Chapter 14
Padre Anselmo, quel giorno, aveva predicato sulla scienza, sulla vera scienza che eleva lo spirito fortificandolo, che conduce a Dio, come la fede, come la speranza, come la carità. Quella era forse la trattazione più moderna ch'egli avesse fatta fin allora a San Giorgio. Ordinariamente il frate parlava di virtù, di pietà, dei doveri del cristiano, della dolcezza che si prova nel seguire la legge. Quel giorno, elevato il tono, parve anche più forte del solito. Ma non così la pensava il suo novo ascoltatore, che torse le labbra, annoiato.--Se questo è il pezzo più forte,--pensava, egli nel ritornarsene alla Balma,--gran debolezza vuol essere il restante.--
La sera, in conversazione, si parlò del predicatore; e il signor di Vaussana domandò al generale che opinione se ne fosse formata.
--Non me ne parlate;--rispose egli, facendo una spallucciata delle solite.--È uno sciocco. Parole, parole, parole! E neanche armato come dovrebbe, per sostenere la sua tesi spallata! Non sa citare che autori di cinquant'anni fa. Lo avete sentito? Gli è parso di far molto, combattendo il Lamarck. Ben altri sono oggi gli atleti con cui dovrebbe provarsi. Vincere il Lamarck, bella forza! E poi, che vittoria è la sua? Nessuno gli risponde, ed egli resta padrone del campo. Sapete che cosa mi fa ricordare? Quel predicatore che argomentava contro il protestantesimo.--
Qui il signor generale ingrossava la voce, per rifare il discorso del personaggio aneddotico allora allora evocato:
--«Venite voi Lutero, voi Calvino e voi Melantone; venite davanti al mio tribunale di giustizia ad esporre le vostre perverse dottrine. E che?... non venite?... Dunque avete torto. Ed ecco o signori, vittoriosamente combattute le dottrine degli empi. Non osano presentarsi, arrossiscono, tremano, si nascondono. Ma contro il sole della verità non valgono ripari; quel sole li cerca, li scova, dovunque si nascondano, li abbaglia, li accieca».--
E rideva, il signor generale, rideva comodamente per tre. Gisella taceva; Maurizio si provò a dire qualche cosa.
--Certo, questa maniera di combattere la scienza moderna pare insufficiente anche a me. Ma il nostro cappuccino, ne converrete, è più forte di così. Infine, gli evoluzionisti moderni non hanno fatto che ripigliare l'ipotesi del Lamarck: combattendo lui, si combattono gli altri. E poi, lasciamo stare la tesi scientifica: bisogna sentire il quaresimalista ogni giorno. È spesso elevatissimo. Qualche volta mi pare che pigli ad imprestito dai grandi maestri: dal Bossuet, per esempio, e dal Massillon; ma bisogna riconoscere che ci mette anche del suo.
--Sarà il brutto, allora.
--Non sempre, generale, non sempre. Ci ha il tenero, di suo, ci ha il semplice, che va all'anima. Vi confesserò che non è un'aquila; l'aspetto sarebbe piuttosto d'un barbagianni;--soggiunse Maurizio, temperando la sua lode con una celia, che doveva rabbonirgli il suo interlocutore;--ma gli possiamo render giustizia dicendo che è un predicatore dei buoni; e se non giustifica l'entusiasmo dei miei concittadini, certamente lo spiega.
Questo giudizio mezzo e mezzo poteva contentare il generale; ma non era fatto per piacere a Gisella.
--Perchè lo trovi brutto? come fai a trovarlo brutto?--diss'ella a Maurizio, appena ebbe modo di restar sola un istante con lui.--Sai che in certi momenti è bello, anzi bellissimo? Sicuro, di una bellezza morale che gli si diffonde dall'anima;--soggiunse la cara donna, notando un senso di pena che contraeva in quel punto le labbra di Rizio.--Quando egli si scalda nel suo ragionamento, non hai osservato come gli scintillano gli occhi? come una vampata di sangue gli corre per le guance scarne, facendole parere di rosa? Si direbbe che in quel momento Dio scende in lui e lo trasfigura. E vuoi credere? Quando egli si commuove più fortemente, e la voce gli trema, e le lagrime gli brillano sulle palpebre, io mi volto verso l'altar maggiore e guardo il crocifisso, aspettandomi sempre di vedergli schiodare una mano e stendere il braccio per benedire quell'uomo, che lo esalta con tanto fervore, facendolo intender così bene alle turbe.
