Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 8

Chapter 83,792 wordsPublic domain

— Proprio lui; — disse Clodia Metella, crollando mestamente il capo. — Vedi un po' i graziosi vagheggini che mi tocca sopportare! E poi mi parli di tede nuziali! Di bellezza che illumina e riscalda! Ho ferito il cuore di uno tra i più ricchi, ma anche tra i più spregevoli cittadini di Roma. Debbo io ringraziar Venere protettrice per quel resto di bellezza che.... ti piace di trovare in me?

— Amabil resto, di cui ogni cavaliere romano si contenterebbe, lasciando per esso tutte le Dee dell'Olimpo!

— Pazzo! — esclamò Clodia Metella, facendo con le labbra la più leggiadra smorfia del mondo. — Sarai dunque incorreggibile?

— Dimmi costante, padrona mia. Si è incorreggibili nei vizi, costanti nelle virtù. —

Noti il discreto lettore quel «padrona mia» gittato là, in un momento di tenerezza, dal nostro Caio Sempronio. «Divina» e «bellissima» erano aggettivi che si spendevano senza troppo riguardo con tutte le donne; laddove il «padrona mia» (_hera mea_) non si diceva che alla donna del cuore. Come vedete, il nostro cavaliere non ci andava di gamba malata.

— E sia, — ripigliò Clodia Metella, senza far le viste dì aver notata quella rapida progressione, — diciamo pure costante, sebbene la costanza accenni ad un passato..... che nel caso nostro non vedo.

— Si fa molto cammino in breve ora, quando si ha la fortuna di vederti, o bellissima Clodia. Ma dimmi piuttosto, — soggiunse, non volendo aver l'aria di insistere su quell'argomento delicato, — Cupido è dunque riuscito a penetrare co' suoi dardi quella montagna di carne? —

La bella patrizia, con tutto il desiderio che aveva di stare in contegno, non potè trattenere le risa, a quella pittura che Caio Sempronio faceva del galante argentario.

— Dèi buoni! — esclamò. — Ignoro come ciò sia avvenuto; ma debbo argomentarlo dalla guerra spietata che egli mi fa. E ne sono veramente seccata. Vedi un po' la strana pretesa! Perchè mi ha reso un servizio, della sua professione, s'intende, e che io pago profumatamente, il degno banchiere si è fitto in capo...

— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio Sempronio.

— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera. Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta.

— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce?

— Tu lo difendi ancora?

— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti noioso? —

Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli anelli che aveva nelle dita.

— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato il sole, è risospinto nelle tenebre.

— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella, smozzicando amabilmente le parole.

Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene, di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (_litera legitima_) che suonasse troppo aspra al palato.

— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio, il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno!

— Li hai sempre, e non un giorno di più. Te lo dicono i miei occhi innamorati; te lo dica il mio sangue, che riarde nelle vene. Dove tu sei, divina Clodia, non osino mostrarsi Ebe ed Erigone.

— Cessa, te ne prego! — mormorò ella, colta da una commozione improvvisa.

Due lagrime intanto spuntarono dagli occhi di lei e scesero lente lunghesso le guance.

Caio Sempronio rimase di sasso. La vide farsi bianca in viso come il marmo di Paro; quelle lagrime, poi (badate che l'immagine è classica), scorrevano come l'acqua di sotto alla neve disciolta, e dalla stretta dolorosa che n'ebbe, quelle lagrime gli parvero il suo proprio sangue che gli grondasse dal cuore. Leggete Ovidio, che dice la medesima cosa in versi latini.

Ovidio, per allora, non aveva anche messi i lattaiuoli. Caio Sempronio, punto pratico dell'_Arte amandi_, la quale era di là da venire, si spaventò di quelle lagrime.

— Ti ho forse offesa? — gridò, profondamente turbato. — Perdona il mio ardimento, te ne supplico.

