Teste quadre

Part 9

Chapter 93,675 wordsPublic domain

Il racconto documentato del Masi è tutto una riprova storica di questo giudizio del dotto tedesco. — I documenti, stampati a parte e inediti quasi tutti, oltre chiarire molti punti oscuri o controversi della vita di Renata, spargono gran luce sulla storia contemporanea, sulla Corte di Ferrara, la vita agitatissima dei duchi Alfonso I ed Ercole II, la dimora di Calvino in Italia, il nostro movimento riformista e le guerre di Religione in Francia. Nel primo di questi documenti, messer Galeazzo Estense Tassoni, inviato pel duca a Parigi, dopo avere narrato che il matrimonio di «Dono Hercule e Madama-Renea» fu colà celebrato «con tutte quelle granditie et grandissimi honori che a gran Re si spettano» e che alla mezzanotte gli sposi furono posti in letto, tira innanzi con gravità diplomatica: «quello che là si abbino fatto, da sua Signoria Vostra Excellenza lo saprà; io per ancora non lo so...» — L'ultimo documento è un dispaccio dell'ambasciator veneto Francesco Morosini (1575), il quale annunzia che Renata è morta nel suo dominio di Montargis: «la quale (Renata) con la ostinata sua mala opinione nelle cose della Religione, _haverà sepolta l'anima sua nell'Inferno_» — In queste parole del diplomatico veneziano è come a dire fotografato lo spirito dei tempi. Che valse alla infelice duchessa una vita tutta spesa nell'esercizio delle più nobili virtù domestiche e civili? Essa non rimane che come un'«anima dannata» nel ricordo dei cattolici; mentre poi i protestanti, esagerando forse alla loro volta, ne fanno addirittura una santa.

La storia imparziale si libra fra questi giudizii esaltati e partigiani, e ricompone le sembianze genuine così agli idoli come alle vittime della passione e dei pregiudizii umani.

Il Masi, che per essere imparziale non ha bisogno di sforzo alcuno, renderà grandissimo servizio alla nostra letteratura storica, continuando in questi studi da lui già condotti a così buon punto.[29] — Il campo è vasto e nobile quant'altro mai. Certo è che nell'Italia del secolo decimosesto, quasi tutti gli spiriti magni parvero a un tratto come lambiti dall'ala d'una folgore misteriosa. Sentirono il bisogno di un più alto e più schietto ideale religioso, anche in mezzo alle pompe artistiche di cui cercava ringiovanirsi «la vecchiezza inferma del cattolico rito.[30]» Quel sentimento nella maggior parte di loro fu passeggiero e forse istantaneo; ma in parecchi durò lungamente allo stato di preoccupazione melanconica e profonda, che si riflettè vivacemente negli atti contraddittori della vita, nelle speculazioni vaghe della mente, nelle forme ondeggianti dell'arte. In alcuni si rivelò arditamente con zelo e potenza d'apostolato, con eroismo di martirio.

Se uno storico riescirà, un giorno, a scoprire ed illuminare quella specie di _sottosuolo_ mistico, coperto dallo smagliante epicureismo di quella grande epoca, egli farà al mondo una rivelazione meravigliosa ed importantissima per chi studia le forze vive e le vicende dello spirito umano. — Sarà allora sfatata quella falsa scuola storica (venuta dal di fuori e _servilmente_ oggi seguita in Italia) che nel nostro glorioso Rinascimento non vuol vedere che scaltrimenti machiavellici e paganesimo male ammodernato e lezzo aretinesco, coperto dai fiori dell'arte. — Il più e il meglio si nascondono e si trascurano, mutando il nobile ufficio della storia in un triste lavoro ingegnoso d'abbassamento e di demolizione. Ma l'epoca del Rinascimento italiano è come il monte Parnaso dipinto da Raffaello. Alle falde e alla mezza costa non vedi che fiori vani e le forme lascivette della beltà superficiale; mentre su nella vetta sublime, vicina al cielo, canta il divo Apollo e lo ascoltano le Muse in nobile rapimento di pensieri e d'affetti.

GIUSEPPE GIUSTI

I.

