Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 2
— Come dobbiamo noi bere questa ambrosia dei Numi? — chiese Postumio Floro. — Dillo, o regina dalle labbra di rosa.
— Nel _sestante_, per ora; — sentenziò la regina. — Del resto, il Falerno Opimiano non è vino da _deunce_.
— Da _triente_, almeno! — osservò Marco Giunio Ventidio, volgendo a quell'anfora uno sguardo divoto.
— Alla seconda portata, se vi pare, o Quiriti! — rispose la regina.
— Diva Lalage, tu parli come i littori di Servio Sulpicio, quando il console si reca al tribunale; — replicò Giunio Ventidio.
«Se vi pare, o Quiriti!» era la frase invariabile dei littori, quando avevano a sgomberare le vie dalla calca del popolo, per dare il passo libero ai magistrati. _Si vobis videtur, discedite Quirites._
Quanto alla controversia per la capacità dei bicchieri, lasciando stare le arcaiche corna di bufalo, usate a tal uopo dai primi Romani, e i fregi di metallo prezioso onde furono ornate in processo di tempo, noterò che i bicchieri si fecero più tardi d'oro, d'argento o di stagno, secondo le condizioni di fortuna, e si chiamarono, dalla misura di liquido che potevano contenere, sestanti, trienti e deunci. Del sestante, che conteneva appena due once, si servivano le persone sobrie. Augusto beveva sempre al sestante e non più di sei volte durante il suo pasto. Quattr'once conteneva il triente, che era perciò ritenuto un bicchiere di moderata grandezza, pei bevitori ragionevoli; e ciò per contrapposto al _deunce_, o bicchiere da undici oncie, che era il calice prediletto dei beoni.
— Néttare! — esclamò Elio Vibenna, un gustatore dei primi, dopo aver fatta scoppiettare due volte la lingua contro il palato.
— Sei Giove, adunque? — domandò Postumio Floro.
— Con Ebe al fianco; — rispose Vibenna, con un galante accenno alla sua vicina. — Febe val Ebe, ed anzi qualche cosa di più.
— Segnatamente, — aggiunse Postumio, — se avrai da bere alle lettere! —
La celia destò il buon umore di tutta la brigata. Dicevasi bere alle lettere, quando, in onore di una donna, si bevevano l'uno sull'altro tanti bicchieri quante erano le lettere di cui si componeva il suo nome.
Ricordano gli eruditi che Marziale propinava all'arrivo di Lidia con cinque bicchieri; di Lica con quattro, di Ida con tre; e poichè nessuna di queste belle si mostrava, il povero poeta solitario chiedeva consolazioni a Morfeo. È da credere che, con tante libazioni, il dio dei papaveri non si facesse aspettare; tanto più che il buon Marziale aveva già bevuto prima per altre donne di molte lettere, come, ad esempio, Giustina.
Gli amici di Tizio Caio Sempronio ridevano, centellando il Falerno del consolato d'Opimio; e frattanto i servi, tolti dalla mensa i rilievi dell'antipasto, si facevano innanzi col primo servito, o _caput coenae_, come dicevasi allora.
Il repositorio era diventato una vera selva di piatti, il cui pregio appariva vinto da quella artistica confusione con cui erano disposti. Immaginate una ventina di vassoi d'argento, che recavano torte, focacce, gamberi, anitre, ariguste, quarti di maiale, triglie, fichi d'Africa, lepri, fegatelli, e via discorrendo. Non vi parlo delle varie salse in cui era cucinata tutta quella grazia di Dio, perchè vi confonderei la testa e fors'anco vi guasterei lo stomaco delicato, con que' miscugli di pepe e miele, di cumino e di silfio, che formavano gl'intingoli dei padroni del mondo.
Levati ad uno ad uno i vassoi dal portavivande, lo scalco fu pronto a trinciare in giuste parti ogni cosa. Non si usava allora di lasciar niente nel piatto di mezzo. Ad ognuno dei commensali toccava la sua porzione, ed egli poteva mangiarla, o riporla, o rimandarla, come più gli piacesse. Per tal modo, non c'era a temere d'indiscreti, che, verbigrazia, si servissero di tutto il migliore del pesce, lasciando la testa e le spine all'ultimo del giro. E nemmeno si avevano a patire i danni della propria discrezione, o modestia. La rapacità degli uni e la timidezza degli altri avevano un solo correttore, lo scalco.
CAPITOLO III.
Donne, vino e canzoni.
