Chapter 2
Invece le speranze furono presto deluse; la mamma era passata a seconde nozze, e il nobile parentado, dopo essersi adoperato perchè il conte Venceslao fosse nominato regio professore e creato cavaliere, faceva il sordo a tutte le altre sollecitazioni. Soltanto una parente di Venezia, che contava cinque dogi nella sua famiglia, regalava ogni tanto all'Orsolina gli abiti smessi, e a _Santa Lucia_ mandava una cassetta di roba per la bimba.
Per tutto ciò eran rimasti delusi e malcontenti, non avendo altro che il titolo da sfoggiare e da godere. Ma l'Orsolina, di tempra più forte, si vendicava della disdetta patita, comandando a bacchetta in casa; il Conte invece, fiacco e disilluso, si lasciava dominare, per non aver di peggio, lamentandosi in cuor suo di non esser nato a buona luna.
Fossero stata gente come ce n'è tanta, con tremila lire potevano sbarcarsela benino. Ma per gli obblighi del nome si trovavano sempre col borsellino asciutto. La loro vita era stentata appunto perchè era tutta d'esteriore, perchè sacrificavano l'essere al parere. E il conte Venceslao, al quale ritornava un po' di buon senso col crescere dei bisogni, sarebbe stato anche disposto, come diceva alla moglie «_a molarghe un punto_» coi fumi aristocratici; ma invece l'Orsolina, che per mezzo del _Provveditore_ era stata ammessa ai ricevimenti della _Prefettessa_, teneva duro più che mai.
Con una servetta sola, che passava per _bambinaia_, essa andava parlando della sua «servitù», e dava ad intendere di tenere una cameriera e una cuoca, che poi «per caso», aveva allora allora licenziate, ogni qualvolta si vedeva in pericolo di esser colta in fallo. Nessuno era ancora riuscito a penetrare in casa Portomanero, nemmeno il signor _Provveditore_. Colla scusa di essere sempre in cerca di un quartierino conveniente, che non conveniva mai, la Contessa non riceveva nessuno; invece pretendeva che le visite le venissero fatte la sera, in _Piazza Brà_, al _Caffè d'Europa_, dove stava per ore intere come in trono, fra il marito stanco e assonnato, che scioglieva le sciarade della _Nuova Arena_, la _bambinaia_ colla Rosalia sulle ginocchia, e la mezza marenata dinanzi, sul tavolino. E ogni tanto, quando c'era gente, domandava al marito perchè non voleva prendere un gelato, un'acqua o un caffè; e offriva una pasta alla _bambinaia_; ma il marito non beveva altro che l'acqua fresca della moglie, perchè le altre _consumazioni_ gl'impedivano di dormire; e la serva doveva sempre rispondere con bella maniera:--«Grazie, signora Contessa, ma oggi a pranzo ho mangiato tanto, che non mi c'entra più niente!»
II.
La piccola Agnese non aveva mai avuto fortuna. Prima che nascesse, il babbo suo, già carico di famiglia, bestemmiava come un turco per quel nuovo peso che gli cascava addosso; i figliuoli ne tenevano il broncio alla madre, e mormoravano tra' denti, ch'era una vecchia senza giudizio; e dopo, appena fu messa al mondo, continuarono i musi e i litigi perchè invece di una femmina avrebbero voluto un maschio. La povera mamma tremava di continuo a cagione della creaturina sua, e dovea tenerla nascosta, e per allattarla scappava lontana, o correva a rifugiarsi in qualche angolo buio della catapecchia, temendo sempre che _gli uomini_ non gliela _inghebbiassero_, come minacciavano di fare, _col sugo di bosco_.
Poi, quando più tardi la piccina fu divezzata, non vollero che la donna se la portasse dietro mentre andavano a lavorare: era una seccatura e un perditempo. Invece la tenevano chiusa in casa, senz'altra compagnia all'infuori di un gattaccio nero e di una gallina vecchia.
Gli spaccalegna abitavano una specie di tana: due buche basse, l'una dietro l'altra, colle pareti annerite dal fumo e dall'umido. Nella prima, un gran tavolone roso da' tarli, e tutt'intorno una panca sgangherata, serviva di desco; nella stanzaccia appresso dormiva la famiglia; uomini, donne, e il ciuco insieme. Lì non c'era nemmeno una finestra; ma l'aria e la luce penetravano dagli spacchi del tetto e delle pareti. Sullo sterrato del suolo colava il sudiciume della bestia insieme con quello de' cristiani e spandeva entro il misero tugurio un fetore malsano.
