Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 18

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Parecchi autori moderni, disputando su questo diritto di fare a spicchi un debitore insolvibile, hanno sostenuto che si trattasse soltanto d'una minaccia. Ma oltre che gli antichi scrittori la prendono tutti sul serio (e mi basterà citare Aulo Gellio, Quintiliano e Tertulliano), noto che contro l'opinione dei sullodati moderni sta anche un raffronto di questa legge con altre delle Dodici Tavole e con molte di secoli posteriori, quando il diritto romano era giunto all'apogèo.

Vediamo anzitutto le Dodici Tavole. Son puniti di morte gl'incendiarii, i falsi testimoni, i diffamatori, gli stregoni, i ladri notturni. C'è anche la legge dell'occhio per occhio e del dente per dente. «Se alcuno rompe un membro ad un altro, e non s'accomoda con lui, subisca la pena del taglione».

Andiamo avanti; il codice Teodosiano punisce di morte i debitori del fisco e tutte l'altre specie di debitori, quando per vizio di sregolatezza siano divenuti insolvibili. E Valentiniano, dal canto suo, dannava a morte tutti i debitori che per cagione di povertà non fossero in grado di pagare.

E qui, poichè m'è occorso di accennare una incerta legge Petilia Papiria, dirò che essa, se pure è autentica, risguarda soltanto una restrizione del diritto che aveva il creditore a mettere le mani addosso al debitore, prima che questa _manus injectio_ gli fosse consentita _pro judicato_, cioè a dire dopo una sentenza del pretore. Se ne ha notizia da un passo di Tito Livio, dove racconta, all'anno 428 di Roma, essendo consoli Caio Petilio e Lucio Papirio, che, vedute le sevizie di un usuraio sulla persona del giovinetto Publilio, datosi spontaneamente prigione per un debito del padre, il senato commise ai consoli di proporre al popolo una legge, per la quale nessuno fosse più tenuto nei ferri, se non lo meritasse per colpa commessa e per iscontare una pena. Livio non dice espressamente che i consoli abbiano poi proposta la legge; ma, sia pure stata proposta e vinta, essa non risguarda che un caso di cattura stragiudiziale e non infirma punto il.... Diavolo! Diavolo! O vedete un po' dove ero andato a ficcarmi!

Schiarito il punto controverso, vi dirò che il nostro povero Tizio Caio Sempronio rimase _pro judicato_ in balìa dei suoi creditori feroci, che lo trassero via pel Foro, in mezzo agli scherni, ai fischi, agli applausi e alle grida d'ogni genere, di quello che i poeti hanno chiamato «il mobil volgo».

Marco Tullio Cicerone, passata quella burrasca, se ne andò pei fatti suoi. Era un po' triste, il grand'uomo, perchè aveva preso ad amare quel giovane sventato, e perchè nella rovina di lui vedeva la mano di Clodia Metella, di quella Venere spogliatrice, che invano egli aveva svergognata pochi anni addietro, al cospetto di tutta Roma, nella memoranda difesa di Celio Rufo. Ma, dopo tutto, quella battaglia perduta era un semplice episodio nella sua vita forense; e di sconfitte ce n'erano state parecchie, tra l'altre quella recente per Annio Milone, che ancora non aveva potuta mandar giù. Ora, lo dice un proverbio latino, dov'è il più, non si tien conto del meno.

Assai più confuso e impacciato di lui, se ne andò a casa Elvio Sillano. Come avrebbe egli raccontato l'accaduto a quella brontolona di sua moglie?

Ma ella sapeva già tutto, quando il marito le capitò davanti con quella sua cera ingrullita, e gli diede un assalto così violento, che il brav'uomo si riscaldò a sua volta e trovò lì per lì una fermezza che in ogni altra occasione gli sarebbe mancata.

— Uomo senza cuore! — gridava la bella patrizia inviperita. — Per colpa tua egli è ora in mano a quei tristi, che lo tormenteranno.... lo uccideranno....

— Oh questo poi! — interruppe Elvio Sillano. — Lo venderanno, ecco tutto; e noi lo compreremo.... se pure vorranno calare un tantino i prezzi, e non domandarne un milione di sesterzi. Quanto ad ucciderlo, che tornaconto ci avrebbero?

— Per vendetta si può fare di peggio; — rispose la moglie. — Tu sai che Cepione era geloso di lui. Fino a tanto che ha avuto da spennacchiare, non ha fiatato; anzi è corso negl'imprestiti un poco più in là del bisogno, tanto per averlo in suo potere. E grazie a te, gli è riuscita.

