Part 8
«_Omnia munda mundis!_» rispondeva fra Cristoforo a quel frate portinaio, che gli voleva mettere degli scrupoli per il capo: e gira e rigira bisognerà risolvere la questione così, senza intolleranze e senza sofismi.
Questo delicato profumo erotico vapora qua e là assai frequente in mezzo ai versi. Il poeta vuol collocare in alto, molto in alto, l'amore della donna:
Dammi l'anima tua. Queste beate Splendide forme che gentil passaggio Fan d'una in altra, come all'aura estiva Biancheggiando ricresce onda sovr'onda, Sono intoppo a' miei sgardi. E non _la forte Voluttà che, com'angue, in mezzo al verde D'ogni parte di te guizza e si snoda_, Nè 'l crin, largo sugli omeri scorrente, Nè 'l _fremer della vita che s'affretta Per vanire in un bacio o in un amplesso_, Cerco misera in te . . . . . . . . . . . . . Povera ignuda, Dammi l'anima tua!...
Questi sciolti e quelli, che seguono sono, a mio giudizio, dei più belli ch'io m'abbia letti mai: e rivelano il sentimento d'un uomo per il quale l'ascensione dal reale all'ideale non era un mero concetto retorico, ma una realtà fortemente sperimentata ne' suoi due termini. Le altezze serene a cui egli vuole slanciarsi non gli saranno forse contese: ma intanto egli sente ancora tutti i fremiti della vita terrena; e nell'atto di sdegnarli e d'abbandonarli se li raffigura con sì calda evidenza di colori, ch'io temo la loro memoria tentatrice non l'abbia mai a lasciare compiutamente libero. E non solo dei moti umani del suo cuore egli si ricorda: vuole anche dalla donna, che deve assurgere con lui alle sublimità dell'amore ideale, un abbandono di confidenze per lo meno pericoloso:
E ancor sei bella. Ancor nel tuo segreto Siede il dolor ch'è di virtù consorte: E d'altre gioie i memori desiri, E l'angel del rimorso e dell'amore Parlan là dentro. _Oh! le presenti noie_ _Dimmi e i deliri andati_: ad uno ad uno Contami i passi della larga via... . . . . . . Il cuore arcano Aprimi e _al tocco della man pietosa_ _Risponderan le viscere profonde_ _D'amarissima colpa inebbrïate_.
Qui vengono a mente alcuni versetti del _Cantico dei cantici_; e si rimane un poco in dubbio se questo sia misticismo impepato di sensualità o sensualità pura e semplice giulebbata di misticismo...
III.
Chi volesse anche meglio conoscere nel Tommaseo questa maniera singolare di concepire la passione amorosa, mistura arditissima di pura idealità religiosa e di sentimento umano vivo, plastico e addirittura carnale, non ha che a leggere il suo racconto in ottava rima, intitolato: _Una serva_.
Io la credo, a costo di parere esagerato, una delle migliori poesie narrative che siansi composte in questo secolo, in Italia, che certamente non ne abbonda. Leggetelo, e mi saprete poi dire che cosa diventino certe novelle di Tommaso Grossi al paragone.
Si tratta di un vescovo di Firenze, che s'innamora d'una serva. Egli la vede tra le donne inginocchiate mentre sale processionalmente a Fiesole per la festa delle Rogazioni. La chiama a sè e ascolta dalla sua bocca i miseri ed umili casi della sua vita. Se ne innamora. Essa cade malata e il vescovo non può resistere al desiderio d'accorrere al suo letto, e dietro sua preghiera la confessa. Continuano le visite:
Un dì, mentre ch'egli esce, ella di grata Tenerezza innocente inebrïata, Tese la man ver lui fuori dal letto E fuor con mezza la persona s'erse, E le giovani braccia e il giovin petto, Mezzo velato da' capei, scoverse... Quasi a suon di battaglia, a quell'aspetto Raccoglie il pio le sue virtù disperse; E fugge: ella rimase a tese braccia, Poi con le aperte man coprì la faccia, E, più che di peccato, vergognosa È di quell'atto e dentro si tormenta.
