Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 7
L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura anche adesso sotto il nome di meridiana), si provvide a farlo concordare con la divisione del giorno in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia Metella, disco concavo, sostenuto da un Atlante di marmo, portava, giusta l'uso del tempo, le dodici ore di luce divise in quattro parti, ognuna delle quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste divisioni prendevano i nomi di prima, terza, sesta e nona, che sono giunti fino a noi colle _Ore canoniche_. Quanto alle ore della notte, anch'esse furono divise in quattro parti, distinte col nome di prima, seconda, terza e quarta vigilia, derivando il vocabolo dalla milizia e dall'uso dei soldati, che duravano in sentinella tre ore di seguito.
Adesso che mi sono mandato avanti questo po' di scienza imparaticcia, intenderemo il ragazzo Carino, che, dopo avere guardato l'emisfero e la linea d'ombra segnata dall'indice di bronzo, tornò nel tablino per dire:
— È vicina la terza. —
Segno che erano a un dipresso le undici del mattino, considerando che il sole era spuntato dopo le cinque. _Inclinatio ad meridiem_, avrebbero detto i Romani di dugent'anni prima.
Clodia Metella sospirò. Che fosse innamorata? Ma!... potrebbe anche darsi. Io, del resto, non vi assicuro nulla; dico che sospirò, e aggiungo che fece chiamare Eutiche, la fedele cameriera, per mandare i suoi comandi all'ostiario, o portinaio, se meglio vi torna.
— Verrà Caio Sempronio; — le disse; — fallo entrare.
— Sta bene; ma se venisse anche il vecchio Pluto? —
Pluto era il nome del dio delle ricchezze, ed era anche il soprannome che Clodia, ne' suoi dialoghi intimi con la fidata ornatrice, aveva dato all'argentario Cepione.
— Se venisse, — rispose Clodia, torcendo le labbra in atto di persona infastidita, — direte che non sono in casa.
— Ma... — soggiunse l'ornatrice, — se tu stai qui, mia signora, egli potrà vederti dal pròtiro. —
Eutiche non riusciva ad intendere perchè la sua padrona volesse quel giorno ricevere le sue visite alla presenza di tutti i famigli ed anche del primo venuto a cui si aprisse l'uscio di strada.
A questo proposito, mi sembra di avervi già detto, nella mia descrizione di una casa romana, che dall'androne dell'uscio si vedeva per l'appunto il tablino, e che, se la mobile scena di quella camera fosse stata rimossa, si sarebbe anche potuto vedere il peristilio che veniva dopo, e l'eco, ultimo cortile di ogni abitazione un po' ragguardevole.
— È vero; — disse Clodia Metella, con aria sbadata. — Ma c'è rimedio. Dirai all'ostiario che cali la cortina del pròtiro. —
Eutiche s'inchinò, e veduto che la sua padrona non aveva più altro da comandarle, andò a dare le sue istruzioni all'ostiario. La cortina fu calata, e la quiete di Clodia Metella assicurata dallo sguardo dei visitatori importuni.
La bella patrizia si era mollemente abbandonata sulla spalliera del suo seggiolone, e, preso un codice che era su d'un monopodio lì presso, ne andava svolgendo le pagine.
È un errore il credere che i libri, nell'antica Roma, fossero tutti foggiati a volumi, o strisce di papiro incollate insieme, e arrotolate intorno ad un cilindro; donde l'espressione _evolvere volumen_ per dire che si leggeva un libro. Questo era l'uso comune per le opere d'una certa lunghezza. Ma gli antichi avevano anche il _codex_, libro composto di fogli staccati, legati insieme nella forma dei libri moderni. Quei fogli erano sottili assicelle di legno, rivestite di cera, chiamate per l'appunto _caudices_; donde il nome di codice, rimasto poscia nell'uso, anche quando al legno si surrogò la carta, o la pergamena. E in questi libricciuoli non si scrivevano soltanto memorie e annotazioni, ma eziandio cose di maggiore importanza, come a dire le leggi; donde più tardi il nome di _codex Justinianeus, Theodosianus_ e via discorrendo, perchè appunto in quella forma di libro riusciva più facile riscontrare una massima, un responso, un canone di giurisprudenza.
