Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 17

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Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave personaggio ebbe un mezzo trionfo. Tutta la nobil classe degli argentarii e quella nobilissima dei loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; i littori adoperarono un po' meno la bacchetta e permisero che uno dei più fervidi ammiratori baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta.

Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di Servilio Cepione, di Furio Spongia e degnissimi sozii. Tutti que' furbi di tre cotte conoscevano il debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano, che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, non è chi lo ignori, sono appunto le buone qualità che spesso lo fanno operare alla rovescia. E voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle grida e genuflessioni dovevano avere sull'animo di Marco Rutilio Cordo. Quei poveri argentarii, che gli procacciavano lì per lì una specie di trionfo, non meritavano essi un po' di riguardo?

— _Si vobis videtur, discedite, Quirites!_ — ripeterono finalmente i littori, cercando di allontanare, col miglior garbo possibile, quei ferventi acclamatori.

La traduzione della frase non ve la dò, perchè l'avete avuta in anticipazione poc'anzi.

Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano in modo singolare quelle che otteneva pochi minuti dopo, dalla classe degli argentarii, il gran Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre egli passava, seguito dalla turba de' suoi clienti ed ammiratoti, ed io sarei quasi per giurare che, se non ci fosse stata questa guardia rispettabile intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina avrebbero trovato, non uno, ma un centinaio di vendicatori.

Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili scene, e non se ne curava più che tanto. Inoltre, la riverenza di tutti gli altri frequentatori del Foro lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. Tutti s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei campagnuoli si scoprivano il capo. Non era egli uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero in Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a meritare il nome di padre della patria, decretato a lui dal Senato? E veramente l'insigne oratore filosofo si avviava allora a meritar la sua fama di gran cittadino, più che non avesse fatto in passato, con le sue debolezze per Cesare e Pompeo, ambedue tiranni e laceratori della patria. Le sue dubbiezze, le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare nelle filippiche contro Antonio, aguzzarsi in una guerra disperata per la libertà e la grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la fibra per le grandi virtù. Operare e patire da forti, non era più il motto dei discendenti di Muzio Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, dispregio d'ogni savio consiglio, e desiderio di vendette feroci. Nè in città doveva rimanergli nulla di meglio; i giovani di buona indole erano della forza di quel suo cliente, che aveva ereditato da suo padre una sostanza di quattro milioni di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due anni.

Il nostro giovane eroe non era più quello di prima. Gli mancava quella baldanza che traluce dagli occhi dei felici e li addita di schianto all'invidia dell'universale. Per altro, si conteneva come poteva meglio, e simulava, nel continuo sorriso, una sicurezza, che gli osservatori più accorti non vedevano sostenuta dalla serenità dello sguardo.

Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi per aiuto. Ma tutti quei giovani eleganti, suoi fidi compagni del buon tempo, suoi convitati di ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme, lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. Giunio Ventidio era sempre disperato, quantunque vivesse da gran signore, e non poteva imprestargli un sestante, che era la sesta parte di un asse. Quanto a Postumio Floro, il suo rifiuto merita di essere raccontato per botta e risposta.

— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. Son tuo debitore, lo ricordo benissimo, ed è anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine, quando non ce n'è....

— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in Sabina!

— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, dove non c'è più un albero da tagliare, grillaie, sterpeti, campi visitati dalla grandine quattro volte all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di ladro a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi cedermi il tuo Lisimaco! Quello è un uomo veramente prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma puoi dire almeno di averteli mangiati tutti da per te....

— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente Caio Sempronio. — Sono stato aiutato. —

Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose perciò a mutar di registro.

— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai torto. Un servizio reso è un servizio reso, a patto di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in gambe, e ti restituirò i trentamila sesterzi.

— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio.

— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta una gran memoria, pei numeri. Quanto all'esser pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho risoluto di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi farò campagnuolo; darò dei punti a Catone; sarò io il mio arcario, il mio dispensatore, il mio tutto. Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un dappoco. Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è sempre, ed io seguirò l'esempio di Cincinnato. A proposito, e perchè non faresti anche tu la tua metamorfosi?

— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per condurre l'aratro, ci vuole anzi tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di terreno. Ora, io non mi trovo più a possedere nè questi, nè quello.

— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con breviloquenza spartana Postumio Floro.

E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne più altro.

Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a cui Tizio Caio aveva così liberalmente regalato un podere. Ma il poeta, vedutolo una volta per via, s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, non sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo guaio notturno.

Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano riteneva quegli orti, dono di un amico infedele? Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di passare per un carattere inverosimile agli occhi dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche meno, fors'anche piantato, se fosse caduto in miseria.