. . . . . . .
Le tenui ma commoventissime vicende di questo amore; i turbamenti, le lotte, le tempeste che agitavano l'animo e i sensi del vescovo, il contegno della fanciulla ignara dell'affetto per lei sorto, ma pure vagamente preoccupata, sono descritti dal Tommaseo in modo nuovo, vero, mirabile.
Zanobi si risolve a confessarsi a un suo prete di quel pensiero peccaminoso; il prete lo rimanda con parole miti a un tempo e terribili. Finalmente e' trova la forza di prendere un provvedimento decisivo; restituire Agnese in libertà e mandarla per sempre a vivere lontana. Viene il momento della separazione; e il dialogo e la scena che seguono io rinunzio a descrivere, perchè mi paiono uno di quei pezzi di poesia per i quali un riassunto, e sia pure ben fatto, è sempre una irriverenza:
. . . . . . .
— Agnese, a tal siam noi, che non possiamo Vivere omai sotto un medesmo tetto. Serva vederti non poss'io che t'amo, T'amo di forte ed inconcesso affetto: Nè tenerti potrei, siccome io bramo, Senza tirar su noi giusto sospetto; Nè, che d'infame accusa il carco resti Sulla memoria mia, tu sosterresti. — — Questo non dovre'io farti palese Ma nol posso celar. — Tacque, e riscosso Quasi d'alto pensier, poscia riprese Lente abbassando ambe le man: — Non posso! — Duolo, pudor, pietà, facean d'Agnese Il volto ad ora ad or pallido e rosso. Nuovo quel dire e strano a lei parea, Pure il cor mormorava: i' lo sapea!
. . . . . . .
Il vescovo all'ultimo momento le cinse al collo una povera croce e accompagna il dono colle parole d'addio:
Questo ti sia memoria, le dicea, Del mio dolore. — Ed ella: — o padre mio! — E la man gli baciava, e soggiungea In fra i singhiozzi: — vi consoli Iddio! Egli e voi mi perdoni: io son la rea Che tolsi pace a un cuor sì buono e pio. — — Tu la rea? — sclamav'egli e le tremanti Labbra beean le lagrime stillanti.
— Dimmi almen che per me Dio pregherai Tutti i dì. — Tutti i dì con tutto il cuore. — — Che ne' bisogni a me ricorrerai Come a fratello. — Oh! mio benefattore! — — Che, se uno sposo Iddio ti manda... — Oh mai. Non resta in questo cor luogo all'amore. — — L'angiol tuo ti protegga: Iddio ti dia Ogni suo bene, Agnese... Agnese mia! —
Un altro aspetto assai notevole delle poesie del Tommaseo è lo studio dei metri, i difficili rigori ch'egli si impone coll'uso delle rime, e gli intendimenti arditi di novità che tratto tratto palesa. Mentre tutti i poeti italiani del suo tempo prediligevano i facili settenari manzoniani o i decasillabi galloppanti del Berchet o spaziavano comodamente negli sciolti e nelle libere stanze rimesse in onore da Leopardi, questo poeta amava la Musa «dallo stivaletto serrato.»
Nei conserti rigorosi e nei frequenti richiami delle rime (anche da strofa a strofa) egli non rimane indietro nè ai poeti provenzali, nè ai nostri lirici del trecento. Basta guardare, fra tante, la sua lirica dedicata a Gino Capponi intitolata: _Le Memorie dell'uomo_; un viticchio di difficoltà volontariamente poste e trionfalmente superate.
Anche ai metri nuovi o rinnovabili ebbe l'occhio. Nel componimento _Voluttà e rimorsi (Elena)_ egli ci ha lasciato, parmi, il primo esempio di esametri italiani veramente belli, perchè secondano, non inceppano l'estro e lo significano con potenza d'armonie nuove:
Allor che 'l fremito della pugna dall'ardua torre Ascolto, al sommo del petto il core mi balza, E dico: ahi quanti da la ferrea destra di Marte Per te tormenti sostengono, svergognata. Troia di destrieri domatrice e i nobili Achei! Per te di vedove consorti e d'orfana prole, Fùnebre, ne' tetti, ne' templi corre ululato, Che 'l giovane ancora genitore e il dolce marito Veggono travolti rotolar nella polvere, e pianto E lai versando sul petto recente ferito, Reggono con mano la cara cervice cadente.