La bimba abbandonata rufolava l'intero giorno in quel sudiciume. Essa teneva stretta fra le manine grasse un pezzo di polenta nera che biascicava di mala voglia. La gallina, cheta, silenziosa, veniva di tratto in tratto a beccargliela furtivamente, e poi subito scappava via strillando, colle ali aperte, seguita sempre dall'occhio giallo, fisso del gatto, aggomitolato sulla panca.
La bimba, così sola, rideva, piangeva, si arrabbiava, si spaventava, poi, sola sola, tornava a confortarsi. Ma quando si faceva buio e Agnese non vedeva nella stanzaccia altro che gli occhi lucenti del gatto, essa cominciava a disperarsi e si metteva a piangere, a strillare e non si acquietava fino a tanto che un calcio del babbo e il fiato caldo di _Parigi_, il cane volpino, che veniva a leccarle il viso, non l'avvertivano del ritorno della famiglia. Allora essa correva a rifugiarsi accanto al camino e non si sentiva più neanche respirare.
La mamma non osava difenderla, perchè gliela avrebbero maltrattata peggio che mai; ma la cercava sempre con gli occhi pieni di tenerezza paurosa.
Era una donna alta e scarna, dal cui viso smunto traspariva una bellezza guasta ancor più dai patimenti che dagli anni; gli occhi esprimevano quella mestizia dolce e affettuosa, che indica come l'anima sia rassegnata, ma non abituata al dolore. Sempre sottomessa e umile soffocava persino i sospiri; soltanto quando proprio non poteva reggere allo strazio, osava dire appena qualche parola per difendere l'Agnese.
--«Finite di tormentarla... Già non è colpa sua s'è venuta al mondo!»
E quando scodellava, lasciava per ultima la ciotola della bambina; nè la metteva in mostra sul desco, ma la teneva in un angolo del focolare, così gliela empiva sino all'orlo, senza che _gli uomini_ avessero a brontolare per quello spreco.
Agnese, seduta in terra, colla ciotola tra le gambette, afferrava il cucchiaio di legno e cominciava a mangiare; ma coi movimenti ancora incerti delle manine non imboccava bene la cucchiaiata e più di mezza le colava giù dalla bocca a imbrodolare il vestituccio. Intanto il gatto nero le si avvicinava piano piano, e veniva a ficcare il muso nel piatto. Agnese, subito, lo minacciava col cucchiaio, non arrischiandosi a picchiarlo, e non osando gridare. Invece si guardava intorno smarrita, cercando la mamma sua; ma la mamma era l'unica donna della casa, e dopo aver lavorato «cogli uomini,» mentre essi cenavano, usciva a raccogliere l'erba pel somarello... E il gattaccio continuava sempre a leccare, e leccava finchè _Parigi_, vedendolo, gli si avventava contro ringhiando... L'altro faceva le fusa, drizzava il pelo, soffiava, poi, via come di volo verso una tana sotto il tetto, e spariva... _Parigi_ dietro, abbaiando, rovesciando la scodella di Agnese.
--«_Parigi_!... qua!... To!... canaglia...» e giù parolacce e bestemmie.
_Parigi_, colla coda tra le gambe, tornava lentamente sotto la tavola: il gatto adagio adagio rientrava in cucina per un altro buco, e la bimba, ancora tremante, raccoglieva col cucchiaio la broda colata in terra.
Ma per altro, in mezzo a que' cattivi, c'era di buono, oltre la mamma e _Parigi_, anche il cugino Menico: un ragazzetto di pochi anni più grande di Agnese. Ed anzi, qualche tempo dopo, quando il piccolo spaccalegna si ruppe una gamba cadendo da un abete, restando egli pure tutto il giorno rinchiuso insieme colla bimba, cominciò proprio a volerle bene.
