Teste quadre

Part 7

Chapter 73,754 wordsPublic domain

Giangiacomo Rousseau sta a capo di questa schiera e la illustra di tutto lo splendore del nome e dell'arte sua, in quelle sue _Confessioni_, che furono chiamate a ragione uno dei più forti documenti dell'orgoglio umano. «Suoni egli dice, quando vuole la tromba del giudizio finale; io verrò con questo libro in mano a presentarmi al sommo giudice e intrepidamente gli dirò: ecco quel che ho fatto e che ho pensato. Ho detto di me bene e male colla stessa franchezza; nulla aggiunsi in bene, nulla tacqui in male... Raduna, eterno Dio, intorno a me la moltitudine infinita dei miei simili... che ciascuno alla sua volta scopra il suo cuore sinceramente come fo io a' piedi del tuo trono, e poi che un solo osi dire se n'ha il coraggio: _io fui migliore di costui!_» Nessuno ignora che cosa venga dietro a siffatto preambolo; ma nell'opera del Ginevrino, in mezzo alle rivelazioni indelicate e ai fremiti dell'orgoglio, tu senti lo sprezzo generoso per una società decrepita, e un desiderio onesto, novo, ravvivatore verso la libertà e il bene. Spira per entro a queste pagine (come in quelle dell'_Emilio_) un alito di natura vergine e primitiva fra i miasmi corrotti degli ultimi anni di Luigi XV. L'eccesso della depravazione qui, come sempre, è raggiunto dagli imitatori. Che dire poi quando l'imitazione fu portata dalla storia nel romanzo! Per gran ventura in Italia non se ne videro ancora che pochi ed oscuri esempi; non discendemmo giù giù per tutti i gradi della scala fino all'aperta e vantata oscenità e al ridicolo da trivio; nè avemmo, come in Francia, confessioni di prostitute, memorie di serve e di portinai ed altre delizie di libri di simil fatta.[23]

In Italia, a me pare, gli scrittori autobiografici si dividono in due serie. La prima è di quelli, che deliberatamente o no si modellarono sulla _vita_ di Benvenuto Cellini, artista, scrittore e mariuolo di prim'ordine, con tutte quelle braverie e avventure ond'è piena, che danno dell'uomo e de' tempi un'immagine, non troppo fedele, ma troppo compiuta. È di questa congrega quella buona lana dell'avvocato Casanova, che ne' cinque volumi delle sue _Memorie_ (scritte amenamente in francese) sembra s'adoperi a far parere invidiabile una vita, ove le più rare doti dell'ingegno e dell'indole vanno sperperate e consunte in un vagabondaggio avventuroso per le corti d'Europa, e la dignità del gentiluomo veneto si perde nell'adulatore fortunato, nell'abile scroccone, e, al bisogno, nel ladro da tavoliere. L'altra serie, per gran ventura più numerosa e della quale a ragione può vantarsi il paese, è di quegli scrittori che, narrando di sè, tennero, ad esempio di Petrarca, modi e stile da far scaturire l'utilità vera e il vario diletto di che queste scritture sono capaci. Citeremo Raffaello da Montelupo, G. B. Vico, l'Alfieri, Didimo Clerico e Balbo: a questi s'aggiunge oggi Massimo d'Azeglio, nè crediamo si potesse chiudere più degnamente questa galleria d'uomini e scrittori eminenti. Facciamo un po' d'onore all'ultimo venuto.