--Via! via!--disse Maurizio.
--E così, proprio così;--riprese Gisella.--E non mi hai detto tu un giorno che un brutto professore, quando parla bene, animandosi un poco, diventa bello per il suo uditorio?--
Maurizio incominciava a pensare di aver detto troppe cose. E scritte, poi! sopra tutto le scritte gli pesavano sull'anima.
--Un po' di misura, bella mia, un po' di misura!--le bisbigliò con accento di esortazione paterna, vedendola più che mai infervorata nella sua passione religiosa.
--Misura! misura!--replicava Gisella.--Si è tanto felici di credere! E si avrà dunque da credere per metà? Come potete voi raccomandare una cosa simile?--
Cinque o sei giorni dopo, il quaresimalista aveva fatto una predica sulle mogli; con una grazia, povero frate, con una delicatezza, che non si sarebbe potuta aspettare da lui. L'abito suo, veramente, lo doveva far credere più pratico d'altro santuario che non fosse quello, abbastanza turbato, della famiglia moderna. Enunciato il suo tema, aveva fatto un'esposizione sommaria del dovere, secondo la condizione sociale. Il dovere, questa obbedienza alla legge, si mostrava, così agevole nella semplicità della sua dipintura, che non s'intendeva più come mai si potesse venirci meno. Di quella obbligazione morale il predicatore aveva indicato l'adempimento nell'esercizio di tutte le virtù: e le virtù, così dure a praticarsi, apparivano belle e facili, perchè governate e promosse da un senso di rispetto a noi medesimi, che è rispetto alla creatura di Dio, a questo _vas electionis_ della sua grazia. Vaso d'elezione non era stato solamente l'Apostolo. Quello era l'esempio, nella famiglia cristiana; ognuno poteva seguirlo, ognuno accostarvisi. Bella cosa esser puri davanti alla legge umana, non sospettabili nella presenza del mondo; bellissima esser puri davanti a noi medesimi, essendo la coscienza il buon giudice umano che precorre ed annunzia il gran giudice eterno. In quella guisa che al finire del giorno l'uomo è tanto più contento di sè quanto più sente di aver lavorato, così nella grande giornata dell'esistenza niente vale la contentezza interiore dell'avere operato il bene; e niente, dov'essa manchi, può tenerne le veci. Rispettarsi, sentirsi degno di questo rispetto, è benefizio singolare per tutti, singolarissimo per la donna, a cui spesso non basta il pentirsi, quando abbia fallito, perchè essa nella pubblica estimazione cade sempre più in basso dell'uomo. Triste cosa è questa, che i nostri costumi hanno portata, di non poter riacquistare la grazia degli uomini, avendo pur riacquistata la grazia di Dio; ma c'è compenso ancora, nella iniquità del giudizio, e un privilegio maraviglioso corrisponde al danno. L'uomo virtuoso, l'uomo che osserva la legge, si riconosce onesto; della donna virtuosa, insospettata e insospettabile, si dice comunemente: è una santa.