— No, non mi hai offesa; — rispose Clodia asciugandosi le molli rugiade; — pensavo al contrasto delle tue dolci parole con tutti i dolori che mi sono derivati da questo dono fatale dei Numi. Oh, i giudizi del volgo! Se la gente sapesse da quali impure fonti ella attinge, e qual maestro di dotte calunnie è l'amor proprio ferito di certi uomini, o la gelosa invidia di certe donne! E sei tu sincero, parlandomi come hai fatto poc'anzi? Puoi esserlo, dopo tutto quello che si è malignato sul conto mio? Non hai forse pensato fra te che alla donna dei mille amanti si poteva parlare a tutta prima d'amore?

— Oh il brutto pensiero che t'è venuto in mente! — gridò Caio Sempronio, con accento di rimprovero. — Ti ho detto quel che sentivo, lo giuro per gli Dei immortali.

— Del resto, che importa? — ripigliò Clodia Metella, crollando superbamente il capo. — Pensi il volgo ciò che gli piace. Mi giudichi male la stoltezza, mi morda l'invidia, mi perseguiti il rancore; purchè uno mi stimi, io non mi lagno del fato. —

«Purchè uno mi stimi» capite? Era il colpo di grazia, e Caio Sempronio lo ricevette in pieno, nella parte più vitale. In lui, come in tutti gli uomini, la parte più vitale non era forse la vanità?

Caio Sempronio prese amorevolmente la mano di Clodia e la carezzò, come si farebbe della mano d'un bambino che si vuol rabbonire.

— Padrona mia, — le disse, col più soave accento che uscisse mai dalle labbra d'un uomo, — tu lo sai, tu lo senti, che io ti stimo, come meriti di essere stimata da ognuno. Non mi credere un temerario vanitoso, se troppo presto ti ho palesato il segreto dell'anima mia. Certo, non era presto per me. Da tanto tempo la tua bella immagine mi stava scolpita nel cuore! Ti vedevo spesso, nella tua lettiga per via, nelle feste, nei teatri, sempre ammirata, corteggiata da mille adoratori, sfortunati, sì, ma non meno adoratori per questo, non meno solleciti intorno a te; mentre io ero lunge, non veduto da te, e senza il coraggio di avvicinarmi mai. Fin da allora ti amavo, o bellissima Clodia; ciò ch'io t'ho detto poc'anzi non era che la continuazione di un vecchio monologo. E tu condannami ora; statuisci la pena, sono pronto a subirla. —

Clodia Metella non rispondeva; ma non aveva neanche ritirata la mano, prigioniera d'amore tra le mani del nostro infiammabile eroe.

CAPITOLO X.

Il terzo incomodo.

Tutto ad un tratto la bella indolente ritrasse la mano. Caio Sempronio credette di averla offesa col suo ardimento, e rimase perplesso, tra lo stupore dell'atto improvviso e il desiderio di trovare una parola per iscusarsi con lei. Ma gli occhi di Clodia non avevano mutato espressione; il suo viso spirava la calma e la benevolenza consueta. Perchè dunque Clodia Metella aveva ritirata la mano?

Il nostro eroe non ebbe a penar molto per saperne il perchè. Clodia Metella, che sedeva colla fronte rivolta all'entrata, aveva veduto accorrere il suo servitorello dal pròtiro, donde era giunto al suo orecchio un rumore confuso di voci, come di gente che altercasse sull'uscio.

Usiamo del nostro diritto e corriamo a vedere che cosa accadesse laggiù.

— Ma se ti dico che sono invenzioni! Figùrati se per un mio pari ci dovrà esser mai porta muta! Aprimi questo cancello, per Ercole, e bada di non averti a pentire! —

L'uomo che così parlava, sbuffando ad ogni tratto come un vitello marino, cercava intanto di spingere l'ostiario, per entrare nel suo camerino, donde sarebbe potuto riuscire nell'atrio, senza bisogno di farsi aprire i due battenti del cancello.

Ma l'ostiario aveva una consegna e non si lasciava intimorire dalle minacce, nè spingere indietro dagli urti imperiosi del nuovo venuto.

— Nobilissimo Cepione, — diss'egli, — tu non entrerai. —

E con modi rispettosamente severi, s'industriava di mettergli le mani a posto.