. . . . . . .
Con questi versi comincia il carme, ma non sono de' migliori. — Altro verso ch'egli trattò magistralmente e dopo di lui acquistò alcuna voga è il novenario. In un componimento intitolato: _Mane, Thekel, Phares_ egli li adopera tronchi e rimati a due a due. Il componimento è una fantasia grandiosa e forte intorno alla storia dei popoli: e quei molti novenari così rimati e tronchi gli danno uno strano carattere di leggenda e par di sentirvi il cozzo fatale degli avvenimenti e il brontolìo delle collere divine.
Ecco, per es., descritta Roma antica negli eccessi della sua strapotenza tirannica, ebra e lasciva, punita poi dalla invasione dei barbari:
. . . . . . .
Al fiero banchetto sedè La fame del popolo re; Nutrì, senza amor nè pietà, La sua con le altrui libertà; De' popoli bevve nell'òr Le lagrime, il sangue, i sudor; De' pesci la carne cibò Che l'uom di suo sangue ingrassò: Sull'armi sdraiossi alla fin Briaco d'orgoglio e di vin. Quand'ecco terribile a udir Falangi da Borea venir, E Roma col lungo ulular Dal duro letargo destar, Che indarno col ferro e con l'òr Discacci l'avaro furor. Qual vento che il vero soffiò, Qual flutto che il turbo gonfiò, S'avventano senza pietà Su lei che difesa non ha. La forzano i barbari re, Forzata la pestan co' piè; E il cranio in cui bevono è pien Del sangue del fiacco suo sen.
. . . . . . .
L'episodio della rivoluzione francese, il vigoroso espandersi della giovane civiltà americana, tutta materialità di lavoro e di dominio; e quanto di babelico e di pauroso si agita nei tempi moderni, è pure descritto in questo metro in forma efficacissima, con un tono più da veggente antico che da poeta modernissimo. È un componimento che Victor Hugo, credo, non isdegnerebbe.
IV.
Da ultimo noterò come in questo grosso volume di liriche non possa non destare ammirazione (in mezzo ai difetti del tempo, dello scrittore e dell'uomo) la stragrande varietà di argomenti dai quali il poeta ha saputo attingere ispirazione. Non vi è tasto nella immensa armonia delle cose, ch'egli non abbia toccato, traendone suoni quasi sempre originali: l'amore in tutte le sue forme più nobili e commoventi; la religione ne' suoi misteri di gioia e di terrore e perfino nelle pratiche sue più minute e più bigotte; il patriottismo, dall'inno a Dio Sabahot all'inno per la guardia civica; la natura infine con tutti gli aspetti, gli elementi, i fenomeni suoi grandi e piccoli.
Il Tommaseo era un ingegno mobile, inquieto, cercatore e, in mezzo alla sottomissione della fede, audacissimo. — All'arte egli non riconosceva limiti prescritti se non dalla stessa legittima potenza dello spirito inventore. — Questa inquietudine di ricerche è continua in tutti i suoi scritti d'arte, e dà al suo discorso e alle sue idee un ondeggiamento vago, singolarissimo. È acuto spesso e peregrino nelle minuzie; talvolta impedito da scrupoli e pedanterie quando parrebbe sul punto di liberarsi a grandi voli.
