Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 4
— L'amo; — rispose il poeta.
— E che dirà la Musa? Anche questa è una specie di moglie; anzi, è la moglie legittima tra tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra donna sotto il tetto maritale, povero a te, non farai più nulla di buono.
— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano.
— E sia; non intendo già di negare il fatto. Sono invece pentito di averti fornite le armi per mandare ad effetto il tuo truce proposito. Tu uccidi il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, poi? Per un Etèra di Corinto; giovane, bella e colta quanto vorrai, ma infine è sempre una Etèra. Non la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto, e ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta a Roma come tante altre sue sorelle, di marmo pario o di carne, portate da un fiero console, a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, ad argomento di ricchezza. È una delle migliori, per bellezza e per senno, chi te lo nega? Se fossi per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio intiero, imitandoti. Quantunque, — soggiunse Caio Sempronio, correggendosi prontamente, — se avessi a fare un capitombolo della tua sorte, vorrei Afrodite in persona, anche con tutti i suoi anni di milizia, e i ricordi, poco piacevoli, di Vulcano, di Marte e di Anchise. —
Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, voi che avete in pregio le frutte spiccate appena dall'albero e la bellezza accompagnata dall'onesto riserbo.
Per altro, io non vorrei condannato neanche il povero Numeriano. Pensate che amore non ragiona, e che, dopo tutto, in Roma non si usava di guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche in materia di ritegno femminile, si era già, sotto il consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla madre dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano sperar di piacere ai mutati Quiriti, se non collo smettere un pochino, e magari anche molto, dell'antica austerità e della ruvidezza delle donne sabine. Roma aveva conquistato la Grecia, e la Grecia aveva conquistato Roma; l'una si era servita delle sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi irresistibili. La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, non c'è che dire, e si corrompeva anche un tantino; essendo già fin d'allora un caro difetto degli uomini di non far nulla a mezzo e di non voler trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, la sostanza e la forma.
Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele e i quadri di Apollo e di Zeusi, varcando l'Egeo e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro insuperabili esemplari, e se i discendenti di Fabrizio e di Cincinnato rendevano giustizia alla bellezza, all'ingegno pronto e vivace, di quelle vezzose Ateniesi e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti del mondo? I rètori e i filosofi greci, che erano sembrati così pericolosi a Catone il censore, potevano andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che calavano a stormi sul Lazio, più numerose, giusta l'energica espressione di Plauto, che non siano le mosche in estate, _cum caletur maxume_. Venivano dall'Attica, dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose divoratrici di patrimonii; seducevano con la rara bellezza delle forme, con le studiate grazie dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche e latine, e con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. Già parecchie di loro s'intromettevano audacemente nelle faccende politiche, come Precia, la bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso cui Verre, a cansare una perdita troppo grave di tempo, aveva trasportati senz'altro gli uffizi della pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e di Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici latini, e ne vedrete d'ogni forma e colore.
Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti di bisso e di seta (che era la gran novità di quel tempo), smeraldi, ametiste, vasi murrini e simili altre delicatezze, erano gli strumenti di uno incivilimento frettoloso, che dilapidava le sostanze delle grandi famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni che avevano chiusa la ricchezza in pugno al patriziato, resistendo con tanta fortuna alle sedizioni della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici della fortezza romana, come le locuste lo sono dei campi su cui raccolgono il volo, le poetiche figliuole di Grecia erano esse medesime le vittime della possanza d'un popolo, che trascorre a tutti gli eccessi della vittoria. E il più delle volte erano fanciulle inesperte, rapite ai quieti ginecei e travolte in una corruzione a cui non partecipavano punto le loro anime gentili, avide di sapere, di godere la vita, non già di affogar sè e gli altri nei pantani del vizio. È mestieri di conoscere la vita greca, per intendere che le Etère non possono trovar riscontro nella vita odierna, nè essere involte in una stessa condanna con certe disgraziate creature dei tempi nostri. Se non temessi di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, direi anzi che l'Etèra antica non può essere paragonata, con una certa apparenza di giustizia, che alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, come allora lo erano soltanto quelle povere Etère, mentre avevano biasimo le dame che mostravano di sapere qualche cosa, oltre il filare la classica lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate di che critiche fosse oggetto Sempronia, la moglie del console Giunio Bruto, perchè era ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava più elegantemente che non si convenga ad onesta matrona. La frase è di quel fior d'onest'uomo che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, che erano veri stromenti di lascivia. E scusate se è poco.
