non seguano, c'è tutta la morale umana in queste due massime. Conosco degli atei che vi conformano i loro atti assai meglio di tanti credenti.