Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 9

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L'osservazione del vecchio argentario ha mestieri d'un breve commento. Si credeva a quei tempi che la porpora fosse stata trovata da Ercole. Passava un giorno il semidio lungo la marina di Tiro, quando il suo cane (lo vedete, Ercole, accompagnato da un cane, alla guisa dei ciechi?) quando il suo cane, che aveva una fame da lupi, s'imbattè in una conchiglia, gittata sulla spiaggia dai flutti. Fido, o Melampo che fosse, non fece parte della sua scoperta al padrone; ruppe il guscio coi denti e mangiò il saporito mollusco, dopo di che si presentò ad Ercole, col muso tinto del più bel rosso che vi possiate immaginare. — Che cos'è? dimandò il semidio, che non aveva mai osservato una cosa simile. E veduto che razza di conchiglia avesse sgranata il suo cane, andò in busca di tutte le altre, che si trovavano sulla spiaggia, por ispremerne il succo sulla tunica di lana bianca che portava indosso. Quasi sarebbe inutile di aggiungere che la tunica d'Ercole divenne tosto d'un bel rosso carico, e che egli n'ebbe un piacere da non dirsi a parole. La sua tunica gli parve da quel giorno così bella, che gli seppe male di indossarla più oltre come abito di fatica. La regalò allora al suo buon amico, il re di Tiro, che andò a sua volta in visibilio, e lì sui due piedi mise fuori un editto, per confiscare il color della porpora ad uso ed ornamento esclusivo della sua sacra persona.

— Ecco, — diceva intanto Aderbale, sciorinando la sua mercanzia, — una pezza di porpora violetta che vince lo splendore dell'amatista. Dirai, nobilissima Clodia, che somiglia al colore della tua stola; ma, se ben guardi, la tinta è alquanto più chiara ed ha riflessi più vivi. È il meglio, il _nec plus ultra_, della fabbrica di Annone, riconosciuta ormai per la prima di Tiro. Ami meglio il verde marino? Eccoti questa, che si affà mirabilmente al candore del tuo volto e alla lucentezza dei tuoi capegli neri. Di quest'altra devi farti una _rica_, per uscire a diporto. È trasparente e ti custodirà dalla polvere, senza toglierti di vedere e di esser veduta dai nobili cavalieri, che gitteranno occhiate di desiderio nella tua lettiga dorata. E adesso guardami questa; non ti par latte, entro a cui sia stata stemperata una perla eritrea? Vedi come torna bene, piegata in due doppi! Aggiungi due o tre strisce di porpora azzurra o scarlatta sui margini, ed hai una diploide alla foggia greca, che nessuna Ateniese, foss'anco Aspasia rediviva, potrebbe vantare la più vistosa, o la più elegante. —

Clodia Metella non si lasciava abbarbagliare da quel luccichìo di frasi dell'asiatico mercatante. I suoi occhi, precorrendo la meditata progressione di quel commentario alla moda, si erano fissati su di una stoffa di lana nera, sottilissima e intessuta a strisce d'oro filato, che era veramente una meraviglia a vedersi.

— E questa, quanto vale? — domandò.

— Padrona mia, riconosco il tuo buon gusto; — esclamò Aderbale, senza curarsi di rispondere subito in chiave. — Questa è la più ricca novità della stagione, e, non fo per vantarmi, è anche la prima pezza che se ne vede in Roma.

— Il prezzo ti ho chiesto, il prezzo.

— Ah, il prezzo è veramente un po' forte. Ma la stoffa è così bella, che, quando io te l'avrò detto, ti parrà proprio regalata. Cinquemila sesterzi.

— Cinque... — balbettò Cepione, spalancando gli occhi dallo stupore. — Che cos'hai detto? Ripeti.

— Cinquemila sesterzi, o, se meglio ti piace, nobilissimo uomo, milleduecento denari. Con tutto l'oro che c'è dentro, è data proprio per nulla.

— Ah sì, ce n'è fin troppo, dell'oro. Vedete che spreconi!