Non argomentate da ciò che Clodia Metella rubasse il mestiere ai giureconsulti e studiasse in quel codice gli editti dei pretori, o le leggi delle Dodici Tavole. Dato che il codice fosse la forma più acconcia per un libro da leggicchiarsi senza troppo fastidio, è naturale il pensare che dovesse esser quella d'una raccolta di versi, o d'un romanzo, i soli volumi che potessero andar per le mani d'una signora, a cui non piacesse la disagiata postura che i pittori hanno data alla Sibilla di Cuma e a San Giovanni evangelista.
Clodia Metella aveva proprio per le mani un romanzo. Veramente, il vocabolo non era anche inventato, e dicevasi in quella vece una favola milesia. Perchè questo nome? Ve lo dirò in breve; perchè Mileto, nella Jonia, era la città in cui fiorì primieramente questo genere di letteratura. Distinto dalla storia, accanto ad essa, sorse il romanzo, dopo le conquiste d'Alessandro il Macedone. I vinti Persiani innestarono i propri costumi ai costumi greci, e nella Jonia, che era tragitto fra l'Asia e l'Europa, si composero le favole milesie; accolte con favore perfino dai severi Spartani. Il primo di tali romanzieri fu un Antonio Diogene, co' suoi _Amori di Dinia e Dercillide_; ma il più celebre di tutti, che può considerarsi il padre del romanzo antico, fu il milesio Aristippo, di cui si citano, uno _Specchio di Laide_, e gli _Amori d'Anzia e di Abròcomo_. Le favole milesie passarono in Roma, per cura d'un Cornelio Sisenna, nel tempo che le fazioni di Silla e di Mario affliggevano la repubblica, e veramente (notano gli eruditi) sembrava che tali racconti fossero fatti per ricreare gli spiriti in mezzo alle sanguinose calamità della patria.
Or dunque, la nostra eroina leggicchiava il suo bravo romanzo, come potrebbe fare ognuna di voi, mie graziose lettrici. Se gliene fosse saltato il ticchio (io per altro non gliel'avrei augurato), Clodia Metella avrebbe potuto anche leggere un giornale, come fanno i vostri mariti, aspettando la colazione. Perchè, vedete, questo fiore della umana, sapienza non è mica una cosa moderna. _Nil sub sole novi_; i giornali, verbigrazia, si usavano già da molti anni in Roma, sotto il nome di _acta diurna_, e di _acta urbis_; che sarebbe come a dire i fatti della città.
Il vocabolo _diarium_ era stato usato già da un Sempronio Asellio, il quale scriveva al tempo dell'assedio di Numanzia. Ma perchè c'è discrepanza tra i dotti intorno al vero significato della parola, ci atterremo soltanto a ciò che è stato dimostrato. E infatti si sa che gli _acta diurna_ surrogarono in Roma gli annali dei pontefici, e che la loro pubblicazione dovette essere anteriore al primo consolato di Giulio Cesare (anno 690 _ab Urbe condita_), donde ebbe solamente principio quella degli Atti del Senato, che venne poi soppressa da Augusto, non permettendosi — più altra pubblicazione fuor quella dei _diurna_, o _diurni_; vocabolo da cui si formò quello di _diurnale_, adoperato principalmente in materia liturgica.