Chiacchieravano tra loro soli, a voce bassa, ridendo, canticchiando, giocando e infilando coccole rosse di pugnitopo, e ghiande verdi e gialle colle quali l'ambiziosetta si faceva collane e orecchini. Menico intanto si godeva quel riposo insperato, e la bimba, tutta gaia, faceva la donnina, attorno al piccolo infermo; o gli stava accoccolata vicino, sul saccone, deliziandosi al molle calduccio. Poi, quando Menico potè cominciare ad alzarsi, i due ragazzi passavano intere le loro giornate nel praticello dietro la casa, a declivio sopra un torrente che scorreva chiuso in una villetta tutta verde. La bimba girellava raccogliendo fiori, e belle foglie larghe e striate, che ammucchiava sulle ginocchia di Menico. Poi anch'essa gli si sedeva vicino sull'erba e si divertivano insieme a intrecciare ghirlande e a far mazzolini.
Nelle ore calde del meriggio Agnese scendeva sotto l'ombra folta della riva per dar la caccia alle farfalline dai vivi colori, agli scarabei dorati e alle damigelle graziose, colle alette azzurre splendenti al sole. E gridi e risa di gioia annunciavano a Menico il ritorno della bimba, che egli vedeva comparire rossa e trafelata sull'erba, coll'insetto chiuso fra le mani.
Ma presto riprincipiarono i patimenti della piccola Agnese. Appena ebbe dieci anni il babbo e i fratelli suoi vollero che si mettesse a lavorare, e le furono tutti addosso coll'accanimento di chi intende rifarsi di un danno patito.
--«Aveva campato a ufo per tanto tempo!... Era ormai tempo che il suo pane lo guadagnasse!»
La mamma cercava di risparmiarla; ma _gli uomini_ montavano in furia anche contro di lei e la facevano morir di fatica perchè non avesse da star dietro alla figliuola. Tutte le mattine era l'Agnese che doveva portare al bosco l'acqua e la merenda degli spaccalegna...--C'erano due, tre, alle volte anche quattro miglia da fare per una viottolina ripida e sassosa. La bimba teneva la sporta della polenta in una mano, coll'altra il secchio dell'acqua, e saliva su su, adagio adagio, traballando, e lacerandosi i piedini nudi sul sentiero. Menico, quando poteva scappare, le veniva incontro un buon tratto di strada per aiutarla; ma se gli altri se ne accorgevano, guai! lo picchiavano come un asino ed anche più forte, perchè la pelle dell'asino costa quattrini.
Finalmente, un giorno, uno degli uomini si risolse di pigliar moglie. La mamma s'era fatta vecchia e rifinita e Agnese sola non bastava a far le sue veci. Ma per altro, quando sarebbe entrata in casa una donna giovane e forte da metter sotto a sfacchinare, l'Agnese sarebbe tornata a essere un soprappiù. Perciò la mamma, prevedendo nuovi tormenti e sperando così di formare la felicità della figliuola, si rassegnò a distaccarsene e trovò modo di mandarla in città a servire.
Il babbo aveva dato il suo consenso non solo, ma si stimava molto fortunato: gli pagavano la bimba cinque lire al mese: non aveva mai sperato di cavarne tanto profitto!
III.
--«Cinque lire?... Capperi!...» quell'assegnamento mensile pareva una spesa grossa anche alla contessa Orsolina Portomanero, la quale non voleva certo buttar via i denari suoi «per ingrassare i villani!»
La bambinaia era pagata profumatamente; e però doveva servire; doveva lavorare!
--Cinque lire?... Sono una bagattella cinque lire al mese; ma in un anno, perdinci! diventano sessanta franchi; e con sessanta franchi c'è da farsi un abito nuovo alla Pompadour, che par proprio di seta!--Non dico bene, Lao?
--Già... sicuro... sessanta lire: quasi dieci giorni della mia paga.
A poco a poco, mentre cresceva il malcontento della Contessa per la _bambinaia_, questa somma di cinque lire prendeva nell'immaginazione sua dimensioni più gigantesche, e Agnese non lavorava mai abbastanza per meritarla. E perciò ogni giorno la signora diventava più esigente e ogni giorno incrudeliva verso la poveretta, che adesso le era diventata anche antipatica perchè si vedeva costretta, in certo modo, a tenersela per forza.
Le corse del conte Venceslao ai _Portoni dei Borsari_ e le pratiche per riaver la Virginia erano rimaste senza effetto.
--«Piuttosto mi butto nell'Adige!» aveva risposto la giovane alla fruttaiola.