La bella Greca, entrata per quella porta che vi ho detto nel consorzio delle matrone romane, si era fatta assai prontamente al costume di tante e tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda signora non vedesse di mal occhio il nobile Postumio Floro, quel tale che nelle ombre degli orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate con Caio Sempronio. È proprio così come io ve la racconto, o lettori. Certi ripeschi amorosi non hanno altro principio che il timore d'una donna e il disprezzo di un uomo.

Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato inutilmente all'uscio dei suoi debitori, si era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente gustatore di vino non gli doveva nulla, non gli era legato da altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti a cena. Poteva dunque non essere ingrato.

E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. Udito il bisogno dell'amico, gli offerse liberalmente un migliaio di sesterzi, poco meno di dugentocinquanta lire; una gocciola al mare!

Caio Sempronio aggradì il buon volere, non i mille sesterzi. Egli era tuttavia nel possesso dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei pochi.

Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano fatto conoscere il mondo, e la stizza si era trovata nel cuore di lui al paragone con la nausea. Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno al Foro, fidando poco nella sua causa, quantunque difesa da Marco Tullio, ma fermamente risoluto di non mostrarsi avvilito, di rider lui, prima che ridessero alle sue spalle i cattivi e gli sciocchi.

Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco Tullio, il nostro cavaliere simulasse nel sorriso quella tal sicurezza, quantunque gli occhi si vedessero smarriti e confusi.

Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito sul suo tribunale, e aggiustava in dotte pieghe i lembi della toga pretesta sulla sedia curule, scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e chiudere, intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori s'erano piantati a tre per lato intorno al tribunale; gli accensi, specie di uscieri, avevano annunziata ad alta voce la causa e chiamavano le parti in giudizio.

Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no, questa benemerita classe di cittadini potrebbe vedere in me un uomo non disposto a farle tutto l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli _accensi_, così detti _ab acciendo_, ossia dal chiamare, erano uffiziali civili, addetti al servizio dei consoli, dei pretori e dei governatori di provincie, e spettava loro di convocare il popolo alle assemblee, di chiamar le parti impegnate in una causa davanti al tribunale, di mantenervi l'ordine, ed anche, per variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, al meriggio e al tramonto.

Un'altra forma d'uscieri erano i _praecones_, o banditori, usati anch'essi a citare il reo e l'accusatore, ma forse più specialmente nelle cause criminali, e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria e il nome degli eletti; a fare il servizio dell'asta pubblica, dei giuochi circensi e delle pubbliche assemblee; a precedere con la tromba i funerali solenni, e finalmente a gridare sulle piazze gli oggetti smarriti. Un mestiere da cani, come vedete!

Le parti erano presenti; da un lato i creditori, Servilio Cepione, Crispo Lamia, Furio Spongia e due altri della combriccola; dall'altra il convenuto Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio Cicerone, accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, e da Elvio Sillano, che non ci aveva veramente che fare, ma che ottemperava ad un desiderio di sua moglie, dando al cavaliere quella testimonianza d'amicizia.

Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso quella parte dell'editto pretorio che conteneva la legislazione di quell'anno rispetto ai debitori, Servilio Cepione e i suoi compagni deposero i loro titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di avervi detto a suo luogo, si era impegnato con altrettanti chirografi a restituire a tutte quelle brave persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla eredità di suo padre.

Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di storcere il senso delle parole.

L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in un punto, offerse con mano tremante il testamento del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e dell'uscita, donde appariva il valore dei fondi in quistione.

Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. Gli attori non ammettevano la validità dei conti, fatti com'erano e presentati dalla parte del convenuto. Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre gli avversarli al silenzio, accennando come quei conti annuali rispondessero perfettamente al valore assegnato al patrimonio nel testamento di Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi debiti ipotecarii, per la somma di due milioni di sesterzi.

Era una magra vittoria, perchè, anche secondo la stima antica, il valore del patrimonio non sarebbe bastato a coprirvi i cinque milioni di sesterzi, che formavano il debito complessivo del suo povero cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare il fatto della illecita usura, e di restringere quel debito a più modeste proporzioni. Ora la prima vittoria gli faceva sperar bene del resto.

CAPITOLO XXII.

Sulle ventitrè e tre quarti.

Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica, ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano, invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel quadruplo.»

E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole, fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario, che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri nostri, e certe forme di _azioni_ usate allora ci fanno entrare nei loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore, all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta, io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso, da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi quasi ridicola.»

Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi.

«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio, uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui tristi.

«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa. Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.»

Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo, che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino.

Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione. Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono trattenersi dal ridere.

Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera.

La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo difilato alla sentenza del mio dolce pretore.

Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la _missio in bona_, potevano soli essere pagati per intero, come portava l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi, per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui.

Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli bisbigliò all'orecchio:

— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. —

Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta. Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie; in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente, ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà.

— Eh.... — diss'egli titubante, — la cosa non sarebbe mica impossibile. Vediamo un po', per che somma m'impegnerei?

— Un'inezia; — rispose Cicerone; — un milione di sesterzi. Che cos'è infatti un milione di sesterzi per un riccone tuo pari?

— Nè più nè meno d'un milione di sesterzi; — replicò il brav'uomo, che non era del tutto uno scemo. — E già si capisce, io perderei questa somma senz'altro?

— Non dico di no. Ma se i poderi del tuo povero amico si vendessero per un prezzo superiore ai quattro milioni, tu verresti a perdere quel tanto di meno.

— E se si vendessero ad un prezzo inferiore?

— Non è probabile.

— Ma è possibile, tuttavia.

— Eh, non lo nego; — disse Cicerone, chinando la testa.

— In questo caso, — ripigliò Elvio Sillano, — io ci perderei anche più di un milione. Grazie infinite!

— Dunque?

— Dunque, non ne faremo nulla. I miei vecchi non mi hanno insegnato a correre rischi così grandi. —

Frattanto, per ordine del pretore, l'_accenso_ si faceva innanzi a gridare:

— Cittadini, nessuno di voi si fa mallevadore pel convenuto? —

Nessuno fiatò.

Allora il pretore Marco Rutilio Cordo pronunziò le parole solenni con cui era chiuso il giudizio.

— Servilio Cepione, Furio Spongia, Crispo Lamia, la legge vi consente di prendere in pegno la persona del vostro debitore. —

Quelle tre arpie non se lo fecero dire due volte, e posero l'unghie addosso a Caio Sempronio con tanta furia, che tutti gli astanti diedero in uno scoppio di risa.

In quella risata universale andò perduto quel po' di compassione, che in ogni altra circostanza non sarebbe mancata al povero condannato. Ma già, dove ha potere il numero, basta un nulla per isviarne i moti, e portarlo alla crudeltà, all'ingiustizia, alla dimenticanza, e, per farla breve, a tutte le altre virtù cardinali dell'uomo.

Aggiungete che Tizio Caio Sempronio aveva in quei pochi anni di sfolgoreggiamento dato troppo da fare all'invidia. Non si era meritato con la saviezza e la temperanza sua la stima dei grandi, e con le eleganti follie, i vistosi trionfi, la bellezza e la salute (sì, perfino con la salute) si era attirato gli odii dei piccoli. Finalmente, era punito, quel vanaglorioso Alcibiade, che offendeva tutti col suo fasto! Era scoppiata, quella bolla di sapone, che si librava così pomposamente in aria, facendo mostra de' suoi vaghi colori!

Marco Tullio si accostò al suo cliente, gli strinse la mano e gli disse una parola di conforto.

— Spera, o Caio; tutto non è anche perduto. —

Cepione rizzò la testa e si fece rosso peggio di un basilisco, a quella frase del grande oratore, che pareva una sfida al suo diritto, riconosciuto poc'anzi solennemente dalla sentenza del magistrato.

— Pretore, — gridò egli con quanto fiato ci aveva in corpo, — la legge ci assiste, non è egli vero! Noi possiamo condurre con noi il debitore e caricarlo di catene, del peso di quindici libbre?

— Lo potete; — rispose il pretore, che non era un erudito dei tempi nostri e non si smarriva alla ricerca d'una apocrifa legge Petilia Papiria, che proibisse l'uso dei ceppi pei debitori condannati. — Se il debitore vuol vivere a sue spese, lo faccia; se no, dovrete nutrirlo per sessanta giorni, dandogli almeno una libbra di farina al giorno. Nella prima metà di questo termine egli potrà liberarsi, o pagando, o transigendo....

— Resta a vedersi se vorremo transigere; — borbottò Cepione.

— Nella seconda metà, — proseguì il magistrato, — voi dovrete per tre giorni di mercato condurre il debitore davanti a me, e annunziare pubblicamente la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno a liberarlo. Se anche il terzo di questi esperimenti non riuscirà a nulla, dovrà cessare la prigionia; voi rimanderete libero il prigioniero, salvo che non vogliate cancellarlo dal novero dei cittadini, o con la schiavitù, vendendolo di là dal Tevere, o con la morte, prendendo sul suo corpo la parte che spetta a ciascheduno di voi. —

La legge era dura, ne convengo. E ne convenivano anche gli antichi Romani, che hanno inventato il proverbio: «_dura lex, sed lex_,» insegnando così a rispettare le leggi, anche quando paressero acerbe.