Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 19
Piramo, dopo aver data al prigioniero un'occhiata d'intelligenza, s'inginocchiò, e, presa la catena dalle mani d'uno de' suoi compagni, ne adattò un anello alla gamba del paziente.
Cepione seguiva attentamente degli occhi il lavorìo di Piramo.
— Che m'andavi tu cantando del Dio Saturno? — gridò egli, com'ebbe visto l'anello. — Quei cerchi son troppo larghi.
— Non mi pare; — rispose il fabbroferraio.
— Ti dico che son troppo larghi per quelle due tibie, e lo sarebbero anche pe' miei polpacci.
— Tu vuoi scherzare, nobilissimo Cepione; — disse Piramo, che fino allora non aveva tralasciato di ammiccare al prigioniero, sperando che volesse capirlo. — Vedi tu stesso, se la cosa è possibile. —
Così dicendo, tolse l'anello dal piede di Caio Sempronio, e lo adattò alla gamba di Cepione.
— Vedi? — gridò questi con aria di trionfo. — Cresce almeno sei dita.
— Non si tratta d'altro? Eccoti come si rimedia; — rispose il finto fabbro.
E presa una tanaglia, strinse e rivoltò i capi dell'anello di ferro in tal guisa che questo gli andò come se fosse stato fatto a bella posta per lui.
— A noi, ora; — gridò Piramo, scoprendo il suo giuoco.
E preso per un braccio il nostro cavaliere, che stava guardando tutti e tutto con aria melensa, lo spinse fuori della camera. In pari tempo appoggiava una pedata al Trappola, che non aspettò la seconda, e trovò più comodo di ruzzolare in un canto.
L'altro servo dell'argentario era già andato via. Aveva accompagnato laggiù il fabbroferraio e non gli era parso necessario di restare.
Caio Sempronio indovinò finalmente che cosa si volesse da lui. Infilò la scala, seguito da Piramo e dai suoi bravi compagni; giunse nell'atrio, dov'erano sparsi in parecchi gruppi i convitati di Cepione, e, dati due o tre spintoni a dritta e a manca, sguizzò dal pròtiro sulla pubblica via, prima che i caduti avessero potuto rimettersi in gambe, e tutti gli altri rinvenire dallo stupore.
— Ah, furfanti! Ah, scellerati! Abbrancateli! Non lasciate uscir nessuno! —
Così gridava Cepione. E già si era mosso per correr dietro ai fuggiaschi. Ma una catena di trenta libbre (perchè in ciò il fabbro lo aveva servito a dovere) non si porta così facilmente da nessuno che voglia correre, e molto meno quando si è alzato un po' il gomito. Il degno argentario si era a mala pena avveduto di quell'impedimento, che la catena gli s'intralciava fra le gambe, ed egli cadeva bocconi davanti all'uscio del sotterraneo.
Il tonfo di quell'otre disteso ebbe le conseguenze che doveva avere. Non mi dilungherò in una descrizione poco piacevole; dirò invece, aiutandomi con una perifrasi, che quel tonfo gli levò un peso dallo stomaco, se non al tutto i fumi dal capo.
Poco lunge da Cepione era caduto il Trappola, e per quella causa impellente che sapete. Il poveraccio, udito il rumore della tombolata e tutto il restante che per brevità si omette, si alzò come potè, e pesto, indolenzito, sconcertato da quella inaspettata catastrofe, andò ad aiutare il padrone.
— No, lasciami stare! — balbettò Cepione con voce soffocata dalla rabbia e da tutto il restante che ho detto. — Corri nell'atrio anche tu! Fermate il prigioniero e gli siano distese sessanta vergate sulla schiena.
— Il prigioniero! Sì, piglialo! — pensò il Trappola, muovendo verso la scala. — A quest'ora è già fuori dell'uscio. Basta, egli mi manda ed io vado. Il sapore delle pedate non era buono di certo; ma l'odore del vino che ritorna alla luce è di gran lunga peggiore.