— Ma infine, ragioniamo; dovevo io mettere a repentaglio una metà, un terzo delle mie sostanze, per accomodare i pasticci d'uno sventato, che conoscevo a mala pena da due mesi? —

Giunia Sillana diede al marito un'occhiata di profonda commiserazione.

— Tu sei un codardo, o Elvio. Non hai capito che Caio Sempronio è uno di quegli uomini che non cascano per sempre, e che c'è vantaggio a dar loro una mano. Ora egli, per la tua sciocca paura, perde la fama e la libertà. Clodia Metella vuol ridere saporitamente di lui... e di noi! Ah, quanto mi sarebbe più caro che tu fossi stato meno liberale in altre cose con me! Quella villa a Pompeia! Quella schiava di Mileto pel mio giorno natalizio!....

— Tutte cose che costavano assai meno, mia bella; — rispose Elvio Sillano; — ed io potevo regalartele, senza pericolo di andare in rovina. —

Giunia Sillana si avvide che da quella parte non c'era più nulla da fare, e lasciò di rammaricarsi. Un'ora dopo, la bella matrona usciva di casa, dopo aver fatta annunziare la sua visita al console Sulpizio Rufo. E non è a dire come l'egregio uomo si rallegrasse di quella inaspettata ventura.

CAPITOLO XXIII.

Dopo la sentenza.

Abbiamo lasciato il nostro eroe sotto il peso della sentenza pretoria, e non ci siamo neanche fermati a dire con che animo l'avesse accolta. Ma questo s'immagina facilmente. Caio Sempronio era andato al Foro con poca speranza di vincere, ma quella poca gli bastava per non prevedere un colpo così grave. E mentre sperava che l'eloquenza di Cicerone facesse condannare i suoi creditori come usurai, o che almeno il suo amico Elvio Sillano volesse offrirsi mallevadore per lui, ecco, gli capitava tra capo e collo la mazzata, si sentiva ghermito dalle luride mani di Servilio Cepione e dei suoi brutti colleghi.

A quel tocco improvviso si scosse, e un senso di paura gli scorse per tutte le fibre. Ma in pari tempo gli sovvenne che era in un luogo pubblico, al cospetto di mille, e rialzò fieramente la testa, come per far fronte al destino con la dignità del silenzio. Era la mano di Cepione, quella che si era posata sulle sue spalle; ma egli sentì la mano di Clodia Metella, di Clodia Metella, che oramai gli appariva ciò che veramente era, un vile strumento degli argentarii. Forse era da credersi che quella Venere spogliatrice gli avesse voluto un po' di bene, in mezzo a tutti gli artifizi che le erano comandati dal suo mestiere di adescatrice, e che ciò avesse destato la gelosia di Cepione; altrimenti, non si sarebbe potuto spiegare l'accanimento dell'usuraio contro di lui.

Come mai era penetrato l'amore in quella montagna di carne? Caio Sempronio ci perdeva il filo. Forse non era amore, quello di Cepione, ma vanità offesa, che è peggio. Comunque fosse, il povero Caio Sempronio era diventato lo schiavo, l'_addictus_ di quell'uomo e de' suoi due prestanomi.

E andando in mezzo a loro, pensava con raccapriccio al futuro. Chi lo avrebbe riscattato dalle loro mani per una somma così ragguardevole, come quella che formava lo scoperto de' suoi debiti? Valeva egli il sacrifizio d'un milione di sesterzi? E avrebbe trovato l'amico compassionevole, o il matto, che si scomodasse a tal segno per lui?

Il nostro povero cavaliere si vedeva già fatto a spicchi. Le Dodici Tavole parlavano chiaro. «Se più saranno i creditori (e questo era proprio il suo caso), scorso il terzo giorno dei mercati, lo facciano in pezzi; se qualcheduno ne tagliasse più o meno, non sia incolpato di frode.»

Tre spicchi, adunque, perchè i creditori erano tre. Questa la prospettiva, e non c'era mica da scherzare. Al nostro prigioniero tornava in mente quel certo pugillare di Clodia Metella, dal quale aveva avuto principio la loro relazione. «Stimo te grandemente, nè l'ho taciuto in alcuna occasione; fors'anco sarà giunto alle tue orecchie. Alle mie è giunto un sogno, niente più d'un sogno; ma tu sai quanta fede debba prestarsi a questi avvertimenti del cielo. Una mia schiava prediletta ha sognato di te, che eri fatto in tre pezzi da uomini assetati del tuo sangue. Ho tremato in udire il racconto della sua visione, e non ho potuto resistere al desiderio, nè voluto sottrarmi all'obbligo di avvisarti. Chiedi ai matematici, e godi le prospere Megalesi; è il mio voto.»

