Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 5
— Vedete qua; — proseguiva intanto il nostro eroe, rifacendosi volontieri al tema del suo soliloquio. — Ella pensa a me; si affretta ad avvertirmi d'un pericolo che mi sovrasta. Ella già non poteva immaginarsi che si trattasse solamente delle mie sostanze, della mia persona.... giuridica. Senza badare ad altro, passando sopra a tutte le consuetudini, ha voluto avvertirmi. Divina Clodia! E poi dicono di lei che è.... che Valerio Catullo.... Baie! Già, i poeti sono la gente più molesta e pericolosa che al mondo sia. Vi scoccano un'ode, un'elegia, e tutta Roma, leggendo quell'ode, quella elegia, pensa che i sogni del poeta siano la verità, che le bellezze lodate da lui siano state vedute, che i difetti e i torti notati da lui siano torti e difetti veri e manifesti come la luce del sole. E una degna matrona, così calunniata, non ha più modo di rifarsi. Il poeta ha parlato; il volgo la condanna. Maledetti poeti! Non aveva mica torto Platone, a bandirli dalla sua repubblica! Questi ornati venditori di ciancie sonore vi mettono una povera donna in piazza. Hanno veduta una mano, come tutti gli altri, e nei loro versi vi descrivono il braccio, l'omero, e.... via discorrendo. Il volgo dei lettori, aiutando la malignità, immagina il resto. Dove il poeta non ha fatto altro che seguire i vaneggiamenti dell'estro, o le necessità della prosodia tiranna, egli vede altrettante indiscrezioni della più autentica forma. E in questa guisa si scrive la storia. Una donna ne ha uno? Povera lei! Gliene regalano cento. —
Come vedete, il nostro cavaliere girava all'ottimista. Di mattina, lo siamo sempre un po' tutti. La triste esperienza è un frutto delle ore più tarde, nella gran giornata dell'uomo; e poichè il giorno è nel suo piccolo una immagine della vita, voi potrete concedermi che il più melanconico dei pessimisti veda anche lui le cose del mondo, poniamo per un'ora, tinte dei colori dell'alba.
Del resto, e per ciò che risguarda il sesso debole, siamo sempre disposti a pensarne un gran bene, quando le sue debolezze profittano a noi. Per solito, delle donne che c'importano poco, si sente dir corna e si tace, quando non vi s'aggiunge del proprio l'onesta complicità del sorriso. Ma fate che una di loro entri nulla nulla nel cerchio della nostra giurisdizione, che un suo sguardo, una parola sua, udita e riferita, sveglino nel nostro animo la speranza, o nel cuor nostro il desiderio; e quella donna diventa di punto in bianco un'altra. Poverina, l'avevano calunniata. Già, gli uomini, metà son tristi e metà sciocchi; qual virtù uscirebbe salva dalle ciarle assassine?
Poi, viene il punto in cui l'uomo avvicina la donna calunniata. È così bella! Vedete che grazia, che soavità, che dolcezza! Ecco il segreto svelato; era cortese e l'han gabellata per lusinghiera; confidente di modi e le hanno dato lettere patenti di sfrontatezza. E l'uomo che ha fatta questa grande scoperta, felice di non doversi confondere coi tristi, nè con gli sciocchi, sale di cerchio in cerchio, per tutte lo stazioni del paradiso, fino a tanto, assorto nei raggi luminosi della divinità, ne resta così abbacinato da non veder più nulla. Dopo tutto, che importa il vedere? «Credete più ai vostri occhi che a me?» domandava audacemente una donna, che conosceva a fondo il suo uomo. Non era possibile che questi volesse farle un torto così grave, credette a lei e negò fede a' suoi occhi.
La bella Clodia, che faceva quella mattina palpitare così forte il cuore di Caio Sempronio e smarrire il suo giudizio (cosa non troppo difficile, perchè ne aveva sempre avuto pochino), era certamente una delle dame più calunniate di Roma. A torto, o a ragione? I versi del suo poeta, anche a fargli la tara, c'indurrebbero a credere che ella meritasse la sua fama.
Povero Catullo! Ne ha dovute mandar giù! Poeta elegante ed appassionato, già celebre fin dalla prima giovinezza per aver disposata nelle sue odi la delicatezza immaginosa di Anacreonte all'ardore profondo di Saffo, conobbe per suo danno la moglie di Metello Celere, se ne invaghì perdutamente, e da quel giorno egli non ebbe più pace. Riguardoso nella forma, mutò il nome di Clodia in quello di Lesbia; ma la cronaca non tenne il segreto, e Lucio Apuleio potè raccogliere ancora due secoli dopo le indiscrezioni della cronaca e tramandarle alla posterità.
