Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana

Part 16

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— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il giovine cavaliere.

— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza? Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo, — va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. —

Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si faceva innanzi.

— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci attende. —

Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina la morte. Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti, facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di Publio Clodio.

— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa può giovarti l'opera mia? —

Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo, riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere. Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.

— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. —

Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la rappresentazione della _Casina_ di Plauto, alla quale abbiamo fatto assistere i lettori.

— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il tuo alleato naturale. —

Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano, mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso.

— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi sono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per un'altra, nè più, nè meno. —

L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il bisogno di sviare il discorso.

— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato....

— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai.

— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di sicuro.

— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva. Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, — se il giudice è onesto. —

Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore, promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella sua casa al Palatino.

CAPITOLO XX.

Una va e l'altra viene.

Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con che animo avrebbe egli detto a Clodia Metella: partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe bisognato confessarle ogni cosa? E quella confessione non l'avrebbe fatta arrossire?

Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio si rassegnò, implorando da Minerva una buona ispirazione, pel momento in cui si sarebbe trovato da solo a solo con Clodia.

La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli avesse trovato niente di meglio nella gran confusione del suo cervello. Balzò tuttavia sollecito a terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; nido diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi tra breve.

Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna non era ad attenderlo, come soleva, sotto il vestibolo. L'atrio era deserto, e deserto il tablino.

— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così sarà deserto il luogo domani. Vedete come è già triste fin d'ora. —

Caio Sempronio tornò indietro, per chiedere della signora all'ostiario.

— È uscita; — gli disse Piramo, il servo che già conosciamo fin dai principio di questo racconto.

— E dove è andata?

— Non so. Ma aspetta, padrone; forse te l'ha scritto in una lettera, che ha consegnata alle sue donne, poco prima di uscire. —

Caio Sempronio sentì al cuore una stretta violenta. Piantò l'ostiario al suo posto, infilò la fauce che s'apriva a fianco del tablino, e riuscì nel peristilio, dove stavano le ancelle di Clodia. Erano tre, quelle che Clodia aveva condotte seco da Roma, l'ornatrice e due cosmète; ma Caio Sempronio non vide che queste due, intente a ripiegare panni e chiuderli in certi forzieri, come se facessero i preparativi per mettersi in viaggio.

Il cavaliere si avvicinò alle donne, e, senza porre tempo in mezzo, domandò:

— C'è una lettera per me?

— Sì, mio signore; — disse una delle cosmète. — Eccola qui. La padrona mi ha raccomandato di non smarrirla, e la tenevo in tasca aspettando il tuo arrivo. —

Caio Sempronio prese il messaggio di Clodia. Era un pugillare, come il primo che aveva ricevuto da lei. Ruppe il suggello con ansia indicibile, e lesse.

Non erano che pochi versi, segnati in fretta, e come a mano volante.

«Io parto. Non cercare di raggiungermi, perchè tutto è finito tra noi. Pensa agli orti Ventidiani, e consòlati.»

Il povero giovane rimase esterrefatto. Mentre egli ritornava, pensando tra sè come dirle delle sue strettezze, ella si allontanava da lui, lo abbandonava, e per sempre! Gli orti Ventidiani! Chi mai aveva potuto informarla?... Era gelosa; questo almeno appariva dalla lettera. Ma una donna veramente gelosa non sarebbe rimasta, per rinfacciargli prima il suo tradimento? Costei invece partiva, senza attendere nemmeno le sue discolpe, o i suoi recisi dinieghi. Perchè, infine, quali erano i testimonii? E non poteva anche esser falsa la accusa?

Tutte queste erano belle ragioni; chè il nostro eroe, quando voleva, ragionava anche lui e meglio d'un libro. Ma, anche col torto dalla parte sua, Clodia Metella era sparita, e il pensiero della sua insigne durezza non era quello che potesse lì per lì consolare il povero Caio Sempronio.

Egli rimase un tratto sospeso, col suo pugillare tra le mani. Finalmente, gli balenò l'idea di domandare alle donne con chi fosse andata la loro padrona.

— Non sappiamo; — risposero.

— E tu? — chiese all'ostiario che aveva indovinata la catastrofe e seguito a rispettosa distanza il padrone.

— Ê andata con un vecchio... con quel grasso che pare il dio Sileno....

— Ah, per gli Dei infernali! — gridò il cavaliere.

Voleva dire dell'altro, ma si trattenne in tempo, ricordando che ci aveva quei tre, a testimoni delle sue furie.

— Contate di partire, voi altre? — chiese alle due cosmète, dopo un istante di pausa.