— Ecco due frasi che cozzano! — gridò Cepione. — Nobilissimo è un titolo che mi piace. Sono della gente Servilia e tu mostri di non essertene dimenticato del tutto. Ma tu aggiungi, stupidissimo uomo, che non entrerò? Entrerò, a dispetto di Cerbero, entrerò in questa casa, come Quinto Servilio Cepione, mio illustre antenato ed omonimo, entrò nella città di Tolosa. —

Intanto il paggio Carino era giunto al cospetto della padrona.

— Che cosa è stato? — dimandò Clodia Metella, senza punto scomporsi.

— Cepione, il banchiere, che vuole entrare ad ogni costo; — rispose Carino.

— Non gli hanno detto che sono fuori di casa?

— Sì, ma egli non ha voluto crederlo, e giura che ha da parlarti di cose urgenti. —

Clodia Metella torse il viso, in atto di profondo fastidio.

— Le cose urgenti di Servilio Cepione! — mormorò poscia, con accento sarcastico, rivolgendosi al suo giovine visitatore.

— Urgenti, o no, lascialo entrare; — diss'egli a mezza voce.

— Ma egli ti riuscirà molesto.

— Che farci? Bisogna saper anche patire qualche cosa. Del resto, egli è venuto a cercare la luce del sole. Concedine un raggio al nuovo Prometeo. —

Carino interrogò con lo sguardo la sua bella padrona, sul cui labbro le parole di Caio Sempronio avevano chiamato il sorriso. E veduto il cenno di assentimento che essa gli fece, il vispo adolescente corse a levar la consegna all'ostiario.

— Eccoti interrotto ne' tuoi voli pindarici! — notò argutamente Clodia Metella, ripigliando il discorso con Caio Sempronio.

— Per quest'oggi; — rispose egli, con aria di rassegnazione. — Ma non mi permetterai tu di continuare, o divina? —

Un nuovo sorriso balenò dal volto di Clodia e la bellissima destra tornò per pochi istanti tra le mani del nostro eroe, che v'attinse il coraggio a sopportare la compagnia di Servilio Cepione.

Costui vi è già noto, o lettori. Era il famoso banchiere delle Botteghe Vecchie, il creditore spietato di Lucio Postumio Floro e di tanti altri giovani patrizii romani. Imprestava al dodici per cento, che era l'interesse legale. Le dodici Tavole parlavano chiaro: _si quis unciario foenore amplius foenerassit, quadruplione luito_; che è come a dire: se taluno darà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel quadruplo. Ma gli usurai avevano trovato ben presto la malizia per eludere la legge, fingendo vendite di merci, a cui attribuivano un valore doppio e triplo del vero, e vi è permesso di credere che Quinto Servilio Cepione non fosse in quest'arte da meno de' suoi degni colleghi. Lo accusavano altresì di tosar le monete; ma di questo io non potrei starvi mallevadore, ricordando come sia facile il volgo a credere il peggio, dove ci sia già l'indizio del male. Dice argutamente un proverbio francese: non s'impresta che ai ricchi.

Quanto alla boria nobilesca del nostro banchiere, va notato che, se egli non era proprio della gente Servilia, una delle antichissime di Roma, ci fallava di poco, essendo i suoi maggiori di gente servile. Il suo bisavolo era stato schiavo ed avea preso il nome di Quinto Servilio Cepione, quello stesso che era stato console nell'anno 648 di Roma, e che, dopo avere espugnata Tolosa, si era fatto sconfiggere un anno dopo dai Cimbri, lasciando sul campo ottantamila soldati. I figli del liberto erano diventati _ingenui_, e nel lucroso mestiere degli argentarii si consolavano della poca stima in cui erano tenuti da coloro che potevano vantare una lunga serie di liberi antenati e tutti i privilegi inerenti al diritto gentilizio. Ma così non la intendeva il quarto discendente ingenuo del nuovo ramo Servilio. Il nome illustre lo aveva, e questo gli pareva titolo bastante, se non forse ad ottenere una magistratura e ad essere eletto sacerdote, almeno a tenere nel suo atrio le immagini degli antenati, mescolando abilmente i mezzi busti di quattro consoli, che erano Cepioni autentici, con quelli di quattro argentarii, che erano Cepioni sì, ma apocrifi. Avete già udito come si empiesse la bocca di quella sua derivazione consolare. Non dubitate, la metteva fuori ad ogni tratto, e s'impancava coi patrizii, senza un pensiero al mondo di ciò che altri dicesse alle sue spalle. Del resto coi patrizii avea relazioni frequenti e strettissime; relazioni d'usuraio, come vi ho detto, ma che gli meritavano inchini, sorrisi e strette di mano. E questo, in attesa delle maledizioni, che non potevano mancargli alla scadenza del debito, questo nutriva la vanità del nobilissimo uomo.

