Tizio Caio Sempronio: Storia mezzo romana
Part 12
— La soglia della casa maritale è consacrata a Vesta, la castissima Dea; — entrò egli a dire sollecito. — Calpestarla sarebbe un sacrilegio. Sposa di Numeriano, consenti all'auspice di sormontare l'ostacolo. —
Così dicendo Caio Sempronio si chinò verso di lei e, stendendo con pronto atto le palme, sollevò di peso la bella persona. Tremò la fanciulla e mise il grido adatto alla circostanza; ma tosto si ricompose, secondando la destra operazione del suo rapitore, e aiutandosi coi piedini a far ricadere in caste pieghe i lembi della stola. Così, com'ella faceva, io mi son sempre figurato il primo atto di Proserpina, anche in mezzo alle angosce del suo istintivo terrore, quando si sentì levata da terra, nelle braccia dell'innamorato Plutone. E non è forse vero, mie vezzose lettrici, che voi in un caso simile vi diportereste tutte del pari? Se mi diceste di no, sarei costretto à non credervi. La donna porta in ogni cosa l'indole sua. Vedete la Niobe di Scopa; anche in quel brutto momento della sua vita, la bella donna ha l'aria di domandare a qualcheduno se le pieghe della sua veste e i suoi atti siano artisticamente composti, davanti agli occhi dei critici.
Non si tiene impunemente tra le braccia un peso così dolce, come quello che teneva Caio Sempronio tra le sue. Il nostro eroe pensò che la cosa non era stata male ideata e che l'usanza meritava di conservarsi. Ma egli amava Numeriano, era tutto compreso della dignità dell'ufficio, e respinse prontamente quel pensiero così poco dicevole alla circostanza. Si affrettò, quindi, mirando a scavalcare anche lui lo sdrucciolo limitare, e, giunto dall'altra parte, depose la trepidante colomba davanti a Numeriano, che la baciò divotamente sugli orli del flammeo e la condusse a sedere sul letto geniale, collocato nell'atrio.
Si avanzarono allora i servi della casa, l'ostiario, l'atriense, il cubiculario, il cuoco, il dispensatore e va dicendo, ognuno dei quali s'inginocchiò davanti alla nuova padrona e pose nelle sue mani una chiave, significando così che a lei toccava la custodia di tutte le cose domestiche. Tra costoro era anche il cellario; ma egli, dopo essersi inginocchiato, non consegnò altrimenti la sua chiave, che era quella della cantina.
Una chiave di quella fatta non si dava alla sposa. E ciò per seguire, almeno nella cerimonia, gli antichi Romani, che vietavano l'uso del vino alle donne, perchè il vino, dicevano essi, era incentivo a certe marachelle. Così cantava la legge di Romolo: «_Si vinum biberit domi, uti adulteram puniunto._» Si ricordava a questo proposito l'esempio di Fauna che, per aver bevuto vino contro la legge, perdè la vita tra le battiture datele dal marito. Per altro, ingentiliti i costumi, la donna che beveva vino non si uccideva più; bensì era lecito al marito di ripudiarla, tenendosi bravamente la dote.
Ed anche questa rimase nella storia come una severità soverchia del tempo di Catone, il quale stabilì che le donne, entrando in casa del marito, fossero baciate da tutti gli astanti, acciò non potessero nascondere il grave odore del vino, caso mai ne avessero bevuto.
Il lettore discreto immaginerà che Publio Cinzio Numeriano facesse in questo particolare una piccola eccezione alle patrie leggi, e non amasse lasciar esercitare da altri un così piacevole sindacato.
CAPITOLO XV.
Il ricevimento.
Compiute le cerimonie dell'entratura, la nuova sposa fu condotta con gran pompa nelle sue camere, dove Cinzio Numeriano, con molta gravità, si fece a slacciare il nodo d'Ercole, simbolico nodo della verginità che la donna recava nella casa del marito.
Ciò fatto, lo sposo fu licenziato; e la pronuba e le ancelle attesero a spogliar Delia delle vesti nuziali, troppo dimesse, come avete veduto, perchè ella avesse ad indossarle per tutto il rimanente della giornata. Una stola di porpora azzurra, con fregi d'argento, prese il luogo della stola di lana semplice, che continuava la modesta tradizione di Caia Cecilia. La ghirlanda di fiori e verbene fu tolta e consacrata ad un simulacro di Giunone Cingia, che sorgeva allato del talamo. Fu tolta del pari la vitta di lana che tratteneva i biondi capegli della sposa, e in sua vece vi fu intrecciato il vezzo di perle che aveva donato l'auspice alla novella matrona.
