Tra cielo e terra: Romanzo

Chapter 3

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Giaume, il vecchio castaldo dei Vaussana, aspettava Maurizio ai piedi dell'erta, e fu il primo a dargli il bentornato. La sorella Albertina lo accolse a braccia aperte, sulla soglia del portone; benedetto portone, sormontato dallo scudo dei Sospelli, di rosso, al libro aperto d'argento, caricato d'una spada in palo, del medesimo, col motto «_tout droict Sospel_», continuo tema di pazze congetture agli eruditi mandamentali.

La contessa Albertina aveva fatto preparare per suo fratello l'appartamento dei vecchi al primo piano. Non era egli oramai il signore del castello? Ma il nuovo arrivato, in omaggio ai ricordi, amò meglio di ritornare nel quartierino della torre, in quelle due camerette che aveva ancora occupate la notte prima di andare a Genova, per entrare nel collegio di Marina. Si sentì giovane, anzi ragazzo, là dentro; e la mattina seguente, aprendo gli occhi e rivedendo il suo nido alla luce dell'aurora, gli parve di non essersi mosso mai da quel luogo. Tutte le cose intorno a lui sorridevano, con quell'aria domestica che è data ai mobili di casa dalla loro istessa vecchiaia. Maurizio stette un'ora buona a guardar tutto attentamente, incominciando dal suo letto di legno dipinto di celeste a fiorami; passando poi allo specchio dalla cornice barocca indorata, con una luce di Venezia tutta sfiorita dagli anni, al canapeino di legno, dipinto nello stile del letto, all'armadio, al tavolino, alla piccola libreria, dov'erano ancora i suoi libri di scuola.

Poco lontano di là, al secondo piano del palazzo, era una libreria ben più ricca, quella del babbo, che era stata anche di due generazioni anteriori: libri vecchi, ma in gran numero, quasi tutti di storia, e di erudizione. Il fatto suo, non vi pare? Ed egli per l'appunto aveva contato su ciò. Il suo primo pensiero fu di riordinare in quindici o venti giorni quella libreria, da tanti anni dimenticata; avrebbe veduto frattanto che cosa ci fosse di utile per sè, nella compilazione dell'opera che aveva disegnato di scrivere. Voleva seguitare a dormire nella sua cameretta di adolescente; l'attigua gli sarebbe servita come spogliatoio; tutte le altre del secondo piano, che venivano in fila, le voleva ridurre a stanze da lavoro, coi libri, le carte murali, gli atlanti, e tutto l'altro che gli bisognasse.

Del resto, si stava molto bene lassù, con una vista impagabile. Dalla finestra della sua camera da letto vedeva anche meglio la montagna vicina, col castello della Balma, da cui lo separava una boscaglia tutta nera e folta, assai pittoresca, ottima per andarci a passeggio nell'estate, corsa com'era da sentieri solitarii e tagliata per mezzo da una valletta, con una bella cascata, bianca come il latte, rumorosa come il mare, quando viene a frangere in una caverna a fior d'acqua. La chiamavano l'Aiga, e qualche volta anche la cascata del Martinetto. Egli la sentiva per l'appunto rumoreggiare, come vent'anni addietro, quando si addormentava alla sua nenia dolcemente monotona.

Albertina approvò tutti i disegni di Maurizio. Approvava ogni cosa, felice di riavere il fratello, e di ritrovarlo lo stesso di prima, nel modo di pensare, di sentire, di essere. Egli, del resto, era sempre giovane. Lei, piuttosto, immutata nell'animo, era tutt'altra oramai nell'aspetto, invecchiata parecchio, sebbene non avesse che un anno più di lui. Ma le donne, si sa, invecchiano a star sole, più che non facciano gli uomini. Ebbene, che importava ciò? Sarebbe stata anche meglio una madre, per lui, con la precoce autorità delle rughe. Hanno questo spirito di sacrifizio, le vecchie zittelle buone. Quanti fili d'argento nei cappelli neri della contessa Albertina! Ma diritta ancora, diritta sempre, come la spada in palo, nello scudo dei Sospelli; o meglio, diritta come la propria coscienza, e sorridente, serena, luminosa come una santa sull'altare.