— Sessanta vergate sulla schiena! — ripeteva intanto Cepione, mentre tentava di rialzarsi e andava brancolando nel sudiciume. — Ed altrettante ai suoi compagni, prima di metterli in croce! Oh, me la pagheranno, me la pagheranno! Vedete che audacia! Farla a me, a Servilio Cepione! E il fabbroferraio, che era di balla con questo bel mobile! Ah, per l'Averno, se mi capita nelle unghie!... —
Tutto ciò borbottato, gorgogliato a intervalli, si capisce, ed anche frammisto alle spume ingenerose che gli fiottavano dalle labbra. Se lo aveste veduto, quant'era brutto! Clodia Metella, anima nera, se vogliamo, ma donnina di garbo, avrebbe inorridito senz'altro.
Finalmente, mandati dal Trappola, che reputava più salubre di correre sull'orme del fuggiasco scesero nel sotterraneo gli altri servi della casa e trascinarono fuori l'impiastricciato padrone, con la sua catena ai piedi, non potuta levare lì per lì. La brigata dei commensali, che abbiamo lasciata nell'atrio, era tutta sossopra dallo spavento, per aver veduto sbucar fuori e fuggire, non senza distribuzione di busse, quel branco di fuligginosi Ciclopi; ma l'apparizione del vecchio argentario, di quella balla di cenci da mandare al bucato, mutò l'indirizzo e fece dare tutti gli astanti in uno scoppio di risa. Che farci? Il riso è contagioso, e i bricconi non sentono compassione; neanche del proprio simile, che è tutto dire!
A quelle inaspettate accoglienze, Sileno andò su tutte le furie. Guardò intorno e capì che il prigioniero era fuggito. Anche il Trappola, tornato allora dal pròtiro, gli confermò la cosa con la sua aria ingrullita. Fece per saltare addosso ai servi, poi si volse furibondo ai commensali, che seguitavano a ridere; ma le forze gli vennero meno, torse gli occhi, digrignò i denti, e stramazzò privo di sentimento sul musaico dell'atrio.
Finalmente, dopo tanti che gliene avevano augurati in sua vita, gliene capitava uno! Ma, pur troppo, non fu di quelli a ferraiuolo. Giove ottimo massimo non suol dare di queste soddisfazioni alla virtù sulla terra. Si mandò pel medico, e due dozzine di mignatte non ischifarono di succhiare il suo sangue. Lettori, compiangiamo quelle povere bestie.
E ritorniamo a Caio Sempronio; se no, ci pianta lì, come Olimpia sullo scoglio, e chi lo raggiunge è bravo.
Uscito sul margine della strada, aveva seguito Piramo, come un fanciullo seguirebbe la madre. Infatti il suo fedele ostiario lo aveva preso per mano, e, giunto alla svolta dell'isola, si ficcava in un vicolo, mentre i compagni loro scantonavano lesti, chi da una parte e chi da un'altra, senza aspettare il comando.
Il nostro cavaliere camminò un dugento passi a quel modo, senza far parola, chè non era tempo da chiacchiere. In fondo al vicolo stavano due cavalli bardati. Piramo si fermò; il ragazzo, che teneva i cornipedi per le redini, si fece avanti; Caio Sempronio capì a volo, e d'un balzo fu in sella.
— E adesso, padrone, al galoppo! — disse Piramo, che lo aveva prontamente imitato.
— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse da lei?
— No; ella si comprometterebbe e tu potresti essere ripreso da un momento all'altro. Del resto, la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove andiamo a far capo. —
Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo punto lasciarono i cavalli ed entrarono in una casa di modesta apparenza, dove Piramo si levò quella fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. Ciò fatto, uscirono da una postierla che dava su di una viottola campestre, e con passo spedito si allontanarono dalla parte di settentrione, per andare a cercare la via Tiburtina.
Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in una sua villa, dove nessuno avrebbe argomentato che andasse, a stagione tanto inoltrata. Quando vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno di gratitudine per lei, la bella matrona divenne più pallida del solito, e si lasciò cadere, sfinita dalla commozione e dall'eccesso della gioia, sul lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena a quel povero affamato.
— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di lei. — Ti son debitore della luce, dell'aria, della libertà, della vita, insomma. E in qual modo sei riuscita a salvarmi?
— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose la bella matrona, reprimendo un sospiro. — Egli ha ceduto alle mie preghiere e prestato mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse ella, vedendo che la fronte del nostro cavaliere si andava rannuvolando. — Attendi a ristorar le tue forze, e poi, scambio di riandare il passato, provvederemo al futuro. —
CAPITOLO XXV.
Chi ha avuto ha avuto.
Erano passati trenta giorni dalla condanna di Tizio Caio Sempronio e dalla sua consegna legale in mano dei creditori. Il termine cadeva proprio in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore Marco Rutilio Cordo sedeva maestoso in tribunale, attorniato dai littori ed intento ad amministrare la giustizia.
Cause di molta importanza non ce n'erano, quel giorno; nessun oratore di grido aveva a sfoderare le armi della sua invitta eloquenza. Eppure, quel giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del solito, perchè i creditori di Tizio Caio Sempronio, del più bello, del più elegante tra i cavalieri di Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti ai pretore, e annunziare ad alta voce la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà.
Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava per vedere le facce malinconiche dei tre creditori, essendo noto a tutta Roma il fatto della fuga di Tizio Caio Sempronio.
Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! I littori lo avevano cercato per ogni dove; ma fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva darsene pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle sue bizze, era trascorso ad accusare il console Sulpicio Rufo di connivenza nel colpo di mano, imputato da lui e da Clodia Metella all'amore di Giunia Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto in certe cose, non ci sono che i nemici e le donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore; queste non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del senso è in loro una seconda natura.
Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, contenta che avessero dato nel segno. Ma il console Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni di lei per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, gli aveva data una strappazzata coi fiocchi. Badasse a' casi suoi, tenesse la lingua tra i denti; se no, povero a lui! E il nostro Cepione, quantunque di mala voglia, si era inchinato, aspettando il giorno dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, in compagnia de' suoi sozii, egli e loro con un pugno di mosche.
Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo uomo Marco Rutilio Cordo stava sulla sua sedia curule, rendendo giustizia e accomodando in bella guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero davanti al tribunale i tre usurai.
— Che cosa volete? — domandò.
— Pretore, ti chiediamo giustizia.
— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi lagnate?
— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu ci hai dato nelle mani il nostro debitore Tizio Caio Sempronio....
— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per intero il suo debito. Lo avete portato via a buon dritto ed io spero che lo avrete nutrito secondo la legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a sue spese.
— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo Lamia. — Lo stesso giorno che tu ce lo hai consegnato, il prigioniero è fuggito.
— Fuggito?
— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma lo sa?
— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io qui non debbo sapere se non quello che consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E voi ve lo siete lasciato sguizzar di mano?
— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno tradimento! Egli non può esser fuggito senza la connivenza di qualcheduno.
— Accusate, e vedremo; — disse il pretore.
— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava la minaccia del console, e voleva pur dire qualcosa; — i complici son troppo alti e potenti. —
Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro.
— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in Roma, davanti alla maestà delle leggi. Parlate dunque, accusate liberamente. Vi avverto, per altro, — soggiunse, con accento severo, — che le mezze accuse non giovano, ed io vi farei costar care le false. —
Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi colleghi, più prudenti, lo tirarono per un lembo della toga.
— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli bisbigliarono all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore non ischerza. —
Cepione li chetò con un gesto della mano, che voleva dire: ho capito. E abbassando il tono, ripigliò:
— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che cosa ci rimane, se il debitore è sfumato? Il suo nome nella tua sentenza! In verità, è troppo poco.
— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, soddisfatto di vederli calare. — Ma non son io che vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate farlo in tre pezzi?
— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono le patrie leggi.
— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, senza pregiudizio del vostro diritto su tutto quel più che potrà ritornarvi in balìa. A te, Crispo Lamia, sérviti pel primo, quantunque tu non sia il maggior creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A te, Servilio Cepione, prenditi Caio, il nome gentilizio. E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane, Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate dividere in tre; vi accordo il taglio, vi assegno le porzioni; non se ne parli più altro. —
Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, che qualche volta amava far la burletta, vizio che è rimasto e s'è perpetuato presso tutti i giudici della terra, a rendere manco noiose le lunghe ore d'udienza!
Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la sentenza del pretore. Quando la voce fu passata di fila in fila, per modo che ne fossero informati i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per tutti i chiassi dell'eterna città. Le aquile e i corvi, frequentatori assidui dei sette colli, passando a volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando tra sè per qual ragione fosse uscito dalla sua serietà il popolo più grave e più contegnoso dei mondo.
La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là senza pretensione e così per mandare a spasso quei tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori, e passò in proverbio la divisione di un nome in tre parti. Tizio Caio e Sempronio restarono separati e per sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio, ed altri, che erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio ha dato a Caio; Caio ha negato a Sempronio; e avanti di questo passo, fino al tempo nostro, che tramanderà l'usanza ai venturi.
Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo d'archeologia romana, e voi siete capaci, non che di rendermi grazie, di non prestar fede alle mie trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, ed io mi rassegno.
Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e dove andasse a finire il giovinetto, a cui era toccata quella burlesca _diminutio capitis_. Ed ecco, è per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in tutti i bugigattoli della storia, e non ho trovato un bel nulla.
Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di Elvio Sillano (quel valentuomo che sapete, e reputato degno di entrare in paragone con un eroe della Grecia), che la bella Giunia Sillana era molto tranquilla. Segno evidente che l'amico doveva star bene e che si adattava di buona voglia alla necessità di conservare l'incognito.
Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia Metella. Le due matrone non si erano più visitate, nè incontrate per via, dopo la stagione delle bagnature nel golfo di Neapoli.
Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. Ma l'altra le andò incontro difilata, e col più amabile dei sorrisi sul labbro. Dicono i pratici che le signore donne ci abbiano sempre questo sorriso in mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina a qualche amica del cuore.
— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo amorevolmente le mani dell'amica, — come stai? Non ti si vede più.
— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente Giunia Sillana.
— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! Dimmi, a proposito, che cos'è avvenuto di quel leggiadro cavaliere?.....
— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia Sillana, seccata dall'intenzione sarcastica di quel modo avverbiale che aveva usato Clodia Metella.
— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir proprio il suo nome. Dicono che sia andato all'esercito di Cesare.
— Sarà vero.
— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma e che viva nascosto in una tua villa.
— Sarà vero anche questo. —
Tanta imperturbabilità era piuttosto singolare, e Clodia si morse le labbra dal dispetto.
— Dunque, mia bellissima, tu conservi il segreto. Non ci sarà verso di cavarti nulla di bocca?
— Perchè dici questo? Ho anzi un'imbasciata per te; — rispose Giunia Sillana.
— Da lui?
— Sicuramente, da lui.
— Oh Venere madre! e sei stata così buona....
— Da incaricarmene, certamente. Povero giovane, è così gentile d'animo e memore delle sue vecchie amicizie! Egli m'ha detto di consigliarti in suo nome l'uso quotidiano e abbondante dell'acqua di Cosmo. Servilio Cepione si lava così poco, e lascia un odore così cattivo su tutto ciò ch'egli tocca! —
La botta era andata al cuore. Clodia Metella perdette il lume degli occhi.
— Mi pagherai questo affronto, faccia di verderame! — sibilò essa, con voce soffocata dalla rabbia.
Giunia Sillana non si commosse punto, nè alla minaccia, nè all'insulto.
— Io non ti temo; — rispose; — tutta Roma sa chi tu sei, quadrantaria! Del resto meglio esser verdi, che impiastricciate di medicamenti letali. Si narra che Metello Celere, il tuo povero marito, per averti baciata sulle guance, sia morto. —
In questa guisa le due matrone si separarono, sorridendosi a vicenda, mentre i loro servi si tenevano ad una rispettosa distanza.
Giunia Sillana non aveva certamente a temer nulla dallo sdegno di Clodia. Elvio Sillano era del partito di Cesare, che trionfava, e Clodia Metella doveva appiccar la voglia all'arpione. Del resto, era andata maledettamente giù, la quadrantaria. E vennero presto le rughe e si dileguarono ad uno ad uno gli amanti.