Parlare di Giusti a Toscani, qui nel luogo ov'egli è nato, in quest'ora festosa quando lo scuoprimento della sua statua domanderebbe una voce piena d'autorità che in poco riassumesse e scolpisse il pensiero riverente della patria che la innalza, è impegno da svegliare il senso della paura anche in chi si ritenesse molto più forte ch'io non sia, e il senso della modestia anche in chi come Volfango Göthe professasse per questa virtù un disprezzo grandissimo. E nè meno mi rinfranca l'idea che, qui accorrendo e parlando io non toscano, possa in qualche guisa aumentarsene il significato nazionale di questa genial festa dell'ingegno e dell'arte. Oh! no. La italianità di Giuseppe Giusti e della sua gloria letteraria non ha bisogno di essere comechessia affermata, chè con troppe voci e troppe testimonianze Italia da quarant'anni la confessa e l'acclama.

Italiano, era animo mio di recarmi in questo giorno come in pellegrinaggio a vedere la terra ove nacque il poeta «che tutta Italia onora» e inchinarmi al suo monumento. Se la cortesia autorevole di un amico mi fa oratore a questa inaugurazione, voglio subito dichiararvi, che intendo ricambiare l'insigne onore nei soli modi ch'io possa: cioè parlando senza artificio e parlando brevissimo.

Ho nominata la italianità di Giuseppe Giusti; e vi dirò ancora in che senso io la intenda. Egli, meritamente illustre, sedendo nella piccola schiera degli scrittori davvero originali e che nel nostro secolo onorarono l'Italia, spicca in mezzo ad essi per una fisonomia schiettamente e direi quasi rigidamente italiana. Voi sapete come sul finir del secolo scorso e sul principiare di questo l'Italia da prima socchiudesse, poi spalancasse le sue porte alle letterature straniere. Fu un bene? — Fu un male? — Questione omai inutile dal momento che tutti sono d'accordo nel riconoscere che fu la conseguenza di un moto storico, complesso e inevitabile. A quel modo che la vita e la cultura italiana fluirono per tutta Europa quando noi, usciti dal medio evo, avemmo riaccesa la fiamma dell'incivilimento, la vita e la cultura di tutta Europa dovevano rifluire sopra di noi quando, maturatisi i tempi e fatta più diffusa la civiltà, il vivere sequestrati e rinchiusi nel concetto delle vecchie nazionalità intellettuali, sarebbe stato lo stesso che morire d'isolamento o ammuffire nella inedia; quando (come dicevano quei del _Conciliatore_) le Alpi non potevano, anche volendo tutti gli italiani, tramutarsi in una gran muraglia chinese.

Ed ecco che tutti i nostri scrittori sentono questo soffio oltramontano e, a seconda che sono deboli o forti, piegano a imitazioni servili o mutano in sangue ed anima la vita che spira dal di fuori per trasfonderla poi in opere segnate d'impronta originale; non però tanto che ogni indizio di quella derivazione ne rimanga del tutto celata. Così in Ugo Foscolo, prosa e versi, senti un alito che non viene nè da Zacinto, nè da Bellosguardo: senti che l'uomo ha pianto sulle lettere della _Nuova Eloisa_, ha palpitato e disperato con Werther, s'è mescolato alle visioni melanconiche dei poeti inglesi. — Perfino intorno alla fronte olimpica di Vincenzo Monti vedi, in principio e in fine, ondeggiar qualche falda di nebbia caledonica.

Nel Nicolini e nel Guerrazzi, che insieme al nostro compongono la gloriosa triade toscana, gli effetti della letteratura straniera sono del pari manifesti: e nelle tragedie del primo, vedi mescolarsi e urtarsi colla corrente greca e alfieriana quella altra corrente di passione e di moti drammatici, che va da Guglielmo Shackespeare a Federico Schiller; mentre nell'anima forte del Livornese aleggia lo spirito di Byron, come in proprio dominio. E te lo direbbero, s'egli stesso nol confessasse, le sue fantasie traenti al cupo e al feroce, e quell'inquieto e frequente affaticarsi dell'estro dietro immagini strane e sentenze inaspettate.