Un grido di ammirazione salutò la bellissima Delia al suo riapparire nell'atrio. Numeriano si avanzò, la prese per mano e la condusse nel tablino, dove, fattala sedere nella cattedra matronale, ad uno ad uno le presentò tutti gli amici che aveva convitati pel banchetto geniale, che doveva incominciare poco stante.
Ho già descritta una cena, e non ne descriverò una seconda, quantunque sia una cena nuziale. Soltanto noterò due particolarità: che a Caio Sempronio fu dato a tavola il posto d'onore, _imus in medio_, per modo che Delia, seduta alla sinistra di Numeriano, si trovasse tra l'auspice e lo sposo; che poi, ad un certo punto della cena, fu recato agli sposi il succo di papavero, mescolato con latte e miele.
Era il papavero, appresso i Romani, un simbolo di fecondità. Epperciò vediamo, in tutte le monete e marmi antichi, le donne Auguste, incominciando da Livia, portar le spighe e i papaveri.
La cena non fu lunga, e, contrariamente all'uso romano, ci si bevve poco. La solennità della circostanza e la presenza della novella matrona consigliavano un po' di misura. Inoltre, quella sera bisognava levar le mense più presto del solito, perchè alla cena doveva tener dietro un po' di ricevimento, un _quid medium_ tra l'accademia e la festa da ballo.
Anche qui, i moderni non hanno inventato niente, neanche le lettere d'invito. I nostri padri facevano di più; incominciavano da una illuminazione generale, sulla facciata della casa e nel pròtiro, con lucerne inghirlandate di fiori. Gl'invitati deponevano la toga, la rica, il pallio e simili, nelle mani dell'ostiario, e ricevevano in cambio la tessera di avorio, in cui era inciso il numero corrispondente a quello che doveva distinguere i panni depositati nell'androne. Poi si faceva innanzi il nomenclatore e vi domandava: «_quis tu?_» cioè a dire: chi sei? chi debbo annunziare? Davate il nome ed egli lo ripeteva ad alta voce nell'atrio, perchè lo sentissero i padroni di casa e potessero farvisi incontro con le più degne accoglienze.
Non vi dirò nulla dei sontuosi arredi; nulla dei torchietti accesi sui lampadarii di cristallo, i cui prismi ne riflettevano e ne moltiplicavano la luce; vi parlerò di tutti quei giovani patrizi azzimati e profumati, che si erano arricciati i capegli col calamistro e rase le gambe con la pietra pomice; di quelle vezzose matrone, che, pur di passare una sera in festa, non si erano mostrate schizzinose e non avevano badato a certe minuzie. Già, non era di quel tempo la massima proverbiale: _de minimis non curat praetor_? E poteva credersi che quelle mogli, sorelle, figliuole di pretori e di consoli fossero da meno dei lori padri, fratelli e mariti?
Ce n'erano di belle e di brutte, di fatticciate e di magre, come nella famosa lista di Leporello, il faceto cameriere di Don Giovanni Tenorio. E fin d'allora avevano l'uso di correggere con l'arte i difetti della natura e di secondare con la scelta dei colori le lusinghe della conscia bellezza. Non erano sole le giovani a inghirlandarsi il capo di fiori, o di foglie d'edera, alla guisa delle Baccanti; anche le dame mature cercavano in tal modo di levarsi di dosso una diecina di primavere.... o di autunni. Abbondavano le matrone coperte di gemme, che più tardi dovevano far dire ad Ovidio: «l'acconciatura c'inganna; tutte si coprono di oro e di pietre preziose; la minor parte di ciò che vedete è la donna; _pars minima est ipsa puella sui_.» Già fin d'allora le brune amavano vestirsi di bianco e le bianche di nero. Le magre si coprivano volontieri le spalle ed il petto con sottilissimi veli di Coo. Senonchè, la magrezza non era neanche allora un difetto romano, e la più parte potevano presentarsi degnamente scollacciate. «O voi che avete la pelle bianca, diceva il poeta, mettete gli òmeri in mostra». E le dame di Roma antica non avevano neppure bisogno di cosiffatte raccomandazioni; vi prego di crederlo.