Mentre tutte quelle pietanze si distruggevano allegramente, e perchè la cena non apparisse un pasto di affamati volgari, la regina comandò che qualcheduno dei commensali proponesse una quistione gradevole.
Vibenna domandò qual fosse miglior vino tra il Cecubo e il Massico; ma Giunio Ventidio sciolse prontamente la quistione, dicendo che erano ottimi ambedue, e che il superlativo, anche a detta dei grammatici, non ammetteva comparativi.
Postumio Floro avrebbe voluto che si disputasse intorno all'anima dei creditori, ma Lalage dichiarò che non avrebbe patito di tali discorsi a tavola, e condannò Postumio a non guardarla più fino alla seconda mensa, cioè fino alle frutte.
Il poveretto gridò che lo si voleva morto. Tizio Caio Sempronio intercesse per lui e gli ottenne la grazia della diva, a patto che trovasse il modo di dire una cosa gentile a tutte, senza scontentarne veruna.
— Non son poeta; — rispose Postumio; — e qui meglio di me varrebbe Numeriano. Ma poichè lo volete, vi dirò che amo una donna sola, perchè.... non ho quattro cuori. —
Le donne, così chiaramente indicate dal numero dei cuori che si augurava Postumio, dovevano sentenziare. Ma Lalage taceva, per non aver aria di sapere chi fosse quell'una. Febe guardava Numeriano, che era dall'altra parte della mensa e non si accorgeva di essere guardato da lei. Glicera si stringeva amorosamente al fianco di Caio Sempronio, e non badava troppo alla conversazione.
Delia parlò, Delia la bionda, severa all'aspetto, come una statua di Fidia.
Secondo lei, la donna amata da Postumio Floro doveva esser poco lusingata dalla sua dichiarazione.
— E se Giove ti avesse dato quattro cuori.... — diss'ella al suo vicino di destra, — che cosa avverrebbe?
— Mia bella severa, — rispose Postumio, — non ardisco prevederlo. Ma certo, qualunque cosa avvenisse, l'avrebbe voluto lui, ed io non ci avrei ombra di colpa. —
Intanto i coppieri andavano attorno con le anfore, mescendo il vino nei vuoti sestanti.
E il cuoco venne egli in persona, per curare l'arrivo della terza portata. Il vassoio quella volta era smisurato e ci volevano due uomini per sorreggerlo.
Un grido di ammirazione ruppe dalle labbra di tutti i convitati. Il cuoco sorrise, come sanno sorridere i cuochi, quando ci hanno ancora dell'altro, con cui sbalordire i commensali del padrone.
E non aveva torto, perdinci, il degno scolare di Apicio. Figuratevi che aveva cotto un cinghiale intiero, coperto ancora (dico ancora, ma certo si trattava di una giunta artificiale) della sua pelle setolosa. E perchè niente mancasse a dargli l'aspetto del vero, la degna bestia si vedeva sdraiata, come in atto di voltarsi, in un certo intriso, che voleva raffigurare un pantano, ed era la salsa più appetitosa del mondo.
— Come? — dimandò Vibenna, rinvenuto allora dal primo stupore. — Non è stato neanche sventrato?
— Qui ti volevo! — disse il cuoco tra sè.
Indi, ad alta voce proseguì:
— Perdona, illustre Vibenna; quello che non è stato fatto può farsi ancora. —
E levato il coltello dalle mani dello scalco, lo piantò arditamente nel petto del cinghiale, traendo la lama a sè, per quanto lungo era il ventre.
Allungarono tutti il collo e stettero cogli occhi tesi per vederne balzar fuori le interiora, ma non senza sospetto di qualche piacevole novità. Difatti, il cuoco appariva sicuro del fatto suo. O faceva troppo a fidanza con l'umore del padrone, o ci aveva il segreto in corpo, e quell'abile colpo di coltello doveva metterlo fuori.
Una risata omerica salutò la conseguenza dell'operazione. E qui l'epiteto di omerica vien proprio a taglio, perchè il cavallo di legno, divino lavoro di Pallade, non gittò tanti armati nelle mura di Troia, quante il cinghiale sventrato diè fuori salsiccie, olive, sanguinacci, tordi, ed altre ghiottornie, debitamente rosolate, che promettevano una festa di sapori al palato.
Tosto gli schiavi si avvicinarono e lavorarono coi loro cucchiai a raccogliere tutta quella sugosa grandinata e a collocarla in giuste parti nei piatti dei convitati, mentre lo scalco, riprendendo il coltello dalle mani del cuoco, faceva destramente a pezzi il cinghiale, per darne uno spicchio a ciascuno.