Quella mattina, essendo giorno di festa, fratello e sorella uscirono insieme, per andare alla chiesa. Maurizio vide per la strada e sulla piazza maggiore molti visi maravigliati: ne riconobbe parecchi, e con tutti andò subito all'abbordaggio. Non era mai stato superbo, e non faceva consistere la nobiltà nella mutria. Erano compagni di scuola, rimasti nel borgo, quasi tutti della classe media, tra povera ed agiata: a vicenda agricoltori, industriali e meccanici, come spesso occorre nei paesi di montagna; piccoli intelletti, nei quali la istruzione primaria e la secondaria non avevano fatto miracoli, ma nei quali la educazione sana e la vita ristretta agli esempi domestici avevano conservato ottimi i cuori. Restavano naturalmente un po' timidi; ma la timidità rende gli uomini facilmente più amabili. Tutti quei vecchi compagni di scuola e di giuochi infantili erano tanto più amabili con Maurizio, in quanto che niente era intervenuto a turbare la cortesia delle relazioni, niente ad inasprire gli animi, fosse pure per una settimana, o solamente a intiepidire le amicizie, come avviene pur troppo nella convivenza di tutti i giorni, per gli attriti inevitabili dei piccoli interessi offesi, o delle piccolissime questioni del comune, della fabbriceria, dell'asilo. Furono tutti felici di stringer la mano al contino (così lo chiamavano ancora, come lo avevano chiamato da ragazzo, vivente il signor Vittorio suo padre); felicissimi quando seppero che era stanco del servizio, che non lo avrebbe ripreso, e che sarebbe rimasto a lungo tra loro.

La chiesa parrocchiale era bella, assai più bella dentro che fuori: nuove le dorature, ed egualmente gli affreschi, frutto di risparmi dell'opera, di limosine accumulate e di aiuti straordinarii di agiate persone. Aveva un bellissimo altar maggiore, tutto di marmi incrostati a fiorami di vario colore, imitanti un drappo di broccato antico. Quello era stato un dono fatto cento cinquant'anni addietro alla chiesa da un Sospello di Balma. In una cappella laterale, dentro una gran nicchia protetta dalla sua invetriata, si vedeva una statua di san Giorgio a cavallo, in atto di piantar l'asta nella gola spalancata del drago. Era una statua da portare in processione il 24 di aprile, ricorrendo la festa del santo onde aveva nome il paese; e quel buon saggio di scultura nel legno, del primo ventennio del secolo decimono, era dono di un Sospello di Vaussana, il nonno di Maurizio. In quella cappella, di patronato della famiglia, aveva la sua panca la contessa Albertina, che c'era infallantemente ogni giorno a pregare, un'ora nei giorni di lavoro, due ore nei giorni di festa, e più, all'occorrenza, secondo la durata degli uffizi divini. Quante preghiere! direte. Ma sì, è ben necessario che qualcuno preghi per tutti coloro che ne han perso l'uso: se poi non è necessario, pensate che il pregare della contessa Albertina non ha mai fatto male a nessuno.

Sull'altar maggiore, di sopra al tabernacolo, sorgeva un gran crocifisso di legno. Quel crocifisso era la maraviglia del paese. Si diceva, tra quei terrazzani, che non ce ne fosse uno più bello al mondo, neanche a Roma; e si soggiungeva che certi inglesi avessero offerto di pagarlo a peso d'oro; la solita chiacchiera! Certo, era bello; più elegante che vero, aveva sentenziato uno scultore verista, che era passato di là. Ci si vedeva il modellato dell'Apollo del Belvedere, col risalto armonico dei muscoli, con la giusta gentilezza delle membra, con la soave finezza delle articolazioni; solo si notava negli occhi e nella bocca una espressione di dolore, ma niente più di quella che occorre negli occhi e nella bocca della Niobe di Scopa; non c'era insomma l'accasciamento di un corpo rifinito dallo spasimo della morte, nè lo stiracchiamento delle braccia, nè la torsione in avanti degli omeri, nè la uscita fuori di squadra delle due scapole, come sarebbe stato necessario, con tanto traboccare di una massa pesante.