Io non intendo di assumere le difese di madonna Sempronia, che aveva, secondo me, un altro torto gravissimo, quello di amare un Sergio Catilina. Dico e sostengo che gli antichi non erano da meno del moderno padre Zappata; predicavano bene e razzolavano male. Se amavano tanto le oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa a deliziarsi coi cigni? E se l'eleganza e la coltura erano anche per loro un necessario accompagnamento della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso nelle pareti domestiche?
Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più a persuaderli, torniamo alle Etère. Ne abbiamo vedute quattro nel triclinio di Tizio Caio Sempronio. Una di esse, che vi consento di credere la migliore, aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, che voleva sposarla senz'altro.
Nè gli potevano far senso le argomentazioni di Tizio Caio Sempronio, o, al più, dovevano farglielo come una opinione personale, in cui è lecito di non consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il riserbo, tutta la bellezza morale della donna, consistevano nello star molto in casa, a far la massaia, poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori e condannare a morte questo e quello dei caduti, con una voltata di pollice, poi nel passare allegramente di mano in mano, divorziata da un marito che volesse compiacere ad un amico, e via di questo passo. Altro che il polviscolo resinoso del grappolo e la calugine delle pesche duracine! Quelle eran peggio delle frutte di mercato, brancicate da mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva mica da scapitare al confronto.
Lettori, io passeggio sulla brace. _Incedo per ignes suppositos cineri doloso._ Meglio sarà tornare al colloquio, che per queste chiacchiere abbiamo lasciato in tronco.
— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per me, Venere è discesa in terra. Ma che dico Venere? Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo trasformate coi nostri nomi italici, si sono confuse e ringiovanite in questa donna divina. Che importa, se il fiore non è stato colto da me? Posso io andare a ritroso del tempo e cozzare col fato? So che è maravigliosamente bella e che le arcane fragranze della sua gioventù mi hanno inebriato. A volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e la vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato in una calma profonda. Hai tu provata mai la volontà ineffabile del non pensar a nulla, del lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma in balìa della brezza meridiana? Io, dopo aver molto sospirato e sognato, mi abbandono a questi ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. L'amo, l'amo, e non vedo, non sento più altro.
— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È un bel ragazzo, ma è cieco. Vedete qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, ricco d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a gara gli farebbero dolce la vita, e senza rapirgli la sua libertà, questo primo dei beni. Ma no; egli non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è peggio, ed ha mestieri di una catena e d'un collare di ferro. Amore è cieco, ho detto; aggiungo ora che l'uomo è pazzo. —
Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato da quelle considerazioni del suo protettore.
— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli chiese. — Bada, amico e patrono mio; son cosa tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de' tuoi benefizi.
— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo mi duole di aver promesso, poichè so a qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche Giove in cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque cosa avvenga, io non verrò meno alla data parola. Bùttati nella voragine, senza aver pure il conforto di tornar utile a Roma; io non ci ho che vedere. —
Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come avrebbe fatto un fanciullo, dopo avere ottenuto un giocattolo lungamente sospirato.
— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai alle mie nozze?
— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al mio povero poeta?
— Sì, te ne prego, te ne supplico.
— E sia; lo farò. Col farro, adunque?
— Col farro e col sale.
— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri di averne così poco in zucca, mio bel Numeriano! Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti di Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, mi farò tuo prossenéta, ti condurrò dai parenti della donna..... cioè, no, dalla sua nutrice, che l'ha in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa. Ti risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il contratto, non è vero? Bene; tu le darai l'anello pronubo, che essa metterà nel quarto dito della mano manca, dov'è la vena che corrisponde al cuore. Sarai da quel punto il suo sperato, com'essa la tua sperata.
— Per pochi giorni. — m'immagino; — disse Numeriano ridendo. — Tu non vorrai farmi sospirar troppo il gran giorno.
— No, per Giunone Cinzia. Non aspetteremo Maggio che è un mese così infelice pei matrimoni. _Mense Maio nubunt malae_, è proverbio volgare. Evita le Calende, le None e gli Idi, che sono tutti giorni nefasti, e potrai ammogliarti nelle condizioni più prospere che ti siano consentite, a meno che tu non ami aspettare dopo gli Idi di Giugno, che è l'ottimo dei tempi coniugali.