Era egli, come vi ha detto Caio Sempronio, una montagna di carne. Aveva piccina la testa e grossolane le fattezze. La barba, rasa sulle guancie, gli girava a mo' di collare intorno alle mascelle, nascondendo la pappagorgia che gli pendeva sotto il mento. Postumio Floro diceva di quella barba: — è la forca che tu meriti, o Cepione, segnata anticipatamente intorno al tuo collo. —

Il nobilissimo uomo entrò sotto l'atrio con passo risoluto, ma barellando un pochino per cagione di quel buzzo che doveva portare con sè, e dondolando sotto alla risvolta della toga il braccio corto e massiccio. Gli occhi piccini e luccicanti, le gote rubiconde come i rosolacci, le labbra tumide e per giunta allungate da un certo suo vezzo tra l'orgoglioso e il beffardo, finalmente quella pappagorgia che vi ho detto più su, davano al nostro Cepione una certa rassomiglianza con un tacchino. S'intende che nella mente sua egli si teneva per un gallo.

Si avanzò fino alla soglia del tablino, e, avvedutosi di quell'altro, gli gittò un'occhiata, da cui traspariva tutto il suo malcontento. Ma quell'altro non era nobile per nulla, e nobile di ventiquattro carati, come sapete; donde avvenne che gliene rimandasse un'altra così altezzosa, da mutar la burbanza di Quinto Servilio Cepione nel più amabile dei sorrisi, accompagnato dal più servile tra tutti gli inchini.

— E così, mia bella padrona, — incominciò il banchiere, rivolgendosi a Clodia Metella, — tu non eri oggi in casa pel tuo servo Cepione?

— Sei entrato e mi trovi; — rispose Clodia senza scomporsi; — segno che c'ero per te, come per tutti.

— Sì, sono entrato; ma dopo aver fatte le mie lagnanze all'ostiario.

— Ed hai fatto benissimo; — disse la furba matrona. — Se tu non avessi alzata la voce, non avrei udito nulla e non avrei potuto sapere che l'ostiario interpretava male i miei desiderii. —

Cepione rispose a quell'abile scappatoia con una crollatina di testa e con un certo _ehm_, che pareva una specie di compromesso tra il dubbio interno e l'obbligo di accettare quella scusa per buona.

— Eccoti il banchiere Cepione.... Quinto Servilio Cepione; — soggiunse Clodia, presentando il nuovo venuto al suo primo visitatore; — ed ecco a te, — ripigliò, volgendosi al banchiere, — il nostro chiarissimo Tizio Caio Sempronio, onore dei cavalieri romani. —

Avete mai veduto due cani ringhiosi, che già erano sul punto di avventarsi l'uno contro l'altro, ma che, ripresi in tempo da una parola severa del padrone, capiscono di doverla smettere, e, quantunque brontolando, s'accostano dimessamente e si scambiano la fiutatina d'obbligo? Se li avete veduti, intenderete a un dipresso come si salutassero quei due cittadini romani, nel tablino di Clodia Metella.

— Conosco il banchiere Cepione; — disse Caio Sempronio, con aria di bontà, da cui trapelava un po' d'ironia; — me ne ha parlato molto l'amico mio Postumio Floro.

— Sì... un bravo giovinotto; — borbottò Cepione, che non sapeva per qual verso pigliarla. — Ieri mattina mi ha restituito quarantamila sesterzi, che gli avevo cortesemente imprestati. È strano, per altro; — soggiunse, dando un'occhiata maliziosa al cavaliere; — i sacchetti delle monete portavano il sigillo di casa Sempronia.