— Se tu ce lo consenti; — rispose la più vecchia di loro. — La padrona ci ha detto di aspettare i tuoi ordini. —

Al nostro eroe toccava ancora di pagare alle due ancelle di Clodia le spese del viaggio. Era l'atellana dopo la tragedia!

— Bene! — replicò Caio Sempronio, con lo stesso accento con cui avrebbe detto: male! — Andrete quando vi piacerà. E tu e i tuoi compagni, — soggiunse, volgendo la parola all'ostiario, — aspettate. —

Ciò detto, andò fuori, per respirare più libero, e mettere, se gli riusciva, il cervello a partito. Baia, il suo golfo, i colli tutto intorno, gli parvero un deserto. Per giunta, il cielo s'era abbuiato, e il mare, ai primi soffi dello scirocco, aveva preso un colore di piombo.

Guardando a caso dalla parte di Cuma, il nostro cavaliere vide venire per la via maestra una reda, tirata rapidamente da due robusti cavalli bianchi. Quel cocchio, come fu giunto davanti al cancello di Citera, si fermò, e Caio Sempronio vide una matrona che si disponeva a discendere.

— Forse lei, che ritorna? — pensò, senza badare che la dama era sola e che quei cavalli bianchi non erano i suoi.

Intanto, attratto da una forza irresistibile, volò verso il cancello. La matrona era discesa e gli veniva incontro sorridendo. Non era Clodia; era Giunia Sillana.

— Oh, come son lieta di vederti! — esclamò la bella patrizia. — E come mi rallegro di non essere tornata indietro! Ero già sul punto di farlo, vedendo il mal tempo; la qual cosa mi avrebbe tolto il piacere di stringerti la mano. —

Caio s'inchinò, e le porse la destra, così per rispondere alla sua cortesia, come per aiutarla a salire su pel viale. Per altro, non aveva aperto bocca.

— Tu sei triste; perchè? — dimandò Giunia Sillana, notando il suo silenzio e non potendo ascriverlo a mancanza di riguardi.

— Signora mia... — balbettò il cavaliere.

E finì la sua frase con un sospiro tanto fatto.

— Ma che c'è? Voglio saperlo. Ah, forse, — soggiunse, sorridendo, — qualche nuvola viatrice?

— Sì, viatrice, l'hai detto; — rispose il giovine, crollando la testa. — Clodia Metella è partita. —

E poichè Giunia Sillana mostrava di maravigliarsi del fatto, cavò il pugillare dalla cintura e lo aperse sotto gli occhi di lei.

— Ed io che ero venuta a visitarla! — gridò la signora, giungendo le mani. — Ma come? che capriccio l'ha presa?

— Lo so io? Così avessi saputo prima a chi gittavo il mio cuore! — rispose egli, sbuffando.

— Povero Caio! E con chi è andata? Con qualche pantomimo?

— No; con Servilio Cepione, con l'argentario.

— Ah, con quel vecchio otre? con quella montagna di carne? Consolati, bel cavaliere! Una donna che cambia così male non merita una lagrima.... e neanche il sospiro che ora le dài. —

Caio Sempronio non sospirava in quel punto per Clodia. Sospirava, pensando che Cepione era ricco, e che egli, invece, era rimasto povero in canna.

— Senti; — proseguiva Giunia Sillana, fermandosi con delicatezza femminile a mezza strada, dove era un sedile di marmo, all'ombra d'un pergolato; — il mondo è pieno di consolazioni, per un uomo tuo pari. Chi non ti compiangerebbe? Chi, conoscendo te e lei, non imprecherebbe a lei? Essa è già punita abbastanza dalla sua scelta, non dubitare! Sarà la favola di tutta Roma. A proposito, quando ci torni, a Roma?

— Subito, per vederla, per....

— No, non devi far nulla contro di lei; — interruppe Giunia Sillana. — Ci sono delle donne per cui s'incontrerebbe volentieri la morte, e delle altre che basta disprezzare, quando non è d'avanzo. Chètati dunque; un giorno le passerai davanti, al fianco di una donna più bella, e riderai degli spasimi che essa ti ha fatto provare in passato. —

E si faceva rossa, a dirgli queste cose. Incominciò a credere che Giunia Sillana ci avesse un miccino di cuore, se ci metteva tanta cura a consolare quel povero abbandonato.

Caio Sempronio era rimasto pensoso, con gli occhi a terra.

— Sei dunque persuaso? — continuò Giunia Sillana. — Mi prometti di esser calmo?

— Sì, — rispose egli, — te lo prometto. Oh, non temere, strapperò l'immagine sua dal mio cuore.