Nessuna donna, se crediamo a Catullo, poteva reggere al confronto della sua innamorata. «Quinzia è bella per molti, dice egli; per me è bianca, alta e di nobile portamento; ma che sia bella in complesso, nego, perchè in quella grande persona non c'è grazia nè spirito. Lesbia sola è intieramente leggiadra; perchè, essendo bellissima tutta, ha rapite tutte le grazie a tutte le altre donne di Roma.» Contemplava il suo volto, ne udiva le soavi parole, e gli sembrava d'esser beato al pari, e, se possibile, più degli Dei. Veduta lei, niente altro desiderava. Ma la sua lingua s'intorpidiva; una fiamma gli scorreva per tutte le membra; gli risonavano le orecchie, gli occhi gli si coprivano di tenebre. Bello ogni atto, leggiadra ogni cura di lei. La vedeva deliziarsi nell'amore d'un passero, e lui a cantare il passero che ella amava più dei suoi occhi. Morì il passero, e lui a piangerne in versi stupendi la morte, invitando le Grazie e gli Amori a confortarla con le lagrime loro. «Viviamo, o mia Lesbia, ed amiamoci, le dice egli un giorno; non valgono un soldo le ciancie dei vecchi barbogi. Muore il sole e risorge; noi, morta una volta questa breve luce, abbiamo a dormire una notte perpetua. Dammi un migliaio di baci, e poi cento, poi altri mille ed altri cento ancora; e così via via, fino a perdere il conto.»
Ma ohimè, un giorno doveva cadergli la benda dagli occhi. Clodia era una civetta; non amava lui solo. Bella, ma senza cuore! E il poeta si sdegna, vuol rompere la catena, per custodire la sua dignità. Ma come fare? «Odio ed amo, dice egli ad un amico. Chiedi come ciò avvenga? Non so; ma lo sento e ne muoio.» L'ama troppo, non c'è via di salute; si allontana da lei e ritorna; l'amor suo è una sequela interminabile di sdegni e di paci. Irato contro sè stesso, disegna di allontanarsi da Roma, per non assistere alle sregolatezze di Clodia; va in Bitinia con Caio Memmio Gemello; ne ritorna povero e più innamorato che mai. Soltanto le sciagure domestiche lo distoglieranno un tratto dalla sua pena, e l'isoletta di Sirmio, sul Benaco, poco lunge dalla natale Verona, gli farà meno triste l'autunno precoce della sconsolata sua vita.
E adesso che abbiamo veduta la figura di Clodia attraverso ai rapimenti e alle malinconie d'un poeta, facciamo ritorno al nostro cavaliere Tizio Caio Sempronio. Il poeta s'è ridotto ai silenzi della sua villa di Sirmio, e Clodia è a Roma, sempre bella, sempre elegante, e circondata da cento vagheggini. Qual è la donna che non ci ha i suoi, dopo l'esempio di Penelope, ròcca di fede coniugale, assediata per tanti anni dai Proci? Ma badino, i bellimbusti di Roma; se entra in scena Tizio Caio Sempronio, poveri a loro! È un giovanotto che non perde il suo tempo, nè prima, nè dopo. È forte e bello, di buon cuore pe' suoi amici, inchinevole al tenero con le signore donne, ma non fino al punto di guastarcisi il sangue. Egli chiederà a Clodia ciò che essa può dare, sorrisi e carezze; non già la costanza, derrata di cui egli non saprebbe che farsi, e a cui non potrebbe offrire il ricambio.
Per altro, anche a non volersi smarrire troppo lungamente nelle ombre di Pafo, tornano sempre piacevoli i cominciamenti d'un ripesco amoroso. Messo il piede sul limitare del bosco, il cavaliere ci trovava un gusto matto a rincorrere le farfalle che gli svolazzavano capricciose davanti agli occhi. Fuor di metafora, Caio Sempronio seguiva col pensiero tutte le fasi di una lieta avventura, incominciata così _ex abrupto_ con una tavoletta pugillare, che andava rivolgendo ancora per tutti i versi, quando gli si fece dinanzi l'arcario.
— Mio signore, eccomi qua; — disse costui, inchinandosi profondamente.
— Sei tu, vecchio Lisimaco? Che cosa vuoi?
— Mi avevi fatto chiamare.... — riprese quell'altro.