— Ti è lecito di credere, — disse il cavaliere, con un suo risolino a fior di labbra, — che io gli dovessi del danaro e che glielo abbia restituito.

— Lo crederò, se ti fa comodo; — rispose Cepione, ridendo così sgangheratamente, che mise in mostra i denti più aguzzi e più neri di tutto l'orbe conosciuto; — del resto, da qualunque parte ci venga, l'oro è sempre il bene arrivato.

— Saresti avaro? — domandò Clodia Metella.

— Io? no, per gli Dei; ma ho fede nell'oro. È un bel metallo, e lo stesso Giove non dubitò di assumerne la forma, per presentarsi ad una delle sue innamorate. Non era mica novellino, il padre dei Numi. Senza oro non si ottien nulla, neanche il sorriso delle belle.

— Oh, questo poi!

— Sì, dite che non è vero; la mia esperienza dà ragione alla trovata di Giove. Donde io argomento che in amore, come in ogni altra cosa, l'essenziale sia di aver molti sesterzi.

— Via, Cepione, tu esageri. Vorrai dire che la ricchezza è un grande rincalzo alla bellezza, e su questo non ci cade dubbio. Volere o no, si spende sempre, per piacere alla gente; ma in profumi, in porpora e bisso, in perle e monili, come facciamo noi donne, per esempio.

— Ah sì, non c'è che dire; vi vestite con tutte le più preziose cianciafruscole del mondo. Siamo noi che ci andiamo spogliando. Ma niente di male; sarebbe dolce il restare con la sola tunica intima, o con un cencio di toga, come Valerio Publicola, pur di toccare il cuore ad una donna come te.

— Sia lode a Venere! Ecco almeno una galanteria; — disse Clodia Metella.

— L'incenso è veramente un po' grossolano; — pensò Caio Sempronio tra sè.

— O che? — diceva intanto il banchiere. — Credi che Servilio Cepione non abbia occhi, padrona mia? Non ti dirò tutte le belle cose che possono susurrarti all'orecchio tanti vagheggini sconclusionati; ma ho un cuore anch'io, e lo metto divotamente a' tuoi piedi, insieme con cinque milioni di sesterzi. Non mi pare un'offerta spregevole; — soggiunse, tirandosi indietro sulla persona e dando una sbirciata al suo giovane competitore.

— No, certamente; — rispose Clodia Metella, fingendo di non dare alle parole del vecchio più importanza di quella che si darebbe ad una celia; — ma vi sono donne in Roma che preferiscono un cuore, senza tanti amminicoli.

— Ah, tu li chiami... amminicoli? Padrona mia, dacchè Roma è Roma, si sono sempre chiamati sesterzi. —

Caio Sempronio era sulle spine, come potete immaginarvi. Se non fosse stato per le buone creanze, avrebbe dato così volentieri un golino nella pappagorgia a quel maledetto furfante!

Un piccolo caso venne in buon punto a levarlo di pena, dando un nuovo indirizzo alla conversazione.

— Hai buoni occhi, dicevi? — ripigliò Clodia Metella, senza rispondere all'arguzia plebea di Servilio Cepione. — Or ora li metteremo alla prova. Ecco qua il mio paggio Carino che precede il mercante di Tiro. —

CAPITOLO XI.

Il prodigo e l'avaro.

Cepione si volse, e vide infatti apparire nell'atrio il servitorello di Clodia, con due altri personaggi, uno dei quali, vestito d'una lunga dalmatica, vergata di bianco e di nero, doveva essere il mercante, e l'altro dalla tunica succinta, che gli giungeva al ginocchio, e dal carico che aveva sulle spalle, appariva lo schiavo del primo.

— Ben vieni, Aderbale, — disse la matrona. — Che ci porti di bello, stavolta?

— Mia nobil signora, — rispose il mercante, inchinandosi profondamente, — tutto quello che c'è di più nuovo per l'estate. La mia nave è giunta iersera ad Ostia, e, come tu vedi, non ho posto indugio a venire da te, quantunque da due giorni Annia Sulpicia, la moglie del console, e Giunia Sillana, la impazientissima tra tutte le matrone di Roma, mi avessero comandato, pena il loro corruccio, di passar prima da loro.