Caio Sempronio era superstizioso come tutti gli antichi Romani. I lettori rammentano che, appena ricevuto lo strano viglietto di Clodia Metella, egli aveva interpretato il sogno col fatto dei tre amici, che volevano danari da lui. E certo, allora come allora, la spiegazione poteva bastare. Ma adesso, che tristo lume non riceveva il sogno dalla sentenza di Marco Rutilio Cordo? O non si sarebbe detto che quel sogno era una profezia, da dar dei punti ai famosi libri della Sibilla?

Alla Sibilla ci penso io, raccontando. Ma non ci pensava di sicuro il nostro povero eroe, che aveva ben altro pel capo. Uscì dal Foro, sempre in mezzo ai suoi argentarii e ad una caterva dei loro clienti, con la fronte alta, guardando tutti e nessuno, e senza che l'animo partecipasse alle impressioni della vista.

Così in confuso gli parve che alla prima cantonata Cepione lo avesse lasciato, raccomandandolo a qualcheduno, ma non ci badò più che tanto. Andava con la corrente, dove lo portavano i gomiti dei suoi vicini, e non ritornò alla coscienza di sè medesimo se non quando si trovò nell'atrio d'una casa, che non era la sua, ma quella del suo capitale nemico.

Due servi, facce proibite come il loro padrone, lo presero per le braccia e lo condussero in una camera sotterranea, che in altri tempi doveva aver servito da cantina, e il cui finestrino, munito di sbarre di ferro, prendeva lume dal vano del peristilio. Là dentro fu chiuso. Poco stante gli portarono una brocca d'acqua e una focaccia di farina, del peso d'una libbra. Cepione faceva ogni cosa secondo la legge.

C'era buio là dentro, e a tutta prima il nostro prigioniero non ci si raccapezzava. Ma avvezzando gli occhi a poco a poco, vide contro la parete una specie di rialzo, come un letto di fabbrica, che poteva anche, e più facilmente, essere stato un ripiano per collocarvi due o tre botti di fila. Comunque fosse, quello doveva essere il suo letto. Onesto Cepione! Vedete un po' come aveva pensato anche ai comodi del suo debitore.

Si appoggiò alla proda di quella costruzione a doppio uso, incrociò le braccia sul petto e rimase lunga pezza immobile, assorto nei suoi tristi pensieri. Era così nuovo il suo stato! E gli giravano tante cose per la mente confusa! Non aveva coscienza del tempo, nè dello spazio; era qua e là in un punto, col passato e col futuro, che facevano a cozzi nel suo spirito e si scambiavano le parti.

Clodia Metella lo amava e non aveva potuto salvarlo. Era stato chiamato in giudizio, ma Cicerone con una splendida arringa aveva fatto condannare i suoi creditori a pagargli due milioni di sesterzi per la illecita usura. Cepione era scoppiato dalla rabbia. Giunia Sillana lo portava in trionfo. Numeriano cantava la sua vittoria ed egli lo ricompensava col dono degli orti Ventidiani. Postumio Floro gli domandava diecimila sesterzi in imprestito, ed egli lo mandava a quel paese, dopo avergli rinfacciata la sua ingratitudine e il cattivo servizio reso a lui presso Numeriano, il giorno dopo le nozze di Delia. Il suo ritorno in auge gli avea conciliata l'amicizia di tutta Roma; il magno Pompeo lo voleva dalla sua, gli offriva il comando di una legione; Cesare andava su tutte le furie e gli giurava un odio mortale; vinta la fazione di Pompeo, s'impossessava del giovane tribuno, e lo gettava in un carcere.

Si tornava al carcere, come vedete; questo era il triste, l'innegabile vero.

Parecchie ore erano trascorse in quella corsa sfrenata della fantasia vagabonda. Ad un tratto, e mentre il suo pensiero ritornava alla realtà delle cose, il prigioniero fu colpito da strani rumori, che gli venivano dall'alto. Erano grida confuse, ma non d'alterco; la nota dell'allegria risaltava chiaramente da quel pazzo tumulto di suoni.

