Tiranni minimi

Chapter 3

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In _Piazza Brà_ ci fu un momento in cui una brigata di giovinastri avvinazzati passando vicino all'Agnese e vedendola camminare così trasognata, per burlarsi di lei, le intronarono la testa improvvisamente, con uno squillo rauco di certa lor tromba stonata.

--«Figurarsi!» esclamava dopo, al Caffè, la signora, nel riferire la scena.--Figurarsi! quella mummia s'era messa a piangere, mentre la mia Ciocina batteva le sue manine gridando dall'allegrezza: «Evviva sonatori!»

Poi mentre la Contessa si disponeva ad andare a letto (al tocco dopo la mezzanotte, chè il baccano era durato tardi), nel licenziare la bambinaia, rinnovò, in forma di epilogo, una succosa paternale.

--«Badate che sono stata indulgente fino ad ora, ma che sarò d'or innanzi assai più severa. La vostra disgrazia deve farvi mettere il capo a partito, e non dovete fingervi oppressa dal dolore per abusare della mia bontà e mancare al vostro dovere!» Il conte Venceslao era già in letto, e a questo punto cacciò la testa sotto le lenzuola, fingendo di dormire.

--«Da domani, vita nuova!» continuò la matrona che in camicia, così disciolta com'era, pareva ancor più corpulenta. «Vita nuova, se no: guardatemi!»

La bimba avea in una mano il lume e lo scaldaletto; sul braccio le vesti della Contessa. Nell'altra mano due paia di scarpe, e sull'altro braccio tutti gli abiti del conte Venceslao.

--«Guardatemi!» ripetè più forte la Contessa.

Agnese spinse fuori il visino pallido fra quel mucchio di roba.--«Di voi...» e qui la padrona, rifece, gravemente e lentamente, l'atto famoso di Pilato: «di voi, me ne la-vo le ma-ni!»

--«A me Santa Lucia porterà l'abitino bello, a te niente!... A me, le chicche bone... a te niente!... a me... _pru... pru..._ a te niente!» canticchiava Rosalia, la vigilia della festa, per mortificare l'Agnese.

Ma alla povera bambinaia non facevano gola nè l'abitino, nè le chicche, nè il cavallino di legno. Essa pure aspettava con ansia, quasi con angoscia, il regaluccio di Santa Lucia; ma era ben altro: erano i denari del viaggio per andar a trovare la mamma ammalata.

E aveva tanto pregato per ottenere i quattrinelli occorrenti, ed era tanta la fede della ragazzina buona, ch'ella si teneva proprio sicura, in cuor suo, di essere esaudita.--«Anche la Rosalia non aveva sempre ottenuto dalla Santa tutto ciò che le avea domandato?--La contessa Orsolina non assicurava la figliuola che l'abito di velluto cremisi, e il _pru-pru_ lo avrebbe avuto di certo?... E dunque? Perchè avrebbe dovuto negare proprio a lei, que' po' di soldi?...--Sì, sì; era certa di rivedere la mamma!»

--«Guarda un po', se non ho ragione di dire che nel cuore ci ha tanto di pelo quella _croata_?!...» diceva al conte Venceslao la contessa Orsolina. «Non l'ho mai veduta così gaia come adesso che sua madre sta per crepare!»

Ma ottenere il miracolo di veder la mamma, per l'Agnese voleva anche dire vederla guarita. E ogni momento tirava fuori di sotto al lettuccio la scatola di mostarda senza coperchio, dove c'erano riposti i confetti che le avevano regalato in principio, e tutto ciò ch'essa aveva potuto raccattare giorno per giorno, spazzando le camere, e che pensava di portare a Menico «quando fosse ritornata al paese». Erano le scatolette vuote dei cerini, i rocchetti del cotone, le capocchie di vetro degli spilli rotti, i vasettini delle pomate, senza il turacciolo, e in fine un mazzo di carte vecchie, al quale non mancavano altro che il tre di denari e il fante di spade. Per la bimba pareva tutto ciò un tesoretto, e un tesoretto, certo, doveva sembrare anche a Menico. Ma la Rosalia aveva spiata la bambinaia quando stava disponendo le sue robuccie; aspettò appunto che andasse per abbigliare la mamma, entrò nella soffitta, si spinse sotto la cuccia, tirò fuori la scatola, e portò via ogni cosa.