Ma l'animo aveva sempre al grande e al nuovo. E gli passavano per la mente delle strane visioni che allargavano a un tratto smisuratamente l'usuale campo dell'arte, testimonianza non dubbia che era in lui un estro originale e potente, da circostanze peculiari condannato spesso ad una dormiveglia penosa. — Un giorno a Venezia, persuaso di esser vicinissimo a morte, scriveva al Capponi dando conto di certi suoi manoscritti:
... «Seguono alcuni studi grammaticali; un discorso sul ritmo latente della lingua italiana, e sulla potenza del numero: una proposta di riforma ortografica, che designando con picciol segno la _c_, la _g_, la _s_, la _z_ dolcemente pronunziate, dalle altre, renderebbe inutile tutti gli acca e molti i: farebbe il leggere più agevole, più spedito lo scrivere. E perchè i sogni confondono le grandi alle piccole cose, sognavo una visione intitolata _gli Spiriti_, dove rappresentare varii ordini d'intelligenze superiori all'umana, che si servono de' mondi, come l'uomo si serve delle sue dita, e con quelli operano nello spazio immenso, secondo i disegni di Dio. A quest'ultimo lavoro la scienza umana è ancora immatura: ma le scoperte astronomiche dall'un lato, e dall'altro lo studio sulle tradizioni orientali, su certe parole della Bibbia incomensurabilmente profonde, potrebbero farne scusabile l'ardimento. Ma quando io avessi ancora vent'anni chi sa se di tanti sogni potrei degnamente avverarne pur uno? Sento l'ingegno e l'animo venir meno: la mia ignoranza l'imperizia, l'indegnità mi spaventano. Meglio morire.»
Singolare mescolanza di grammatico e di poeta, conservata financo nelle preoccupazioni supreme della vita.
Bisogna convenirne: questi neo-romantici avevano un vastissimo orizzonte tutto popolato di ideali, che (da parte adesso la questione del loro valore filosofico) somministravano una molto più numerosa e svariata materia d'arte, che noi non abbiamo. A noi quell'orizzonte si va sempre più rinchiudendo e ogni anno che passa togliamo una corda alla nostra vecchia cetra.
Quali corde sapemmo noi sostituire? A momenti la lirica vera è ridotta al paesaggio, popolato di qualche monologo sentimentale o filosofico. Io temo forte che il Carducci abbia parlato da profeta vero, facendo paurosi vaticini sull'avvenire della lirica...
ERNESTO MASI
(STUDI SULLA RIFORMA IN ITALIA NEL SECOLO XVI)
I.
Argomento assiduo degli studii di questo giovane pubblicista sono, da più anni, i tempi della Riforma in Italia e gli episodi molteplici e le singolari manifestazioni che quel grande avvenimento assunse fra noi nel secolo decimosesto, e prima e dopo negli apparecchi e nelle conseguenze. — Avemmo già un primo saggio di questi studi in una monografia su Girolamo Savonarola stampata a Firenze dal Cellini nel 1871, ove l'autore sintetizza ed integra con molto acume e serenità di critica i giudizi recati dagli storici italiani e stranieri intorno alla vita e agli intendimenti di quel nostro inconscio precursore di Martin Lutero.
Ernesto Masi possiede, a mio vedere, le qualità che si richieggono per essere ai tempi nostri lo storico giusto della Riforma in Italia. E ciò dicendo intendo di accennare peculiarmente alla tempra filosofica e morale dell'animo suo; avvegnachè ad impresa così grave non basti la copia delle cognizioni e il magistero generico della critica sui fatti. Sono queste le doti, dirò così, elementari d'ogni buon scrittore, ma pur possedendole in larga misura, è facile rimanere al disotto dell'argomento. La Riforma in Italia non può essere imparzialmente narrata e giudicata nè colla partigianeria riformista del Mac-Cree, nè collo zelo cattolico spesso soverchiante in Cesare Cantù; e nemmeno con quell'anticipato sprezzo volteriano che agli umanisti del secolo decimosesto (papa Leone X diede l'esempio e il motto) non lasciava vedere, in quel titanico rimescolio delle coscienze cristiane, null'altro che un volgare battibecco di frati gelosi fra loro della potenza del proprio ordine.