— Son contento di far le nozze verso gli Idi di Aprile; — disse l'impaziente Numeriano.
— Affrettiamoci, dunque. Vi vedo già tutt'e due, coronati di fiori e verbene; tu coi capelli recisi, lei col flammeo sulla fronte, a custodire il rossore; i fanciulli con le faci, una delle quali di bianco spino, che guidano la donna alla tua casa, ornata a festoni di rose, di mirti e di allori. Giunti alla porta, si fa entrare prima la conocchia, con la lana e col fuso, simbolo delle cure a cui la tua Delia non ha mai atteso fin qui. Ma non importa, ci attenderà poi; tutto sta ad avvezzarcisi. Ambedue toccate l'acqua e il fuoco, posti sul limitare. Poi gli amici solleveranno tra le braccia la sposa, e la faranno entrare, senza che tocchi la soglia col piede. Vesta l'avrebbe per un sacrilegio, e gli amici sarebbero troppo dolenti che quest'uso santissimo andasse negletto.
— Godo, di vedere che tu la prendi a giuoco, — notò Cinzio, che non sapeva se dovesse ridere, o adontarsi, di quella filatessa di gentili cerimonie e di beffardi commenti.
— Come fare altrimenti, amico Numeriano, come fare altrimenti? Tu lo vuoi; sia fatta la tua volontà. Ed entrato in casa a tua volta, le consegnerai il mazzo delle chiavi, per la custodia di tutte le cose domestiche. Un tempo non le si sarebbe consegnata la chiave della cantina, perchè alle donne era vietato ber vino, pena il ripudio. Rammenterai l'editto di Catone, che stabiliva l'obbligo del bacio dei congiunti alla donna; perchè questa, caso mai ne avesse bevuto, non potesse altrimenti nascondere l'infrazione della legge. Ma qui non è il caso, e tu farai molto volentieri queste indagini da te; non è egli vero?
— Puoi crederlo; — rispose Numeriano, che già assaporava la dolcezza di quelle indagini, con tutta la presaga virtù del desiderio.
— E adesso, andiamo; — soggiunse il cavaliere Caio Sempronio. — S'è chiacchierato abbastanza, e i nostri amici vorranno propinare ai Lari Compitali, che guidano i passi degli ubbriachi e fanno trovar l'uscio di casa. —
Numeriano respirò. Con tutto l'affetto e la gratitudine che sentiva pel suo amico e patrono, il nostro innamorato cominciava ad annoiarsi di quelle sue stiracchiature cerimoniali, che arieggiavano maledettamente la satira.
CAPITOLO VI.
Rose e spine.
Il giorno dopo quella famosa cena (giorno che io vi permetterò di chiamare romanamente _quarto Nonas Aprilis_, poichè era il terzo sopra le None, che cadevano al quinto giorno del mese) il cavaliere Tizio Caio Sempronio si alzò mal volontieri dalle morbide piume.
Quasi non sarebbe mestieri di accennarlo, poichè già s'indovina, argomentando che l'ospite di tutti quei capi scarichi doveva essere andato anche tardi a dormire. Ma siccome tutto è relativo in questo mondo, va detta anche l'ora in cui il nostro cavaliere scese dall'alto giaciglio, non senza bisogno d'aiuto, per non cascar giù dalla scaletta, così assonnato com'era.
Non c'è che dire, i nostri antichi Romani amavano i loro comodi. Avete già veduto che pranzavano sdraiati, appoggiando il torace sul gomito. Figuratevi ora che dormivano su certi letti così alti, da aver mestieri d'uno sgabello, o d'uno scalèo, per salirvi su. Que' letti erano fatti a guisa dei nostri sofà di maggiore grandezza, con una spalliera da capo, con un'alta fiancata dalla parte del muro, e interamente aperti dal lato per cui ci si entrava. L'intelaiatura era tesa con cinghie, che sostenevano un gran materasso, su cui erano collocati un capezzale e un guanciale. Ho veduto uno di questi letti, il letto di Didone, dipinto a suo luogo nel più antico codice dell'Eneide, che è il Virgilio Vaticano. Lo scalèo ha nove gradini; nientemeno! C'era la sua parte di risico, a voltarsi sul fianco.