Appena Agnese ritornò, e non trovò più le sue ricchezze, e le vide poi fra le mani di Rosalia che ne faceva sterminio, sentì un gran dolore, e lì per lì, si sciolse in lacrime, mentre la contessina rideva e beffava la Tata «brutta, bruttaccia!» Ma presto si fe' cuore, offrì alla Santa quel nuovo patimento, e si sentì più sicura di ottenere la grazia invocata.

Quella notte che Santa Lucia doveva passar da Verona, Agnese pregò per ore ed ore inginocchiata a piè del lettuccio, sul pavimento diaccio, tremando di freddo nella lacera camicina. Ma era riscaldata dal fervore stesso della sua fede. Anche la bambinaia avea ottenuto di mettere il suo piattino d'avena per il buon asinello vicino al vassoio ricolmo di Rosalia, e pregò, pregò, pregò tanto che finì per assopirsi così inginocchiata, col capo appoggiato sul saccone. Allora sognò la mamma bella che le veniva incontro alla fermata della diligenza; sognò il prato dietro la casuccia, sparso di margherite e di papaveri rossi sfolgoranti, e sognò di correre con Menico all'aria aperta accompagnata dai latrati festevoli di _Parigi_, che echeggiavano nella valletta tutta verde.

Fu destata assai prima di giorno dalle grida di allegrezza della piccola Rosalia.--Si vestì lesta, lesta, col cuore che le palpitava; ma non osò correre in salotto, non osò muoversi, aspettando di essere chiamata...--Ma perchè tardavano tanto?... Che non vi fosse nulla per lei?...--E affrettatamente, ma con un fervore intenso, supremo, recitò un'altra avemmaria.

--«Tata, Tata!» strillò infine la padroncina.

La chiamavano! Dunque la Santa l'aveva esaudita!...

Corse, entrò nel salotto rossa, confusa, e al lume della candela che teneva in una mano la Contessa, ancora in sottanino e con in braccio la Rosalia, vide subito sul tavolo grande, dove avevano disteso una tovaglia bianca, il vestitino di velluto cremisi, il cavallo di legno, e poi bambole, giocattoli, aranci, dolci, mandorlato... Era la Santa Lucia che arrivava da Venezia, dalla parente dei cinque dogi.

Agnese, con un moto irresistibile allungò il collo verso un cantuccio, in fondo della stanza, dove avevano messo il suo piattino...

--«Tata, Tata!» fece la Rosalia.

--«Andiamo a vedere che cosa la Santa avrà portato per voi» disse la Contessa, colla voce ancor roca, per aver dormito, ma sempre piena di una gravità solenne.

Si avvicinarono col lume dov'era il piatto dell'Agnese, e questa ci vide sopra un oggetto che di primo acchito non distinse bene, poi... poi lo raffigurò: era uno scudiscio, di legna verde.

--«Ah! si vede che Santa Lucia vi conosce!» esclamò la contessa Orsolina, «e vi premia secondo i vostri meriti.»

Agnese rimase muta, poi scoppiò in un pianto dirotto.

--«Brutta bruttaccia! brutta bruttaccia!» continuava intanto a ciangottare la Rosalia, colla bocca piena di mandorlato.

V.

Il giorno dopo, di buon mattino, la contessa Orsolina si era precipitata ansante nella bottega della fruttaiola.

--«Trovatemi una donna qualunque, magari in prestito, che venga almeno per le faccende più grosse. Ho la mia bambinaia in letto, colla febbre. Anche questa mi doveva accadere!... E proprio oggi, figuratevi! che avevo un pranzo di dodici persone!»

--«Si troverà in un bell'impiccio, beata Vergine!»