Giuseppe Giusti, all'opposto, batte una via propria e in tutto casalinga. Già egli non prova nè predilezione nè gusto per i libri forestieri. In una sua lettera a Silvio Giannini li chiama in genere _libracci_; dice che ha _qualche volta la breve pazienza di leggerli e che gli lasciano nella testa una striscia d'argento falso come le lumache_.

Basterebbe la sua lettera al Tabarrini, in cui discorre dei classici con sapiente amore d'artista e di Victor Hugo con un laconismo quasi sprezzante, per dimostrare che quest'uomo viveva presso che del tutto fuori dall'ambiente letterario contemporaneo; e che era certamente al polo opposto del concerto di letteratura europea vagheggiato da Giuseppe Mazzini.

Ho a dirvi tutto intero l'animo mio? Con meno ingegno e con un senso dell'arte meno fine ed elevato, Giuseppe Giusti riusciva uno di quei _conservatori_ grettamente chiusi nelle loro italianità e ombrosi di tutto ciò che varca appena di un pollice la tradizione classica e il sacro suolo di Grecia e Roma, dei quali non resta oggi in Italia che qualche raro e vecchio superstite tra maestri di rettorica; e trova degli increduli chi racconti che uno o due siedono ancora sulle cattedre delle nostre Università.

Invece il Giusti, mercè un animo singolarmente fatto e un ingegno davvero privilegiato, seppe, come poeta, trarre grandissima utilità da questa sua solitudine.

Dagli scrittori italiani suoi coetanei ed amici egli derivò di seconda mano quel tanto che gli abbisognava della cultura generale del suo tempo, mentre poi le grandi e feconde agitazioni degli spiriti moderni nell'arte e nella vita egli intuiva e sentiva in se stesso senza bisogno di dichiararlo e senza aiuto di teoriche trascendenti il giro abituale delle sue idee. Ma appena egli si lascia un poco andare a certe forme ondeggianti e vaghe, che sono forza e debolezza dell'arte moderna, come gli avvenne nella poesia _Il sospiro dell'anima_, ecco ch'egli entra subito in diffidenza di sè, sorride cogli amici di questo suo tema _aereo_, e lo chiama un _effetto del contagio che corre_ e s'affretta a rincasare; proprio come la sua _chiocciola_, salvo che non è sua dimora un breve guscio ma un palazzo pieno d'aria, di luce e d'incanti.

E di qui la originalità, lasciatemi dire, incomparabile di Giuseppe Giusti. Il frequente ricorrere nelle sue lettere e nei versi dell'epiteto _paesano_ sintetizza quella sua particolare indole d'uomo e d'artista. Quell'epiteto, voi sentite che egli se lo ripete e se lo gusta dentro con una compiacenza che tiene a un tempo dell'orgoglio e della voluttà. «Mi sento paesano, paesano!» — Ed è davvero in tutto e sempre: nei vari aspetti della vita, negli usi, nei gusti, nelle idee e nelle aspirazioni. Tutta quella forza d'ingegno e di volontà che gli altri scrittori mettono a slargarsi nelle relazioni esteriori, egli lo spende a raccogliersi e internarsi in quello che egli chiama «_il mio me_» scavando, scavando in quel suo naturale italico e toscano fino a toccarne le più intime e vitali strutture: e tal volta vi riesce al punto che una vera e nuova e grande poesia — fusa di lirica e di satira — esce da quel suo lavoro solitario e in apparenza così semplice e piano. E allora, o signori, il Giusti poeta vi sta dinanzi come l'ultimo grande autoctona di questa terra saturnia, ove l'ingegno parve piovere a torrenti insieme alla luce del sole, destinato a resistere a tutte le malignità del tempo e attraversare incolume tutte le vicende della storia.

Il più bel segno estrinseco di questa profonda e squisita italianità del Giusti voi l'avete nella sua lingua: così ricca, così varia, così pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e, sieno pur novi e balzani, così agile a seguire e secondare tutti i salti dell'estro, e sopra tutto intinta di un sapore così naturale e casalingo che incantò fino i toscani suoi coetanei, a moltissimi dei quali parve la scoperta di un tesoro domestico indegnamente obliato e sperso fra le ferraglie e i mobili disusati.

