Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 3
— Chetati, via! — disse l'altro, schermendosi dalla stretta di Postumio. — Debbo ringraziarti io stesso di aver pensato a me in questa occasione.
— Ma se lo dicevo io! Tu sei la fenice dei cavalieri di Roma. Te lo dirò col verso di Catullo; nessuno osi paragonarsi a te. _Jam tibi nullus se conferet heros._
— Veramente, non dice così, il verso di Catullo; ed io, poi, non sono un eroe.
— Lo sei per me. Che cosa facevano gli eroi? Compievano imprese maravigliose; purgavano le terre dai mostri, campavano gli amici dall'Erebo. E tu non mi salvi da Cepione, mostro assai più feroce di Cerbero? La mia gratitudine, o Caio! Abbimi tuo debitore per la vita, e chiedimi a tua volta ogni cosa.
— Grazie, farò di non averne mestieri. Per un servizio da nulla, non bisogna far troppo a fidanza cogli amici.
— No, te ne prego, conta su me in ogni occasione. Se tu non mi promettessi di farlo; non accetterei oggi questo... piccolo servizio, per quanto mi sia necessario.
— Bene, poichè tu lo vuoi, ci conterò; — disse Caio Sempronio, per farla finita. — A domani, dunque; il mio arcario ti preparerà il danaro numerato. —
Postumio Floro gli strinse la mano e non volle spiccarsi da lui senza averlo abbracciato e baciato. Già, lo sapete, l'amicizia ha i suoi dritti.
Nel triclinio, frattanto, si continuava a bere e a chiacchierare allegramente. Non vi giurerei per altro che i discorsi fossero molto ordinati.
Cinzio Numeriano stava persuadendo Delia dell'amor suo e delle sue buone intenzioni, quando rientrò Postumio, con quell'aria di trionfo che potete immaginare, e andò diritto a ripigliare il suo colloquio con Lalage.
— Ecco il buon punto; — disse Numeriano tra sè. — Vado, e gli espongo il caso mio. Il Massico mi ha infuso un po' di coraggio; approfittiamone. —
Ma egli non potè mandar subito il suo disegno ad effetto. Bisognava finire il discorso incominciato con Delia, trovare un pretesto per allontanarsi da lei; e quando finalmente lo ebbe trovato ed uscì, vide Caio Sempronio che passeggiava nel peristilio, ma in compagnia di Giunio Ventidio.
— Eccone un altro! — borbottò Numeriano. — Non ci ho proprio fortuna. —
I due peripatetici erano in assai stretto colloquio. Giunio Ventidio doveva essere entrato in argomento _ex abrupto_. E Numeriano tornò un'altra volta nel triclinio.
— Buon per me che Vibenna dorme; — pensò egli, guardando quell'altro, che russava disteso sul letto; — se no, dovrei rassegnarmi ad essere il quarto. —
Lasciamo il poeta Numeriano, che avrà qualche altra cosa da bisbigliare all'orecchio di Delia, e teniamo dietro a Giunio Ventidio. È tanto riscaldato nel suo colloquio col padrone di casa, che non si accorgerà punto della nostra presenza; la quale ha, dopo tutto, il vantaggio di essere tutta spirituale.
— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte cinquantamila danari.
— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un altro.
— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo.
— E tu non puoi restituirglieli.
— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la vergogna di quel brutto momento.
— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi.
— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari, se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar d'oro.
— A me? In che modo?
— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina?
— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin troppa. Non potresti cercare un altro compratore?
— Ah, se tu mi manchi, sono un uomo spacciato.
— Come? Stiamo a vedere che ci sono io solo in tutta Roma per comperare i tuoi orti!
— Sicuro, non ci sei che tu: o, per dire più veramente, io non vedo che te. —
Caio Sempronio stentava a capire.
— Ragioniamo un pochino; — diss'egli.
— Ragioniamo quanto vuoi.
— Se tu non paghi i cinquantamila danari, che cosa ne avviene?
— Che Furio Spongia mi cita davanti al pretore urbano, che il pretore mi condanna, e che i miei beni sono messi all'asta, trenta giorni dopo la sentenza.
— I tuoi beni! Saranno gli orti alle Esquilie, non è vero? Perchè non hai più altro al sole.