— Gli Dei ti proteggano, o Caio; — disse Vibenna, ammirato. — Tu possiedi la fenice dei cuochi.
— A Sibari gli avrebbero eretta una statua; — aggiunse Ventidio. — Noi dovremmo decretargli il trionfo.
— Per carità, non me lo guastate. Io l'ho già manomesso; — rispose Tizio Caio Sempronio. — Che altro potrei fare per lui? Mi mette al fuoco dugentomila sesterzi all'anno; è questo il tributo che io pago alla sua maestria.
— Vivi cent'anni, o Caio, — gridò il cuoco inchinandosi, — e conservami la tua benevolenza.
— Coi dugentomila sesterzi; — aggiunse mentalmente Postumio Floro. — Vedete un po' il mio amico Caio, come spende allegramente il suo! Se gli domandassi oggi i quarantamila che mi occorrono, per chetare quel Cerbero di Cepione! —
Il dispensiere si era fatto innanzi col Massico, altro vino che non la cedeva al Falerno, nè al Cecubo. E la regina del convito appagò il desiderio di Marco Giunio Ventidio, facendo dare in tavola i trienti.
— Oh bene! — gridò Ventidio. — Beviamo dunque e celebriamo queste spume generose col verso.
— Col verso! Tu?
— Io, sì, io. Che vi credete? Che alle mie ore non sia poeta anche un Giunio Ventidio? Sentite qua:
Ben venga, amici, il Massico, E cresca la misura, Mentre gli affanni e i triboli La sorte rea matura. Quando si muoia e dove Si vada, è in grembo a Giove. Ci pensi dunque il Dio, O se ne scordi pur, come fo io; Mentre bevo al tuo nome, Febe divina dalle bionde chiome.
Versa, coppiere, il liquido Rubino profumato. Vedi? Alla prima lettera Bevo, e in un sorso è andato. Per la seconda, ratto Versa, ed io bevo.... È fatto. La terza ancor ti chiedo, E per la quarta ad implorarti io riedo. Perchè sì breve ha il nome Febe divina dalle bionde chiome?
— Ma bene! Egregiamente! — gridò Caio Sempronio. — Tu rubi l'arte a Numeriano.
— E mira anche a rubargli dell'altro: — soggiunse Vibenna.
— Dell'altro? Che cosa?
— Il cuore della mia vicina e sua, che va troppo spesso con gli occhi verso il nostro poeta. —
Febe si fece rossa in volto come una fragola. Anche Numeriano arrossì, ma non per la stessa ragione di lei. Il giovine poeta pensava a tutt'altro, e dovette credere che l'amico Vibenna si prendesse giuoco di lui e di Febe.
— Difenda Numeriano la sua conquista! — disse la regina, a cui piacevano i versi. — Egli è il prediletto delle Muse.
— Sì, canti Numeriano.
— Sentiamolo; — disse Ventidio. — Ma badi, io gli contenderò la palma fino all'ultimo.... bicchiere!
Numeriano, colto così alla sprovveduta, non sapeva che pesci pigliare.
— Ma io non ho ancora detto di voler combattere; — diss'egli timidamente.
E il suo sguardo andava frattanto più oltre, verso la spalliera del letto di mezzo, donde si sentiva venire incontro come un'aria di temporale. La dea c'era; perchè non ci sarebbe stata la nuvola?
— O Numeriano, che vuol dir ciò? — chiese Vibenna. — Ti spaventa il competitore? E non t'incuora nemmeno la speranza del premio?
— Amici, — rispose Numeriano, — perdonate al pusillanime che vi confessa la sua codardia. Mi dò per vinto.
— Senza scendere in campo?
— Senza scendere in campo; e griderò volentieri un evviva a Marco Giunio Ventidio. —
La più parte dei commensali erano per menar buona a Numeriano la sua ritirata. Ma c'era la dea nella nuvola, e non poteva mancare la folgore. _Intonuit laevum._
— Come? Non bastano ad inspirarti gli sguardi soavi di Febe? — chiese con ironico accento la bella e severa Delia, che aveva notato le occhiate della sua bionda compagna a Numeriano, anche prima dell'osservazione maliziosa di Elio Vibenna. — Così poco potere ha la donna sul prediletto delle Muse?