Qui con ardito trapasso veniva a dipingere le ansietà, i terrori, i rimorsi che accompagnano la colpa. Quante corde vibravano a quelli strappi di una mano maestra! No, la colpa, no, mai; è brutta, la colpa, è malsana; porta con sè, per primo guaio, il dover arrossire davanti al mondo, e peggio, davanti a sè medesimi. Per la donna colpevole, prostrata nella polvere di contro ai suoi lapidatori, Iddio ha detto: «chiunque di voi è senza peccato scagli la prima pietra». Quella pietra, gli uomini non possono scagliarla più; gli uomini non debbono punir quella donna, degni di punizione essi medesimi; gli uomini non debbono disprezzarla, di tante colpe macchiati, mentre uno spirito puro la compiange. Ma ella è pur sempre a terra, ed egli solo può rialzarla. Finchè egli non abbia detto: «va, non peccar più», non isperi di sollevare la fronte. Da lui rialzata, redenta da lui, si consoli: ma pensi che la turba, se non lapida più, giudica ancora; la turba è sempre là, astiosa ed arcigna, nel fondo della scena, e i farisei ne governano l'animo, i farisei, stirpe non morta ancora, che solo ha mutato di nome. E chieda a Dio di soffrire, di soffrir sempre, per espiare il suo fallo; ringrazî il cielo di una sofferenza, che quanto è più grande e più lunga, tanto più vale a deterger le colpe. Nè chieda di soffrir meno la donna che visse casta e virtuosa; pensi che la coscienza della propria impeccabilità può facilmente tramutarsi in orgoglio. Noi spesso non cerchiamo di vedere; ma Dio vede e sa quanto sia di peccato in noi, che per soverchio di sicurezza non facciamo buona guardia alle anime nostre. Certo, è soffrire orrendo, per una donna, e può parerle intollerabile, l'obbedienza di tutti i giorni, di tutte le ore; ma è prova solenne, argomento di purificazione continua, quel suo viver legata ad un uomo il più delle volte ruvido, vano, capriccioso, volgare, che non intende e non sa quanto ella valga, ma che qualche volta può essere mutato, migliorato, trasformato da lei. Che vittoria, allora, e come fa lieto il sofferto martirio! E poi, che è ciò che aspettiamo noi dal dovere compiuto? Se la vita è battaglia, sian terse le spade; nè vi paia fatica di farle brillare. Più splende quella che è più fine di tempra, e della fatica durata è gran conforto la gloria. Esser pure è già un premio; farvi belle dell'anima a Dio, è conveniente lusinga. Anche un poeta pagano lo ha detto: «piacciono i casti pensieri lassù; con casto animo vieni, con pure mani attingi alla fonte». Sentite la bellezza della virtù, che consola; e non orgoglio vi dia, ma nobile alterezza; e vi veneri il mondo, non potendovi mordere; e l'ossequio suo non sia minore di quello dei vostri figliuoli, a cui giovano le esortazioni, ma più ancora gli esempi.
Come aveva sofferto Maurizio, quel giorno! Gli pareva che ad ogni istante il frate dovesse uscire dalla tesi generale, figurare dei casi, proferire dei nomi; che ad ogni istante dovesse dare in qualche sfuriata, da offendere, da turbare, da commuovere troppo visibilmente qualche povera ascoltatrice. Ma no, niente; quel diavolo d'un sant'uomo non era mai stato tanto riguardoso come allora; non aveva neanche usata la volgarità di chiamar le cose coi loro brutti nomi, che è vizio dei quaresimalisti, anche valenti. La sua orazione era tutta misura e grazia, grazia e misura, e senza aver fatta la menoma concessione al gusto mondano. Anche l'argomento del rispetto di sè, che poteva essere derivato da un concetto pagano della virtù, come diventava cristiano nella necessità di fare della creatura un tempio, un altare, un vaso degno di Dio, e di educare non pure onestamente ma ancora candidamente la prole! «Non offendete colla impurità della lingua l'orecchio innocente del bambino; bella massima;--diceva il frate,--ma quasi inutile esortazione in una famiglia civile. Qual è infatti quella madre così sciocca o malvagia, che non abbia in mente e non osservi il precetto? Ma è necessario altresì che del fanciullo non si offenda la vista con la scena di un viver domestico poco lodevole, brutta scena che spesso è commedia corruttrice, e qualche volta si muta in orribil tragedia. E poi, che giova nascondere molto e con ogni cura al fanciullo, se egli, passando sua madre per via, vede a lei rivolto insieme col saluto il sogghigno, e dietro a lei ode gittata la parola di spregio? Ah, meglio allora, mille volte meglio non aver bambini! Ma pensate allora, pensate essere ancora una grazia la sterilità, per la misera donna che ha dimenticata la legge divina, la legge umana e sè stessa».
Neanche qui il frate foggiava casi particolari; non usciva neppur qui dalla tesi generale. Ma era pericolosa, la tesi; e Maurizio fremeva, pensando esser là tra gli ascoltanti qualche misera donna, la quale, ritornando a casa, non avrebbe trovato bambini ad attendere la sua carezza materna. Fremeva, mentre tutti gli ascoltanti pendevano dalle labbra del monaco, e gli pareva che ogni sguardo momentaneamente sviato di quella moltitudine attenta, girando per caso dalla parte sua, fosse diretto a lui, proprio a lui, come una interrogazione, come un rimprovero. Intollerabile supplizio! E non osò, per tutto il tempo che durò quella predica, volger neanche la faccia da un certo lato della chiesa. Poi, a mala pena ebbe fine il supplizio, scappò fuori senza guardarsi dattorno, tagliò la piazza per la linea più breve, andando verso il Castèu, senza aspettare la solita occasione di salutare Gisella, che usciva sempre in compagnia di Albertina.