Le altre serve (pareva si fossero date l'intesa!) scappavano spaventate appena sentivano nominar la Contessa. Così, la sfortunata Portomanero, non potendo servirsi da sè sola, era obbligata per sua disdetta a contentarsi dell'Agnese, la quale faceva miracoli con quelle braccine sottili; ma tutto era inutile. La Contessa diceva che la bambinaia era indolente, disordinata, che non aveva cuore, nè pulizia; e siccome Agnese si crucciava e appariva mesta e mortificata, la sgridava di più, perchè metteva il muso.
--«Dio, Dio! Com'era stufa di villane! Zotiche, poltrone, golose, sciatte, senza un briciolo di quell'aria composta che dà tanto decoro alla casa: e inoltre anche ladre!--Sicuro anche ladre. Fin allora non si era accorta di nulla; ma era certa che un giorno o l'altro avrebbe scoperto che l'Agnese rubacchiava. Già non aveva cuore, e quando non c'è cuore, si finisce sempre male!»--Ed era tanta la bile della contessa Orsolina, che si guastò persino colla sua amica di Trento perchè «non le mandava mai altro che arruffone screanzate e buone a nulla!»
Era principiato l'inverno e l'Agnese tribolava anche più. Doveva mettersi in moto due ore almeno innanzi giorno, nella casa buia, fredda, silenziosa, mentre i padroni dormivano della grossa. E cominciare a lustrar le scarpe, a smacchiare gli abiti, ad accendere il fuoco per l'acqua calda: poi preparare il caffè del professore, il latte di gallina per la signora, e la pappa di Rosalia. Appena il Conte era alzato, correre ad accendergli la stufa nello studiolo, e soffiare, soffiare, soffiare, da rimetterci un polmone!... E quando si alzava la Contessa, correre anche da lei a pettinarla, lisciarla, abbigliarla; in ultimo, vestire e lavare la Rosalia, faccenda che finiva sempre in tragedia. Dopo c'erano da far le camere: c'era da spazzare, attinger l'acqua e portar la legna dalla cantina al quartierino, su al terzo piano di un casone grande, a _Sant'Anastasia_. Inoltre bisognava stirare, cucire, preparare il pranzo, lavare i piatti, e infine la sera, quando Agnese cadeva sfinita per la stanchezza, doveva ancora andare in giro per Verona, e su e giù in _Piazza Brà_, dritta, composta, tenendosi in braccio la Contessina che, a peso, prometteva crescere quanto la genitrice! E tutto ciò sempre con un po' di fame, e sempre colla padrona alle costole, la quale, protestando di farle da mamma, le dava anche di tanto in tanto qualche scappellotto.
Agnese non pareva più la stessa dei primi giorni: aveva il visino pallido, affilato, e il corpicciuolo curvo, dimagrato sotto l'abito cencioso.
--«Quando ti farai più svelta e troverai anche tu, come sapeva trovarle Virginia, due o tre ore nella settimana per lavorar di tuo, chè non sono una tiranna e lo permetto», diceva la Contessa rialzando la testa e il petto con severa maestà, «allora ti regalerò uno scampolo perchè tu ti faccia un vestito nuovo».
Intanto, per il freddo che soffriva nella sua cameruccia, dopo essersi abbrustolita in cucina, Agnese aveva preso la tosse: una tossettaccia cattiva, che a volte la faceva urlare con gran fastidio della Contessa, e senza rispetto de' suoi poveri nervi; ond'essa brontolava che «quella villana non aveva proprio educazione!»
Aveva le manine rosse, gonfie e spaccate dai geloni, e stentava a camminare nelle scarpe diventate strette; ma pure anche vedendola in quello stato la contessa Orsolina non ne aveva pietà. Anzi s'indispettiva maggiormente, essendosi persuasa che «la fintaccia» si mostrava apposta così malandata per farsi compatire, e per far credere alla gente che in casa Portomanero la trattavano male.
Tuttavia quell'Agnese «che doveva tenersi per forza», che si vedea lì dinanzi sempre ammusata, diventava il suo tormento e le faceva perdere l'appetito. Diceva, e lo credeva, che le avea portata in casa la _jettatura_, e ciò era provato dal fatto soprannaturale che non le era più possibile di trovar un'altra bambinaia. Era sempre spettinata, col capo sudicio, perchè adesso avea la superstizione di perdere i capelli se li toccava l'Agnese. Insomma un giorno, tanto si sentiva sfortunata, che non potè più reggere, e si mise a piangere dalla fruttaiola. Figurarsi! a cagione «di quella bestiaccia» si guastava il sangue e si arrabbiava anche col conte Venceslao!