— Perchè ti lagni? — entrò a dire Caio Sempronio. — A qual uso migliore potrebbe servire il preziosissimo tra tutti i metalli, se non a rendere più appariscente la bellezza? Io vedo già la nostra divina Clodia Metella, adorna di quella veste dorata, risplendere come la dea Bona alle calende di Maggio, nel sacrario del pontefice massimo.

— Sì, sì; — rispose Clodia Metella, crollando malinconicamente il capo; — ma trovo anch'io che costa un po' troppo. Non ho già i cinque milioni di sesterzi di Servilio Cepione.

— È come se tu li avessi; non ti ha egli profferte le sue sostanze, come contorno all'offerta del suo cuore? — ribattè Caio Sempronio ridendo.

A quella scappata del cavaliere, il vecchio argentario fece il muso più lungo del solito.

— Eh, eh, — gridò egli, punto sul vivo, — tu la ricordi in buon punto; e se mi saltasse il ticchio.....

— Ottimamente! Compera dunque la veste e fanne un presente alla Dea.

— Ma di grazia, perchè non la comperi tu?

— Io? Così fossi certo che si degnasse di accettarla!

— Graziosa, quella paura!

— Non ci credi? Sia dunque tua la colpa, se io ardisco di offerire qualche cosa a Clodia Metella. Aderbale, dammi da scrivere. —

Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori una superficie piana, e di dentro un sottile rivestimento di cera, con le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo.

Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse queste poche parole:

«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.»

Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia.

— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa, sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.

— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi. Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.

— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente.

— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto animo il mio povero dono. —

Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio Sempronio. Era quello il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci.

— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito.

Ma il giovinotto non pose mente alle bizze del vecchio Arpagone, e, chiesto a Clodia Metella il permesso di tornare il giorno seguente, tolse commiato da lei. Per una prima visita aveva fatto abbastanza, ne convenite?

Il mercante aveva rifatta diligentemente la sua balla e se n'era andato anche lui, dopo molti inchini, ringraziamenti ed augurii di prosperità alla liberalissima Clodia, che gli comperava le stoffe più preziose col denaro degli altri.

Cepione era rimasto in piedi nel tablino, ora guardando Caio Sempronio che se ne andava, ora Clodia che aveva seguitato il giovinotto con una lunga e malinconica occhiata fino alla tenda del pròtiro. Il vecchio argentario non appariva troppo contento; di certo egli mulinava qualche cattiveria, a sfogo della bile che già gli schizzava dagli occhi.

Tutto ad un tratto, diede in uno scroscio di risa.

— Che c'è? — dimandò Clodia Metella, con aria tra stupita e severa.

— Ho fatto una bella scoperta; — rispose Cepione. — La colomba è innamorata.

— Sì; — diss'ella brevemente, in quella che stendeva la mano al monopodio, per ripigliare la sua favola milesia.

— E il colombo, — soggiunse Cepione, — è molto ricco.

— Che importa? — riprese Clodia Metella, stringendosi nelle spalle.

— Come, che importa? Importa moltissimo.

— Non a me certamente. —

L'argentario rispose a quel magnanimo diniego con un ammicco beffardo. Ma perchè Clodia fingeva di non vedere, crollò il capo ed aggiunse:

— Sia pure, come tu dici; ma importa a me. Dammi lode per la mia schiettezza, ti prego.

— Non vedo come c'entri tu; — replicò la matrona.

— Non c'entro? Non c'entro? Figùrati! Noi qui faremo a metà. Tu prenderai l'amante, io la pecunia. —

A quella cinica bottata dell'argentario, Clodia Metella si rizzò di scatto, come una serpe a cui sia stata calpestata la coda.

— Che novità son queste? — gridò, saettando Cepione con uno sguardo corrucciato.

— Padrona mia, un po' di calma, e vediamo di intenderci; — disse quell'altro, adagiandosi tranquillamente sul cuscino d'una sedia a bracciuoli. — Anzitutto, perchè parli di novità? Non sono forse passati per le mie mani tutti i giovani patrizi che tu hai onorati della tua benevolenza? Valerio Catullo, Celio Rufo, Cornelio Basso, Aulo....

— Finiscila! — interruppe Clodia Metella. — Tu sei veramente noioso.