Pei non toscani fu addirittura una rivelazione. Man mano che le poesie del nostro serpeggiavano da un capo all'altro della penisola, passando di soppiatto d'una in altra casa, d'uno in altro lettore, gli italiani acquistavano, riflessa e provata, la coscienza, che prima avevano un po' in confuso, di possedere una lingua non ricca solamente di ricchezze potenziali ed astratte, chiusa nei vocabolari come certe essenze nei barattoli del farmacista, ma ricca di ricchezza viva, spicciola e corrente: una lingua con cui potevano tutto significare in modo pronto, preciso ed efficacissimo, senza bisogno di storcere una frase francese o del dialetto a desinenze toscane. Fu quindi il Giusti, se non principio, certo spinta vigorosa ad una reazione salutare. E se oggi nei libri, nelle tribune e persino (chi lo avrebbe preveduto?) nei giornali, si scuopre un miglioramento innegabile quanto alla maniera di scrivere, e se appare negli italiani un certo studio a riconquistare e adoperare, fra l'arcaismo e il neologismo, una lingua vivente e nazionale, è giustizia riconoscere che questo lieto prodigio è opera in buona parte di Giuseppe Giusti divenuto il più popolare dei poeti italiani, i cui versi letti, studiati, mandati a memoria si convertirono in prontuario di modi italiani ed aiutarono a risvegliare ed acuire nel popolo il senso della sua bella lingua, che per molte cagioni e circostanze aveva dentro addormentato ed ottuso.

II.

Ma io spero che voi non vi aspettiate da me un vero e proprio studio letterario intorno a Giuseppe Giusti, che mi porterebbe in lungo chi sa quanto. La presenza del suo simulacro mi richiama a tutto l'uomo, e il carattere di queste feste mi trae ad altro ordine di pensieri.

Nel Giusti l'animo fu pari alla mente, e il cittadino pari al poeta. — Il titolo di _poeta civile_ che molti oggi hanno «al sommo della bocca» si conviene davvero a costui che da un alto proponimento di patriotismo attinse l'ispirazione della massima parte de' suoi versi. E come l'effetto corrispondesse alla intenzione, molti di voi possono ancora ricordare: e quando alcuni miei amici si divertono a predicare che l'arte non _agisce_ sulle condizioni morali del proprio tempo, ma ne subisce passiva e indifferente l'essere e l'andare, davvero mi sembra che essi non abbiano buon giuoco colle dimostrazioni continue ed evidenti della storia. — A ogni modo l'Austria che sopprimeva il _Conciliatore_, e le polizie dei governi e governini che perseguitavano le poesie del Giusti come il più pernicioso dei contrabbandi, avranno sempre (mi spiace a confermarlo) un peso grandissimo in questa questione d'arte!

La satira, quando non è che personale e particolare, è quasi sempre opera labile e caduca; e anche quando splendano in lei vivissimi i pregi dell'arte, _il tempo va dintorno con la force_. — Però guardate: scomparvero il Toscano Morfeo, il Rogantino di Modena, Re Bomba; mutarono panni o se li barattarono, Girella, Becero, Gingillino, Chilosca, il martire di Rimini e tanti altri tipi veri e viventi che nel Giusti svegliarono il riso e lo sdegno: ma la sua satira resta e resterà perchè egli la attinse da un fondo schiettamente umano ed universale, perchè non erano sua musa nè la rabbia vendicatrice di Archiloco, nè le arguzie facete e vuote del Pananti, ma traeva il mesto riso da nobile sdegno e l'ingegno temperava nelle pure onde della carità.