Il Masi, ripeto, ha la tempra morale e filosofica che si richiede nello storico di un rivolgimento religioso. — Non è un credente nel senso dogmatico della parola, ma come il Rénan e il Guizot in Francia, il Villari e il De Sanctis in Italia, sente la potenza dell'ideale religioso e l'importanza delle sue manifestazioni nella storia. Non giudicherebbe mai il martirio di Tommaso Moro colla spietata freddezza dell'Hume, nè il martirio di Giordano Bruno coi criteri cattolicamente disumani dello Scioppio o di Tullio Dandolo. Al di fuori delle intricate disputazioni religiose e degli _odii teologici_, che la storia di tutti i tempi e di tutte le religioni ha resi così spaventosamente proverbiali, egli si lascia reggere da un alto senso d'umana equità, la quale poggia forse i piedi in un _probabilismo_ mite a un tempo ed arguto, ma si avvicina col capo alle regioni luminose della eterna giustizia, certamente più che non facciano coi loro istinti indomabili di intolleranza e di parzialità gli storici romani e i riformisti.
Egli ragiona con larghezza ed elevatezza della Riforma in Italia nel secolo decimosesto, considerandola come una propaggine necessaria del Rinascimento italiano, il quale d'ogni lato col risveglio degli spiriti e della cultura spingeva la società italiana fuori della stretta cerchia medioevale; al tempo stesso che il Rinascimento, colla sua esuberante forza rivoluzionaria, doveva poi oltrepassare anche i confini del dogma riformato e quindi convertirsi in troppo saldo ostacolo al pieno e stabile sviluppo d'un rivolgimento religioso fra noi. Questa specie di circolo vizioso in cui l'Italia d'allora si trovò serrata, diede campo alle grandi forze conservatrici della Chiesa romana di prendere il sopravvento, e così, coll'aiuto della Spagna e dei gesuiti, il Concilio tridentino potè chiudere l'èra de' tentativi sparpagliati e incompleti con una più profonda e letale sottomissione.[28]
Sono molto notabili le pagine con cui l'autore termina il suo studio sui Burlamacchi toccando il problema della Riforma religiosa in ordine al nostro tempo e allo stato della scienza critica posta di fronte ai dommi d'ogni chiesa cristiana.
«... Le veci della lotta sono oggi mutate. La ragione, la scienza assalgono tutte le forme religiose, e il Protestantesimo ha esso pure mestieri di difendersi da questo assalto formidabile. Ogni giorno la ragione e la scienza apprestano l'una all'altra armi nuove; e già molti si chiedono, se c'è un avvenire religioso e quale sarà. Molti se lo chiedono impensieriti e dolenti. Molti lo negano audaci. Ma forse questa stessa lotta, che sotto forme variate si riproduce incessante, mostra che essa risponde ad alcun che di così riposto e di così necessario alla natura umana, da non esservi forza contraria che la distrugga. La Riforma ha fatto molto per conciliare ragione e fede, religione e civiltà. Essa ha trovato la formola del libero esame... E così è, che quando lo spirito positivo delle società moderne, col suo tragrande sviluppo, incominciò a perturbare le antiche armonie del mondo morale, le nazioni protestanti hanno resistito meglio all'assalto;... non ebbero bisogno di scindere l'uomo, il credente, il cittadino, ma, riparato nell'intimo della coscienza di ciascuno, il sentimento religioso continuò più o meno ad afforzare la convivenza sociale. — Checchè sia di tuttociò, amare il progresso ed averne paura non è da uomini...»
Ma il critico che guardi attento lo studio sui Burlamacchi vi troverà forse qualcosa a ridire in ciò che concerne la unità del disegno ragguagliato all'intendimento generale e allo stesso titolo del volume. — Tutta la prima parte infatti della monografia, che è anche la più lunga, discorre di Francesco Burlamacchi e del suo grande e infelice disegno di riunire in federazione le città di Toscana per contrapporle nell'interno con forze gagliarde alla crescente invasione medicea, e per l'estero a quei due eterni sopracapo d'ogni autonomia italica che erano la potenza del Papa e dell'Imperatore. — Ora tutto questo non si attiene che per un filo molto tenue alla storia della Riforma in Italia, se è vera, come pare, l'opinione adottata anche dal Masi, che Francesco Burlamacchi non fu seguace delle novità religiose, o tutt'al più le venne qualche volta considerando con un criterio esclusivamente politico, alla maniera del Guicciardini e degli uomini di Stato d'allora.