Fra gli scrittori citati quello, che più somiglia al D'Azeglio ne' modi di scrivere la propria vita è l'Alfieri; e tale esterna somiglianza risulta, crediamo, da altra più sostanziale dell'indole e delle vicende. Ma al tempo stesso quanta differenza! L'astigiano, dalla prima all'ultima pagina del suo libro, si pianta fieramente in faccia al lettore, e quell'alta e superba figura tiene così intenti e fascinati i suoi occhi, che non può volgerli altrove, tanto ogni altro oggetto divien piccolo e scolorito intorno ad essa. D'Azeglio invece s'adopera con gentile sollecitudine a porgere e far gustare ai lettori quanto di buono e di nobile ha trovato per la sua strada. «Ebbi nella mia vita ad incontrarmi con grandissimo numero di persone. Volle la mia fortuna che fra queste si annoverassero uomini di prim'ordine, bellissimi ingegni, alti cuori e rari caratteri. Io spero riuscire a formare dei loro ritratti una galleria ricca di nobili modelli. Volesse Iddio ch'essa ne producesse un'altra ricca egualmente; quella dei loro imitatori... Nella mia lunga carriera io mi sono imbattuto in anime di veri eroi. Ma intendiamoci. Io chiamo eroi quelli che sacrificano _sè_ agli altri: non già quelli che sacrificano gli altri a _sè_. Non avrò dunque a porre in iscena nessun modello che rassomigli neppure alla lontana a quei grandi tormentatori della nostra specie, che essa adora ed ammira in ragione diretta del male, che le fanno. No. I miei eroi, la più parte ignorati, tutti vittime e nessuno carnefice, appartennero ad ogni classe; chè, la Dio grazia, se l'umanità non è quale dovrebb'essere, non è neppur composta solo d'inetti o di scellerati, come credono gli Eracliti di tutte le epoche.[24]» E veramente, dopo aver chiuso i due volumi di questi _Ricordi_, riandando quanto di bello e di nobile vi ha incontrato, non sa il lettore (almeno questo è avvenuto a me) se più amare e ammirare Massimo d'Azeglio, o alcuni di quelli, che egli ha fatto conoscere, cominciando dal povero Pilade e su fino al Bindone modello d'amico, al Marchese suo padre, modello d'antico gentiluomo, ed alla madre sua, anima mesta e affettuosa, previdente nella lieta sorte, nelle avversità forte di quella fortezza mite ed incrollabile, che è privilegio della donna, intimamente virtuosa e gentilmente culta; talchè immagino derivasse da lei nell'animo del figlio quel complesso di attitudini estetiche così armonicamente contemperate, come dal padre l'amore delle nobili imprese e la prepotente volontà del bene. D'Azeglio per altro non è come Silvio Pellico, che riflettendo di fuori l'umile e bonario ottimismo dell'animo suo, vedeva tutti buoni gli uomini intorno a lui. Al contrario il Nostro sa molto bene discernere la virtù vera dalle sue apparenze, ficcando anche, se occorre, que' suoi occhi miopi e indagatori di sotto le maschere. Ove s'imbatta nella ribalderia d'ogni forma e colore, sa tartassarla fieramente, adoperando a tempo l'invettiva alicambea o il sorriso oraziano argutissimo sulle sue labbra.

Ma presa tutta l'opera insieme, il bene narrato e pensato in essa supera di gran lunga il male. Sulle viltà e le sciocchezze l'autore passa descrivendo breve e biasimando incisivo; sui grandi e riparabili mali del paese e degli individui si stende con cura pietosa a discorrerne le cause ed i rimedi; quando poi s'imbatte in quella, che davvero merita il nome di virtù egli è eloquente e diffuso, nè si stanca di darle rilievo e lumeggiarla per ogni verso. Di qui si parte quel sentimento generale d'onestà e di consolazione, che tutto vi ricrea l'animo, notato da ogni lettore dei _Ricordi_, che sperimenta leggendo un vivo desiderio di farsi migliore. Ecco la moralità vera dei libri. E notate un fatto: D'Azeglio, per raggiungere questo fine, comincia coll'essere benevolo verso sè medesimo. Egli si sente uomo superiore alla comune, e ce lo fa capire con leale franchezza; senza passare mai i limiti della schietta modestia dice di sè tutto il bene, e visibilmente se ne compiace; del male si limita a dire senza ambagi quel tanto che crede. Vorremo biasimarlo? Per me lo biasimerei invece del contrario. Documenti dell'umana debolezza ne vediamo troppi intorno e dentro di noi, per desiderare che altri ce ne ammanisca; se poi quest'_altri_ è un uomo venerabile, cresce la sconvenienza e il pericolo, pensando quanto la nostra fragilità sia ingegnosa nel confortarsi d'autorevoli esempi. Credo inoltre che non vi sia più reo maldicente di chi parla male di sè stesso; modestia orgogliosa e sfrontatezza vigliacca, che non hanno trovato grazia se non in tempi poveri di morale dignità.

Per questo qualche lettore de' _Miei Ricordi_ è rimasto, come si dice, a bocca dolce non trovandovi narrato della vita giovanile di Massimo nessuna di quelle pagine galanti con cui (confessa l'autore) si sarebbe potuto mettere insieme un bello e saporoso volume. Io penso che l'autore avrebbe saputo scriverlo da par suo, cioè con signorile delicatezza; ma non ha voluto, e tal sia. Fra i disillusi nell'aspettazione confesso, amico lettore, d'essere stato anch'io: ma confesso pure che mi sono reso convinto alle ragioni, che l'autore dà del suo tacersi, e ripentito sinceramente di quell'indiscreto desiderio. — Vedetele al Capo XV de' _Miei Ricordi_.