Ho detto poc'anzi che i moderni non hanno inventato nulla, in materia di eleganze donnesche. Aggiungo che non hanno neanche inventati i guanti. Parecchie delle matrone invitate agli orti Ventidiani, ne avevano d'intieri, chiamati _digitales_, o di mezzi, chiamati _manicae_, e corrispondenti ai manichini del tempo nostro. Per altro, la moda non le obbligava tutte a questo accessorio importuno; le matrone che avevano una bella mano non facevano alle altre il sacrifizio di portare un guanto _Joséphine_, che coprisse le loro dita affusolate, rappicciolisse più del bisogno una palma morbida e bianca di neve, e sottraesse all'ammirazione dei popoli un polso tornito dalle Grazie. Avessero poi guanti, o non ne avessero, tutte portavano in mano il fazzoletto, che all'uopo diventava un ventaglio, e riempiva l'aria di soavi fragranze. Perchè il fazzoletto? direte. Ed eccomi a contentare la vostra curiosità. Perchè dalla finezza della tela e dalla delicatezza dei fregi, si vedesse chiaro che quel capo importantissimo dell'ornamento femminile veniva proprio da Setabo, città della Spagna, famosa allora per quei gentili tessuti.
La bellissima Delia sosteneva assai nobilmente la nuova parte che le era stata assegnata dal caso, ricevendo con molta disinvoltura il bacio delle dame e la stretta di mano dei cavalieri, ed accogliendo con modesti inchini le lodi che si facevano da ogni parte al buon gusto della sua acconciatura, alla perfezione della divisa dei capegli, così difficile ad ottenersi con una chioma abbondante come la sua, al vezzo di perle che le adornava il capo, ai ciondoli a tre goccie che le pendevano dagli orecchi, ma sopratutto alla sua bellezza, stragrande bellezza, insuperabile, divina bellezza.
Anche smaccate, le lodi piacevano fin d'allora alle belle. Ovidio, che le conosceva _intus et in cute_, ha detto nella sua Arte d'amore: «Lodate, lodate; è difficile non essere creduti. Ogni donna si reputa adorabile; la più brutta si compiace di sè; la più casta gradisce un complimento. Vedete il pavone; lodato, fa tosto la ruota. E dopo tutto, badate di non dire ad una donna se non quello che capirete dovergli piacere senz'altro.»
L'essèdra era già piena stipata, quando fu annunziato Verannio Fabullo. Quel nome fu accolto dall'adunanza coi segni del più manifesto favore. Verannio, il prediletto delle Grazie! Verannio, il Musagete, Apollo tornato in terra! Ci furono delle matrone che si sentirono venir meno, per la dolcezza infinita, che quel nome gli aveva sparsa nel cuore.
L'argomento di tutte quelle tenerezze comparve nella sala. Era un coso piccolo e tozzo, inferraiolato, con una fascia di lana girata a più doppi intorno al collo, e la testa coperta da una specie di berretto frigio, i cui orecchioni gli pendevano sulle guance ed erano legati da un soggolo sotto il mento. Nessuno si meravigliò di quell'assetto freddoloso, che tanto contrastava con tutte le buone creanze. Verannio Fabullo era un recitatore di professione, e passava in quel tempo pel primo di Roma. L'artista temeva a ragione per la sua gola; un colpo d'aria non poteva guastargli di botto quella bellezza di voce, che la natura benigna gli aveva largita e l'arte educata con tante cure gelose?
Applaudito, accarezzato, Verannio Fabullo si profondeva in inchini a dritta ed a manca. Le matrone facevano a gara per liberarlo da tutti quegli impicci che portava addosso; ed egli frattanto, cavata una scatolina dal seno della tunica, ingoiava pastiglie di mucillaggine.
La conclusione di tutto questo maneggio si fu che Verannio Fabullo, il prediletto delle Grazie, il vecchio fanciullo allattato dalle Muse, recitò un carme epitalamico, facendo andare in visibilio l'udienza, con le inflessioni della voce, con gli atti e contorcimenti della persona, con le languide occhiate e con le abili pause, che domandavano i battimani.