Torniamo a Tizio Caio Sempronio. Il nostro cavaliere si alzava per solito verso il meriggio. Quel giorno, malgrado la veglia prolungata e i fumi del vino, si alzò alle nove, che era l'_hora tertia_, nella divisione del giorno presso gli antichi Romani.
Che cosa aveva da fare? La terza era l'ora dei negozi forensi. _Exercet raucos tertia causidicos_, mi pare che abbia detto Marziale. Ma anche senza essere un causidico, e senza l'obbligo di andare ai tribunali, Tizio Caio Sempronio ci aveva per quel giorno la sua parte di seccature; epperciò, prima di ascendere su quel suo Campidoglio notturno, aveva raccomandato al servo di svegliarlo ad ogni costo per quell'ora insolita. E scosso ripetutamente dal fidato cameriere, che fu mandato a quel paese una mezza dozzina di volte, il povero cavaliere si alzò, per andare a finire di svegliarsi in un bagno d'acqua fresca: ottima cosa al mattino, segnatamente quando non si ha obbligo di berla.
— Andiamo, via! — aveva egli detto tra sè, per consolarsi di quella interruzione al più bel sogno d'oro che mandasse mai l'alba degl'infingardi al più divoto de' suoi cultori. — Bisognerà pensare a quei cari amici, che aspettano un servizio da noi. —
Mentre egli era al bagno, capitò l'ostiario.
— Che c'è? — domandò il cavaliere.
— Padrone, è venuta all'uscio di strada una vecchia....
— Vada a pettinar Proserpina! — gridò Caio stizzito. — Così male ha da cominciare la mia giornata? —
L'ostiario sorrise, e ripigliò:
— Se n'è andata, difatti, ed ha lasciato questo per te. —
Così dicendo porse una tavoletta pugillare al padrone.
Pugillare? Che diavol è? Sentite qua; si chiamavano pugillari certe piccole tavolette, rivestite di cera, per iscriverci su. Derivavano il nome dalle loro piccole proporzioni, perchè potevano essere comodamente tenute nel pugno; ed erano usate per quaderni di memorie, per notarvi i pensieri fuggitivi, e sopratutto per mandar lettere amorose.
Insomma, avete capito. Avrei potuto dirvi subito un viglietto, come quello di Rosina a Lindoro. Ma non siamo per niente sotto il consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, ed io ho sentito il bisogno di dirvi: una tavoletta pugillare. Abbiate pazienza e seguitemi, mentre io guardo che senso ha fatto sull'animo del cavaliere il messaggio mattutino della vecchia Gabrina.
Tizio Caio Sempronio si era affrettato, come potete immaginarvi, a rompere il suggello e ad aprire le due facce del pugillare.
— Ah! — esclamò egli, dolcemente commosso, leggendo la prima parola.
Adesso bisognerebbe dir l'ultima, perchè il nome dello scrivente si mette in fondo; ma allora lo si scriveva sempre da principio. _Cicero Terentiae suae salutem dicit._
La lettera non era di Cicerone, vi prego di crederlo. Del resto, sentite Caio Sempronio che vi chiarisce il negozio.
— Clodia! — mormorò egli, dopo la prima esclamazione che ho detto. — Come va che quella divina mi scrive? A me, Tizio Caio Sempronio, che le ho parlato a mala pena una volta? —
Mi direte che il miglior modo, anzi l'unico, di sapere che cosa voglia da noi una dama, quando ci fa l'onore di scriverci, è quello di legger subito ciò ch'ella si è degnata di mettere in carta. Ma questo, che è vero in tanti casi, non lo è poi in tanti altri. Non lo era, per esempio, nel caso di Sempronio e di Clodia.
Vedete, difatti; la bellissima patrizia scriveva così:
«Clodia, a Tizio Caio, salute.
«Ti parrò ardita; e forse è questa la fama che corre di me. Qualunque io ti sembri, non sarò mai paurosa, nè sciocca. Stimo te grandemente; nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco, sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»
Avete capito voi? No. E Tizio Caio nemmeno.