«Mentre io la sgrido, lui non è buono di dire una parola, e lascia tutta a me la parte odiosa!»
Spesso, marito e serva, finivano coll'essere coinvolti nell'ira medesima.
C'era poi la Rosalia, che per l'istinto d'imitazione naturale nei bimbi, avea preso anche lei a perseguitare l'Agnese, appunto perchè la vedeva perseguitata. Le faceva sgarbi, dispetti: riferiva, e magari nel riferire inventava di suo, tutto ciò che poteva tirarle addosso una ramanzina, e le ripeteva, ciangottando, le parolacce e le ingiurie che sentiva dire dalla mamma. E costei, volendo mostrare alla fruttaiola, o ai professori, quando erano al _Caffè d'Europa_, l'intelligenza della sua creatura, usava domandarle, per giuoco:
«Che cos'è la _Tata_?»
--«_Brutta bruttaccia!_» rispondeva la Rosalia, facendo gli occhiacci.
--«Tesoro mio! Viscere mie care!» si metteva allora a gridare la Contessa, baciando e ribaciando la figliuola colla foga delle donne grasse che si sciolgono in tenerezze, e finiva poi sempre col farla piangere e strillare, infastidita da quelle strette, o perchè le entrava nell'occhio uno dei peli duri come setola, che spuntavano qua e là, dritti e solitari, sui bitorzoli materni.
Quelle ore lunghe, eterne del Caffè, erano proprio un supplizio per la povera Agnese. Non sapeva come stare, come muoversi, dove guardare, che cosa rispondere ai professori che la interrogavano, tenuta sempre in una gran soggezione dalle occhiatacce e dai cenni stizzosi della signora, che la bambinaia studiava attenta, spaurita, ma che non riusciva a capire, perchè non indicavano mai le stesse cose. E rimaneva lì muta e sgomenta, cogli occhi imbambolati, rossi e gonfi, per il gran piangere che aveva fatto durante il giorno. Soltanto sulla faccia assonnata del conte Venceslao ella intravedeva, qualche volta, uno sguardo benigno di compassione! e la bimba avea preso a voler bene al signor Conte, e gli era grata anche di quella timida e inefficace pietà: e la poveretta soffriva tanto, in cuor suo, quando la padrona lo trattava male.
Del resto già, era da vedersi che il buon uomo con la moglie non ce la poteva!...
Una volta sola egli s'era permesso di dire a Rosalia, che aveva tirato i capelli all'Agnese tanto forte da farla gridare: «Da brava, non tormentarla anche te!» Ma la Contessa minacciò, nientemeno! la separazione, e il conte Venceslao ebbe un bel fare, assicurandola che «_quell'anche te_» non era stato altro che un modo di dire!...
La signora intimò all'Agnese «di rispettare il suo sangue», e al marito «di non farsi mai più il protettore della gente di servizio», dichiarando che oramai era stufa «e che il conte Leo» proprio così «non avrebbe dovuto dimenticare che senza di lei sarebbe rimasto sempre a insegnare l'_abbicì_ nelle elementari!»
E tutto il giorno, tutta la sera continuò quella lunga sfuriata, interrotta soltanto al Caffè, ripresa lungo la strada, nel ritornare a casa, riepilogata quando la padrona andava a letto e la bambinaia le augurava, balbettando, la buona notte.
Entrata nella soffitta dove avea la sua cuccia, mentre batteva i denti sul pagliericcio freddo, sentiva ancora la voce della Contessa che predicava al conte Venceslao.
Allora la povera ragazzina pianse tutte le lacrime sue, e le versava calde, silenziose, invocando la Vergine dei dolori perchè l'aiutasse a contentar la padrona e perchè il conte Venceslao non avesse a soffrir dispiaceri per cagion sua. Pregava e pregava rannicchiata, sotto le povere coperte, sforzandosi di soffocare la tosse, per non destare i signori, che dormivano; e se qualche volta, stanca, disfatta com'era, riusciva ad appisolarsi, si svegliava subito in sussulto, parendole di sentir la voce della Contessa che la chiamava... Quando venne l'alba a diradare le tenebre, Agnese già levata, era intenta nella cucina buia a dare il lustro alle scarpe dei padroni, dinanzi ad un mozzicone fumoso di candela, che stava per finire. Alzò gli occhi alla finestra, e sospirò, vedendo il giorno che ricominciava.