Quella sera, non bene rinfrancato, ma desideroso di non far novità, si avviò alla Balma. Trovò il generale solo nel vestibolo, occupato a dare una scorsa ai giornali.
--Ma sapete,--gli gridò questi _ex abrupto_, levandosi gli occhiali e deponendo sulla tavola il foglio che aveva tra mani,--ma sapete che il vostro predicatore è un fiero campione!
--C'eravate?--disse Maurizio, rabbrividendo.
--No; per sentirlo m'è bastata una volta. Ma quasi quasi mi riconcilio con lui. Ha parlato del dovere in un modo che mi va. Queste vi parranno contradizioni;--soggiunse il generale, ridendo.--Ma anche senza andarsi ad affumicare là dentro, si può sapere che cosa c'è stato detto. Gisella mi ha recitata tutta la predica. A sentirla, si sarebbe creduto che la sapesse a memoria.--
Com'era andata? Al signor di Vaussana parve quella una follìa, una grande follìa. Ed era certamente tale, e la contessa, commettendola, aveva obbedito ad uno di quegli impulsi ciechi, contro i quali non è forza di volontà, nè lume di ragione che tenga. Scossa, turbata al pari di lui, se non forse di più, Gisella aveva ritrovato a mala pena quel tanto di forza che l'aiutasse a ritornare a casa, con aspetto di persona tranquilla. Per altro, a mezzo il viale dei tigli, aveva dovuto sedersi, non potendone più. Come le era venuto fatto di trascinarsi fin là? Il suo cuore batteva, batteva con una violenza da far temere che volesse ad ogni tratto spezzarsi; tanto che gliene veniva un senso di dolciume smaccato e nauseabondo alla gola. In uno sforzo supremo era riuscita a padroneggiarsi. Aveva pensato che fosse quella una crisi per l'anima sua; se felice poi o disgraziata, non voleva cercare. Dio lo vuole, aveva gridato a sè stessa, come i primi crociati di Cristo; e una gran forza era succeduta a quel momento d'angoscia indicibile. Alzatasi di scatto dal sedile di pietra, aveva fatto in pochi minuti il restante della salita, trovando sulla spianata del cancello il marito che passeggiava aspettandola; e davanti a lui aveva voluto fare la brava. Egli stesso la metteva al punto, chiedendogli col suo piglio beffardo quali altre scioccherie avesse spacciate quel giorno il grand'uomo. Scioccherie? C'era ben altro; un trattato di alta morale; ne giudicasse lui, che rideva. E lì, l'uno dopo l'altro, aveva snocciolati tutti gli argomenti, provando un gusto aspro, mettendo una cura ostinata, feroce, un vero accanimento, a tormentarsi l'anima riferendo tutto il discorso, perfino con le stesse parole del frate. Il generale aveva continuato a ridere per due o tre minuti; effetto di mare lungo, che non ha avuto ancor tempo di quetarsi; poi si era fatto serio, a grado a grado prestando maggiore attenzione; e si vedeva che gli argomenti gli andavano, e non meno le frasi ond'erano rivestiti, perchè li accompagnava con cenni del capo e con ringhî in cadenza. Egli doveva egualmente ammirare la relatrice, trovando ch'ella possedeva un bel tesoro di memoria, un tesoro del quale egli non si era mai avveduto. E neppure lei sapeva come ciò le accadesse. Le parole del frate le erano certamente caduta sul cervello, come gocce di piombo liquefatto, facendovi impronta e presa ad un tempo.
Ma quello sforzo l'aveva anche esaurita. A pranzo niente le andava; si era contentata di assaggiare; e finito il pranzo aveva trovato un pretesto per ritirarsi nelle sue camere, non aspettando Maurizio alla solita ora delle visite serali. Cosa da nulla, diceva il generale al signor di Vaussana, poi che questi ebbe domandato della contessa, e manifestato il suo vivo rammarico di saperla indisposta.