— Ah, ti secca la nomenclatura? Bada, padrona mia, non intendevo citare che i colombi spennacchiati; mettevo in disparte tutti quegli altri che hanno avuta la sorte di non lasciarci le penne maestre. Il povero Cepione li ha veduti passar tutti, l'uno dopo l'altro. Per Ercole! Si davano la muta, come i legionarii in sentinella. Ed io, destinato a colmar gl'intervalli, mi trovavo sempre fuori delle tue grazie; vedevo appena il sole, che già mi spariva dagli occhi. Eppure, vedi la mia bontà; in attesa di riavere la tua benevolenza, facevo servizio ai miei fortunati rivali; imprestavo quasi sempre io, le migliaia di sesterzi che dovevano servire ai donativi; fornivo io le armi contro di me. Che cosa vuoi di più umano? Ed anche adesso, io mi preparo a servirti. Quel giovinotto mi piace. Ti ringrazio di averlo scelto così ricco. Poverina! potevi benissimo invaghirti d'un plebeo povero in canna, o d'un cavalierino indebitito fino agli occhi, ed io avrei dovuto recarmelo in pace. Ma tu non l'hai fatto, padrona mia bella; tu sei sempre quella matrona di garbo, che ero avvezzo a stimare da tanti anni. Abbi dunque i miei ringraziamenti, e concedi che io tiri innanzi a servirti. —

Clodia Metella si mordeva le labbra a sangue.

— E.... — diss'ella, con voce tremante dalla rabbia, — se io non volessi stare al tuo patto?

— Faresti malissimo; — rispose il beffardo vecchio; — perchè io potrei....

— Potresti? Continua!

— No, non è bene scoprirsi così scioccamente, e con una donna di così sottile accorgimento come tu sei. Oh, non dubitare, io ti rendo giustizia. Se fossi pretore, come ci avrei diritto pel nome che porto, darei ad ognuno il suo, che non ci mancherebbe mezz'oncia.

— Daresti! — notò ironicamente Clodia Metella. — Sarebbe la prima volta.

— Ah sì; come se l'imprestare non fosse una maniera di dare! _Do ut des, do ut facias_, son forme di contratto, mi sembra. E a proposito di fare, bada, padrona mia, che non mi venga in mente di far aprir gli occhi al tuo nuovo amatore.

— Non lo farai; — disse Clodia, dopo un istante di pausa.

— Sta a te ch'io non lo faccia, mia bella. Sii prudente, e non avrai a dolerti di me. Déi buoni, e non è giusto che io trovi un compenso alla brevità di questi interregni? Perchè, infine, tu ci hai una virtù singolare, che riesce tutta a mio danno. Quando uno ti piace, bisogna rassegnarsi; nel tuo cuoricino non c'è mai posto per due.

— Cepione, io l'amo.

— Lo so, poverina; intendo i tuoi spasimi, e, come vedi, asciugo una lagrima di tenerezza. Mia candida colomba! Sei così buona, così affettuosa! Lo seppe Metello Celere, tuo cugino e marito; lo seppe anche la felice memoria di Publio Clodio, tuo degno fratello....

— Ma infine, — proruppe Clodia, non vedendo più lume, — vorrai tacere una volta? Lascia i morti nell'Averno e non mi dar noia più oltre. Ti ho sempre ai fianchi, ora coi sarcasmi, ora con le minaccie. Chi ti ha mai impedito di fare il tuo mestiere? Metello Celere ha avuto il torto di morire, senza lasciarmi venti milioni di sesterzi. Se così non fosse, vedresti tu come io starei a sentirti.