Alle quali ragioni dottissime aveva risposto un collega della scuola idealista, che nella rappresentazione dei tipi consacrati dalla tradizione dell'arte bisogna dare la parte sua all'uso costante, all'opinione ricevuta, al sentimento universale; che soprattutto non è da far vedere un Dio morente nella medesima condizione statica di un giovane facchino appiccato per due ore al giorno come modello nello studio di uno scultore. Il vero, sì, ma non tutto il vero; altrimenti, perchè non si crocifiggerebbe un uomo al giorno, per esporne con utilità di sensazioni estetiche la ineffabile angoscia alle turbe? Quello è infatti il vero, veramente vero. Ma ancora, in quel caso, si vedrebbe che non tutti gli organismi umani si diportano ad un modo, nell'atteggiamento della persona, nell'abbandono delle membra, nell'espressione dell'agonia. Così nella parrocchiale di San Giorgio le due scuole si erano bisticciate un tantino, ma persuadendosi ancora a vicenda che si può esser bravi artisti e farsi onore con ogni scuola; e avevano poi fatta all'insegna dei tre Re una pace temporanea, come la faranno un giorno definitiva, alla consumazione dei secoli.

I piedi del crocifisso sparivano quella mattina sotto una gran fioritura di rose, disposte a mazzo enorme, legato al tronco della croce. Belle rose di ogni forma e d'ogni grandezza, chiuse ancora od aperte, d'ogni profumo, d'ogni temperanza del rosso e dell'incarnato, del pavonazzo e del cremisi, del salmonato e del giallo; davano tutte insieme a quell'augusto morente l'aspetto di un trionfatore.

--Sei stata tu, non è vero?--bisbigliò Maurizio all'orecchio di sua sorella, indicandole quel gran mazzo di rose.

--Sì,--rispose ella, arrossendo lievemente.--Sono di quelle che ha piantate nostra madre. Il Castèu è sempre il primo ad averne; ed è stata veramente una fortuna che ce ne fossero tante, per festeggiare il tuo arrivo a casa.--

Maurizio si sentì scorrere una lagrima giù per le guance. Anch'egli, come la sua buona sorella Albertina, vide nel presente il ricordo del passato, e v'associò la promessa del futuro. Non voleva più andarsene da San Giorgio; dalla terra alpina dove dormivano i suoi maggiori; dal solitario Castèu, dove prima che altrove fiorivano così bene le rose.

Finita la messa, uscirono sulla piazza, per ritornare a casa; lentamente, per non aver aria di fuggire, ed anche allungando un tantino la strada, per abbondanza domenicale. Così videro sfilare in parata tutto quanto il paese; e da ogni parte erano inchini, sberrettate, scappellate, a cui bisognava rispondere. Maurizio notò sottovoce a sua sorella di non essersi provveduto abbastanza, alla Spezia, portando solamente due cappelli con sè.

--Aspetta la prima fiera;--gli rispose Albertina.--Ci saranno cappelli d'ogni qualità: ed anche verrà la paglia di Nizza, che solevi ricordare nelle tue lettere.

--Infatti, è strano;--esclamò Maurizio.--Non se ne trova più. E neanche paglia di Firenze, che la somiglia tanto. La moda, la moda! è una gran sciocchezza, la moda.--

Ma sua sorella non la intendeva così, quantunque alla moda sacrificasse ben poco.

--Bada di non far la ruggine, Maurizio; e soprattutto non ti far vecchio prima del tempo.--

Rideva, la buona zittella; e ridendo, diventava più giovane. Rispondeva più ilare, più serena, più franca ai saluti che venivano d'ogni parte. A San Giorgio sicuramente, da dieci anni almeno, non l'avevano più veduta così.

--Vedrete che torna bella;--dicevano alcuni.

--Lo era tanto a vent'anni!--rispondevano altri.--Ce n'è rimasto qualche poco, per far festa al signor Maurizio.

--Quello, poi, li ha sempre, vent'anni. E dovrebb'essere sui trentacinque.

--No, non può averne che trentadue. Ricordate? è nato lo stesso giorno del figlio di Misa Margoton.--

Misa Margoton, che serviva d'indice cronologico ai terrazzani di San Giorgio, era una nizzarda, andata giovanissima lassù, a fare la ciambellaia. Erano famose per tutta la Vaussana la ciambelle di Misa Margoton, e facevano furori a tutte le fiere, a tutte le sagre dei dintorni.