--«Per gl'invitati, pazienza! Ho mandato a dire che invece pranzeranno con noi la vigilia di Natale.»

--«Mangeranno di magro!» pensò fra sè la fruttaiola; poi domandò notizie sulla malattia dell'Agnese.

--«Mah! Vattel'a pesca!--Il medico pretende che abbia la febbre..., sarà! Tosse come un'indemoniata, questo è sicuro. Non mi ha lasciato dormire in tutta la notte! A dirla a voi, credo che ieri abbia preso un'indigestione coi dolci della mia Ciocina e, a buon conto, le ho dato un'oncia di olio di ricino.»

Del resto, ci voleva ben altro che badare alle fanfaluche del medico. Il medico voleva curare le villane come usava colle signorine; tanto per mandarla in lungo colle visite. Ma lei non voleva saperne di tante smorfie; a lei occorreva che l'Agnese si rimettesse subito in gambe!

Invece la poveretta continuava a peggiorare.

Il terzo giorno la Contessa non aveva trovato altro che una donna in prestito, per un paio d'ore alla mattina, ed era sempre in grandi angustie colla veste da camera sbrindellata; coi capelli rossi arruffati, a ciocche, fuori del fazzoletto di _foulard_; e le stanze e i mobili non parevano più quelli, tanto, mancando Agnese, tutto era in disordine, sudicio, polveroso.

--«Non ho mai voluto che una mia persona di servizio fosse portata all'ospedale» raccontava poi la Signora, spassionandosi colla fruttaiola: «ma in questo caso il medico dice trattarsi di mal di petto, ed io non voglio assumermi alcuna responsabilità verso la famiglia della ragazza. Se accade una disgrazia non voglio si dica che è stata curata male!»

Ma il Municipio faceva difficoltà per accogliere l'Agnese all'ospedale, non essendo essa di Verona, e la Signora, intanto, smaniava gridando col conte Venceslao, perchè non era buono di muoversi, di farsi sentire e permetteva che la sua casa diventasse «l'infermeria dei villani!» La contessa Orsolina aveva pescato alla fine un'altra bambinaia, e aveva bisogno della soffitta di Agnese.

Tutti que' giorni la povera ammalata li passò sola sola, nella misera cuccia. Spesso la febbre le cagionava un sonno intenso, morboso, e allora, ne' deliri angosciosi, vedeva la mamma in un letto tutto bianco, che moriva, e Menico le piangeva accanto.

La contessa Orsolina non passava dalla sua stanza altro che per brontolare, e la Rosalia non dovea entrarci perchè aveano paura che pigliasse il male. Soltanto una volta, verso sera, mentre la Contessa era andata fuori, appunto per prendere le informazioni della nuova bambinaia, il conte Venceslao le capitò in camera, pauroso, titubante, e le nascose, in fretta, sotto le coperte, un arancio ch'egli avea preso a Rosalia. Ma raccomandò bene, quasi pregando la piccola ammalata, che lo ringraziava commossa, di non farsi vedere quando lo mangiava.

E la Contessa, frattanto, andava in solluchero colla nuova bambinaia; sbuffava sempre più perchè ancora si dovea tener in casa quell'altra, e nell'ira, dimenticando tutta la sua aristocrazia, scagliava contro il Municipio di Verona tutti gli epiteti e gl'improperi che, quando faceva l'affittacamere, aveva scagliato, per altre ragioni, contro il Municipio di Vicenza. Ma, finalmente, le fu mandato anche il certificato d'ammissione all'ospedale, e vennero presto anche du' omini colla barella a prendere l'Agnese. Nel distendere sul lettuccio il misero corpicciuolo della ragazzina, que' due burloni, grossi e tondi, si misero a sorridere: «C'era pericolo che si perdesse nella barella, tanto era piccina!»