— Bene, così va fatto. E adesso per non rimanere qui, dove tutto ti parlerà di cose tristi, vieni da noi; Pompeia è una bella città, ricca di passatempi, e ti darà pace allo spirito. —

Caio Sempronio alzò gli occhi a guardarla, e, per una consigliera di calma, per una invitatrice agli svaghi pompeiani, gli parve troppo bella. Un altro, poniamo l'innamorato console Servio Sulpicio Rufo, avrebbe trovato che quello fosse per l'appunto il caso di accettare; lui no.

— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, o domani, o doman l'altro.

— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni al più tardi, si viene anche noi.

— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando la testa.

Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino sulla ghiaia del viale.

— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza.

— Ti giuro che non vado per lei; — disse il giovane. — Sappi, poichè mi credi così fanciullo, che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. Temo di restar povero....

— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo di cinquant'anni una sentenza di Orazio. — La sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non quando è stata piena di sangue. —

Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione della sua bella vicina.

— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane sono andato a Puteoli per chieder consiglio a Marco Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando essa è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo patrocinio.

— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò Giunia Sillana, — e vede molto giusto in ogni cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa, la bella quadrantaria?

— Ah, di grazia, non parliamo più di costei! Ti dicevo di Cicerone. Egli parte domani per alla volta di Roma, e appena giunto colà vuol prender cognizione del caso mio, per provvedere in tempo ad ogni necessità. Tu vedi adunque che debbo partire ancor io senza indugio.

— Quand'è così, non insisto; — disse Giunia Sillana, acquetandosi a quella buona ragione.

Ma subito dopo ella aggiunse:

— Vai per mare?

— No; — rispose il cavaliere rabbruscandosi a un tratto. — Per mare son venuto, e per mare non tornerò certamente. Andrò a Capua, e di là sulla via Appia.

— In questo caso, — osservò Giunia Sillana, — il talamègo non ti serve più a nulla.

— A nulla, — ripetè Caio Sempronio.

— Benissimo; potresti dunque venderlo a me.

— Ê tuo, padrona; — rispose egli, che nel suo improvviso mutamento di fortuna non aveva perduti gli istinti del gran signore.

Giunia Sillana accolse quella profferta con un amabile sorriso.

Ti ringrazio; — diss'ella; — ma a questi patti non lo voglio. Non insistere, ti prego; mi troveresti più ferma a ricusare, che non è facile Clodia Metella a prendere. Sappi, del resto, che avevo già domandato ad Elvio Sillano, mio ottimo marito, di comperarmi una barca di gala, somigliante alla tua. Noi donne siamo un po' come i bambini, e vogliamo tutto quello che ci dà negli occhi. Elvio Sillano ha detto di sì; il negozio è dunque già fatto per metà. A lui, anzi, parrà di toccare il cielo col dito, se potrà risparmiare qualche migliaio di sesterzi, comperando il talamègo di seconda mano e ancor nuovo per giunta.

Con queste ragioni, vere o non vere, ma certamente pietose, Giunia Sillana cercava di persuadere il giovinotto.

— Dunque, siamo intesi; — conchiuse ella, per non dargli tempo a ravvedersi. — E se non vuoi tenere i servi che hai condotti a Baia, compreremo volentieri anche quelli.

Caio Sempronio pensava per l'appunto a tutte quelle bocche inutili che avrebbe dovuto mantenere. E l'offerta di Giunia Sillana, rincalzata dall'autorità del marito, gli fe' dare una rifiatata di contentezza.

— Sta bene; — diss'egli; — accetto.

— E adesso, — ripigliò con aria di trionfo la matrona, — tu vedi pure che devi accompagnarmi a Pompeia. —

Caio Sempronio rimase perplesso; ma Giunia Sillana gli diede il colpo di grazia.

— Vorresti forse che mio marito, alla sua età, facesse lui la strada, da Pompeia fin qua? —

Il nostro cavaliere s'inchinò. A quella argomentazione non c'era nulla da opporre.

Frattanto la bella matrona si era alzata da sedere, e accompagnata da Caio Sempronio si avviava al cancello.

— A proposito, — diss'ella, mentre erano già davanti al montatoio della reda, — come si chiama il tuo talamègo?

— La _Sirena_; — rispose il cavaliere.

— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, per allettarti con la sua bellezza e poi sguizzarti di mano? No, no, — proseguì ella ridendo, — questo nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi sì chiamerà l'_Amicizia_; il nome di una cosa sacra ed umana ad un tempo, non favolosa, nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? —

Come resistere a quelle parole? Il santo nome dell'amicizia non era egli una malleveria, una guarentigia contro ogni sospetto di secondi fini?

Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio Sempronio salì sulla reda. E mentre la Sirena Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione, viaggiava per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il nostro bel cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, viaggiava per Cuma e Neapoli, alla volta di Pompeia.

Convenite, lettrici umanissime, che c'era più garbo e più eleganza in questo rapimento che in quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore romano che si avviasse al Campidoglio, conducendo in mostra il più nobile dei suoi prigionieri.

Due differenze erano per altro a notarsi: che il trionfatore era una bellissima donna pallida con due grandi occhi neri, da valere essi soli un paio di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, senza catene alle braccia.

CAPITOLO XXI.

Pro tribunali.

La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, per amore di latinità, potremo chiamare anche _tertio kalendas novembris_), l'insigne Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata sui lembi da una lista di porpora, se ne usciva di casa, preceduto da tre coppie di littori, anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, e coi fasci delle verghe, ma senza scure, alzati sulla spalla sinistra.

Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare la giustizia. Ma come? in un giorno feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei contratti e delle permute; donde si argomenterà facilmente che, in un paese agricolo come il Lazio, fosse anche un giorno di _nundinae_, ossia di mercato.

E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche presso gli antichi Romani si poteva amministrare la giustizia ogni giorno dell'anno. C'erano i giorni _nefasti_, in numero superiore ai sessanta, che non si ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano i _fasti_, in numero di quaranta, determinati dalla legge per l'esercizio della giurisdizione. Dopo questi venivano i cento novanta giorni _comiziali_, destinati per le adunanze del popolo, e messi anche a disposizione dei magistrati, ogni qual volta non ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei fasti, propriamente attribuiti alla trattazione delle cause, non era un così grande svantaggio per la giustizia, come a prima giunta parrebbe.

Un'altra divisione era quella dei giorni in _festi_ e _profesti_, cioè festivi e non festivi. Un giorno fasto cadendo in un festivo, perdeva per quel fatto la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato all'amministrazione della giustizia. Ma questa massima fu a mano a mano ristretta, e ad esempio i giorni di mercato, che erano festivi o feriati, furono dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati tra i fasti; parendo ragionevole che il contadino, venendo in città per l'occasione del mercato, avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione volontaria del sor pretore.

Il qual pretore, che era il secondo magistrato della repubblica e surrogava i consoli quando essi conducevano in guerra gli eserciti, entrando in uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle cose spettanti alla sua giurisdizione. E giudicava lui direttamente, o per mezzo di giudici, scelti nell'ordine senatorio, e delegati da lui per ogni causa speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave dell'erudizione; se no, risichiamo di morire affogati. Compirò il ritratto del pretore dicendovi che, oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la sedia curule, il tribunale in un luogo elevato del Foro, e l'asta e la spada, simboli del suo dominio e dell'autorità di troncare ogni nodo litigioso. Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che aveva poche vacanze, non potendo che per lo spazio di dieci giorni assentarsi da Roma.

Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, andava al suo tribunale, per giudicar lui in persona. Si trattava d'una causa importante per sè stessa e pel nome dell'oratore. I lettori, che indovinano tutto, solo che siano nulla nulla messi sulla strada, hanno già indovinato che l'oratore era Cicerone, e che la causa era quella di Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori degnissimi.

Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo argomenterebbero ora dalle parole che andava borbottando tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto.

— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, ma brutto assai, malgrado l'ingegno del suo avvocato. Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di qualche esempio. E non è forse tempo di mettere il cervello a partito a tutti questi pazzi scialacquatori? Quanto agli usurai, non lo nego, sono la peste della città. Ma nel caso nostro è proprio vero che l'usura ci sia? _Non liquet._ —

_Non liquet_ era la frase di rito dei giudici, quando non constava loro del fatto, e non ci vedevano chiaro, nè per assolvere, nè per condannare. La tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali delle due parole in discorso, equivaleva ad una delle moderne assolutorie per mancanza di prove.

Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran ressa di popolo. Le Dodici Tavole avevano stabilito che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima del mezzogiorno, ed era già _mane ad meridiem_, cioè a dire mancava un'ora al punto legale. Patroni e clienti, curiosi d'ogni sorte, villani, causidici, cavalocchi e via discorrendo, si affollavano tutti agli accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo dovevano ad ogni tratto alzar la bacchetta, per far cansare la gente sul passaggio del magistrato.

— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! —

Il principio della frase era una pretta cerimonia. Al popolo romano, ai Quiriti, non si poteva parlare con alterigia, si capisce; ma guai se i Quiriti non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori abbrancavano il riluttante; un altro slegava i fasci, e lì, in mezzo alla strada, poteva rompere sulla schiena del mal capitato una mezza dozzina di verghe.