Alla svolta di una strada, la coppia fraterna s'incontrò ad angolo con tre persone, di aspetto assai signorile, una donna e due uomini: uno di statura giusta, piuttosto atticciato, con due gran baffi biondi largamente brizzolati di bianco, di bell'aspetto, gli occhi cerulei, e una faccia di color sanguigno che forse aiutava a levargli otto o dieci dei sessant'anni che gli davano a prima giunta i suoi baffi; l'altro d'aspetto grigio, alto e magro, con due gambe di ragno, figura pulita di cavaliere malinconico; la donna giovane, elegantissima nella semplicità del vestimento, biondi i capelli e rosea la guancia, come la regina Isotta dei canti medievali.

Erano facce nuove per Maurizio, che pur dovette salutare, imitando la sorella, in risposta al primo saluto del signore dai baffi biancheggianti. Il quale, rinnovando il saluto, o piuttosto appoggiandolo con un cenno del capo, si voltava ancora un tratto a guardare, e sicuramente per veder meglio lui, che gli giungeva nuovo egualmente.

--Villeggianti precoci!--disse Maurizio alla sorella.--Ma già, niente maraviglia, se ci son già le rose al Castèu.

--Non villeggianti; vivono tutto l'anno a San Giorgio. Non conosci più i proprietarii della Balma?--rispose Albertina, sospirando.

--Povera Balma!--ripigliò il giovane, che aveva colto a volo il sospiro.--Ma non è dunque più dei Matignon della Bourdigue?

--Lo è sempre. E quel signore dei baffi bianchi è il generale, il cadetto della famiglia.

--Come? come? il capitano, quello? così smilzo allora, e così biondo, che lo chiamavano l'Arcangelo Gabriele?

--Lo hai lasciato capitano, biondo, smilzo, ed ora è complesso, bianco e generale;--rispose Albertina, ridendo.--Pensa, caro mio, che son passati venti anni.

--È vero;--conchiuse Maurizio, chinando la testa.--Il capitano della Bourdigue, nizzardo, che aveva optato nel '61 per la Francia. E come è passato ora a vivere di qua dal confine?

--Il fratello maggiore è morto cinque anni fa. Rimasto unico dei Matignon, ha preso il suo ritiro, ed è venuto a vivere alla Balma.

--E quella signora è sua figlia?

--No, sua moglie.

--Come? ma se ha l'aria di una ragazza! O figlia, o nipote, avrei detto.

--Ed è sua nipote, infatti.

--Ah, ora ci sono;--gridò Maurizio.--La figlia del signor Camillo.... il miscredente.--

Il volto della contessa Albertina si rabbruscò, a quella scappata del fratello Maurizio.

--Perchè miscredente?--diss'ella con accento di mite rimprovero.

--Lo dicevano, allora, ed io ripeto quel che ho sentito.--

Avrebbe voluto soggiungere: lo diceva perfino nostro padre. Ma capì di aver abbastanza amareggiato l'animo della sua dolce sorella, senza bisogno di metterlo ancora in angustia colla testimonianza del babbo.

--Sarà stato uno scherzo;--diss'ella ripigliando.--Del resto, tu sai che il mondo s'inganna facilmente a certe apparenze, per discorsi male intesi e peggio riferiti. Comunque sia, il meglio che si possa fare....

--È di non credere alla miscredenza;--interruppe Maurizio, compiendo a suo modo la frase impacciata di sua sorella Albertina.--Hai ragione, sai? nel caso particolare e nel caso generale, hai ragione. È bene di non ripetere certe cose, neanche a sè stesso. Ed ecco,--soggiunse egli,--che cosa vuol dire andar via da casa, per ritornarci dopo vent'anni, con tanto viatico d'esperienza. Io ho lasciata qua la mia buona filosofia, che mi sarebbe stata tanto utile laggiù. Per fortuna, la ritrovo ora, messa ad interessi composti, sotto il tetto paterno.

--Eh via, non ti far così brutto, ora;--disse di rimando Albertina.--Ti ho veduto poc'anzi in chiesa, e non mi sei parso niente diverso da quello di venti anni fa. Eri serio, composto.... e divoto.

--Ma sì, come bisogna essere in chiesa. O non ci si va, o ci si sta come si deve. Dopo tutto, non è la casa del nostro superiore? del grande ammiraglio, di quello, io voglio dire, che non commette ingiustizie?--

CAPITOLO III.

Cortesie di buon vicinato.