IV.
Non c'era versi: la fruttaiola sotto i _Portoni dei Borsari_ non riusciva a pescare una bambinaia per casa Portomanero!
E la Contessa, allora, pensò fare di necessità virtù, e presa occasione da una lettera ricevuta in quei giorni da Trento, dichiarò che si sarebbe rassegnata a tenersi ancora l'Agnese «per fare un'opera di carità».
Infatti la lettera avvertiva la contessa Orsolina che la mamma dell'Agnese era stata ricoverata all'Ospedale, ridotta in fin di vita dalla pellagra. La Contessa avea dato il doloroso annunzio alla bambinaia senza preamboli e traendone anzi argomento per un nuovo predicozzo:--«Imparate a far la cattiva. E' un castigo che vi manda il Signore. In quanto a me», e si rizzava impettita, con una grand'aria di magnanimità «in quanto a me avevo trovata una cameriera bravissima che mi dovea venir da Milano, e contava darvi gli otto giorni. Tuttavia, adesso, per non lasciarvi in mezzo di una strada, vuol dire che... starò a vedere e vi proverò ancora un po' di tempo. Ma vi avverto che in questo mese avete rotto un piatto e un bicchiere, per cui mi terrò diciotto soldi sul vostro salario».
Alle prime parole, udendo che la mamma era tanto ammalata, Agnese rimase istupidita, poi cominciò a tremare, a tremar tutta come se avesse avuta la febbre, e mentre la padrona finiva appena di parlare, mandò un grido acutissimo e cadde che parea morta, per terra.
La Contessa, lì per lì, si spaventò parecchio e anche lei si diede a strillare, con quanto fiato aveva in corpo. Sollevò di peso la bambinaia, la portò sul canapè, le spruzzò la faccia con acqua e aceto; la baciò, la ribaciò, le riscaldò col fiato le manine diacce, e quando ritornò in sè, le giurò che non l'avrebbe mai abbandonata, che sarebbe stata come la sua mamma, e ad ogni costo le fece buttar giù un mezzo bicchierino di _fernet_ puro, che, non essendoci la ragazzina abituata, le dette il travaglio di stomaco.
E per tutto quel giorno la signora fu buona coll'Agnese, e ogni momento volea darle da mangiare. Ma poi, dopo pranzo, tutto quel calore si raffreddò; cominciò a stringere le labbra e a rannuvolarsi, brontolando che «non bisognava abusare del buon cuore dei padroni». Agnese, ecco il guaio, aveva pregata la Contessa di lasciarla restar in casa per quella sera.
--«Cheh! cheh! doveva uscire per distrarsi! Un po' d'aria le avrebbe fatto bene!--Non è vero, Lao?--E poi, dovea portarsela in braccio lei, la Rosalia?»
In que' giorni appunto ricorreva a Verona la fiera di Santa Lucia; la gran festa dei bambini.
Santa Lucia, raccontavano le mamme, passava ogni anno, nella notte dal dodici al tredici dicembre, coll'asinello carico di doni, di giocattoli, di bei vestiti, di dolci, di aranci, di mandorlato; e tutto ciò per regalarlo in premio ai ragazzini ch'erano stati buoni e che avrebbero messo un bel piatto pieno d'avena vicino alla finestra del salotto, per rinfrescare l'asinello della santa.
E siccome Santa Lucia, a quanto pare, scende dalle celesti sfere per far le sue provviste in città, così a Verona, in quel tempo dell'anno, c'è fiera per tre giorni; e la sera illuminazione e folla, e baccano in _Via Nuova_ e in _Piazza Brà_, e gran lusso nelle mostre dei negozi; e per tutto baracconi, trabacche e casotti pieni di roba.
La contessa Orsolina, cascasse il mondo, non sarebbe certo rimasta in casa in una di quelle tre sere.--Figurarsi!--La Rosalia se la godeva tanto!--E pensava, invece, che se l'Agnese avesse avuto un solo briciolino di sentimento, non dovea neppur fiatare, in una simile ricorrenza.
E si rodeva vedendola «per tutta la sera andare in su e in giù come un allocco, tenendo la Rosalia in braccio con un mal garbo che faceva dispetto!»--Sempre con una faccia imbroncita, senza mai dire una parola, senza nemmeno voltarsi a guardar l'_Arena_, illuminata dal bengala, ch'era proprio un «effetto magico!»