Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 6

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A profumare la bocca delle sue belle patrone, Cosmo aveva inventato eziandio certe pastiglie, di mirto, lentisco e finocchio. Le dame romane erano ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere in disuso il mastice di Scio. _Pastillas Cosmi luxuriosa vorat_.

Non racconterò alle mie lettrici con che sorte di acqua le eleganti figliuole di Quirino si ripulissero i denti. Il preziosissimo liquido si traeva dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... Ma perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si poteva ottenere anche in casa, in modo naturalissimo, e senza dare il minimo disturbo ad alcuno? Gli autori che accennano la strana costumanza, non hanno pensato a dircene le ragioni. Marziale si è contentato di affermare che, quanto a sè, i denti se li risciacquava con l'acqua pura. I moderni, gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale.

Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata le mani; ma badate, non l'ha anche finita con le abluzioni. Infatti, ella entra ora nella sala del bagno. Il _solium argenteum_ (poichè ella si bagna in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, profumata con essenza di gelsomino. La fida clessidra ha misurato lo spazio di mezz'ora, e Clodia Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, perchè i bagni freddi non s'usano ancora, almeno nelle pareti domestiche; soltanto sotto l'Impero un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno salutarlo come l'inventore della idroterapìa.

Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le membra con uno _strigile_ venuto da Pergamo, Clodia Metella ha indossata la _tunica intima_, su cui le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe la _toga matutina_. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, che col suo _forfex_ (scusate se non posso dispensarvi da questi particolari) ragguaglia abilmente al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico piede.

Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e di breve. L'arte antica faceva piccolo il piede agli Dei; cosa che non finisce di piacere ai veristi moderni, i quali sembrano dimenticare che gli Dei passeggiavano sulle nubi e, quando toccavano terra, non pesavano altrimenti sulle piante coi sessanta od ottanta chilogrammi della loro divinità.

Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre su questo argomento, quantunque il piede d'una bella donna meriti ogni più lunga stazione e possa dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, vedete, non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. Clodia Metella ha avuto dalla natura un piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo in calzature troppo aggiustate; perciò mancano le cornee durezze e gli altri ingrossamenti cutanei, che domandino una pronta rimondatura ai ferri dell'artista pedestre.

Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento non sono ancora finite, anzi può dirsi che siano a mala pena cominciate; ma appunto per questo è necessario d'interromperle con una piccola refezione (_jentaculum_) che permetta alla dama di giungere senza languori di stomaco fino all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito d'una tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli scende a mala pena al ginocchio (donde il suo nome di _puer alticinctus_) reca una _authepsa_ d'argento, coi suoi carboni accesi nel caldano che le sta sotto. Capirete da questo che l'_authepsa_ è il ramino dell'acqua calda. Un altro ragazzo porta sulle mani un canestro di frutte, con un panino tondo, disegnato a spicchi, e un piattello di legno di cedro, con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, colmo di vino di Sezza, il famoso e costoso Setino, che piaceva tanto a Marziale, ma non si lasciava bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era.

Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta di pane, mescola il vino con l'acqua calda, beve, e la sua colezione è finita. Così l'uccellino, destatosi appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora della rugiada del mattino, e torna contento ai gorgheggi, ai voli, agli amori. Clodia Metella ritorna alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna, e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, strofinata sulle braccia e sulle gambe, toglierà perfino l'ombra di certi molesti accessorii, tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche il labbro superiore può esserne ombreggiato, e qui la pomice di Catania sarebbe ancora troppo ruvida; occorre dunque l'unguento di _psilothrum_, o di _dropax_. Il primo è fatto col succo della brionia, o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che cosa è fatto l'altro? Non so, e mi contento di citarvi Marziale, che raccomanda, per la faccia, questi due depilatorii insieme: _Psilothro faciem laevas et dropace frontem_.

Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti non farà male. A proposito, ha denti finti la nostra eroina? Le guardo in bocca, come si fa coi cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se per avventura ne ha, son legati in oro. L'usanza è antica, e i dentisti moderni non hanno fatto che seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete le Dodici Tavole, o, per dire più veramente, quel tanto che ne è rimasto. Nella decima Tavola, dove si tratta delle sepolture, sta scritto: _Neve aurum addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum cum illo sepelire urereve sine fraude esto_. Traduciamo, perchè gli è proprio il caso, con questo latino assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri; ma se taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di seppellirlo, e bruciarlo, con esso.»

Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo all'acconciatura del capo. Clodia Metella ha una chioma da far invidia a molte sue pari; non ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato da Galeno, nè dell'unguento di cantaridi, accennato con le debite restrizioni da Plinio. Neppure ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe di Germania, che giovano a mutare in carote i gigli precoci d'una testa di donna. Il crine di Clodia Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe farsela con quello dei corvi.

L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il volume di quelle morbide chiome. Il cinerario è lì pronto a togliere dal fuoco il ferro da riccio, che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità del mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la fenice delle cameriere, perchè tutto procede a dovere, e non c'è caso di spazientirsi, nè di sgridarla per un colpo di pettine più forte dell'altro, o per soverchio accostarsi del ferro caldo alla pelle. Arricciati sulle tempie, rigirati in due lucide staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini di Clodia si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, a cui fanno sostegno due spilloni d'oro. Così vuole la moda. Ancora pochi anni, e uno di questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua di Marco Tullio Cicerone. Carine, non è vero, queste patrizie di Roma?

Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi il viso, col minio, o con altre temperanze di rosso. Ma per quest'oggi le piace d'esser pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta degli amanti; ognuno che vede quel volto sbiancato, ha da esclamare: ecco i segni d'amore!» Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più profondi del vero; e a questo gioverà una pennellata d'antimonio (_stibium_) sull'arco delle ciglia e agli angoli esterni delle palpebre. La moda è antica nell'Asia, e non per niente i padri delle belle Romane hanno conquistata l'Asia ai numi austeri del Lazio.

Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con questo nome si chiamavano le cameriere) vanno attorno per la camera, scoperchiando certe casse d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le toghe, le riche, e tutti gli altri capi di vestiario della loro padrona. Qual veste indosserà per quel giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto di vedersele tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio il colore che più le andrà a genio, o che le parrà più acconcio ad ottenere l'effetto desiderato. Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e la tinta d'una veste, armonie segrete di cui sentiamo il fascino, senza intenderne e senza pure indagarne la ragione.

Là veste caratteristica delle matrone romane era la stola, lunga ed ampia tunica di lana, semplice e severa come il costume della forte repubblica, che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche generalmente erano lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due cinture la stringevano al busto, l'una delle quali passava sotto il seno, l'altra sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti che la premevano, essa offriva al riguardante un giro irregolare, ma artistico, di piccole pieghe. Si distingueva dalla tunica propriamente detta, per uno strascico chiamato _instita_, che era cucito sotto gli sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva fino a terra, coprendo le calcagna e aggiungendo maestà all'incesso della dama. Era questa la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si vede raffigurata da un affresco nelle Terme di Tito. Ed ugualmente vestita, pittori e poeti romani ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà della porpora, e d'altri colori per giunta, accortamente distribuiti secondo le ore del giorno. Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde marino, il celeste, il paglierino, il violetto.

Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto da un fregio d'oro sugli orli della veste, fu prescelto per quel giorno da Clodia Metella. L'amabil pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i grandi occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne avevano una espressione più profonda e più viva. Non dimentichiamo la _vitta_, nastro di colore, che s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome corvine. La vitta era, al pari della stola, l'ornamento della donna ingenua, o nata libera. Alle schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito portarla.

Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove mi condurrebbe il pericoloso ufficio di descrivervi un laccio, voluttuosamente rigirato intorno ad un collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su di un colonnino d'avorio, donde essa li toglie per metterli nelle dita. Tra essi è l'anello magico, che ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro o di bronzo, tolto dalle forche (_aes patibuli_), ed è stato consacrato da un sacerdote di Giove Serapide, sotto quella costellazione che ha veduto nascere Clodia Metella. La nostra matrona porta questo amuleto invece dell'anello maritale. Rammentate che Metello Celere è morto, e non è stato surrogato da alcuna forma di _justae nuptiae_.

A compiere l'adornamento della bella persona, Clodia cinge i polsi d'armille, o braccialetti, in forma di serpenti d'oro, che portano rubini e smeraldi incastonati nella cervice. Agli orecchi ha sospeso i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di perle, come quelli messi in mostra da Giunone, quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la dama non ha ancora disegnato di uscire di casa. Se volesse, potrebbe luccicare dal capo alle piante come una bacheca di gioielliere. Due _dactilyothecae_ sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e le gemme d'inverno. La divisione è ragionevole, come vedrete. Nella fredda stagione si portavano i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e pesanti per la legatura, s'intende, che poteva esser vuota o massiccia; laddove le perle e le pietre prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle portatrici non badavano al peso.

Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro in cosiffatti negozi, accenna all'uso delle dame di coprirsi il collo con vezzi di perle orientali, serbando le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. E ce n'erano veramente di prodigiose. La perla che Cleopatra stemperò nel suo vino era valutata due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si fosse opposto a quella continuazione di pazzia. Questa seconda perla, passata nelle mani di Agrippa dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per farne gli orecchini ad una statua di Venere, collocata nel Panteon.

Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere i diamanti di Clodia Metella. Ma badate, ai tempi di Clodia non si conosceva ancora l'arte gentile di sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio non è un diamante; è una pietra informe, un oggetto di curiosità, da mettersi in una collezione geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo, di una leggiadra donnina. Ne convenite?

Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano brillanti, nè autentici, nè apocrifi; nello scrigno di una gran dama le perle tenevano il primo luogo. Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far dire a Properzio, dove parla di una signora coperta di gemme, che essa portava addosso l'eredità di due generazioni future.

_Matrona incedit census induta nepotum._

Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi dei suoi apparecchi galanti. Oramai la bella patrizia è armata di tutto punto, per combattere la gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio trionfale? Aspettate e vedrete.

Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla sua signora uno specchio tondo e concavo, di bronzo levigato e rilucente, che più non sarebbero i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede bella, si ammira, compone il volto ad una espressione di soave malinconia e sorride. Il sorriso vuol dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia è contenta di sè.

Finita la grand'opera della giornata, le cosmète si ritrassero dalla camera, dopo avere augurato alla padrona ogni maniera di felicità. Rimasta sola, Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che stava appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi ella stessa i gioielli che non le erano serviti per la sua acconciatura. Quell'armadio era insieme uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra eroina custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi Penati.

Clodia Metella era molto divota. Un maldicente avrebbe soggiunto che era divota come lo sono generalmente le donne che hanno molto da farsi perdonare, e che contano di accrescere ancora la somma del loro debito coi Numi pietosi. Io non lo dirò, lettrici mie belle, perchè non ho fatto studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire una sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, in questo particolare, e spendo sempre del mio.

Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei Penati, e nessuno li confonderà, spero cogli Dei Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a ricordare la distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia, tra queste due specie di numi. E proseguo, accennando che tra i Penati di Clodia Metella c'era Venere, la madre degli amori, bellissima statuetta in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era bronzo della qualità più fine, e ripeteva il suo nome dall'incendio di Corinto, quando la città, capitale della Lega Achea, fu presa ed arsa dal console Mummio, perchè appunto in quell'occasione gli ornamenti metallici dei templi e delle dimore private si fusero in guisa da formare quel ricco e solido amalgama, celebrato poi come ottimo per fondere statue.

Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, era un miracolo di bellezza, e si diceva che l'artefice greco avesse tolto a modello il volto di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione, soggiungendo che lo scultore poteva benissimo avere adulato un tantino il suo esemplare. Io desumo questa mia opinione dall'aria di compiacenza con cui Clodia Metella si fermò a contemplare la statua; compiacenza molto simile a quella di una leggiadra donnina dei tempi nostri, quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta allora allora dal fotografo. S'intende, se la prova è riuscita bene. Ora, perchè una prova fotografica riesca bene, è assolutamente necessario che ci renda più belli del vero.

Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore avrà già inteso che la dea si mostrasse spoglia di tutti quei veli importuni, ond'erano così poco amici, e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure, vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento alla vena sarcastica di Cicerone, che l'aveva audacemente gabellata per una Venere spogliatrice. E perchè? Pel doppio uso a cui serviva l'armadio. Da quello scrigno Clodia Metella aveva preso il denaro chiestole da Marco Celio; dunque là dentro ella custodiva i presenti ricevuti da tutti i vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui si ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere si immedesimava con Clodia Metella, e l'una prendeva il soprannome di spogliatrice dall'altra.

Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, io lascio la cosa nelle vostre mani, e lavo tranquillamente le mie.

Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, scatoletta quadra di avorio, coi pie' di bronzo, nella quale si conteneva l'incenso dei sacrifizi; e, presi su d'una paletta d'argento parecchi granellini del prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato su d'un'ara portabile davanti al simulacro della dea.

— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io spero ogni cosa da te. —

Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una piccola nube di fumo, che andò a lambire il piede d'Afrodite.

Fatta la libazione sacra e notato il segno felice di quella linea diritta che aveva seguita il fumo del sacrifizio, Clodia Metella richiuse il tabernacolo ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario della bellezza, di cui un profano non doveva varcare la soglia.