Quei primi esemplari del giornalismo odierno erano una semplice ed arida enumerazione di fatti, e non avevano spesso neanche il merito dell'esattezza. Ma questo, diranno i maligni, è un peccato originale che non hanno lavato più mai. Come si divulgavano? Chi li scriveva? Non se n'ha lume; nessun giornalista ci è stato conservato nelle ceneri pompeiane, o tra i cocci del monte Testaccio. Questo sappiamo, che i giornali, quantunque scritti da gente oscura, si leggevano comunemente, anche dalle signore, mentre sedevano allo specchio e flagellavano a sangue le cosmète che non facevano il loro dovere. Ce lo racconta Giovenale:
_Et caedens longi relegit transacta diurni._
L'emisfero del cavedio segnava la terza, e Clodia Metella aveva a mala pena leggiucchiato due pagine della sua favola greca (il greco era per le Romane d'allora quello che è il francese per le dame del tempo nostro) quando si udì un colpo discretamente dato col picchiotto di bronzo all'uscio di strada. Poco dopo, l'ostiario trasse la fune del saliscendi e la porta cigolò sui cardini. Clodia Metella volse a mezzo la testa e diede una sbirciata là in fondo. La cortina si alzava in quel punto; segno che il visitatore era proprio quel desso che la signora aspettava.
Tizio Caio Sempronio comparve nel vano dell'androne, elegantemente vestito di due tuniche, la _subucula_ e l'_angusticlavia_; quella di lana tinta in violetto, con lunghe maniche, e il lembo che giungeva alla metà della gamba; questa di lana candidissima, con maniche corte e il lembo che terminava alla metà della coscia. Una cintura nascosta sotto un giro di dotte pieghe, le stringeva ambedue alla vita, rompendo artisticamente la dirittura delle due strette liste di porpora, cucite sulla tunica superiore, che erano il distintivo dell'ordine equestre, e che davano appunto alla tunica il suo nome di _angusticlavia_. Un calzaretto di cuoio colorato come la _subucula_, allacciato con fettucce incrociate sul collo del piede e avvolte intorno alla gamba fino al principio del polpaccio, compiva dal basso il vestimento del bel cavaliere. Una toga, non troppo stringata nè larga, gli girava intorno al collo, leggiadramente annodata sulla spalla sinistra e trattenuta da un fermaglio d'oro, in cui si vedeva incastonata una gemma. Nella mano destra teneva il pètaso, che si era levato pur dianzi dal capo, mostrando le chiome bionde e ricciolute, spartite con una precisione inappuntabile nel bel mezzo della fronte.
Il nostro cavaliere apparteneva alla classe degli uomini delicati, e non andava per via senza cappello. Del resto, o cappello o berretto, l'usanza di coprire il capo era molto comune. La statuaria romana non ha tenuto conto del cappello, se non per rappresentarci Mercurio, o qualche araldo in viaggio; ma che per ciò? Neanche l'arte nuova dei tempi nostri ardisce scolpire i grandi uomini con la tuba, e i tardi nepoti, se dovessero prender norma dalle nostre scolture, avrebbero a credere che nel secolo decimonono andassero a capo scoperto anche i generali più freddolosi e più gelosamente inferraiolati del mondo. Manfredo Fanti informi, dal suo piedistallo della piazza di San Marco, a Firenze.
Lasciamo dunque da parte le testimonianze infedeli dell'arte scultoria, e badiamo piuttosto agli scrittori latini e a quel tanto di pittura domestica che ci fu conservato da un felice capriccio del Vesuvio. Era lecito agli antichissimi Romani di andare a capo ignudo, in quella guisa che era lecito di portare per unico vestimento un gonnellino intorno alle reni, come i Ceteghi berteggiati da Orazio, o di coprire la nudità con un semplice mantello, come Valerio Publicola, e di custodirsi il capo dai raggi di Febo con un lembo della toga, imitando la frettolosa acconciatura dei cittadini di Gabio. Ma i libri e i dipinti ci mostrano che i Romani non tardarono molto ad imitare dai Greci il _pileus_ e il _pileolus_, di guisa che se ne videro d'ogni forma, dal berretto frigio di Paride al romano di Bruto, dal berrettino di Priamo a quello di Orazio Flacco, quando era in casa. Il _pileus_ fu il distintivo degli uomini liberi; lo si concedeva ai servi liberati, donde il modo proverbiale: _ad pileum vocare_; e lo portavano tutti gli schiavi di Roma, nella mascherata dei Saturnali.