— Eh, lo so, che non mi ami. Ma appunto per ciò è notevole la nostra alleanza. Che cosa c'è di più grande di due che si odiano e si aiutano a vicenda? Io, vedi, qualche volta sento il desiderio di chiuder le mani intorno al tuo collo di cigno e di strangolarti senz'altro. Sei bella ed io non lo sono; ti amo e tu ti beffi di me; quando pure ti degni di sorridermi, indovino che ciò mi costerà un bel gruzzolo di monete. Ah, se non fosse che tu sei una civetta addestrata e che fai calare da tutte le frasche i merli curiosi al mio campo!... Ma basta; se no, vado fuori dei gangheri. Padrona mia, siamo intesi e non occorrono altre spiegazioni tra noi. Venere conservi la tua bellezza, e Diana cacciatrice mantenga saldi i panioni del tuo nobilissimo servo. —

Ciò detto, il bravo argentario si alzò da sedere, e, fatto un mezzo inchino alla sua alleata, s'incamminò verso l'uscio. Clodia Metella riprese il suo codice e provò a ricominciar la lettura, ma per un bel pezzo non ne spiccicò una parola.

CAPITOLO XII.

Nel teatro di Pompeo.

Siamo ai cinque di aprile, giorno dedicato nel lunario cattolico a San Vincenzo Ferreri, ma segnato nell'antico calendario romano con queste parole LUD. MATRIS MAG., abbreviazione che vuol dire: _ludi Matris magnae_, ossia, giuochi della Gran Madre.

Erano questi i giuochi Megalesi, e si facevano in onore di Cibele, la Berecinzia, detta in greco _Megale Meter_, che significa appunto gran madre. Avevano avuto cominciamento verso la fine della seconda guerra Punica, nell'anno 548 di Roma, quando il simulacro di Cibele, la madre degli Dei, fu portato di Frigia alle rive del Lazio, e di là, con pompa straordinaria, introdotto nelle sacre mura di Romolo. Erano giuochi particolarmente scenici; perciò si celebravano sempre in teatro, e nel giorno che cadevano correva tra i cittadini una lieta usanza di convitarsi a vicenda. La qual cosa esprimevasi col verbo _mutitare_, cioè tramutarsi a cena qua e là, or da questo or da quello, come a memoria del felice tramutamento della Dea dallo rive di Frigia a Roma.

Ovidio ci ha detto nei Fasti perchè i giuochi Megalesi fossero i primi e i più grandi dell'anno. Berecinzia non era forse la genitrice dei Numi? Era giusto che i figli cedessero il primo luogo alla madre. Cicerone, che per infilzare aggettivi non restava indietro a nessuno, chiamò i giuochi Megalesi «casti, solenni, religiosi sopra quanti ne furono mai» e soggiunse che «a riverenza della loro origine e della dea cui erano sacri, non fu mutato loro neppure il nome, essendo i soli tra i giuochi romani, che si chiamassero con vocabolo straniero.» Vedete un po' che maestà sbardellata di giuochi!

Altre solennità ammettevano le rappresentazioni sceniche, come ad esempio i giuochi Consuali, sacri a Conso, dio degli arcani consigli, che, essendo stati ordinati da Romolo in memoria delle rapite Sabine, erano tenuti i più nazionali, e perciò detti _Romani_ per eccellenza. Venivano poscia i Plebei, i Funebri e gli Apollinari; i primi in memoria della rivendicata libertà contro gli oppressori Tarquinii e della restituita concordia tra i padri e la plebe, dopo la fortunata favoletta di Menenio Agrippa; i secondi, derivati dai Greci, in onore degli illustri defunti; gli ultimi, consigliati dalle profezie d'un tal Marcio indovino, che nella seconda guerra Punica aveva promessa la vittoria, purchè si onorasse Apollo con solenni spettacoli. Ma la festa Megalese si distingueva in ciò da tutte le altre, che essa consisteva appunto ed unicamente nelle rappresentazioni teatrali.

E qui si facevano onore gli edili curuli, magistrati che avevano cura degli edifizii cittadini, dell'annona e dei solenni spettacoli. Erano essi che pagavano i poeti drammatici di maggior grido per averne commedie nuove da sperimentare in quell'occasione, e che spendevano profumatamente per mettere in iscena col massimo decoro le migliori produzioni dei vecchi. Quattro delle sei commedie di Terenzio, l'_Andria_, l'_Eunuco_, la _Suocera_, il _Punitor di sè stesso_, furono scritte per questi giuochi. Nè creda il lettore che la moltitudine si accostasse con molta religione a cotali cerimonie, quantunque fatte in onore della madre degli Dei. Si rideva e si fischiava come ora, che il teatro è doventato la cosa più profana del mondo. La _Suocera_ di Terenzio non fu lasciata finire, perchè nella piazza accanto al teatro _lavoravano_ i funamboli, e l'uditorio svagato aveva più voglia di veder passeggiare sulla corda, che di esserci tenuto lui, sulla corda, dalle invenzioni del gentile poeta. Consolatevi, autori del tempo mio; il pubblico è sempre lo stesso, da che esiste il teatro.