«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha scritto Ovidio nella sua Arte d'amore. — Lasciateci credere che voi dormite ancora, mentre lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a sapere a quali artifizi è dovuta la bianchezza della vostra pelle? Non venga un amante curioso a sorprendere il secreto di tutti que' vostri barattoli. Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, si volgerebbe a danno vostro, e distruggerebbe la nostra fiducia per sempre. Vedete come è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un teatro; guai se queste si lasciassero vedere dallo spettatore, prima di essere acconciamente disposte. Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi senza testimoni. _Nec nisi submotis forma paranda viris._»

Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita dalla sua camera, andò a sedersi nel tablino, sotto gli occhi dell'ostiario e degli atriensi, cioè a dire del portinaio, che poteva vederla dal suo androne, e dei camerieri, che andavano e venivano lungo il colonnato dell'impluvio.

Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la moglie di Collatino, con tutta la sua austerità matronale, non avrebbe pensato a custodirsi con tanto riguardo.

CAPITOLO VIII.

L'attesa.

Se l'aveste veduta, come era bella, con quella sua stola di color d'ametista, fregiata d'oro sui lembi, che dava risalto alla marmorea bianchezza delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza per la mirabile giustezza delle proporzioni; con que' suoi occhi profondi e languidi; con quelle chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in riccioluti corimbi sulla nuca; se l'aveste veduta, io metto pegno che avrebbe fatto dar volta ai vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo e di tanti altri suoi degni contemporanei.

Non era per quel giorno una bellezza procace, e molto negava delle sue lusinghe allo sguardo. Vi ho già detto che portava le braccia coperte da lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. In quei braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati rubini e smeraldi; agli orecchi portava pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, oltre quelli di madre natura. E forse per questo appariva più bello.

Insomma, io penso che se l'avesse veduta in quel punto il banchiere Cepione, il più ricco usuraio delle Botteghe Vecchie, pur di baciare quel collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento figli di famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe ricusata quella ecatombe. Sono tanto bizzarre le donne!

Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta lingua! Io vi sfringuello i segreti dell'arte mia prima del tempo. Fate conto che non abbia detto nulla; se no, addio interesse dell'opera.

Veduta la sua signora che entrava nel tablino, un servo si avanzò per prendere i suoi ordini. Era un adolescente, e voi già lo avete veduto portare la colazione.

— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, voltandosi languidamente sulla _cathedra supina_, sedia lunga, con la spalliera inclinata indietro, e senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne poltrone. — Vedi che ore sono. —

Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano dell'atrio, tra il compluvio e l'impluvio, dove batteva direttamente la luce) per dare un'occhiata all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva il nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, o metà del globo, il quale si supponeva tagliato pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi cerchi più grandi.

Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà dire qualche cosa intorno agli orologi e alla divisione del giorno in ore. Questa incominciò assai tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le ore, e fino al quarto secolo della loro storia non giunsero a stabilire il meriggio. In tre parti adunque dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. La luce si spartiva in cinque periodi: _mane, ad meridiem, meridies, de meridie, solis occasus_. Il crepuscolo in due: _vesper_ e _prima fax_, che sarebbe da noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per accendere il gasse. Le tenebre in sette: _concubium, nox intempesta, ad mediam noctem, media nox, de media nocte_ (o _mediae noctis inclinatio_), _gallicinium, conticinium_. Il _concubium_ significava l'ora di andare a letto: la _nox intempesta_ diceva non esser tempo da far nulla, salvo dormire; il _gallicinium_ era il canto del gallo; il _conticinium_ il silenzio del gallo, considerato come passaggio all'aurora. Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era ricca, ma la distribuzione incertissima. Bastava ad esempio che un gallo non potesse dormir le sue ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito.

Il primo strumento che ebbero i Romani per distinguere le ore fu un quadrante, ossia orologio solare, portato di Sicilia da Marco Valerio Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477 _ab Urbe condita_. Quinzio Marco Filippo, censore, ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma questi orologi servivano solamente di giorno, e nei giorni di sole. Alle ore di notte aveva provveduto Scipione Nasica nel 493, con la introduzione della _clepsydra_, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido passava per un piccolo foro in un bacino sottoposto, ove, a misura che andava crescendo, sollevava un pezzetto di sughero, che indicava le ore. Questa clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il suo perfezionamento permise ai Romani di spartire il giorno naturale in ventiquattro ore, dodici delle quali assegnate costantemente al giorno artificiale, e dodici alla notte; per modo che erano le une a vicenda or più brevi ed or più lunghe, secondo le diverse stagioni.