— Hai fatto bene; — disse Clodia, accompagnando le parole con una mossa orgogliosa del capo. — Io non soglio stare agli avanzi di nessuno. Apri l'involto, Aderbale, e vediamo; questi sapientissimi uomini giudicheranno. —

Lo schiavo aveva già deposta la balla sul pavimento, e Aderbale il mercante, dato di piglio ad un coltello, recise d'un colpo la fune che teneva stretto l'involto; indi sciolse la triplice fascia di tela che custodiva i preziosi tessuti della sua patria.

Erano stoffe di lana, mie lettrici amorevoli. A quel tempo non era anche conosciuta in Italia la seta, e pochissimo il cotone, che andava famoso in Oriente sotto il nome di _bisso_. Ma non compiangete troppo le Romane d'allora, perchè quella lana era finissima e filata così sottilmente, da meritare a certe stoffe il nome di aria tessuta. Quanto ai colori, c'erano rappresentate tutte le gradazioni dell'iride, e non avrebbero avuto da invidiar nulla a quei delicati impasti, a quelle vaghissime temperanze, che oggi danno fama così grande alle fabbriche di Lione.

— Vedi, nobilissima Clodia, — diceva il mercante, sciorinando le pezze sul monopodio della matrona e facendo ricadere i lembi in ricche pieghe sul musaico levigato del pavimento, — son colori di porpora, non d'erbe. —

Le tinture si distinguevano allora in porporine ed erbacee, le prime cavate dal succo delle conchiglie, e le altre da quello di certi vegetali. Si crede comunemente, ricordando la porpora regia e la cardinalizia, che il color porporino fosse solamente cremisi, o scarlatto. Ma questo, presso gli antichi Romani, era il colore estratto da una sola varietà di conchiglie, che era l'ostro; laddove da tante altre, e tutte chiamate col generico nome di porpore, si traeva ogni sorte di colori, come a dire l'olivigno, il violetto, l'amaranto, il paonazzo, l'azzurro, il cilestro, il glauco marino, e aggiungete pure liberamente tutte le mezze tinte possibili, ottenute la mercè di una tintura sovrapposta ad un'altra. A questo modo si aveva la pregiatissima stoffa versicolore, che mutava di colorito secondo i riflessi della luce.

I paesi più celebri per la porpora, sul Mediterraneo, erano le spiagge del Peloponneso, della Sicilia e dell'Africa; sull'Atlantico, le coste della Britannia, dell'Irlanda e dell'Armorica. Le conchiglie di quest'ultimo mare davano il colore più scuro; quelle del Tirreno e dello Jonio il violetto, laddove sulla spiaggia di Fenicia predominava il cremisi. Réaumur, che non ha solamente inventato il termometro, si è provato anche a rifar la tintura di porpora, e i suoi esperimenti hanno dimostrato che la conchiglia di Tiro poteva dare essa sola tutte le gradazioni accennate. Secondo lui, il succo tingente è bianco, fino a tanto che resta nella sua vescichetta, tra le fauci del prezioso animale. Versato sulla tela di lino, apparisce subito d'un verde leggiero. Esposto all'aria e al sole, si muta in verde carico, indi in verde marino, poscia in azzurro, e da ultimo in rosso. Lavatelo con acqua calda e sapone, e vi matura in un cremisi splendidissimo, che non vi fa più altre metamorfosi.

Lasciando da parte tutte queste manifatture, noi torneremo a Clodia Metella, che, da esperta conoscitrice, andava esaminando e palpando lo stoffe di Aderbale, per sentirne la finezza ed ammirarne i colori.

— Che pensi? — domandò ella tutto ad un tratto, volgendosi a Servilio Cepione, che stava guatando quella mostra col suo piglio beffardo.

— Penso, — rispose il banchiere, — che un bel regalo lo ha fatto Ercole ai poveri mariti e a tutta la dolente schiera degli innamorati. —