Quanto al _petasus_, cappello di feltro con la fascia bassa e la tesa larga, che gli scultori greci non poterono dispensarsi dal mettere in capo ai cavalieri della processione Panatenaica, effigiati sul Partenone, lo vediamo citato da tutti gli scrittori latini, come un capo di vestiario usato comunemente per via. Plauto lo accenna in più luoghi. Leggete Svetonio e vedrete Augusto che portava il cappello, e così volontieri, da non saperne star senza, neanche tra le pareti domestiche. E questo mi pare un argomento da troncare ogni disputa.
Gabellatemi dunque il cappello di Tizio Caio Sempronio. In altre cose moltissime i Romani antichi non erano dissimili da noi, quantunque l'abitudine del vederli in tragedia ce li abbia fatti credere diversi di costume e di sentimenti. La natura umana è sempre e dovunque la stessa, e i Romani non avevano soltanto la più parte dei nostri usi, ma altresì un buon numero delle nostre delicatezze, ed anche dei nostri vizi. Una cosa non pare che avessero al medesimo grado di noi, quella che certuni chiamano verecondia, ed altri ipocrisia. Ma questa è veramente virtù moderna, e i novellieri italiani e francesi ci mostrano che in tutto il medio evo la si conosceva poco in Europa. E forse anche oggi è praticata ugualmente dappertutto? Noi, verbigrazia, abitatori del continente europeo, non abbiamo tutti gli scrupoli e le titubanze degli Inglesi, e parliamo liberamente delle nostre camicie. È vero, per altro, che non citiamo più ogni sorte d'indumenti, in una scelta conversazione; segno che la verecondia anche tra noi fa passi da gigante.
Ma questa è apparenza. Nella sostanza noi siamo pari agli antichi Romani, e questi somigliavano a noi. Gli uomini di Plutarco, tanto citati a titolo di onore, ne facevano d'ogni cotta, e qualche volta avevano bisogno di cansare il biasimo con un arguto spediente, come avvenne, per esempio, a Scipione Africano, quando gli si domandarono i conti del denaro ricevuto da Antioco. Siamo lungi dai nostri due personaggi. Ma aspettate, fo un salto e ritorno nell'atrio.
CAPITOLO IX.
Duettino d'amore.
L'ostiario aveva già pronunziato il necessario: «_quis tu?_» e, udito il nome del cavaliere, lo ripeteva ad alta voce all'atriense, che era il valletto d'anticamera, il lacchè della padrona di casa. E questi a sua volta, indettato dall'ornatrice, precedeva il visitatore nel tablino.
Caio Sempronio si avanzò con aria disinvolta e col sorriso sul labbro. Clodia Metella, fingendo di vederlo allora, si alzò a mezzo dal suo seggiolone, e, deposto il codice sul monopodio (che era poi, come vi dice il nome greco, una tavola sorretta da un solo piede), offerse la sua candida mano al nuovo venuto.
Quasi sarebbe inutile il dirvi che il nostro cavaliere la prese e la baciò divotamente col sommo delle labbra.
— Divina Clodia, — diss'egli, — io ti son grato di due cose, e dell'avviso amichevole e del permesso che mi hai accordato di venire ad ossequiarti. Come vedi, non sono anche stato fatto in tre pezzi.
— Ah, sì; — rispose la bella matrona, con aria impacciata; — pensavo anch'io che l'avvertimento non doveva esser preso alla lettera. Ma ero tanto commossa! Ti conoscevo solamente per fama, e mi sapeva male che un gentil cavaliere, come tu sei, potesse correre un pericolo. Sai pure che noi donne ci spaventiamo di poco; e i sogni, dopo tutto....
— Sono mandati da Giove; lo ha detto Omero. Ed io ti ringrazio di avermi avvisato. Farò buona custodia intorno al mio petto. Del resto, io m'avvedo d'esser caro agli Dei, poichè essi mi fanno ottenere quello che io desideravo ardentemente da un pezzo.
— Che cosa? — dimandò ella, così candidamente, che più non avrebbe potuto una fanciulla di quindici anni.