— Anche tu! — esclamò Numeriano, ferito da quel sarcasmo, che non credeva di aver meritato. — Anche tu! Ah, per Apolline, io sono calunniato. E non son donne le Muse? — Ed io potrei macchiarmi di così nera ingratitudine, dimenticando che la donna è la regina dei cuori, come lo è oggi del nostro convito? —
Il lusinghiero accenno propiziò a Numeriano il cuore di Lalage.
— Bene! — diss'ella. — Cantaci dunque il regno della donna.
— Lo canterò, — rispose Numeriano, dopo un istante di pausa, in cui parve misurare le sue forze, — lo canterò, a confusione di chi non intende il mio cuore. —
E chiesta l'ispirazione al biondo Iddio, Numeriano incominciò:
Forma soave e splendida, Anco ai celesti piaci, Leda, Latona, o Danae, Hai del Tonante i baci. Nè t'amerà il poeta Che anela al sacro monte? Amor di carmi è fonte; Fonte d'amor sei tu. Per te il solingo genio Beato od infelice. Te chiede inspiratrice, Più desiata meta Quanto superba più.
Qual, de' mortali a strazio, Chiuse nel cor più gelo, Di lei che al Dio de' numeri Nacque sorella in Delo? Delle bellezze avare Seppe Atteon lo sdegno, Che, fatto a' veltri segno, Indarno supplicò. Ma Endimione inconscia Fe' d'Atteon vendetta, E là del Latmo in vetta La nube tutelare I divi amor celò.
Cinzia, Diana, o Delia, Qual più nomarti hai caro, Del cacciatore improvvido Mi serbi il fato amaro? O me, già fuor di spene, Ora più lieta attende? De' tuoi rigor l'emende Lice sperare a me? Non l'osa ormai l'assiduo Dolore ai danni esperto; E nulla chiedo e il serto Rapito all'Ippocrene, Bella, consacro a te.
Solo retaggio ed umile, È pure il mio tesoro. Poeta tuo, dimentico Ogni più verde alloro. Te salutar regina È più sicuro orgoglio Che i fasci in Campidoglio Ed il trionfo ambir. Ciò basti a cui s'inchinano I vinti Medi e i Parti; A me sol giovi amarti, E a' piedi tuoi, divina, Procombere e servir.
— Bene! per gli Dei immortali! — gridò Tizio Caio Sempronio, profondamente commosso. — Diana o Delia che sia, questa donna è adorata in forma solenne!
— Senti, Delia; — disse la regina del convito. — Tu sei debitrice d'un bacio a Numeriano. O in premio ai suoi versi leggiadri, o in penitenza di un falso giudizio, a tua scelta.
— Di che mi punite? — domandò la bella sdegnosa. — Di aver costretto il poeta a cantare? Lodatemi, invece, perchè l'ode è riuscita degna di Valerio Catullo.
— Questo paragone vai forse un bacio; — entrò a dire Ventidio.
— Non per me; — rispose prontamente Numeriano. — Del resto, io l'accetto come uno scherzo di quelle labbra, che fanno parer bello il sarcasmo. Valerio Catullo è un gran poeta, ed io sono uno scolaretto. —
Quella di Numeriano era onestà, rara anche allora per un alunno delle Muse. Ma pensate, o lettori, che Numeriano era giovane, e non aveva anche imparato a lasciar correre tutti i giudizii che potessero nuocere ai suoi fratelli in Apolline e far comodo a lui.
Intanto che gl'innamorati si bisticciano (poichè, già lo avrete capito, Numeriano è invaghito di Delia ed ella lo sa da un bel pezzo), non dimentichiamo le ultime fasi della cena.
I servi avevano portato via la mensa ed erano andati attorno coi catini d'argento e cogli asciugamani, perchè i convitati ripulissero le forchette, date a loro dalla madre natura, e tali perciò da non potersi portar via sudicie, per rigovernarle in cucina.
Ciò fatto, a suon di cetre e di flauti, venne in mezzo al triclinio la seconda mensa, bella a vedersi per la sua lastra di legno prezioso intarsiato d'avorio e di tartaruga, con fregi d'argento, che ricorrevano eziandio sul piede, riccamente intagliato.
Sulla seconda mensa erano già imbanditi i confetti, i dolciumi, le torte di cotognato ed ogni generazione di frutte serbevoli. Non mancavano tuttavia le frutte fresche, quantunque si fosse alle calende di aprile. L'Africa e la Sicilia erano gli orti suburbani di Roma. E qual è lo scolare di umanità che non ricorda i fichi d'Africa, portati dal fiero Catone in Senato, come il più fresco degli argomenti a conforto del suo eterno: _Delenda Carthago_?