II.

Ogni uomo insigne, ha notato Dollfus, spicca tra la schiera de' suoi pari per una certa qualità peculiare dell'animo, che è come la nota caratteristica non solo per distinguerli, ma anche, e principalmente, per capirli. Carattere di Massimo d'Azeglio direi la massima spontaneità; e questa a me pare di riscontrarla costantemente in tutta la sua vita privata e pubblica, come in tutte le sue opere d'arte.

Dopo una prima gioventù passata nell'«ozio senza riposo» nelle frivolezze e nelle capestrerie d'ogni genere a cui poteva abbandonarsi con tutta sicurtà un marchesino ed un uffiziale di quel tempo, Massimo d'Azeglio risolve di diventare uomo davvero. È la potenza della retta indole sua, che si risveglia; sono i germi della santa educazione paterna, che danno i loro germogli. Il suo intelletto è brullo d'ogni soda cultura; ed eccolo d'oggi in domani ad uno studio indefesso e arrangolato, da benedettino. L'animo è sfibrato nelle fatuità d'una vita galante; ed eccolo tutta serietà e forza d'alti propositi; nuove abitudini, nuovi amici, nuove passeggiate, vita nuova. Dopo quel primo fervore di morale rigenerazione egli sente levarsi dalla sua coscienza una voce dolcemente autorevole che lo chiama alla pittura, e il marchesino diventerà povero artista, lascierà la patria, la famiglia, gli amici per recarsi in Roma a correre solo il difficile arringo dell'arte, ad incontrare Dio sa che disagi e traversie. — Tutta la vecchia nobiltà torinese è commossa di questo scandalo, le vecchie dame levano le palme chiedendo misericordia per il povero traviato. D'Azeglio si lascia dietro il cicaleccio di tutto questo mondo decrepito e insipiente, ed entra nella città eterna, dove pochi anni avanti aveva splendidamente vissuto, con un mingherlino bagaglio d'artista e corto a danari. Compra panni usati, campa a stecchetto e studia furiosamente, la mattina col lume, e la sera fino tarda notte. Compìto il primo tirocinio nell'arte del disegno, si mette per la Campagna Romana per ritrarre quegli stupendi luoghi ed imprimersi nell'animo quel giusto sentimento del vero senza il quale non si dà vero artista. A Sant'Elia e a Rocca di Papa, colle tentazioni della capitale a poche miglia, vive i lunghi mesi poveramente dentro catapecchie d'alberghi, in case disabitate e in mezzo alla mal'aria, tutto intento a sorprendere e far sue nella solitudine quelle voci che «a' suoi devoti invia natura.» Breve; a capo di qualche tempo Massimo d'Azeglio è uomo rifatto, e per giunta un paesista rivale di Verstappen, di Hackert e di Bassi.

A quanti non sarebbe parso d'aver fatto abbastanza! Ma nell'animo d'Azeglio ferveva quella moltiplicità di attitudini artistiche, che paiono privilegio degl'italiani: in fatti tu lo crederesti un successore e un erede diretto di quella maravigliosa generazione da cui rampollavano Leonardo da Vinci, Leon Battista e Michelangelo. — Un giorno dipingendo quel bell'episodio di storia patria, che è _la sfida di Barletta_, gli balena alla mente l'idea di scrivere un libro, che illustrando quel fatto, dia campo a lui di esprimere colla parola quel tanto della poesia del suo animo, che non trova nell'opera del pennello bastante significazione; e gli dia materia nello stesso tempo per un libro, che rinfuocasse anche una volta gl'italiani nel sentimento di loro dignità nazionale ed in quelle aspirazioni di libertà, che allora fortemente sobbollivano per tutte le provincie della penisola. «Al calor del dipingere aggiuntosi così il calore dello scrivere, mi gettai a furia nel nuovo lavoro; e dove avrei dovuto far ricerche storiche sui tempi, ricerche topografiche, artistiche sui luoghi, e, meglio ancora, andarci, vederli, farli miei per poterli descrivere, ebbi appena tanta pazienza ch'io leggessi le pagine relative del Guicciardini; e cominciai subito la scena della piazza di Barletta sull'Avemaria ecc.» Vedete con che disinvoltura il D'Azeglio di pittore diventa romanziere, e per giunta romanziere politico. È fatuità od audacia? No; è la ragionevole baldanza di chi ha sicuro convincimento del suo potere. Colla stessa disinvoltura egli farà, quand'occorra, l'agitatore politico, poi il generale, poi il presidente del Consiglio de' ministri, poi il governatore di Milano, e altre cose ancora. Sono tanti germogli, che sorgono spontaneamente da un unico tronco. L'immenso plauso popolare, che accoglie il primo sorgere della sua fama, non gli dà il capogiro; quando questo plauso andrà scarseggiando e accennerà a venir meno del tutto, troverà lo stesso uomo sicuro di sè, che con una crollata di spalle e con un epigramma domina tutto questo flutto di vicende procelloso e bizzarro. «La sua benedetta smania di facilitare ogni cosa» che egli nota nella sua fanciullezza, diventerà, governata a dovere, la più bella singolarità e la forza più operosa della sua vita.