Carità di patria sopratutto; e questa non provava solamente coi versi. La vita pubblica del nostro (se si può dire che n'avesse una, tanto poca era in lui la smania di farsi avanti) ci dà quel tipo di buon cittadino che pone a massima direttiva della propria condotta, dovere i gusti e le opinioni dei privati sottomettersi a' bisogni veri e variabili del paese — non questi a quelli. E però noi lo vediamo esordire giovane entusiasta lanciando i voti del cuore e i canti della musa verso un ideale politico che io penso nel fondo dell'anima non abbia mai avuto bisogno di sconfessare, nè mai sconfessato. Ma come vide le fortune d'Italia volgere ad altro segno ed improntarsi ad altre necessità, egli non esitò a dare la più intima e cara parte di sè stesso in olocausto alla patria; non esitò perfino a benedire ciò ch'egli aveva in altro tempo maledetto. — Ottimo modello di cittadino questo, o signori: ma non facile ad imitare perchè per solito poco fortunato! E al Giusti non vennero risparmiate amarezze pel suo generoso peccato, e non mancò chi lo chiamasse cattivo italiano, uomo voltabile e da poco. Egli se ne consolò coi ricordi di Dante, _il vicin suo grande_. Se ne consolò, in mezzo ai rovesci del 48 e 49, rifugiandosi nella intatta coscienza che gli permetteva di piangere senza rimorso e, levati gli occhi in volto alla madre Italia, gli dava il diritto di volgerle un canto di commiserazione.

Povera madre! Il gaudio Vano, i superbi vanti, Le garrule discordie Perdona ai figli erranti; Perdona a me le amare Dubbiezze e il labro attonito Tra le fraterne gare.

Sai che nel primo strazio Di colpo impreveduto, Per l'abbondar soverchio Anche il dolore è muto; E sai qual duro peso M'ha tronchi i nervi e l'igneo Vigor dell'alma offeso. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Se trarti di miseria A me non si concede, Basti l'amor non timido E la incorrotta fede; Basti che in tresca oscena Mano non porsi a stringerti Nuova e peggior catena.

Grande conforto, o Signori, poter ripetere a sè stesso tali versi, in quei giorni, fra gli smarrimenti della democrazia e i bestiali furori della repressione!

Ma non bastò. Aggiungendosi ai dolori fisici le sofferenze morali, Giuseppe Giusti dovette soccombere nel 1850 mentre la reazione infieriva su tutta Europa e specialmente in Italia, quando egli aveva varcato di poco i 40 anni e tanta parte di vita, di lavoro, di gloria poteva ancora schiudersi innanzi a lui. Ora pensate, o signori: l'Italia, nel cui avvenire il poeta morente aveva guardato con tanto sconforto, dopo pochi anni si trovava pronta per un moto di redenzione più compiuta e durevole, e sbrattava per sempre tutto quel mondo di birri, di spie e di censori contro cui il Giusti aveva liberati i dardi più fieri della sua farétra. Il 1859 lo avrebbe trovato quasi giovane ancora, nel pieno vigore dell'animo, mescolato ai nostri grandi rivolgimenti, e oggi, invece di starci innanzi nella apoteosi d'un monumento, egli avrebbe potuto da una vecchiaia serena e gloriosa guardare, con noi, sorridendo del suo riso arguto e buono, alla patria ricostituita e a questo suo incamminarsi tra fidente e pensosa per le vie dell'avvenire.

Quali sarebbero oggi, se il domandare non è temerario, i pensieri del poeta cittadino?... Che direbbe ora del popolo italiano, egli che in uno slancio di lirico ottimismo, trent'anni or sono, lo vedeva già perfetto, come Michelangelo le sue statue entro la bozza greggia del marmo, e lo salutava con quella affettuosa apostrofe:

O popol vero, o d'opre e di costume Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi, Levati in alto?...

Il suo marmo è muto, ed egli, il poeta, dal regno delle ombre non ci risponderà! — Ma noi prendiamo conforto a sperare che i buoni germi sparsi da lui col verso intemerato e colla vita degna del verso, non siano tutti in vano, se Italia si ricorda di Lui, se l'onora d'un monumento, se intorno a questo monumento spende tutte le sue cure il gentile paese che nel suo nome si esalta, mostrando d'essere penetrato della verità che, se l'aver dati i natali ad un uomo grande e benemerito è mero favor di fortuna, l'onorarlo nobilmente vuol dire che di quella grandezza e benemerenza anche il paese è degno di partecipare.