Intanto si seguitava a bere. Le anfore si succedevano e non si rassomigliavano; e i discorsi neppure; anzi, questi assai meno delle anfore. Parlavano tutti, e bevevano a lor posta, senza aspettare i comandi della regina. La quale, del resto, non avrebbe saputo più darne, incalzata com'era dalle fervide orazioni di Postumio Floro, che affogava nelle proteste d'amore il ricordo dei quarantamila sesterzi di cui era debitore all'usuraio Cepione.
Tra Ventidio, che criticava ad alta voce tutti i poeti del tempo, e Vibenna che incominciava ad annaspare, come uomo che caschi dal sonno, Febe taceva, pensando a Numeriano, che mostrava di non pregiare i suoi vezzi e di non intendere le sue languide occhiate. Glicera, dolce come il suo nome, aiutava Caio Sempronio a ravviare la conversazione, che procedeva a sbalzi, ad urti, a sbrendoli, come era naturale in quell'ora. Delia, più padrona di sè che non fossero gli altri, si schermiva destramente in quella guerra di parole, prodiga d'arguzie e sorrisi a tutti, fuorchè al suo poeta, al povero Numeriano, che non sapeva distogliere lo sguardo da lei.
La cena finiva, come tutte le cene dei nostri vecchi Romani, in una gran confusione. Qualcheduno dei commensali aveva già provato ad alzarsi, o perchè avesse il braccio indolenzito, o perchè volesse sperimentare le sue gambe. E alle lacune avevano tenuto dietro i cangiamenti di posto. Ventidio, sfortunato con Febe, era andato a chiacchierare più da vicino col padrone di casa, e Numeriano si era trovato, senza avvedersene, all'altro capo del triclinio, col gomito timidamente appoggiato sulla spalliera del letto di mezzo, accanto al guanciale di Delia.
— Poeta, — gli diceva la bella sdegnosa, rispondendo ad un inno in prosa che egli le aveva bisbigliato all'orecchio, — tu piaci alle Muse, ma io ti consiglio di ottenere anche i sorrisi di Pluto. —
A quella frecciata che lo coglieva in pieno, il povero Numeriano impallidì.
— Hai ragione; — diss'egli poscia. — Ma è colpa mia se non son ricco? E mi accuserai tu, — soggiunse, prevedendo ciò ch'ella avrebbe potuto rispondergli, — se i miei occhi ti trovano bellissima tra le belle e il mio cuore sente il bisogno di dirtelo? Si può amarti, o Delia, anche senza aver le ricchezze.... o i debiti di Giulio Cesare.
— Ed io non chiedo tanto; — replicò sorridendo la greca. — I miei gusti sono più modesti che tu non creda. Abborro questo sfarzo dei tuoi concittadini, questo lusso mostruoso che rasenta la follia. Ero nata per vivere come una giovine e mite sacerdotessa, nel tempio d'una Dea....
— Che tu avresti fatta morire d'invidia; — interruppe Numeriano.
— Se una Dea potesse morire; — notò Delia, che le lusinghiere parole del giovane avevano rabbonita. — Ma infine, anche a voler fare la vita dei pastori di Teocrito, ci vuol sempre il bosco, l'orto e la casa. Non hai pensato a questo, o poeta?
— È vero: — disse Numeriano, chinando la fronte. — Ma se tu mi lasci sperare, l'idillio avrà la sua scena e la colomba il suo nido. —
CAPITOLO IV.
L'amico si conosce alla prova.
Numeriano prometteva nel modo usato da certi animi deboli, che buttano le parole innanzi, per aggrapparvisi poi, e per trovare nell'obbligo di fare una data cosa lo stimolo sufficiente alla loro irresolutezza.
Non operò diverso quel capitano, di cui non rammento più il nome, che gittò il fodero della spada nelle file nemiche, per procacciare a sè stesso e ai suoi soldati la necessità di andarlo a raccogliere.
Ora il nostro Publio Cinzio Numeriano aveva promesso, con tutto il desiderio, ma senza la certezza dell'attendere. Una speranza lo sosteneva; quella di avere il consiglio e l'aiuto (anzi, più l'aiuto che il consiglio) di Tizio Caio Sempronio.