I versi erano di Cinzio Numeriano, che si fece tutto di bragia, quando l'artista applaudito lo prese per mano, degnandosi di averlo a parte dei suoi trionfi declamatorii.
Dopo la recitazione, entrarono i servi con grandi vassoi di metallo in cui erano paste e rinfreschi. Le paste chiamate _liba_ e _crustula_, erano focacce e biscotti, composti di farina, latte ed uova, non differendo per nulla dai sapientissimi intrugli dei moderni pasticcieri. I rinfreschi, _sorbta, sorbilla, gelata_, vi dicono col nome loro che cosa fossero, cioè a dire acque acconcie, con neve o ghiaccio per entro.
L'invenzione dei refrigeranti era ancora di là da venire. Fu Nerone il primo che diaciasse l'acqua e il vino, mettendo l'anfora in un secchio ripieno di neve. Prima di lui, si metteva il ghiaccio, o la neve, a dirittura, nelle bevande. Lettori, quando berrete dello _Champagne frappé_, ringraziate Nerone, buon'anima sua. Queste delicatezze sono state trovate da lui.
Le acque acconce e le gramolate erano per le dame, già si capisce; gli uomini preferivano il vino, che nelle feste soleva offrirsi indolcito col miele. «Attico miele mescolate col vecchio Falerno (ha detto il poeta); ecco un vino degno di essere mesciuto da Ganimede, nel convito degli Dei.»
Dopo la recitazione, i canti e i suoni. Chi aveva una bella voce cantava qualche canzoncina, accompagnandosi sulla citara, istrumento conforme alla moderna chitarra, o sul nablio, arpa di forma quadrangolare, di cui si pizzicavano le corde con le dita, senza bisogno del plettro. Anche qui abbiamo il maestro Ovidio, che ne raccomanda lo studio a tutte le fanciulle desiderose di farsi ammirare. Il nablio era uno strumento fenicio, e senza dubbio il medesimo del _nevel_ ebraico, menzionato così spesso nei salmi. Dalla Fenicia era passato ai Greci, e da questi ai Romani. Delia lo suonava egregiamente, e potete credere che quella sera, dopo essersi fatta pregare un tantino, non negasse un saggio dell'arte sua al plauso dei convitati.
Ed ora, eccoci al ballo. Dove ci son donne e musica, come non muover le gambe? L'orchestra era all'ordine, coi suoi varii strumenti, sui quali dominava il flauto. Si fecero avanti le danzatrici più brave, quelle che potevano ballare da sole, farsi ammirare per la grazia delle loro movenze, accompagnandosi col sistro egiziano, o con le nacchere spagnuole (_crusmata gaditana_). Vennero quindi i passi a due, petto a petto, e il braccio dell'uomo intorno alla vita della danzatrice. _Velle latus digitis et pede tange pedem._ Non vi par di vederci la posizione dei nostri balli di società? E badate, non mancavano neppure le quadriglie, o contraddanze, che vogliam dire; il nome antico di _coronae saltantes_ vi mostra le coppie dei ballerini disposte a cerchio, in atto di menare la ridda.
Intorno ai ballerini e nelle camere attigue, le vecchie, le brutte e le svogliate, chiacchieravano insieme; e i discorsi loro erano, come adesso, il _celeber ludus_, il _nobilis actor_, le _fori lites_, cioè a dire lo spettacolo in voga, l'attore famoso, il processo celebre. Più in là si rideva alle spese d'un medico, a cui si era rivolta la consueta domanda: _quem trucidasti hodie?_ corrispondente alla moderna frase: «dottore, quanti, stamane?»
In un'altra camera c'erano le tavole da giuoco. Si giuocava al _ludus latrunculorum_, giuoco d'ingegno, che si faceva su d'una scacchiera, con pezzi di legno, d'avorio, o di vetro, distinti in due squadre, diversamente colorate, e mossi in tal guisa, che un pezzo dell'avversario rimanesse preso tra due dell'altro giuocatore, o cacciato in un posto donde non si potesse più muovere. C'era anche il _ludus duodecim scriptorum_, o delle dodici linee, somigliantissimo alla nostra tavola reale, come l'altro lo era al giuoco delle dame. I più arrisicati giuocavano ai dadi, ma con tre dadi, non già con due, come ora si costuma. Gettar tre numeri differenti fuori del bossolo dicevasi il punto di Venere e vinceva su tutti; gettar tre assi era il punto del cane e perdeva da tutti.