Agnese, colla voce debole debole, ringraziò ancora il signor Conte, mandò un bacio a Rosalia, e domandò perdono di «tutto» alla signora Contessa. Ma a questo punto le viscere della Portomanero si commossero in modo straordinario e finì col fare i lucciconi. Baciò e ribaciò l'Agnese, le promise che sarebbe andata a trovarla; l'assicurò che, appena guarita, l'avrebbe subito ripresa, e a edificazione degli infermieri che la confortavano vedendola afflitta in quel modo, le colmò il lettino di aranci e di dolci, e volle ancora che bevesse due dita di _fernet_.

Poi, otto giorni dopo, appena finita una scena assai burrascosa colla nuova bambinaia che le aveva dato una rispostaccia, la Signora andò per trovare l'Agnese all'ospedale; ma quando ne disse il nome all'infermiera, le risposero che la poveretta era spirata nella notte.

Quella sera, al _Caffè d'Europa_, il Provveditore e tutti gli altri professori che facevano circolo intorno alla contessa Orsolina Portomanero avevano un bel fare per confortarla. La Contessa non poteva trattenere le lacrime, e dal petto poderoso traeva sospiri che parevano venir fuor da un mantice.

--«Mah! era così docile e buona quella povera Agnese! Era proprio un angelo! E a me, poi, voleva un bene, un bene all'anima!--Non è vero, Lao?»

E le memorie delle virtù e dei meriti della povera Agnese servirono d'esempio e di tormento insieme, per tutte le altre bambinaie che capitarono a servire in casa Portomanero. La Contessa ricordava sempre la piccola morta per destare la loro emulazione, per mortificarle, per strapazzarle; e ogni poco ne lodava, sospirando, «l'ordine, la pulizia, il cuore,» e finiva sempre per volere, in proposito, la testimonianza inappellabile del marito:--«Non è vero, Lao?!»

Il conte Venceslao chinava allora il capo confermando; ma a quelle parole che evocavano dinanzi al suo pensiero il profilo tisico della povera servetta, era preso da un brivido di freddo, e si sentiva nell'anima un senso ineffabile di pietà.

FINE.

Opere di Gerolamo Rovetta

_Romanzi e Racconti:_

=La Moglie di sua Eccellenza=, romanzo. =Mater Dolorosa=, romanzo. =Il tenente dei Lancieri=, romanzo. =L'Idolo=, romanzo. =Le lacrime del prossimo=, romanzo. =La Signorina=, romanzo. =La Baraonda=, romanzo. =Cinque minuti di riposo!= =Casta Diva=, novelle. =Baby=, romanzo. =Ninnoli=, racconti. =Il processo Montegù=, romanzo. =Sott'acqua=, romanzo =Il primo amante=, romanzo. =Tiranni minimi=, racconti. =Cavalleria assassina=, racconti.

_Teatro:_

=Romanticismo=, dramma in quattro atti. =Un volo dal nido=, commedia in tre atti. =La Moglie di Don Giovanni=, dramma in quattro atti. =In Sogno=, commedia in quattro atti. =Gli Uomini pratici=, commedia in tre atti. =Scellerata!...= commedia in un atto. =Collera cieca!...= commedia in due atti. =La Contessa Maria=, dramma in quattro atti. =La Trilogia di Dorina=, commedia in tre atti. =I Barbarò=, dramma in un prologo e quattro atti. =Marco Spada=, commedia in quattro atti. =La Cameriera nova=, commedia in due atti, in dialetto veneziano =Alla Città di Roma=, commedia in due atti. =La Realtà=, dramma in tre atti. =Madame Fanny=, commedia in tre atti. =Principio di Secolo=, dramma in quattro atti. =I Disonesti=, dramma in tre atti. =Il Ramo d'ulivo=, commedia in tre atti. =Il Poeta=, commedia in tre atti. =Le due coscienze=, commedia in tre atti. =La Moglie giovine=, commedia in quattro atti. =A rovescio!= commedia in un atto. =La Baraonda=, dramma in cinque atti. =Il Re Burlone=, dramma in quattro atti. =Il Giorno della Cresima=, commedia in tre atti. =Papà Eccellenza=, dramma in tre atti. =Molière e sua Moglie=, commedia in tre atti.