La narrazione dei fatti attinenti alla famiglia Burlamacchi, ripresa circa venti anni dopo la misera fine di Francesco, assume più stretta attinenza coi casi della Riforma religiosa in Italia.
Il figlio Michele Burlamacchi e la sua donna Clara Calandrini appartengono già alla religione riformata, e sono costretti, insieme a molti altri notabili di Lucca, a prendere la via dell'esiglio per sottrarsi alle severe ordinanze del Governo della repubblica e alla tema di peggio.
Qui l'autore comincia a seguire l'illustre e sventurata famiglia nelle sue peregrinazioni in Francia, attraverso gli orrori delle guerre di religione e finalmente a Ginevra, ove prese stabile dimora con tanti altri esuli italiani, i quali riparavano in quel tempo fra le mura della _Roma protestante_ dalle persecuzioni del Santo Uffizio, che omai infieriva in ogni parte della penisola.
Il Masi, senza abbandonare mai il sobrio colorito della narrazione storica, riesce ad innamorare il lettore de' suoi personaggi, e le figure di Michele e di Renata Burlamacchi si stampano nell'anima con tratti incancellabili.
Ogni asserto storico è avvalorato da documenti richiamati a piè di pagina senza ostentazione erudita ma con vero senso di opportunità. Fra i documenti ve n'ha uno di somma importanza che l'autore ha il merito d'avere rimesso in circolazione, togliendolo dalla Biblioteca del principe di Piombino in Roma. È una descrizione stampata nel 1572, _della solenissima processione fatta dal Sommo Pontefice nell'Alma Città di Roma per la felicissima noua della setta Vgonottiana con la iscrittione posta sopra la porta della Chiesa di San Luigi etc._ — Nella suddetta «iscrittione» poi Carlo IX è paragonato all'Angelo mandato dal Dio degli eserciti a sterminio degli eretici e perduelli: e nell'_oremus_ detto dal Papa nella chiesa di S. Luigi si prega il «Dio della misericordia» a continuare il suo aiuto perchè abbia compimento la gioia (_gloriosam laetitiam!_) del popolo cattolico colla totale dispersione dei suoi nemici.
II.
Nella seconda parte del volume, sotto la modesta apparenza d'una collazione di documenti intorno a Renata di Francia duchessa di Ferrara, il Masi ci appresta una vera e completa biografia, della figliuola di Luigi XII, biografia promessaci da molti anni dal signor Bonnet. Di questa illustre donna, la cui figura spicca così originale e gentile in mezzo ai conflitti religiosi d'Italia e a quelli ben più feroci di Francia, così giudica il prof. Giesebrecht: «Pochi, al pari di lei, sentirono ripercuotersi nell'animo i commovimenti politici e religiosi del suo tempo; in mezzo ai quali, se si considerano i suoi rapporti di parentela, essa opera con una libertà di spirito veramente rara. Ma per quanto levasse l'animo a grandi cose, essa si segnalò molto più pel sentimento, come è proprio delle donne, di quello che per la parte che prese agli avvenimenti. Ereditò assai dello spirito di suo padre, il quale aveva dato nuovo splendore alla corona di Francia, tentato di assodare in Italia la potenza francese, e resistito con gran vigore alle pretese spirituali e temporali della Corte di Roma. Renata, per quanto era da lei, osteggiò in Italia la potenza spagnuola e contro i Papi si fece centro di una opposizione pericolosa. Con mezzi inadeguati osò contendere al Papa ed all'Imperatore la loro vittoria. Tornata in Francia provò di opporsi alla guerra di Religione e di assicurar alla patria la pace, ai suoi correligionari una esistenza tranquilla. Anche qui pigliò impresa superiore alle sue forze e si trovò contro come nemici, coloro che essa amava di più.»