--I soliti incomoducci, che fanno comodo così grande alle signore donne;--soggiungeva il generale;--nervi, fumi, vapori, isterismi ed altri cataclismi da ridere. Del resto, un po' di riposo le farà bene. Quel prodigio di mnemonica, a buon conto, non sarà mica stato senza consumo di materia cerebrale. Siamo macchine, mio caro.--
Così ragionava; ed era contento di sè, il castellano della Balma. In fin de' conti, quella poteva contarsi come una buona giornata per l'autorità del marito, se anche gli era stata procacciata da una sequela di ribellioni all'autorità del filosofo. Buona giornata, davvero, e ne prometteva delle altre. Lo sentiva egli, questo? si dava ragione della sua contentezza? Forse no, anzi, diciamo pure senza il forse, ed ammettiamo che in lui operasse una specie d'istinto. Del resto, egli poteva esser contento di aver sentito parlare come piaceva a lui. Per una volta tanto quei _blagueurs_ di preti erano buoni a qualche cosa.
Quella sera Maurizio fece una mezza dozzina di partite a carambolo, perdendole tutte, e la testa per giunta. Ma un vincitore a carambolo, facendo le sue lunghe serie di colpi, non ha tempo nè modo di guardare dove il suo avversario abbia la testa. Così la sera passò, triste conclusione di una triste giornata. Le giornate, poi, si seguono e non si rassomigliano. La mattina seguente capitò Gisella al Castèu. Veniva in apparenza a prender l'amica, per andare con lei alla predica. Nel fatto, voleva combinare in casa il signor di Vaussana, per domandargli un libro in imprestito; un esemplare del nuovo Testamento, niente di meno. Desiderava di leggere l'evangelio di san Giovanni e le epistole di san Paolo; due autori che il quaresimalista citava spesso e volentieri. Nella libreria della Balma il nuovo Testamento non c'era, e per una buona ragione: per la stessa ragione non c'era neanche il vecchio. Ma oramai non sarebbe più stato così: Maurizio offriva l'uno e l'altro, non già come imprestito, ma come presente, come omaggio alla contessa Gisella. Regalava la traduzione del Martini, approvata da Roma: quanto a lui, possedeva la versione latina di san Geronimo, ed anche in un altro esemplare la versione italiana del Diodati, non approvata, ma ad ogni incontro, ad ogni bisogno, egualmente opportuna. L'ortodossìa di Maurizio non badava a certe piccolezze.
Gisella tremò, vedendolo comparire in salotto, e una fiamma le corse alle guance. Ma subito si ricompose, e gli espresse il suo desiderio, avendone quell'esito che fu dianzi accennato. D'altro non fu possibile parlare, essendo presente Albertina.
--Ed ora vi sentite meglio, non è vero?--si restrinse a domandarle Maurizio.
--Sì, molto meglio,--rispose Gisella.--Non è stato che un male passeggero.... qui;--soggiunse ella, indicando il cuore.
--Con quei colori?--gridò egli, inarcando le ciglia, e dissimulando nell'atto di maraviglia un vivo senso di pena.
--Con questi colori, pur troppo;--replicò sorridendo Gisella.--È stata anche la malattia di mia madre. Ma non esageriamo la cosa;--riprese tosto la bella signora;--altrimenti meriterò i rimproveri del generale, a cui queste bambinerie non piacciono. Affrettiamoci piuttosto ad andare in chiesa; dovrebbe esser quasi l'ora. Di che parlerà oggi il padre Anselmo?
--Dell'amor divino;--rispose Albertina, a cui la domanda era rivolta.--Non hai sentito, quando l'annunziava?
--No, mi ero forse distratta.... pensando a tutte l'altre belle cose che aveva finito di dire.--
La predica dell'amor divino fu un inno in prosa, e frammezzato di versi. Quel diavolo d'un frate ci aveva quel giorno tutti testi profani. Citava Girolamo Benivieni, che sull'amor divino aveva dettato armoniose e calde terzine; citava Lucrezia Tornabuoni, e le sue affettuose laude spirituali; citava messer Agnolo Poliziano, autore anch'egli (pare impossibile) di poesie religiose; citava perfino Lorenzo de' Medici, e le sue amorose rime sulla ricerca di Dio.