Non già perchè non intendesse le ultime parole, che forse allegheranno i denti a qualcuna delle mie lettrici, poco pratiche d'anticaglie. Le Megalesi erano feste solenni alla dea Cibele, onorata sotto il nome di gran madre degli Dei, epperciò chiamata in greco _Megalisia_. E perchè tutte le feste d'allora finivano in giuochi e spettacoli, come quelle del nostro popolo finiscono in corpacciate e combibbie, le Megalesi, che duravano otto o nove dì, cominciando nel quarto giorno di aprile (_pridie Nonas Aprilis_), erano più specialmente dedicate alle rappresentazioni sceniche. Pei Ludi Megalensi furono scritte quasi tutte le commedie di Terenzio.
Quanto ai matematici, era questo il nome degli astrologhi, degli indovini, che interpretavano i sogni della gente da bene. Orazio Flacco non voleva che si facesse capo a costoro, e raccomandava a Leuconoe di non chiedere il futuro ai calcoli babilonesi. E appunto da Babilonia, patria di astronomi e di matematici, erano venuti a Roma gl'indovini; e l'astrologia e la matematica, scienze dei Magi, avevano dato il nome all'arte di quegli antenati di Cagliostro.
Nemmeno era dubbio per Tizio Caio Sempronio il senso della lettera. Niente di più naturale che il dar retta ai sogni, in un tempo e in un paese di superstizioni come quello, che aveva tra l'altre cose i giorni fasti e nefasti, le ferie pubbliche e private, e queste anche in occasioni di fulmini, di modo che, ogni qualvolta si sentisse tuonare, era giorno feriato, fino a tanto non si fossero placati con offerte e sacrifizi gli Dei.
Dunque, nell'avvertimento di madonna Clodia non c'era nulla da dire. Ma una donna che scrive ha sempre un secondo fine, un intendimento riposto. E perchè si prendeva costei tanta cura della salute di Tizio Caio? Che cosa si doveva leggere tra le righe dello scritto? Lo avesse almeno invitato ad andare da lei! Ma no, d'invito non ce n'era pur l'ombra, neanche sotto forma di permesso, per un rendimento di grazie. Un avviso, un augurio, un voto, e nient'altro.
— Strana donna! — pensò il cavaliere. — Che cosa debbo conchiudere? Che ella si dà pensiero di me. E sia. Ma allora perchè non aggiungere: «a voce ti dirò meglio»? E questo accenno alle prossime feste! Che voglia vedermi allo spettacolo? Sì, certamente, ci andrò; ma di questo ella poteva esser sicura, e non c'era bisogno di dirmelo. Ma forse vuol farmi sapere che ci andrà lei. Ed anche questo era inutile. Dove non è, la bellissima Clodia? —
Quanto al pericolo che la bella patrizia gli accennava nel suo viglietto, Tizio Caio Sempronio ci pensò molto meno che a tutto il restante.
— Che pericolo ho da correr io? — diss'egli tra sè. — Esser fatto in tre pezzi! E da chi? Se i sogni vanno interpretati a modo, io posso credere che non si tratti d'una spartizione materiale. Infatti, vedete qua; ier sera non ne ho avuti tre, che volevano il mio.... e che l'avranno, pur troppo! Il sogno è stato veridico, anzi fatidico. Son tre gli assetati del mio sangue, o, per dire più veramente, di dugento sessantamila sesterzi. E li abbiano, poichè li ho promessi. Il sogno della schiava di Clodia non prova esso che io debbo dissetare quest'oggi i miei tre supplicanti? —
Questo ragionamento lo ricondusse a ricordare come e perchè fosse balzato quel giorno da letto un po' più presto del solito.
— Piramo! — gridò egli, richiamando lo schiavo, che si era prudentemente allontanato.
— Padrone!
— Dirai all'arcario che venga qua.
— Prima del cinerario? —
Il cinerario, se nol sapeste, era uno schiavo che, presso le dame, assisteva l'ornatrice, mentre questa faceva l'acconciatura del capo alla padrona; e il suo principale ufficio consisteva nel riscaldare il calamistro, o ferro da riccio, nelle ceneri; donde il suo nome che ho detto. Ma in alcuni casi, e presso gli uomini, egli faceva altresì l'ufficio di barbiere. Del resto, anche allora i capegli riccioluti non era solamente delle donne, e spettava al ferro caldo di dare ai patrizi romani le ciocche morbidamente inanellate della chioma d'Apollo.
— Anche prima del cinerario; — rispose asciuttamente il cavaliere.
Lo schiavo si allontanò, per andare in cerca dell'arcario.