I nemici di Caio Sempronio banchettavano sulla testa del prigioniero; celebravano la loro vittoria tra i fumi dell'orgia.

Si accostò alla parete, donde col frastuono delle voci gli veniva un filo di luce; si aggrappò alle ineguaglianze del muro e giunse ad afferrare le sbarre che chiudevano il finestrino. Sospeso in quel modo, tese l'orecchio e rimase in ascolto, se mai gli venisse fatto di capirne qualche cosa.

Il triclinio di Cepione non doveva esser molto lontano dal peristilio. Poco stante il prigioniero riconobbe la voce del suo nemico. Servilio Cepione doveva già aver alzato più volte il gomito, perchè quella voce gorgogliava maledettamente; segno che il vino bevuto faceva nodo alla strozza.

— A te, padrona! — gridava l'avvinazzato argentario. — Ti chiamino pure Venere spogliatrice, e quadrantaria, i nostri nemici! Tu sei una donna portentosa, e noi ti faremo una statua. —

Una voce di donna rispondeva a quel brindisi; ma Caio Sempronio non riuscì ad afferrarne una sillaba. Per altro, il suono di quella voce, e più l'allusione dell'argentario, gli fece intendere che quella donna era Clodia Metella.

Lei dunque al banchetto di Cepione! Lei presente a quella invereconda orgia di strozzini! Proprio nel giorno che egli era stato condannato, e certamente non ignorando dove egli fosse rinchiuso! Come era caduta! Come si dimostrava corrotta ed infame!

Ed egli aveva potuto invaghirsi di quella donna; vivere così lungamente ai piedi della quadrantaria, senza vederne la bruttura, senza sentirne il lezzo? La nausea gli venne alla gola e provò il bisogno di bere. Lasciatosi cadere sul battuto, andò a cercare la brocca e tracannò un sorso. L'acqua gli seppe d'amaro e la rigettò in fretta, come se fosse veleno. La sua bocca era amara, non l'acqua; il povero Caio aveva la febbre.

I rumori del convito gli tornavano molesti. Provò a non badarci e volse il pensiero a Giunia Sillana, a quella donna che poteva avere i suoi difetti come tante e tante altre, ma che gli aveva dimostrato un po' d'affezione. Certo, se fosse dipeso da lei, egli non sarebbe caduto nelle unghie di Cepione, non sarebbe finito là dentro. E certo, in quell'ora, in quel punto medesimo, mentre la vile quadrantaria sorrideva procacemente allo stuolo impuro dei suoi nemici, inebriandosi di vino e di scherni, Giunia Sillana pensava a lui e cercava il modo di essergli utile.

Quel pensiero lo confortò un tratto. Si sdraiò sul suo letto di pietra, volgendo la faccia alla parete e stringendosi le palme agli orecchi. Era stanco, sfinito da tante commozioni, e cadde in un sonno profondo. I sogni lo consolarono della realtà. Tornava all'aperto, respirava le aure soavi della libertà, e Giunia Sillana gli stendeva le braccia. In verità, era costei la più bella donna di Roma; non impiastricciata di farina e di minio come quell'altra, che usava levarsi dallo specchio tutta lucente come una figurina di smalto, ma bianca del suo pallore naturale, amabile pallore che rendeva agli occhi la mite bianchezza del marmo. E al marmo poteva paragonarsi la salda maestà di quelle sue forme rigogliose, invidia eterna di tante patrizie, celebrate per bellezza in una città dov'erano così numerose le belle.

E gli occhi, Dei immortali! Dove trovare i più grandi e i più nobilmente pensosi, sotto l'arco maestoso e profondo delle lunghe ciglia? Come un mare tranquillo lascia scorgere le arene dorate del fondo, così quegli occhi mostravano a tutta prima i tesori dell'anima, la pietà e l'amore. E l'una e l'altra cosa erano per lui, gli erano promesse da quegli occhi benignamente rivolti su lui.

Nel più bello, fu risvegliato in soprassalto da un improvviso rumore. L'uscio girava sui cardini rugginosi, e un'ombra nera, spiccando sulla luce rossastra d'una lucerna che dietro a lei era recata da un servo, entrava poco stante nel carcere. Caio Sempronio balzò in piedi, e riconobbe il suo creditore e padrone.

CAPITOLO XXIV.

Un colpo di mano.

Il degno argentario si reggeva male sulle gambe e balbettava alcune frasi sconnesse. L'ubbriachezza era evidente.