— Di conoscerti da vicino, — rispose Caio Sempronio, inchinandosi, — di essere annoverato fra i tuoi servitori. —
Un amabile sorriso fu la ricompensa del nostro cavaliere. Clodia Metella poteva ridere senza paura; i trentadue denti che metteva in mostra erano suoi, e per diritto di nascita, non già in quel modo che Marziale rimproverava a madonna Luconia.
— Adulatore! — mormorò ella, schermendosi modestamente. — Che vedi in me di preclaro?
— La forma, prima di tutto; l'ingegno, poi.
— Come? Tu metti l'ingegno al secondo luogo?
— Sì, perdonami, o Clodia. La prima bellezza è quella del volto, perchè è la prima a vedersi. In un bel volto c'è la promessa di una bell'anima. E il tuo mantiene le promesse, mi pare.
— Ah, non lo credono tutti; — diss'ella, sospirando.
— Che farci, signora mia? Persuader tutti e piacere a tutti, sono due cose egualmente impossibili.
— È giusto; ma una donna dovrebbe avere almeno il diritto di essere stimata per quel che vale.
— Lo sei; — notò gentilmente Caio Sempronio, a cui una bugia non pareva in quella occasione un troppo grave peccato.
— Non lo sono, e mi duole; — replicò vivacemente Clodia Metella. — Tu parlavi poc'anzi della forma. Sì, voglio ammetterlo, poichè tu lo dici, son bella.....
— La bellezza è un dolce dono degli Dei; — interruppe galantemente Caio Sempronio.
— Ah, non lo dire! Essa è un triste dono, il più triste che gli Dei possano fare ad una donna. Fortuna che passa presto, e la mia è presso a fuggirsene.
— Che dici tu mai?
— Il vero. Non sai? Sono nata sotto la dittatura di Silla. —
Questa di Clodia Metella doveva essere una bugia ben più grossa di quella del suo interlocutore. Lucio Cornelio Siila era stato dittatore tra il 672 e il 675 di Roma. Clodia Metella si attribuiva dunque dai ventotto ai trent'anni, mentre io e voi, lettori umanissimi, gliene avremmo dato almeno cinque di più.
Ma io e voi non siamo nei panni di Tizio Caio Sempronio.
— Perdonami, — diss'egli, scuotendo il capo in atto d'incredulità, — se io non riconosco questo merito alla dittatura di Silla. Il mio genio mi dice che tu sei nata sotto il consolato di Licinio Lucullo e di Aurelio Cotta. —
A quel furbo di Caio Sempronio non bastavano i cinque anni sottratti da Clodia; ne sottraeva altri cinque a sua volta.
— Via! lasciamo le adulazioni! — rispose Clodia sorridendo. — Il tuo genio travede.
— Sarebbe la prima volta; per solito egli non m'inganna. Del resto, egli mi ama, e non c'è niente di strano se vede co' miei occhi. Ora i miei occhi ti dicono bellissima tra le giovani patrizie di Roma. Qual meraviglia se la tua bellezza è il desiderio e lo struggimento di mille?
— Vedi, è questo il mio rammarico! — soggiunse Clodia Metella, afferrando l'occasione al varco. — Ah, gli uomini son tristi. Perchè ad una povera donna sorridono ancora i doni della gioventù, le si fanno intorno a gara, come i Proci intorno alla moglie d'Ulisse. Mostrarsi austere? Non giova; anzi, puoi metter pegno che nuoce. Nel concetto degli uomini, una donna che li respinge tutti apertamente, lascia credere che ne ami troppo e celatamente uno solo. E perchè siamo onestamente cortesi con tutti, perchè li lasciamo avvicinarsi a noi, vedere la nostra casa, come sia priva di nascondigli, vigilata da cent'occhi ad ogni ora del giorno — (così dicendo Clodia Metella accennava all'atrio, donde passavano allora per caso due schiave, recando fiori al larario) — eccoli inventare, o lasciar credere, che è peggio, le più liete fortune. Ammessi in casa tua, ti derubano, e ti infamano per la bocca dei loro difensori. I più discreti confidano alle Muse i sognati amori e chiamano l'universale a confidente dei loro audacissimi vanti. —
Marco Celio Rufo e Caio Valerio Catullo erano serviti ambedue senza tanti riguardi. E non pareva lei, mentre parlava così; la si sarebbe creduta Astrea corrucciata, che minacciasse di volarsene al cielo, per fuggire al consorzio degli uomin iniqui, o la Verità, costretta per sua salvezza a rifugiarsi in un pozzo.