Passarono tre giorni, che Maurizio occupò degnamente in cento piccole cure. Prima di tutto aveva da riconoscer la casa, dopo tanti anni d'assenza, da vedere tutte le novità che c'erano state fatte in quel lungo intervallo, il parco, il giardino, l'orto, il frutteto, la fagianaia, il pollaio, insomma tutto ciò che sua sorella Albertina aveva ordinato, o condotto a termine, o perfezionato, affinchè il Castèu, com'ella diceva, bastasse a sè stesso.

--Egregiamente;--notava Maurizio, approvando.--Credo che si potrebbe sostenere anche un anno d'assedio.

--Capisco che tu ci avresti tempo di annoiarti;--rispondeva Albertina.

--No, sai; tu coi tuoi polli e coi tuoi fagiani; io coi miei libri, le mie carte, i miei strumenti; si passerà il tempo benissimo, e il peggiore dei nemici non avrà modo di penetrare qua dentro.--

Maurizio aveva ricevuti da Ventimiglia i suoi bauli e le sue casse. Tutto era già stato aperto, schiodato, sciorinato; libri, carte geografiche, idrografiche, bussole, cannocchiali, seste, sestanti, cronometri, tutto il bagaglio scientifico dell'ufficiale di marina. Il legnaiuolo della casa era stato chiamato, e sotto la direzione di Maurizio lavorava ad aggiustare, ed aggiungere scaffali, a piantar chiodi e bullette, ad appender quadri, stampe, fotografie, armi, stoffe, amuleti, stoviglie, tutto il museo dell'ufficiale di marina che era stato anche un viaggiatore intelligente e curioso. Era quello un lavoro faticoso, ma gaio; e lo rendeva più gaio il pensiero della quiete futura, in cui Maurizio avrebbe potuto finalmente metter mano alla sua Storia delle Guerre marittime. Quella, davvero, non gli usciva di mente.

La mattina del quarto giorno, mentre era in maniche di camicia su d'una scala di legno appoggiata alla parete, gli fu portata da Giaume una lettera.

--Già la posta a dar noia!--esclamò egli, seccato.

Non era della posta; era una lettera del paese.

--Mettila là, su quella tavola. Chi l'ha portata?

--Il fattore della Balma.

--Ah!--disse Maurizio; e più non disse.

Com'ebbe finita l'operazione per cui si era inerpicato lassù, scese tranquillamente e andò a prender la lettera, che portava scritto sulla busta: «Al signor conte Maurizio Sospello di Vaussana; Sue mani», e sul rovescio un gran suggello di ceralacca, con lo stemma dei Matignon della Bourdigue. Maurizio prese con molta flemma una spatola d'avorio, ne introdusse delicatamente la punta sotto la piega della busta, ne tagliò tutto il lato superiore, trasse il foglio che c'era dentro ripiegato in due, lo spiegò lentamente e lesse ciò che gli scriveva il castellano della Balma:

"_Signor Maurizio_,

«Quando un ufficiale va in un paese e sa che c'è un altro ufficiale a lui superiore di grado, va a fargli una visita, non vi pare? Sarebbe prescritta l'uniforme; ma io non la esigo; anzi ve ne dispenso. Non vi dispenso però dalla visita. Andrei contro la legge, venendo io stesso da voi, se nella mia condizione di ospite non avessi qui cura d'anime. Vi ho conosciuto bambino, e credo anche di avervi in quei tempi consegnato qualche amorevole scappellotto. Non vi dispiacerà il ricordo, poichè desidero di mutarlo in una buona stretta di mano.

«Conoscete la via della Balma. Dieci minuti di salita, per gambe come le vostre, e al piè delle scale un vecchio amico a braccia aperte.

"BOURDIGUE."

Maurizio lesse e sorrise; ripiegò il foglio, dopo avergli data ancora una rapida scorsa, lo rimise nella sua busta, e depose questa sulla tavola; dopo di che ritornò al suo lavoro. Alle dodici il legnaiuolo si congedò, per andarsene a desinare.

--Ripasserò alle due, signor conte;--diss'egli.

--No, per oggi basterà;--rispose Maurizio.--Ho da far altro; ritornerete domattina, all'ora solita.--

E anch'egli discese, dopo essersi messo in ordine, per andare ad asciolvere. Dopo il pasto mattutino, andò nelle sue stanze a mutar abiti.

--Vai fuori?--gli chiese Albertina, vedendolo così vestito di tutto punto.