Il tiro cane, il tiro da cani, non ci verrebbero per avventura di là?
CAPITOLO XVI.
Quod erat in fatis.
Mentre noi ci perdiamo in chiacchiere, Tizio Caio Sempronio ha abbandonata l'essèdra.
Il nostro cavaliere prendeva poca parte alla festa. Clodia Metella gli aveva fatto giurare che non avrebbe ballato, ed egli manteneva la data parola. Aveva giuocato due o tre colpi ai dadi, ma s'era annoiato, e, non sapendo che fare, e vedendo di fuori un bel lume di luna, era andato a passeggiare in giardino.
A che pensava? Miei giovani, ditelo voi. Quando la luna falcata veleggia nel firmamento, temperandone coi miti chiarori l'azzurro, e la brezza notturna, ricca di tutti i profumi della fiorente natura, va susurrando tra le ombre misteriose del bosco, dove grugano le tortore e gorgheggiano i rosignuoli, non si può pensare che ad una cosa. Luce soavemente diffusa, canti, fragranze, mistero, tutto vi accarezza lo spirito, v'inebria i sensi e vi consiglia ad amare.
Il mio eroe s'era messo, dirò così, su d'una strada di dolce pendio, che conduceva al precipizio. E lo sapeva; ma pensava altresì che, prima di giungere allo scrimolo, avrebbe raccolte le sue forze per piegare da un lato e non dare ai Romani lo spettacolo di una grande caduta. Ricordate a questo proposito i suoi discorsi col vecchio Lisimaco. Intanto, viveva a furia, coglieva avidamente i baci dell'amica fortuna, come chi sa quanto ella sia capricciosa ed instabile. Clodia, la più bella, se non la più reputata delle patrizie romane, lo amava d'un amore intenso, smisurato, furibondo. E l'uomo è sempre felice d'ispirare una passione selvaggia. S'intende, in mezzo a tutte le raffinatezze della vita; chè altrimenti è molestia ineffabile. L'antitesi governa il mondo; niente di bello senza un po' di contrasto. Luce ed ombra, non erano forse le due cose che facevano bello in quell'ora il bosco di Numeriano?
Esser giovani e piacere alle belle; in una amarle tutte, sentendo confusamente dentro di sè che si può essere amati da tutte, sol che si voglia; e non volerlo tuttavia; non è egli forse il colmo delle umane voluttà? E il pensiero di Caio si volgeva con intensità di desiderio a Clodia Metella, Venere discesa in terra, con tutte le possenti attrattive, le care debolezze e le adorabili cattiverie del suo sesso, invidiata, odiata, calunniata, fors'anche colpevole, ma bella, sovranamente bella. Che faceva in quel punto? Pensava a lui, com'egli a lei? Come doveva esser dolce quell'ora, nei giardini di Clodia! Come dovevano splendere, a quel lume di luna, e mormorare soavemente alla riva, le bionde acque del Tevere sacro!
— Andiamo; — pensò Caio tra sè; — qui non c'è più nulla che mi trattenga, ed ella certamente mi aspetta. —
Si era già volto indietro per ritornare sopra i suoi passi, allorquando gli venne udito un fruscìo di vesti tra gli alberi. Poco stante, sbucata da un viale lì presso, gli si parò davanti una forma bianca e leggiera di donna.
Caio Sempronio pensò alle Driadi, protettrici delle selve, e credette di vederne una in quel punto.
La gentile apparizione si avvicinò, e la sua veste, di bianca che pareva da lunge, si mostrò azzurra agli occhi del giovane. Non era una ninfa, era alcun che di più saldo e palpabile, e voi, lettori, al colore della stola, già l'avete conosciuta. Era Delia.
— Oh! la vezzosissima sposa! — gridò Caio, inchinandosi. — Come qui sola? E Numeriano?
— È andato al balcone sul pròtiro, per gittar noci alla ragazzaglia dell'Esquilino. E poi, — soggiunse la bella, crollando la testa, come una passera spensierata, — Cinzio ha tutte le cure del ricevimento sulle braccia e non può farmi compagnia. Fa un caldo così soffocante, là dentro! Ed io avevo bisogno d'aria.
— Come io.