Certo, se qualcheduno poteva dare una mano in quel frangente al nostro innamorato, quegli era Tizio Caio, che passava per uno dei più facoltosi cavalieri di Roma e che amava molto il poeta Numeriano. Forse, gli esempi di ciò che sperava, mancavano tuttavia. Mecenate era fanciullo, nè ancora aveva regalato ad Orazio Flacco un podere nella Sabina, nè fatto restituire a Virgilio Marone il suo campo avito sul Mantovano. Ma il patronato letterario era già negli usi romani, fin dai tempi di Scipione Africano e di Lelio. L'amico di Numeriano era ricco e di buon cuore; poc'anzi aveva detto parole, che a Numeriano erano tornate più dolci del miele; non c'era altri che lui per intenderlo, altri che lui per soccorrerlo.
Caldo di quel disegno che gli era balenato alla mente, Numeriano cercò degli occhi il padrone di casa. Tizio Caio Sempronio non era più nel triclinio; ma, dalla cortina rialzata, si poteva vederlo poco lunge, appoggiato da una colonna del peristilio.
— Andiamo; — disse Numeriano tra sè. — L'occasione è propizia, e questa è forse una ispirazione di Venere. Tizio Caio, tu sarai la tavola di salvezza di quest'altro Simonide. —
Così pensando, uscì dal triclinio, per accostarsi al suo protettore. Ma, giunto appena sul limitare, vide ciò che il lembo della cortina non gli aveva consentito a tutta prima di scorgere. Tizio Caio Sempronio dava udienza a Postumio Floro, e il colloquio, proseguito sotto voce, appariva molto confidenziale.
Numeriano, prudentissimo giovane, tornò frettolosamente indietro, per aspettare a muoversi da capo, quando vedesse rientrare Postumio.
— Sì, — diceva intanto quest'ultimo a Tizio Caio Sempronio, — mi trovo ad un brutto passo. L'usuraio Cepione non mi dà requie. Sono citato davanti al pretore per le none di questo mese e farò una trista figura. Tutto per quarantamila sesterzi... una miseria; non pare anche a te?
— Sicuro, — rispose Caio Sempronio; — una vera miseria! —
Lettori, date anche voi ragione a Postumio. Infatti, che cos'era il sesterzio? Potreste insegnarlo a me; una moneta del valore di due assi e mezzo, la quarta parte d'un denaro d'argento, e corrispondeva a ventiquattro centesimi e dieci millesimi della moneta odierna. Nei primi secoli di Roma il sesterzio era coniato in argento, ma più tardi lo si era fatto d'oricalco, che è come a dire una bellissima qualità di ottone. Diciamo dunque che Postumio aveva bisogno di quarantamila sesterzi, poco meno di diecimila lire. Che cosa sono diecimila lire? Una miseria per Tizio Caio Sempronio, che era ricco, e per Postumio Floro, che non le aveva lui, ma che contava di trovarle nei forzieri dell'amico.
Caio Sempronio stette a pensare un pochino. Diecimila lire sono una miseria, certamente, ma una miseria che non si porta in tasca, neanche ai dì nostri, che si ha il vantaggio inestimabile del portafogli e della carta monetata. Bisognava dunque parlare all'arcario, servo o liberto, che teneva i conti e soprintendeva alle entrate e alle spese della famiglia. Ora il dover parlare di queste cose all'arcario, è sempre stata una noia non lieve, anche ai tempi e con la beata tranquillità di Tizio Caio Sempronio.
Ma l'amicizia non ha forse i suoi dritti? Che cosa vale il danaro a paragone dell'amico? Non è l'amico una continuazione di noi medesimi, un compartecipe di tutti i nostri diritti, quantunque non lo sia, e non lo voglia essere, di tutte le nostre servitù? L'uomo non vive dell'uomo, come il lupo del lupo? almeno, quando non ci ha di meglio per servire al suo pasto?
Queste ed altre considerazioni di tal fatta si succedettero nella mente del cavaliere, e la sua risoluzione fu pronta.
— Quando ti occorrono? — chiese egli a Postumio.
— Te l'ho detto, in questi giorni. Alle none di aprile dovrei essere chiamato in giudizio e correre per le bocche di tutta Roma. Vedi che guaio! —
Le none cadevano al cinque d'aprile; c'erano dunque appena quattro giorni di tempo.
— Orbene, disse Caio Sempronio, — passa domani da me.
— A che ora?
— Sul meriggio; vedrò di servirti. —
Postumio Floro fece l'atto di gettargli le braccia al collo.
— Oh Caio! oh amico impareggiabile!