Lettori, se non vi dispiace (e perchè, poi, dovrebbe dispiacervi?) entriamo nel teatro di Pompeo. È presso al Circo Flaminio, nella regione nona, la più bassa e la più popolosa di Roma, corrispondente al moderno Parione.

Fu questo il primo teatro stabile dell'eterna città, e al tempo della nostra narrazione contava a mala pena i suoi quattro anni di vita, essendo stato eretto per cura di Pompeo Magno, nell'anno 699, dopo la guerra Mitridatica.

Sapete già tutti, ed io qui lo ricordo _pro forma_, che le rappresentazioni sceniche ebbero origine in Grecia, dove in principio era costume di farle sotto un frascato, od ombracolo, che dava ricetto ai giuochi villerecci; poscia in un carro, quello di Tespi, che menavasi attorno pei trebbi e per le borgate; più tardi su di un palco, messo insieme con quattro assi, come quelli dei saltimbanchi di villaggio. Da quel tempo, la scena aveva seguitato ad ampliarsi e ad ornarsi, ma sempre rimanendo di tavole. Una disgrazia che costò la vita a centinaia di spettatori, persuase Temistocle e i suoi Ateniesi a fabbricare di buon materiale gli edifizii scenici; e gli architetti Democrate ed Anassagora idearono in tal guisa il primo teatro di fabbrica, scavando le gradinate a semicerchio nel fianco di una collina a piè dell'Acropoli, e mettendovi di rincontro il palco e la scena.

Questo raccontano le storie. Altri vuole, ed ha parecchi ruderi dalla sua, che i primi teatri stabili sorgessero in Sicilia e nelle colonie greche dell'Asia Minore. Io, lasciando gli archeologi a vedersela tra loro, vi dirò che in Roma la severità delle leggi, non potendo opporsi validamente ai ludi scenici introdotti nel 599 dai censori Valerio Messala e Cassio Longino, bastò cionondimeno ad impedire per cent'anni intieri la costruzione d'un teatro permanente. Plauto e Terenzio esponevano le loro favole in teatri posticci, o nel Circo, destinato alle corse dei cavalli e alle sanguinose pugne dei gladiatori. Terminati gli spettacoli, doveva tosto disfarsi anche il teatro. Neppure si perdonò a quello sfarzosissimo, che Scauro aveva innalzato per ottantamila persone, con trecento sessanta colonne, tremila statue, la scena per metà di marmo e per metà di vetro. Inaudita forma di lusso! esclama Plinio. E tanta opera non ebbe che un mese di vita.

Più fortunato fu il console Pompeo, perchè il suo teatro, costrutto sul disegno di quello che egli aveva veduto a Mitilene, non soggiacque alla condanna degli Edili. La spesa era stata immensa, e il console era stato tacciato di troppo sfarzo per una fabbrica che non aveva a durare; ma, avendo egli adonestato il suo colpo con un titolo di pietà, edificando sulla cavea del teatro un tempio a Venere vincitrice, la fabbrica non potè essere distrutta, e, diventando stabile, fu lodata di parsimonia. La bandiera aveva fatto passare la merce.

Patito un incendio sotto Tiberio, il teatro di Pompeo fu subito ristorato da quell'imperatore. Caligola e Claudio lo abbellirono. Nerone in un sol giorno lo fece indorare, per mostrarlo al domani in tutta la sua pompa a Tiridate, re d'Armenia. Gran tempo dopo, essendo rovinato, fu da Teodorico rifatto sulle vecchie fondamenta. Se non riuscì del tutto una fabbrica ostrogota, bisognerà darne lode agli artefici, che erano sempre italiani. Le vestigia dell'edifizio, trovate nei tempi nostri in capo alla via dei Giubbonari, presso la chiesa di Sant'Andrea della Valle, fanno buona testimonianza della romanità del lavoro.