— Ah sì, è vero; — disse Sempronio risovvenendosi; — ho anzi bisogno di te. Già capirai di che si tratta. —
Lisimaco stette muto a guardarlo. Era un vecchio servo, o, per dire più veramente, un liberto, servo manomesso, che continuava a vivere in casa degli antichi padroni, esercitando l'uffizio di arcario, ossia di soprintendente e cassiere. Pulito, molto serio e d'una rara probità, Lisimaco aveva avuta la piena fiducia del padre di Caio Sempronio, uomo assennato e non d'altro curante che di far prosperare la sua casa; nè doveva mancargli la pienissima fiducia del figlio, che alle faccende sue pensava pochissimo, come mi pare di avervi fatto già intendere.
Il liberto taceva, vi ho detto; ma il cavaliere continuò il discorso per lui.
— Ho bisogno di moneta; — soggiunse.
— A' tuoi comandi; — rispose Lisimaco.
— E molta; — ripigliò il cavaliere.
— Ahi! — mormorò quell'altro, — siamo alle solite.
— Come? saresti all'asciutto?
— Oh, questo, poi! — esclamò il vecchio liberto, che sentiva offesa da quel dubbio la maestà della casa Sempronia. — Ma se tu mi permetti un'osservazione....
— Sentiamo l'osservazione.
— Padrone mio, si spende troppo.
— Eh, non dico di no.
— Anche le case più ricche vanno in malora, se non c'è misura nello spendere.
— È sempre stata la mia opinione; — disse gravemente Caio Sempronio; — e son lieto di vedere che tu partecipi al mio modo di vedere. —
L'arcario lo guardò trasognato.
— Mi pare, — pensò egli, — che il cavaliere voglia burlarsi di me. —
E non aveva mica torto, il vecchio Lisimaco. Ma, per rispetto al padrone, finse di non aver capito.
— Anche la tua casa, padrone, finirà come tante e tant'altre, se non provvedi in tempo.
— Ottimamente; ma dimmi, savio Lisimaco. Ci sono ancora.... in tempo?
— Che domanda! Grazie agli Dei, siamo sempre sul sodo.
— Ah, meno male. Mi avevi già fatto paura. Dunque, si possono avere quest'oggi quarantamila sesterzi per compiacere all'amico Postumio Floro? È un imprestito, non ti spaventare, mio vecchio Lisimaco.
— Vado a numerare la somma; — disse l'arcario, dopo aver tratto un sospiro.
— Aspetta ancora. All'imprestito dunque abbiamo provveduto. Ora c'è dell'altro. Mi bisognano, per un altro negozio, sessantamila denari.
— Sessantamila! — balbettò l'arcario, strabuzzando gli occhi. — Hai detto sessantamila....
— Denari, sicuro; che ragguagliati alla moneta di rame fanno dugento e quarantamila sesterzi, o poco meno. Ma non ti confondere; non si tratta di un imprestito, questa volta; si tratta invece di un collocamento, d'una compera di fondi. —
Lisimaco diede una rifiatata, ma senza rallegrarsi molto. Il povero cassiere andava da Scilla a Cariddi. Cessava la paura, sottentrava lo stupore.
— Tu comperi?
— Sì, — rispose Caio Sempronio, — compero gli orti di Ventidio, sull'Esquilino.
— Tu comperi? — tornò a chieder quell'altro, che non poteva mandarla giù.
— Sì, te l'ho detto; che cosa ci trovi di strano?
— Ma, mi pare che ce ne sia la sua parte. Perdonami, signor mio; ma è nuova davvero, che tu abbia pensato a comperare un pezzo di terreno.
— Io che ci ho sempre avuto una gran propensione a buttar via, non è vero? — disse il cavaliere, ridendo. — Ma non temere, Lisimaco; io non sono mutato per ciò. Compero.... ma per regalare il comprato.
— Di bene in meglio! Ed è questo che tu chiami un.... collocamento di moneta?
— Ma sì, vecchio Lisimaco, è questo. Non ho forse detto di comperare?
— Per regalar poi.
— Ah, questa, vedi, è una seconda operazione. Badiamo ora soltanto alla prima. —
Lisimaco crollò il capo, ma non aggiunse più altro. Con quel matto del suo padrone non c'era modo di ragionare.
— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì Caio Sempronio. — Ma infine, abbi pazienza; ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla mia parola?
— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli in tal guisa; — rispose il vecchio Lisimaco, non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo dunque metter da parte anche i sessantamila denari?
— Se li hai in cassa.
— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci rimanga molto di più. E tu lo sai, padron mio, che le entrate dell'anno scorso hanno già preso il volo, mentre questo è a mala appena incominciato.
— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi chiedere in prestito al danista Corbulone. Intanto vedremo di ristringere le spese.
— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, alzando gli occhi e le palme al cielo. — Con un anno di risparmio, si potrebbe ancora rimetterci in carreggiata.
— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. Mettiamo sei mesi.
— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo Reatino, il più bel fondo che tu possieda! Poi c'è l'imprestito di dugentomila denari sulla villa di Aricia. Poi....
— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non avresti tu un altro discorso più allegro da tenermi, per questa mattina? A momenti tu mi passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. —
Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva dire: che colpa ci ho io?
— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo la faccia malinconica del suo povero cassiere. — Non pensiamo ora a queste miserie. Vedremo di correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu scrivi intanto, nel tuo, che oggi verrà Postumio Floro, al quale dovrai consegnare quarantamila sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi orti alle Esquilie, contro la somma di sessantamila danari.
— E metterò a libro l'acquisto degli orti?
— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, con quella sua faccia da ridere, che dava tanta noia al disgraziato cassiere, — purchè tu aggiunga in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio Numeriano, poeta innamorato. —
Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto maestoso il suo povero arcario, che se ne andò borbottando tra i denti:
— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da legare!
CAPITOLO VII.
Venere spogliatrice.
Clodia Metella, che le necessità del racconto mi costringono a presentarvi, era una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro.
Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro matto che aveva iniziata la sua vita pubblica introducendosi travestito da donna nella casa di Giulio Cesare, durante la celebrazione dei riti della dea Bona; marachella giovanile per cui subì un processo, e non ne uscì sano che corrompendo i suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire, non già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, anche per la testimonianza di Marco Tullio Cicerone, a cui giurò in conseguenza un odio mortale. Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare, che protestava a suo modo contro certi sospetti, tanto da far passare in proverbio l'onestà di madonna Aurelia sua moglie, si diede a perseguitare in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli oppose l'unico uomo che potesse tenergli testa, Tito Annio Milone; e l'andò tra quei due da galeotto a marinaro.
Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone si recava un giorno a Lanuvio; Clodio tornava dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due comitive s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, fu trasportato in un'osteria di Bovilla; Milone pensò che fosse giunto il momento di levarsi quel bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo gladiatore, il colpo di grazia sulla pubblica strada. Accusato d'omicidio, fu invano difeso da Cicerone, che si era così turbato alla vista di tanti armati, onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro in quella occasione, da perdere la tramontana senz'altro.
Ciò era accaduto un anno prima del tempo a cui si riferisce il nostro racconto. Milone era andato in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo ricevuta una copia dell'orazione, riveduta e corretta, del suo gran difensore, uscì in queste memorande parole: «vedete un po'! se Cicerone avesse proprio parlato come ha scritto, io non sarei qui a mangiar triglie.»
Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo alla sorella, celebre in Roma per bellezza e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore da prima, poi console, ed uno dei più saldi sostegni della parte patrizia. Questo Metello, essendo pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per isventare le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza di tutti gli scolari di retorica; e quando il famoso cospiratore era partito improvvisamente da Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i passi dell'Appennino, lo aveva abilmente costretto a dar di cozzo nelle schiere dei console Antonio Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un anno dopo il governo della Gallia Cisalpina, col titolo di proconsole, e due anni più tardi era console a sua volta.
In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto far prova di saviezza, non scontentando troppo quell'ambizioso di Pompeo; ma fece tutto l'opposto, e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia di quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; donde la famosa alleanza, che, per esserci entrato anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di primo triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal destro come tutta la parte patrizia, che dava gli ultimi aneliti della sua possanza con lui, Metello Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 di Roma, e morì così subitamente, nel bollore della sua opposizione, che corse voce avergli la moglie propinato un veleno.
Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi duole di tornare a lei con un sospetto di veneficio, ma che farci? La cronaca ha i suoi diritti, nè io posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno di vedovanza, accusò un Marco Celio Rufo di aver tentato di avvelenarla, saltò su Cicerone a dar nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo il giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il peggio che si potesse dire d'una donna romana di quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone romane non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione che i santi erano ancora di là da venire.
Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la libertà di parola era così grande, che io non mi meraviglierei punto, se un critico moderno riuscisse a provare che gli avvocati antichi e gli antichi cronisti erano ad un dipresso quel che sono gli avvocati e i cronisti moderni. Qual è l'uomo, o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo di volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi forse udito testè che l'onorevole Minghetti, quell'uomo creduto finora sì candido, ha un infanticidio sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla Camera dei deputati il suo coraggioso accusatore), egli ha uccisa la bambina Cicoria, che aveva a mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti fu nella medesima tornata parlamentare gabellato anche per una sirena, per una maliarda, e va dicendo. Laonde, io ho incominciato a capir Cicerone e il valore delle metafore; nè mi spavento più di Clodia Metella, la quale doveva esser giudicata molto retoricamente dai suoi contemporanei, Cicerone compreso, che ne era invaghito anche lui, a segno di destare le gelosie di madonna Terenzia sua moglie. È Plutarco, un'altra lingua tabana, che lo afferma; ed io, tutto considerato, non ci vedo niente di strano.
Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, fatte le mie restrizioni da uomo prudente e da buon cavaliere, non vo' impicci per questo. Gli autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo particolare possiamo esser tutti d'accordo.
A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, attiguo alla camera da letto. Il sole è già alto, ma solo da pochi istanti la bella patrizia si è spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco _indusium_, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto ricorda le nostre mussoline di lana, e il cui colletto è ricamato, o, per dire più veramente, ornato di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il ricamo propriamente detto, con tutta la sua varietà di forme e di nomi. Le maniche, larghe e brevi, non scendono oltre il gomito. Il lembo inferiore si vede ornato da due file di perle, che sfiorano il musaico del pavimento, illustrando così il modo proverbiale latino, _margaritas calcare_, passeggiar sulle perle.
Nel bel mezzo della camera è una gran tavola di marmo, su cui, intorno ad una larga spera di acciaio, sono disposte in ordine tutte le ampolle, i pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole ond'è composto il _mundus muliebris_. Uno scanno a bracciuoli, col suo cuscino di piume, attende la divina Clodia, che sta per mettersi allo specchio. Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una gabbia pendente dal soffitto la saluta un pappagallo africano, con tutti i _salve_, i _vale_, gli _euge_ del suo repertorio linguistico. Come siamo lontani dal passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile, i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio Catullo! Non c'è che dire, Clodia Metella è invecchiata.
Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente bella, e direi quasi che la sua bellezza ha guadagnata dagli anni una certa magnificenza, pari a quella delle rose, quando hanno intieramente dischiuso il calice avaro all'ammirazione del riguardante. Osservate la bianchezza lattea delle sue mordide carni; essa è proprio governata col latte, perchè in esso furono inzuppate le molliche di pane, di cui Clodia Metella si è accuratamente ricoperta la faccia ed il collo, prima di mettersi a letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma di fave grasse, la cui inamabilità doveva quarant'anni più tardi urtare i nervi ad Ovidio.
Una diligente abluzione ha già tolte dal viso quelle croste notturne in cui si è custodita la bellezza; la carnagione è stata aspersa coll'_elenio_, un quissimile doll'aspasina moderna, formato con latte d'asina; poi col _lomentum_, pasta di fior di farina e di mirra giudaica, indi coll'_esìpo_ di Atene, vero elettuario, anzi olio essenziale, che doveva la sua untuosità al succo estratto dalla lana delle pecore. Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane solevano inondarsene a dirittura la pelle.
Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, non dimenticherò che Roma femminile aveva anche il suo latte antefelico, per le macchie della pelle e pei bitorzoli, l'_alcionea_, preziosa mucilagine la quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando dal nome, possiamo credere alcioni. Si strofinava leggermente il viso con l'alcionèa, e la pelle diventava tosto così lucente come la superficie d'uno specchio.
Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di manteche e d'unguenti, bisognasse lavarsi le mani col sapone. Di questo i Romani ne avevano due specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava allora a venir dalle Gallie, ed era un composto di grasso di capretto e di cenere di faggio. L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo, oppure con nardo di Persia.
Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel _gausape quadratum_, in cui vi consento di ravvisare lo asciugamano di quei tempi, velloso da una parte e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata la lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si è spazzolata i denti ed ha gargarizzate le acque famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri e i Bortolotti di quel tempo) _ne male odorati sit tristis anhelitus oris_. Il verso non ve lo traduco, perchè lo capirete ad orecchio. Dirò soltanto che è un verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più fortemente amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano e dimenticato.
Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè mi pare atto di cortesia verso la benemerita classe dei profumieri, soggiungerò che l'acqua di Cosmo si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano e rose di Pesto.