— Bene, siam dunque pari. Torna indietro, bel cavaliere, e dammi il tuo braccio.
— Volentieri; — si affrettò egli a rispondere, non intendendo bene per qual spedizione si mettesse alla vela.
Che cosa dirle, frattanto? Una galanteria, certamente, perchè una bella donnina, che si appiccica al vostro braccio, ha sempre diritto ad un simile omaggio, anche quando il cuore non si sia infiammato. Ma quella donna era in una condizione così diversa dalle altre, che Tizio Caio Sempronio poteva rimanere perplesso, senza passare davanti ai vostri occhi per un collegiale. O non poteva la sposa novella aver proprio sentito il bisogno d'un po' d'aria e d'una passeggiata all'aperto? E che c'era di strano, se, trovato in giardino il suo auspice, uomo in cui naturalmente doveva riporre maggior fede, gli domandava il suo braccio? Era proprio il caso di atteggiarsi a corteggiatore, foss'anche per celia, e di farla pentire della sua confidenza?
Tutti questi dubbi, come parvero gravi a lui, così spero che parranno ragionevoli ai lettori, e gli meriteranno un pochino di compatimento, se il nostro eroe lì per lì non sapeva che pesci pigliare.
— E così, — diss'egli finalmente, per rompere, il ghiaccio, — sei felice, ora?
— Ora, sì; — rispose Delia, con una strana intonazione di voce;
Caio Sempronio ci perdette la tramontana.
— Perchè ora? — ripigliò, tirato su quello sdrucciolo come la biscia all'incanto.
— Ma.... non l'hai chiesto tu stesso? — ribattè la giovine Greca. — Mi domandavi se ero felice ora; ed io t'ho risposto: ora, sì.
— Sta bene, — osservò Caio Sempronio, impappinandosi sempre più, — ma io intendevo un «ora» di più largo significato, come a dire tutto questo primo periodo di felicità coniugale.
— Ah, ah, con te ci voglion le glosse! — esclamò Delia, ridendo. — Orbene, ti parlerò anch'io per grammatica. Nel maggiore può esser compreso il minore; ne convieni?
— Certamente.
— Ed è così, che il mio significato, assai più ristretto, io lo fo stare nel tuo. —
Il cavaliere non credette opportuno di replicare più altro; ma involontariamente strinse col suo il braccio di Delia. Era il meno che egli potesse fare, non è egli vero? La galanteria non l'aveva detta lui; se l'era in quella vece sentita dire. Il ringraziamento era dunque necessario; e tanto meglio se era muto, perchè non occorrevano glosse pericolose, se la galanteria di Delia esprimeva un sentimento profondo, nè attenuazioni prudenti, se quella risposta di lei era semplicemente uno scherzo.
Andarono per buon tratto di strada silenziosi; egli duro, stecchito, quasi a dissimulare nella saldezza delle membra la perplessità dello spirito, lei tutta sfiaccolata, reggendosi al braccio di lui e con la bionda testa appoggiata al suo òmero.
La luna falcata veleggiava nei sereni del cielo, su cui si disegnavano spiccati i bruni profili dei cipressi e dei pini. Le fragranze della selva e gli effluvii sottili che si svolgono da una bella donna mollemente sospesa al nostro braccio, i gorgheggi dei rosignuoli, le ombre discrete che spaziavano sotto i diffusi rami degli elci e dei roveri, tutto parlava un arcano linguaggio allo spirito del nostro giovine eroe.
In fondo al bosco, sotto ad un arco di lieta verzura, biancheggiava un simulacro di marmo. Era una statua di Venere, che pareva uscisse allora dal bagno. Infatti la dea sorgeva col piede a fior d'acqua, dal mezzo di una vasca, donde uscivano intorno a lei cespi di odorose giunchiglie e su cui si cullavano le foglie spante delle tarde ninfèe.
— Madre, — le disse Delia, con accento sommesso, appoggiandosi sempre più languidamente al fianco del suo compagno, — inspira un po' d'amore per me nel cuore di Caio!
— Che dici tu? — esclamò il cavaliere, dando un sobbalzo a quella confessione inattesa.
Zitto! — rispose Delia, stringendosi a lui e ponendogli la mano sulla bocca. — Ho fatto un voto. Non turbare l'invocazione e lasciami attendere la risposta della dea. —