Non vi dirò che al nostro cavaliere quella difesa di Clodia paresse oro di coppella. Ma anche dando la tara alle ragioni di lei, non potè fare a meno di riconoscere che in tesi generale Clodia aveva ragione. Le donne sono così facilmente calunniate, come sono amate e desiderate. La loro debolezza è un invito alla prepotenza degli uomini.
La conversazione volgeva al serio, e Caio Sempronio tentò di ricondurla sul primo tono.
— Ah i poeti! — esclamò. — Non ne conosco che uno, il cui animo sia bello come i suoi versi.
— L'araba fenice, dunque? — ripigliò Clodia Metella, seguendo senza fatica quel nuovo giro dato da Caio Sempronio al discorso. — E chi è costui?
— Cinzio Numeriano, un bravo giovinotto, modesto e buono, che farà a giorni le sue nozze con una bellissima Greca. Sarò io il suo auspice, e già l'ho fatto ricco, perchè non abbia a far altro che amare e cantare, alla guisa degli usignuoli.
— Dei buoni! Hai fatto questo? — gridò Clodia Metella ammirata. — Oh come sei grande! Veramente nobile è l'uso che fai delle tue molte ricchezze. Viver lieto con gli amici, onorare gl'ingegni, che dovranno illustrare anche nelle arti e nelle lettere il gran nome di Roma, contendere alla Grecia il vanto della gentilezza e della eleganza, è questa un'opera degna di te. Come ti imiterei volentieri!
— Che ti trattiene dal farlo?
— Non son ricca, o per dir meglio, non lo sono tanto da colorire tutti i disegni che ho nella mente.
— Perdonami, divina Clodia; a te non fa mestieri quel che bisogna a me. Una donna bella ha in sè stessa una virtù che manca all'uomo. La luce che emana da lei illumina e riscalda come quella del sole, e fa sbocciare i fiori dell'intelletto, come l'altra i fiori del prato.
— Bel paragone, ma falso come tutti i paragoni. Io so quel che posso, e non è molto, pur troppo; — rispose Clodia Metella, con un sospiro. — Uomini e donne, non possiamo veramente esser utili altrui, se non siamo potenti. Anche la bellezza non risplende, se tu non la collochi in alto; almeno, — soggiunse, correggendo la frase e accompagnando le parole con un mite sorriso, — essa non risponde all'ufficio che tu vorresti assegnarle, quello di illuminare. E sarebbe pure così bello, spandere in benefizi intorno a noi quello che Giove ci ha largito, di ricchezza e di forza! A che raggruzzolare, per una generazione di immemori eredi? A che restringersi nelle pallide cure, quando si vive una volta sola e l'Orco avaro ci rapisce ogni cosa in un colpo?
— Così penso ancor io, — disse Caio Sempronio, — quantunque non sappia dirlo così bene. Tu hai l'ingegno ornato, e veramente felice è colui che ti ascolta. Tu leggevi poc'anzi, ed io forse ho interrotto....
— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola qualche volta della triste verità.
— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta della Jonia. —
Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non aveva trovato niente di meglio.
— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. E un giorno o l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.
— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili? Tu, nata per le tede nuziali?
— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me; frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a Penelope; taluni di essi anche odiosi. —
Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi.
— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.
Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla naturalissima, che torna lo stesso.
— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de' pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa confidarsi a chius'occhi. Cepione!
— L'usuraio?... Cioè, — soggiunse Caio Sempronio, tentando di cogliere al volo la parola fuggita, — volevo dire, il banchiere?