— Salve, amico; — gorgogliò Cepione. — Non ho voluto andare a letto, dove penso che mi troverò assai bene.... Il letto è una gran bella cosa e viva la faccia di chi l'ha inventato! Che cosa volevo dirti? Ah, ecco qua, sono venuto a darti la buona notte. Come ti trovi in questa camera?

— Bene; — rispose asciuttamente Caio Sempronio rimettendosi sul suo letto di pietra e guardando filosoficamente il soffitto.

— Non fo per dire, ma è davvero una bella camera; — ripigliò con aria beffarda l'argentario. — Un po' umida, se vogliamo; ma c'ingrasserai, non dubitare, e diventerai bello come il tuo amico Cepione. Vedo che ti mancano ancora gli anelli e la catena. Abbi pazienza; non prevedevo che Marco Rutilio Cordo volesse procurare oggi stesso un così grande onore alla mia casa, e non mi ero preparato. Ma il fabbroferraio capiterà a momenti e ti adornerà di tutto punto, che il dio Saturno medesimo non potrebbe desiderarsi di meglio. Così non sarai più molestato e potrai dormire tranquillo. Vedi che io sono un brav'uomo e ti voglio bene.

— Grazie! — interruppe Caio Sempronio, volgendogli le spalle.

— Non lo credi? Hai torto. Amavo Clodia più di te, si capisce. La crudele matrona aveva dimenticato un po' troppo il suo Cepione. Ma è tornata buonina, sai; regno io, finalmente, nel suo cuoricino. E adesso io mi ricordo di te, ti perdono il ratto della Sabina, e prima d'andarmene a letto, vo' berne un bicchiere con te. Trappola, lascia qui la lucerna e va a prendere una bottiglia di quel buono. —

Il prigioniero capì che non c'era modo di levarselo dai piedi. E vincendo il ribrezzo che gl'inspirava quel furfante, gli domandò:

— Ma come l'amavi tu, quella donna? E se l'amavi, perchè mi hai lasciato andare tant'oltre con lei?

— Perchè?... Oh bella! Mi domandi il perchè? Ragazzo mio, sappi che Cepione, il banchiere, ha sempre amato due cose, le belle donne e i danari. Quale delle due più dell'altra? Non so, non cerco. Vedi, ero povero e brutto.... cioè no, ero soltanto povero, e mi dicevano brutto perchè ero povero. Questi patrizii, pettoruti, pieni di boria, che il canchero se li porti! Ah, pensavano che noi non ci saremmo mai vendicati del loro disprezzo? Cepione li ha tutti in un calcetto. Ah, non sono nobile, io? Sono un mascalzone, un plebeo? V'ha a costar cara, per Ercole! A buon conto, son ricco; il vostro sangue l'ho succhiato io; per questo mi vedete così fatticcione. Chiamatemi pure l'obeso Cepione, la montagna di carne; io mangio bene, bevo meglio, e mi rido di voi. Mi capitate ad uno ad uno tra le unghie; vi scortico, vi levo i pezzi, mi vendico. Già capisco che un giorno o l'altro qualcheduno pagherà per te, ed io perderò la tua amabile compagnia. Ma badino bene, paghino fino all'ultimo sesterzio. Non fo ribassi, io! E se credono che mi manchi il coraggio di rinunziare anche al prezzo di vendita d'uno schiavo, s'ingannano a partito. Lascino trascorrere il terzo giorno di mercato, e giuro a Saturno che ti fo tagliare in tre pezzi, per prendermi la mia parte. Voglio quella tua testolina elegante, hai capito? La voglio; e me la faccio piantare qui, sulle mie spalle, per andare attorno, a innamorare le patrizie di Roma,... anche quelle che non sono quadrantarie.

— Starà male la mia testa, piantata su quell'otre gonfiato; — osservò Caio Sempronio. — Sai che cosa ti converrebbe di più? D'impiccare ad una trave quel tuo corpaccio di Sileno, e di figurarti che la tua anima sozza sia entrata nel mio.

— Ah, ah, burlone! — gridò l'argentario, colto in pieno dai sarcasmi del suo debitore. — A buon conto, questo corpaccio ha preso il tuo posto.... dove tu sai.

— E di ciò ti ringrazio; — riprese Caio Sempronio. — Mi ci trovavo male, e fu colpa mia, imperdonabile colpa, di non essermene avveduto un po' prima.

— Che cosa intenderesti di dire?