Ma entriamo una volta e vediamo le tre parti notevoli del teatro, che sono la cavea, l'orchestra e la scena. Tutti i teatri romani, su per giù, con un meniano di più, od uno di meno, si rassomigliano, e quando se n'è visto uno si son visti tutti.

La cavea, che oggi direbbesi il recinto, è la parte più ragguardevole per la sua mole e quella che propriamente può dirsi _theatrum_, o _visorium_, perchè di là gli spettatori, distribuiti lungo le gradinate a semicerchio, vedono la scenica rappresentazione. Le gradinate, dal podio, o parapetto «che men loco cinghia» come direbbe Dante, salgono allargandosi man mano fino all'orlo superiore, intorno a cui gira una galleria coperta, dal cui architrave sporgono gli arpioni, o i pali, che terranno disteso il velario.

Ogni sette gradinate ce n'è una larga, ed alta il doppio delle altre; e questa non è per sedervi, ma per passare da un punto all'altro del recinto. Di queste divisioni (_praecinctiones_) nei teatri molto grandi ce ne sono infino a tre. Il complesso dei gradi tra una precinzione e l'altra dicesi _moenianum_, specie di ripiano interiore a cui corrisponde di fuori un ordine di maestose arcate e di gallerie. Dove le precinzioni e per conseguenza i ripiani sono tre, la cavea resta divisa in tre ordini, che si dicono _cavea prima, cavea secunda_ e _ultima cavea_ (la piccionaia moderna), i cui gradi non sono di pietra, ma di un semplice tavolato. Ogni meniano è tagliato da più scale, raffiguranti i raggi d'un circolo, donde gli spettatori vanno a cercare il posto loro assegnato dalla _tèssera_, o biglietto d'ingresso; e in tutte lo precinzioni si aprono più porte (_vomitoria_) donde sbocca in teatro la folla, venuta su per gli androni che girano nei fianchi dell'edifizio. Gli spazi compresi tra le scale hanno sembianza di cunei, epperciò ne portano il nome.

Tutte queste divisioni vi confonderebbero oggi la testa, lo capisco. Ma, se foste Romani d'allora, non ci pensereste più che tanto. Facciamo un esempio. Avete avuto una tessera d'avorio, su cui, accanto al titolo della commedia (_Casina Plauti_) sono incise queste parole abbreviate: CAV. II. CUN. III. GRAD. VIII. Che vuol dir ciò? Che avete l'ottavo posto nel terzo cuneo della seconda precinzione, o del secondo meniano. Non vi confondete adunque, pigliate la scala che mette alla galleria del second'ordine; giunto lassù cercate la indicazione del terzo vomitorio, e di là riuscite subito entro la cavea, alla vista del pubblico. Un'occhiatina ai numeri; il cuneo comincia con cinque posti; dunque il vostro sedile è nel secondo giro di gradini; eccolo là, difatti, col suo bravo numero inciso sulla pietra. Il maestro di sala (_designator_) non lo ha lasciato occupare da nessuno; al peggio dei peggi (come avviene oggidì nelle sedie chiuse dei nostri teatri) il vicino, per comodo suo, ci ha posato il suo pètaso. Andate liberamente, egli si affretterà a tirarlo via; se no, avrete il diritto di fargliene una frittata.

E adesso un'occhiatina all'orchestra. I Greci davano alla piazzuola semicircolare, compresa nel giro del podio, il nome di orchestra, o ballatoio, perchè questo era il luogo delle danze, dei cori e dei mimi. I suonatori stavano sopra un palco, che, somigliando ad un'ara sacrificatoria, era perciò detto _Timele_. Ma nei teatri romani, sebbene si conservasse il nome di orchestra, il luogo era riserbato ai magistrati e alle persone di maggior conto. Perciò era più angusto che nei teatri di Grecia. Noi moderni l'abbiamo fatto più ampio, e lo chiamiamo platea.