--Sì, alla Balma. Vedi che cosa mi scrive il tuo generale.--

Così dicendo, porgeva ad Albertina la lettera che aveva ricevuta nella mattinata.

--È cortese;--osservò ella, dopo aver letto.--E gli sei proprio debitore di una visita. Io, anzi, te lo volevo dire fin da ier l'altro.

--Andiamo dunque, e perdiamo questa mezza giornata;--conchiuse egli sospirando.

E uscito dal Castèu, si avviò alla Balma; non dalla parte del paese, ma dalla parte della montagna, per la scorciatoia del bosco e della cascata, che ben ricordava, per averla fatta da ragazzo, almeno un centinaio di volte.

Rivedere i luoghi dove si è passata la prima adolescenza, dove non è per noi un ricordo che non sia lieto, è certamente bellissima tra tutte le cose belle della vita. Maurizio s'immerse in quella gioia così profonda, e nondimeno un pochettino chiassosa, che invade tutto il nostro essere, e trova ancor modo di espandersi in esclamazioni, in grida, in rotte parole, che vorrebbero diventar inni, ondate di poesia, e non riescono ad essere che sussulti, gorgogli, balbettamenti dell'anima. Si fermava un po' da per tutto, vedendo e ricordando; ma più si trattenne davanti all'Aiga, alla bella cascata, con tutte quelle felci e quei muschi onde erano tappezzate le pareti dello scoglio, con quella rupe che sopraggiudicava l'abisso, con quel lastrone orizzontale, vero labro di granito, donde si precipitava il cristallino volume delle acque nella conca sottoposta, sprizzando in polvere liquida, estuando in candide spume, rompendosi in rivoli che tornavano a ricongiungersi più sotto in un solo zampillo. Maurizio non si sarebbe più spiccato di là, se non avesse pensato in buon punto che aveva da fare una visita d'obbligo, che per quella visita aveva congedato il legnaiuolo, interrompendo il suo piacevole lavoro, che per quella visita si era vestito di tutto punto e mosso di casa.

--Ci tornerò;--diss'egli ad alta voce, come per fare le scuse della sua fretta alla divinità del luogo.

Gli antichi avevano ben ragione a mettere delle dee per protettrici delle fonti. Non c'è cosa più poetica di una bell'acqua corrente nella solitudine di un bosco, nè altra che più meriti il sorriso di una divinità tutelare.

Maurizio si avviò finalmente; e non in dieci minuti, per verità, ma in trenta o quaranta giunse sotto al muro di cinta del castello della Balma. C'era un muro, e ci stava benissimo; tutti i castelli che si rispettano ne hanno uno, spesso più d'uno. Ma l'uscio per entrare? o la breccia? Maurizio rammentava benissimo che la breccia non mancava; non fatta da nemici, ma da contadini poco disposti a passare per la strada maestra. Quella breccia, ridotta a passo campestre, si ritrovava più su, dietro una svolta del muro.

--Per di qua;--gli disse dall'alto una voce.--Se andate alla Balma, c'è qui il sentiero.

--Lo so, grazie;--rispose Maurizio.--Conosco i luoghi da un pezzo.--

E salutava, così dicendo, il brav'uomo che gli dava l'avviso. Era un pastore, che se ne stava seduto su d'un masso, pascolando due mucche e una dozzina di pecore.

Trovato facilmente il passo, ed entrato nel recinto della Balma, il visitatore fu ben presto ad una piccola spianata, davanti a cui sorgeva la gradinata che metteva al portone d'ingresso. Non c'era nessuno alla vista, ma si sentivano voci di dentro; anzi, per dire più esattamente, si sentiva una voce sola, che faceva per quattro, rumorosa, allegra, voce di comando frammezzata di risa.

Nessuno era nel vestibolo. Maurizio entrò, col suo cappello in mano; da un uscio aperto, sulla sua destra, vide una sala da biliardo, e due uomini che stavano giuocando, l'uno occupato in una serie di caramboli, l'altro in atto di guardare il giuoco dell'avversario, e in pari tempo di ingessare il cuoio della propria stecca. La serie fu breve, per effetto di troppa sicurezza, o di fretta soverchia nel dare il colpo, e il giuocatore sfortunato era già per attaccare un moccolo, quando un gesto del compagno, che stava dirimpetto all'uscio, lo costrinse a voltar gli occhi verso il nuovo personaggio che appariva allora nel vano.