Servilio Cepione, sempre più adiposo e rosso scarlatto nel grugno come i bargigli d'un tacchino, un bel dì fu trovato morto nel suo letto. Quella volta gli era capitato per davvero, e furono esauditi i voti ardentissimi di tanti cittadini, che glieli auguravano a secco. I suoi colleghi delle Botteghe Vecchie gli fecero un funerale magnifico, accompagnato dalle imprecazioni di tutti i sette colli. Ma pur troppo, nella fretta, dimenticarono di mettergli in bocca la moneta per pagare il suo passaggio a Caronte, ed io credo che il mascalzone, con tutte le sue ricchezze, non abbia ancora potuto mettersi in barca.
Mi domanderete di Cinzio Numeriano. Il bel poeta non fece più versi, che raccomandassero il suo nome alla posterità. Dopo tante liete impromesse! Ma pur troppo è così; la Musa non vuol rivali, e pianta lì, senza tanti complimenti, chi non sa essere tutto per lei. E un bel giorno lo piantò anche Delia, fuggendo in Ispagna con un pantomimo famoso.
Giunio Ventidio, Postumio Floro, Elio Vibenna.... Io spero, o lettori, che non mi domanderete notizia di tutte queste parti secondarie. Sappiate del resto, che uno dopo l'altro morirono tutti. E, senza mestieri di appurare il fatto con l'Arte di verificare le date, ho ragione di credere che sia morto anche il leggiadro eroe della mia storia, mezzo romana e mezzo di tutti i tempi e di tutti i paesi.
Se vi ha divertiti, ditelo; ma per carità non la date ad imprestito. Oltre che gli amici non vi restituirebbero il libro, voi fareste un danno all'editore.
Se poi v'ha annoiati, come temo, state zitti, per l'amor di Dio, e pensate che anche alle manifatture di questa sorte va applicato il proverbio: non tutte le ciambelle riescono col buco.
FINE.
INDICE
Capitolo I. Entra in scena l'eroe Pag. 1 » II. Il triclinio » 9 » III. Donne, vino e canzoni » 21 » IV. L'amico ei conosce alla prova » 34 » V. Amore è cieco » 48 » VI. Rose e spine » 65 » VII. Venere spogliatrice » 83 » VIII. L'attesa » 103 » IX. Duettino d'amore » 116 » X. Il terzo incomodo » 130 » XI. Il prodigo e l'avaro » 139 » XII. Nel teatro di Pompeo » 152 » XIII. Amori in vista » 162 » XIV. Le nozze di Numeriano » 180 » XV. Il ricevimento » 197 » XVI. Quod erat in fatis » 206 » XVII. Viaggio a Citera » 219 » XVIII. Luci ed ombre » 231 » XIX. Siamo agli sgoccioli » 251 » XX. Una va e l'altra viene » 268 » XXI. Pro tribunali » 279 » XXII. Sulle ventitrè e tre quarti » 292 » XXIII. Dopo la sentenza » 305 » XXIV. Un colpo di mano » 313 » XXV. Chi ha avuto ha avuto » 325
DELLO STESSO AUTORE
(_Edizioni in-16_).
Racconti e novelle (1809). _Nuova edizione_ in-16: Vol. I: Capitan Dodero, Santa Cecilia, Una notte bizzarra L. 2 — Vol. II: L'Olmo e l'Edera, Il libro nero » 3 — I Rossi e i Neri (1871). Due volumi » 7 — Val d'Olivi (1873). _Seconda edizione_ » 2 — Le confessioni di Fra Gualberto (1873). _Seconda edizione_ » 3 — Semiramide, racconto babilonese (1873). _Seconda ediz._ » 3 — La legge Oppia, commedia (1874) » 1 — Castel Gavone (1875). _Seconda edizione_ » 2 50 Come un sogno (1875). _Quarta edizione_ » 2 — La notte del commendatore (1875) » 4 — Diana degli Embriaci (1877) » 3 — Cuor di ferro e cuor d'oro (1877). _Seconda edizione_ » 5 — Lutezia (1878). Seconda edizione » 2 — La conquista d'Alessandro (1879) » 4 —
(_Edizioni in-32_).
Capitan Dodero. _Terza edizione_ L. — 50 Santa Cecilia. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 — L'Olmo e l'Edera. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 — Il libro nero. Due volumi. _Terza edizione_ » 1 —
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
End of Project Gutenberg's Tizio Caio Sempronio, by Antonio Giulio Barrili