Allor vedrò, o Signor dolce e bello, Che questo bene e quel non mi contenta: Ma levando dal bene e questo e quello, Quel ben che resta il dolce Dio diventa: Questa vera dolcezza e sola senta Chi cerca il ben: questo non manca mai.
Quella mattina, sulla piazza della chiesa, non mancò più Maurizio, ad aspettar le signore.
--Non è vero che è stato bello?--gli chiese Gisella, nella breve conversazione di commiato.
--Sì, bello;--rispose Maurizio.
E non potè dirle altro, tanto soffriva. Ah, quel bene terreno che non contenta più l'anima! quel bene terreno da cui si può levar tante parti, e il resto si trasforma in amore di Dio!
Quella sera, andò ancora alla Balma, sapendo già di non averne alcun bene. Pure, il caso gli fu più umano del solito, facendolo restare abbastanza lungamente solo con lei.
--Non andrete più al Martinetto?--le disse, dopo alcuni istanti di silenzio, che gli erano parsi secoli.--C'è il piccolo Vittorio ammalato.
--Oh, poverino! Sicuramente ci andrò;--rispose Gisella, che a tutta prima era rimasta confusa.
Ed egli la precedette il mattino seguente lassù; o credette di precederla. Ma la contessa non si lasciò vedere al Martinetto, nè prima nè dopo la predica. Triste cosa, su cui egli non osò farle la più piccola osservazione. Pure, le giornate erano belle, ancora un po' fresche, ma serene e luminose; e i cardellini dell'Aiga, salutando Maurizio, avevano l'aria di dirgli: i vostri nocciuoli sono stati i primi tra tutti gli alberi della montagna a riprender le foglie; come va che non ci si rivede ancora? sareste mutati voi, da quelli di prima?--
Gisella andò a vedere il figliuoletto di Biancolina, ma dopo aver pranzato, senza pericolo d'imbattersi nel signor di Vaussana. Maurizio la vide ritornare alla Balma, mezz'ora dopo ch'egli era giunto lassù. Rimase male, vedendo che Gisella aveva cercato di evitare la sua compagnia. Ma la signora non potè egualmente evitare l'occasione di un breve colloquio con lui, mentre il generale era andato più oltre lungo il viale a ragionar col fattore.
--Perchè?...--le disse.--Perchè mi sfuggite?--
Maurizio aveva l'aria d'un moribondo, parlando in quel modo.
--Perchè....--mormorò ella, non resistendo a quell'accento di angoscia suprema.--Amico mio, non mi parlate così! Se sapeste come mi levate il coraggio!... Siamo nell'errore, Maurizio; ho paura.
--Paura!--esclamò egli.--Di che?
--Siamo colpevoli.
--Colpa.... d'amore....
--È colpa, e basta. Io mi faccio orrore, e qui dentro mi domando spesso: che cosa penserà Maurizio di me, se anch'egli usa scendere nel segreto dell'anima sua, e vede l'abisso in cui siamo caduti? Ah, meglio laggiù,--gridò ella rabbrividendo--meglio laggiù in quell'altro abisso, nel vortice dell'acque, quando io non credevo di far tanto male; e tu già lo sapevi, già n'eri persuaso, perchè hai tardato un istante a rispondermi!--
CAPITOLO XVI.
Cuori infermi.
Così finiva la quaresima, vedendo Maurizio la contessa Gisella ogni mattina alla sfuggita quando si usciva di chiesa, ogni sera più lungamente quando egli andava alla Balma; non più altrimenti, come avrebbe potuto sperare dal ritorno alla buona stagione, da lui con tanto ardore invocata. E parlava di cose vane con lei, quando c'erano altri in conversazione; e non parlava più affatto quando restavano soli. Quei due poveri cuori sembravano divenuti l'uno all'altro stranieri; tra quelle due coscienze, già così intimamente unite, si era fatto un gran vuoto. Egli oramai era in uno stato da far compassione; reggeva l'anima co' denti; avrebbe voluto non essere: intanto, per capriccio di sorte o crudeltà di destino, doveva sorridere, sorrider sempre, piegandosi a tutte le fantasie d'un vecchio fanciullo, che mostrava di non saper stare un minuto senza la compagnia del suo migliore amico. Sospello di qua, Vaussana di là, e Maurizio da pertutto; non c'era che lui.