Pindaro nella quarta Olimpica ha cantato: quando quei di Rodi inalzarono una statua a Minerva, la dea fece cader nell'isola una pioggia d'oro. — Accolga Monsummano il gentile augurio che in questo mito si nasconde, e intanto s'allegri nella certezza, che quando una prossima generazione futura eserciterà un sindacato molto severo su tanti monumenti che noi, con questa smania di glorificazioni dubbie o premature, abbiamo innalzati, dinanzi a questo s'inchinerà e farà plauso, perchè con esso viene onorato un grande spirito ed un nobile cuore.

_1879._

Letto in pubblico e per la vastità del tema brevissimo, (avevo i minuti severamente contati dalla Commissione) questo discorso nell'animo mio era già destinato a rimanere per sempre nell'oscurità in mezzo agli altri miei fatti in «occasioni» consimili. È una mia consuetudine e, direi quasi, un voto da cui non mi sono mai dipartito, nè anche in circostanze nelle quali erano di mezzo ragioni di cortesia, di convenienza e quasi di dovere.

Ma questo discorso era nato, si vede, con in fronte il mistico tau della pubblicità. — _Che giova nella fata dar di cozzo?_ — Eccolo dunque il mio discorso quindici giorni dopo stampato sul _Fanfulla della Domenica_, e indi a poco esaminato, censurato, direi quasi torturato nel _Preludio_ da un valoroso scolaro di Giosuè Carducci, il signor Filippo Bizzi che ha, mi dicono, chiuso di recente il suo corso filologico all'università con un lungo e bello studio intorno al poeta monsummanese.

Poichè nella sua critica il signor Bizzi ammette pel mio sul Giusti le attenuanti dei soliti discorsi inaugurali, parmi che la maggior parte degli appunti che seguono a quella dichiarazione sia, non dirò già superflua o vana, ma alquanto fuori di posto. — E mi domando ancora qual ragione possa averlo mosso a così particolare e severa disamina.

Non è, spero, colpa mia se il nostro è il secolo dei monumenti e dei centenari. Può il sig. Bizzi citarmi un esempio, un esempio solo di un discorso (e n'abbiamo tanti anche recentissimi) fatto in circostanze analoghe al mio ove l'oratore non siasi circoscritto ad enumerare con devota cura i pregi del personaggio in quel giorno celebrato, rimettendo ad altro luogo e ed altro tempo le censure? Ricorda i discorsi per le feste di Dante? E per quelle di Boccaccio? E quelle di Beccaria e di tanti altri? Perchè solo nelle feste di Giuseppe Giusti gli oratori avrebbero dovuto mettere il cipiglio e collocare nei due piatti della bilancia il pro e il contro, badando a non tacer nessuna, proprio nessuna delle severe e minuziose ragioni della critica?

E saprebbe dirmi il perchè di questo peculiare _trattamento di rigore_ da lui domandato per il poeta toscano?

Avrebbe avuto ragione il signor Bizzi se, abbandonandomi all'impeto del panegirico, io avessi oltrepassato ogni misurato confine nel lodare, e imitato quei predicatori di campagna che il giorno del Santo, non solo fanno di lui il modello completo d'ogni virtù morale e taumaturgica, ma al suo confronto vogliono abbassati tutti gli altri santi dell'olimpo cristiano.

Ha il mio breve discorso questa enfasi strabocchevole ed esclusiva di lodi?

Francamente non credo. Anzi qua e là, tra le righe e nelle righe, la critica vi fa capolino: come quando noto nel Giusti il concetto ch'egli aveva della coltura contemporanea universale, il suo giudizio leggero su Victor Hugo ecc. — Aggiungo bensì che in questa _solitudine_, la quale per sè sola lo avrebbe imparentato coi conservatori pedanti, Giuseppe Giusti, mercè la forza dell'ingegno, riuscì a raggiungere un tipo suo di poeta e di scrittore, ch'io non ho saputo definire che nell'aspetto di una _rigida_ e spiccata italianità, un'indole «paesana, paesana» come non si scorge in altro grande poeta e prosatore italiano di questo secolo, eccetto forse Pietro Giordani.