— Niente che ti riguardi. Va, adesso; Clodia ti aspetterà.

— Sicuro che mi aspetta! Me lo ha detto poc'anzi: «Servilio, anima mia, passerino mio, fa presto, non perdere il tempo con quello sciocco sdanaiato del tuo prigioniero.» —

Caio Sempronio non rispose verbo a quello sfogo di vanità. Il ricordo del passero gli fece venire in mente Catullo.

— Povero poeta! — diss'egli tra sè. — Come è caduta giù la tua Lesbia! —

Intanto giungeva il Trappola con una bottiglia di vetro dal collo stretto e dal ventre rigonfio, che raffigurava la testa di Medusa, e due coppe di terra cotta, ornate di bei fregi rossi, su fondo nero.

— Padrone, ecco il vino. È Cecubo.

— Ah furfante! — gridò l'argentario. — Un vino così prezioso per questo straccione?

— Ma.... — balbettò il servo; — tu stesso m'hai detto di portare il migliore. E poi, se devi berne anche tu....

— È vero, è vero; — disse Cepione, facendo la ruota. — Io devo berlo ottimo, e tu approfitti della fausta occasione, o Sempronio. Ringrazia il mio genio tutelare. —

E con quella volubilità che è propria degli ubbriachi, il degno argentario offerse da bere al suo debitore.

Caio Sempronio respinse la tazza, che scivolò dalle mani di Cepione e sarebbe certamente andata in frantumi, se il coppiere non fosse stato pronto ad afferrarla per aria. Il vino, tuttavia, andò ad inaffiare il battuto.

— Non vuoi bere? — gorgogliò l'ubbriaco. — Hai torto, e Libero ti punirà. Anzi ti ha già punito, — soggiunse egli, felice di avere trovato un bisticcio, — perchè ti ha fatto schiavo. A te, Trappola, da bravo; versami ancora tre gocce di nettare. Ma bada, per Bacco, che non ti tremi la mano. Tu risichi di farmi una libazione che non è più necessaria. —

Quasi non sarebbe mestieri di spiegare ai lettori le parole dell'argentario. Dicevasi libazione quel tanto di vino, o d'altro liquore, che si spargeva sull'ara, quasi per dinotare che tutto era consacrato agli Dei.

— Padrone, non son io, — disse il Trappola. — È la tua coppa, che si muove.

— Ah sì? E come può essere? Io son saldo, vedi, saldo come un Atlante. —

E barellava, il degno argentario, per modo che il Trappola reputò necessario di condurlo bel bello fino al letto di fabbrica, affinchè vi trovasse un rincalzo al suo centro di gravità.

In quel mentre, si affacciavano sul limitare cinque o sei uomini, condotti dall'atriense.

— Padrone, — disse il servo, — eccoti il fabbroferraio, venuto per metter le catene al prigioniero.

— Benissimo! — gridò Cepione. — E siano saldate a dovere, chè questo furfante non abbia a fuggirmi.

— Non dubitare, nobilissimo Cepione; — rispose il fabbroferraio, con una voce che colpì Caio Sempronio; — ribadiremo gli anelli per modo che neanco il dio Saturno potrebbe cavarne i piedi. —

Saturno aveva, tra gli altri suoi uffizii celesti, il patronato degli schiavi, ed era spesso rappresentato con le catene ai piedi; catene che si toglievano via, durante la sua festa, nel mese di settembre, quando si concedeva agli schiavi una libertà temporanea.

Il fabbroferraio, uomo aitante della persona e nero di fuliggine per tutte le membra, si face innanzi, seguito dai suoi aiutanti, che portavano le catene e gli arnesi del mestiere.

— Quanti siete? — esclamò Cepione. — Sono forse necessarie tante persone, per adattare due cerchi di ferro alle gambe d'un uomo? —

Il fabbroferraio si mise a ridere.

— Temi di doverci dar da bere a tutti, nobilissimo Cepione? — domandò egli, cansando la risposta. — I miei garzoni non bevono vino.

— Quando non ce n'hanno; — soggiunse a mezza voce uno di loro.

Intanto il nostro Caio Sempronio allungava una gamba, per agevolare il lavoro al fabbroferraio. Lo aveva veduto più da vicino, aveva studiato meglio la sua voce, e sotto la fuliggine che gli copriva il volto, aveva riconosciuto Piramo, il suo ostiario, venduto da lui, insieme con tutti gli altri schiavi della casa, a Giunia Sillana.