— Tu l'hai detto; non ho più altro.
— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva di aver trovato il segreto dell'argomentazione socratica, — vendere domani, lasciar vendere trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? E poichè certamente i tuoi orti varranno quella somma...
— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio.
— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su quel che ne avanza.
— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo conti per nulla? Se vendo a te domani, o doman l'altro, posso dir sempre e far dire: a Tizio Caio Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha saputo negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; come far contro all'amicizia?
— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi sullo stesso tono di Ventidio; — ma la taccia di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti sull'Esquilino? presso il tempio di Mefite? accanto al carnaio di tutta la poveraglia? —
Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, alle radici del Fagutale, o bosco di faggi a Giunone Lucina, erano i _puticoli_, sepolcri della plebe, così detti _a putrescendo_. E là per l'appunto aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal odore.
— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli orti Ventidiani non sono mica da quella parte. Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi di Roma; il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli Orazii e dei Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque tanto ai Sabini...
— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il Vico Scellerato, con Tullia che passa in cocchio sul cadavere insanguinato del padre.
— Vedo che hai intenzione di comperare i miei orti; — disse Ventidio. — Li disprezzi troppo.
— No, ti ripeto, non mi vanno.
— E sia; imprestami allora il danaro.
— Peggio ancora! Cinquantamila danari? Ma sai che sono..... cinquantamila danari? La metà della mia rendita..... d'una volta! Amico mio, soggiunse il povero cavaliere, messo alle strette da quell'importuno di Ventidio, — tu non crederai mica che io tenga così egregie somme a dormire nell'arca. Le terre non danno sempre quel che dovrebbero; i soprastanti sono la gente più ladra del mondo; le spese crescono tutti i giorni; anche oggi ho promesso di far servizio a qualcheduno..... Quarantamila sesterzi, mio caro!
— Ah si?... — gridò Giunio Ventidio. — Quel furfante di Cepione è nato vestito.
— Come sai?... — chiese Tizio Caio, turbato.
— Oh bella! Lo so, perchè ieri quei quarantamila sesterzi sono stati chiesti in imprestito a me. A me, figùrati, a me, che ne ho appena duecentomila... da chiedere!
— Poichè dunque tu sai, — riprese Caio Sempronio, — ti sarà facile intendere che non posso servirti, dopo aver già promesso un imprestito ad altri.
— E tu compra i miei orti. Questo non è un imprestito, è un collocamento di moneta. Con sessantamila danari fai una compra eccellente.
— Sessantamila! — esclamò il cavaliere. — _Crescit eundo!_ Quando ti fermerai?
— Mi fermo qui, perchè è il loro prezzo. Vorresti tu pagarli meno di quello che valgono? — domandò Giunio Ventidio, con quel suo fare tra le scherzoso e l'impudente, che doveva vincere la riluttanza di Caio Sempronio. — Forse ti turbano i sonni gli allori di Cepione, di Furio Spongia ex di tutti i loro degni colleghi delle Botteghe Vecchie? —
Le botteghe Vecchie, che ricorrono per la seconda volta nel dialogo, erano uno dei punti più noti di Roma. Sentite a questo proposito come quella lingua tabana di Plauto fa parlare l'attrezzista (_Choragus_) nella sua commedia _Il Punteruolo_: «V'indicherò io in qual luogo possiate trovare, senza cercar molto, se avete bisogno di parlargli, un birbante o un fior di virtù, un galantuomo o un farabutto. Chi cerca adunque d'uno spergiuro, vada al Comizio; chi d'un bugiardo o d'uno spaccone, al tempio di Cloacina; chi un marito ricco e pelato, faccia capo alla Basilica; lì pure saranno le femmine andate a male e i cavalocchi. Giù in fondo del Foro passeggiano i galantuomini e i signori; nel mezzo, lungo il canale, gli arcifanfani; sopra il Lago gli arroganti, i pettegoli e i maligni, che per nulla ti si scagliano contro co' vituperi, senza pensare a tutto quel che di vero si potrebbe dire di loro. Presso alle Botteghe Vecchie ci stanno gli strozzini e gli strozzati; accanto al tempio di Castore i musi da fidarsene poco; nel borgo de' Toscani i bellimbusti; nel Velabro, chiedi e domanda, fornai, beccai, aruspici, trecconi; altri mariti ricchi e pelati presso la casa di Leucadia Oppia. Ma è stato bussato all'uscio; fo punto.»
— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma qual prova del valore che tu assegni a questi orti... Ventidiani?
— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, o manda e saprai, quanto li ha pagati mio padre; dugento quarantamila sesterzi; poco più di quello che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. Suvvia, Tizio Caio; — soggiunse Ventidio, con accento carezzevole, scendendo alla perorazione, — fammi questo favore, che è nell'indole tua, poichè tu sei il principe dei cavalieri. Me lo diceva anche Clodia, la bellissima vedova di Metello Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste baciar dove passa.» —
Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla lode di una bella donna, e non lo poteva essere a quella di Clodia, che era bellissima tra le belle. Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di una bocca leggiadra li fa andare in solluchero. Figuratevi poi il sorriso di Clodia! Il nostro eroe avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non ne avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio Catullo.
— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E in quale occasione ha ella parlato così benignamente dei fatti miei?
— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si parlasse dell'invito che avevi fatto agli amici pel tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici tuoi ragionano spesso e volentieri di te; e in casa di Clodia le occasioni di farlo sono più frequenti che altrove. Ah, se invece di queste Greche (bellissime, non lo nego) tu avessi invitato qualche Romana.....
— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove è lei, non c'è più luogo per altre. Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, in onore.... dei Mani di suo marito.
— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, gliene darò un cenno, ed ella ti sarà grata di questa attenzione.
— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani intanto passa da me; parleremo de' tuoi orti.
— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia gratitudine.
— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, che vedeva finire il suo colloquio con Giunio Ventidio come l'altro con Postumio Floro.
Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano del suo futuro salvatore e si allontanò canticchiando, come un uomo che non ha più sopraccapi.
— Veramente le calende d'aprile sono un giorno nefasto; — pensò Caio Sempronio. — E se non fosse che ho udita una buona parola di Clodia..... Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, questo Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo al triclinio e beviamo il vino del commiato. —
In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio Numeriano.
— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, mettendogli amorevolmente le mani sugli òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche cosa, che mi torni di buon augurio, dopo tante.... —
Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola tra i denti.
— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu hai fatta quest'oggi per me un'ode meravigliosa.
— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano.
— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato poeta e le api del Parnaso ti hanno stillato il miele sulle labbra. Non è egli così che si dice?
— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma credilo, se c'è nella mia ode alcun che di buono, è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata l'amicizia.
— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei un vero amico, non uno dei soliti piaggiatori della fortuna. Tu, per esempio, non mi hai chiesto mai nulla.
— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio ora a dirgli?... Se parlo, guasto la buona opinione che egli s'è fatto di me. —
CAPITOLO V.
Amore è cieco.
Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il suo giovane amico.
— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi da me tutto quello che ti piacerà domandarmi. Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, perchè essa è già tua.
— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e baciando la destra che Caio Sempronio gli aveva sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci, o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io ho sempre sognato una modesta casetta, con una fontana lì presso, e un po' di bosco all'intorno, per ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio delle Ninfe.
— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe?
— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le cose e le idee rimangono, belle di giovinezza immortale. E quelle che io ti ho detto, non sono elleno forse le voci della natura, che parlano dai sassi, dall'aria, dai tronchi d'alberi e dalle acque scorrenti, in cui le ha chiuse il Dio ignoto, e indovinate il mortale? Per me, vedi, quelle ombre romite, quei silenzi profondi, hanno splendori e favella; splendori che io non saprei dipingerti, favella che io non sarei capace di esprimere; ma che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano il cuore, e mi si tramutano in alate canzoni. La mia vita è là; in quelle ombre, in quei silenzi, amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente felice.
— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma io mi penso che la modesta casetta, la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero essere abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non sono poeta, ma certe cose le intendo e le sento alla maniera dei poeti. Quella che tu chiedi non è la vita campagnuola del vecchio Catone, che attendeva alla coltivazione per venderne i frutti; è la quiete operosa dello spirito, lontana da tutte le brighe e da tutte le vanità, ma vicina a tutte le eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e dell'arte. Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e tu non potresti vedere diversamente la cosa. Orbene, io ci ho il fatto tuo; una villa sull'Esquilino, il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia pel lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti della Roma quadrata; donde si scorge il Soratte, il Lucretile, i colli Albani e il tempio di Castore; donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le aquile che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi che misurano a lenti passi il selciato del Foro. E con tutto questo, una villa non così grande, da recarti le cure e le molestie della padronanza, ma nemmeno così piccola, che non ci abbia a campar su un poeta tuo pari.
— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o consentimi di chiuder gli occhi e di vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi.
— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna anzi di tenerli aperti. Ho io le chiavi dell'orto, e son tue.
— Dici da senno?
— Del migliore ch'io m'abbia. Ah, per gli Dei immortali! — gridò Caio Sempronio, dimenticando un tratto di parlare con Numeriano e di farsi intendere da lui. — Non compro per rivendere, io; non fo il mercante, nè l'usuraio. Vogliono tutti il mio danaro, ci calano sopra, come le arpìe sulla mensa dei compagni d'Ulisse. E facciano a lor posta, finchè la dura; ma io darò pure un esempio; lo darò, prima che le forze mi manchino. Amico, — e, così dicendo, Caio Sempronio tornava in carreggiata, — io ho fatto in vita mia tante sciocchezze, che vorrei, per una volta tanto, imberciarne una, esser utile a chi lo merita, passare alla posterità con un atto che facesse dire di me: quello sconclusionato di Tizio Caio Sempronio non era poi un capo della mandra d'Epicuro, come il complesso della sua vita potrebbe far credere. Cinzio Numeriano, promettimi almeno che mi ricorderai nei tuoi versi. Non ho vinto barbari re; non ho assoggettato provincie. Anch'io potevo fare qualche cosa, e me ne sono rimasto con le mani in mano. Ma infine, ho amato qualcheduno ed ho saputo discernere il bene dal male, i cuori gentili dalle anime nere, gli amici dai parassiti. Era destino che prendessi questa via, anzichè un'altra; ma se ho seguita la peggiore, ho vista almeno e riconosciuto la buona. Rendimi giustizia, o poeta. Non siete voi, discepoli di Febo Apollo, i vindici della storia? Io frattanto ho reso giustizia a te, sceverandoti dal numero degli importuni, dei supplicanti, degli insaziabili, e via discorrendo.
— Che dici tu? — mormorò Numeriano. — E non ero venuto appunto per chiederti anch'io qualche cosa?
— No, non lo fare; lascia a me la cura e la consolazione di concedere a te quello che non mi avrai domandato; — interruppe Caio Sempronio. — Del resto, che cosa avevi tu a chiedere, dove io ti avevo precorso con l'offerta? Non ti confondere con gli altri; se io non ti avessi confortato a parlare, saresti ancora fuori di strada, e la modesta casetta la chiederesti alle Muse, sulle falde del Parnaso, accanto alla fontana Castalia. Dunque, veniamo a noi. Compro domani gli orti di Ventidio, sull'Esquilino. Saranno tuoi da quell'ora, e al solo patto che tu m'inviti qualche volta ad una pitagorica cena, e mi legga i tuoi versi. —
Il poeta non si rinveniva dallo stupore ond'era tutto compreso.
— Ah Caio Sempronio, amico, patrono mio! — gridò egli, alzando gli occhi al cielo. — Gli Dei prosperino te e la tua casa, perchè tu salvi un povero poeta dalla disperazione.
— Per Giove! Eri già a questo punto? Buon per me, che sono giunto in tempo. Ma dimmi; in che modo quello che poc'anzi era un bel sogno per te, diventa ora una necessità?
— Ah, è vero; — rispose Numeriano, impacciato; — non ti avevo detto ogni cosa. Sono... Ma già, potrai immaginartelo.
— Innamorato, forse?
— Per l'appunto, sebbene la parola non esprima a gran pezza tutto quello che sento.
— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo e ber troppo, sono due cose da evitarsi del pari.
— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar misurati e non ci si riesce. Perciò avviene che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che io sia così concio dall'amore, da averne perduto il sonno.
— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere cotesto con la ricchezza? Un poeta è già ricco abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una donna romana piace assai più di vedere il suo nome sulle tavolette di cera d'un alunno delle Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo di perle orientali.
Numeriano rispose con un sospiro:
— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto per avventura in una donna senza cuore?
— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose Numeriano. — Il suo cuore è aperto a tutti gli affetti gentili. Essa è una creatura celeste, e quantunque per la sua bellezza insigne e per le grazie elette dell'animo sarebbe degna di sedere al convito dei Numi, i suoi gusti son semplici e schietti come quelli della figlia d'Alcinoo.
— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta innamorato! — disse Caio Sempronio, ridendo. — E ti ama, si capisce?
— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano.
— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se ti amasse, non domanderebbe a te altra cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i tuoi versi.
— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in tal condizione da poter vivere a modo suo e mio. Ti ho detto che i suoi gusti son semplici. Figurati, amico, che la vita di Roma, con le sue feste, i suoi giuochi, i suoi mille rumorosi sollazzi, le torna molesta. Già, non è romana, lei; è una figlia della Grecia, una di quelle vezzose creature dai flessuosi contorni, dorate la fronte purissima dai raggi del sole dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci coi loro pepli ricadenti in molli pieghe sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra mani, per intesser corone ai vincitori dei giuochi di Corinto, o d'Elèa.
— Mi par di vederla!
— Tu la conosci, infatti; essa non è lontana di qui.
— Davvero? E il suo nome?
— Delia; non l'avevi tu indovinato? —
Caio Sempronio inarcò le ciglia e guardò fisso il suo giovane amico, in atto di profondo stupore.
— Dovevo immaginarmelo; — diss'egli, dopo un istante di pausa. — Dopo quell'ode.... dopo quell'inno pindarico! Ma di grazia, Numeriano, che necessità di esser ricco? Se io fossi, non dirò la tua Delia, ma la più superba patrizia di Roma, e tu avessi fatti per me i versi che hai fatti poc'anzi per lei, ti giuro per Febo Apolline che ti avrei qui nel mio cuore, ancorchè tu fossi il più povero dei Quiriti. Ma basti di ciò, poichè i Numi non hanno pensato a questa metamorfosi, e sii felice con Delia. E quante lune ti concederà ella, a consolare la tua solitudine?
— Tutta la vita.
— Bada, Numeriano; è un termine troppo lungo, e per lei... e per te.
— L'amo; — rispose il poeta.
— Amare non è ancora sinonimo di ammogliarsi; — notò Caio Sempronio. — Per tuo bene e suo, puoi vivere con Delia, senza la cerimonia della confarreazione, o della coenzione.
— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò Delia in mia casa; — gridò Numeriano, infiammato.
— Col farro, adunque; di bene in meglio! —
Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio e la risposta di Numeriano, bisognerà ricordare le tre forme di matrimonio degli antichi Romani, l'uso, la compera e il farro. La prima era senza fallo più spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo ed era riconosciuta per legittima moglie dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte non avesse fatto in quello spazio di tempo un _alibi_ di tre notti.
La compera (_coemptio_) si faceva con alcune solennità, quasi comperandosi i due sposi a vicenda. La donna portava tre monete; una in mano, e la dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva nel sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, e la offriva ai Lari Compitali del crocicchio più vicino alla casa. Ne seguiva che la donna andava in mano e sotto il dominio del marito, diventando compagna, partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, dal canto suo, non era sotto la potestà della donna; ma, come comperato da lei, le dava la porzione conveniente della sua eredità.
La confarreazione si faceva alla presenza di dieci testimoni, con alcune formole particolari e con un sacrificio solenne, in cui si adoperava il pane di farro; e per tal guisa veniva la donna in potere dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza del pontefice massimo e del flamine Diale, per mezzo del farro e del sale, donde ebbero il nome di confarreazione. Questo modo di celebrare gli sponsali era ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava il farro arrostito, che spesso serviva ne' sacrifizi agli Dei.
— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, dopo aver pensato a tutte le cose che siamo venuti discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio da amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come amante, ti farà buona riuscita come moglie? Credi a me; non abusare del farro.