Non si creda però con questo che per raggiungere la rettitudine della vita e per avviarsi alla varia eccellenza dell'arte, Massimo d'Azeglio non si sia adoperato con tutte le forze dell'animo perseverando contro ostacoli d'ogni fatta. La spontaneità nelle opere d'arte è sempre frutto dissimulato di ricerche lunghe e laboriose, che si compiono nella coscienza e nello studiolo dell'artista; così è in tutte le cose degne della vita. In uno de' più bei luoghi de' _Miei Ricordi_ l'autore ci mette un poco addentro al gran lavoro segreto, che gli fruttava infine il conseguimento di quelle sue morali vittorie. Quanti ostacoli e quanti combattimenti! Gli spedienti messi in pratica mostrano che egli non risparmiò nulla per vincersi e rinnovarsi; e ve n'ha alcuni, che guardando alla corteccia, parrebbero puerili, ma nascondono un severo ammaestramento, che non si dovrebbe dimenticare. Ecco come esercitava quella che egli chiama la _ginnastica del sacrifizio_. «Mi venivo esercitando in piccole cose; verbigrazia, rinunziare ad un divertimento, durare in una fatica mezz'ora di più ancorchè stanco, alzarmi un'ora prima, differire di bere o di mangiare, ancorchè affamato od assetato, e via via[25].» Così fu e sarà sempre. La conquista del bene è cosa ardua, e la virtù, se non è operosa a tempo e a tempo battagliera, è una ciurmeria bella e buona, che ne porta l'apparenza ed il nome. Essa deve combattere contro delle forze malevole, che sono innegabilmente in noi, deve fare impeto contro i ribelli istinti, che tumultuano nel nostro cuore e contro gli allettamenti esterni d'ogni sorta, che c'invitano al male. In Grecia e in Roma la _ginnastica del sacrifizio_ si riduceva a sistema, indurando i corpi nelle fatiche e nelle privazioni, le volontà negli ostacoli; però ricorrono frequenti nelle biografie di quei grandi antichi le ricordanze del modo deliberato con cui essi s'avvezzavano a soffrire la fame, la sete, il freddo ecc. Il medio evo adoperò cilici e mortificazioni spietate, ma non può negarsi che colle esaltazioni e gli avvilimenti del misticismo fiorirono allora anche grandi virtù private e pubbliche. La virtù facile e piana, la virtù in panciolle e sempre e solo sorridente, è trovato moderno; e tale è l'albero, tali i frutti. Massimo d'Azeglio si tenne al vecchio metodo; però debitamente quando gli si vuol tribuire una lode, che dica molto in poco, lo si chiama un'anima antica.

Come ognun vede io non dò un sunto de' _Miei Ricordi_. È un libro, a mio credere, che non si riassume. Fu mio intendimento cogliere da esso qualche riflessione opportuna e far rilevare in esso qualche tratto distinto ed esemplare dell'illustre autobiografo. Massimo d'Azeglio, così colla vita come negli scritti, ebbe sempre di mira il bene d'Italia e degl'italiani, e non è pagina di questo libro dalla quale non possiamo trarre un ammaestramento. Si apre raccomandando a noi la più necessaria delle virtù civili «quella dote preziosa, che con un solo vocabolo si chiama _carattere_;[26]» la virtù che meno d'ogni altra abbiamo, e la cui mancanza ci procacciò e ci procaccia i più grandi mali. Esso si schiude raccomandandocela con tutta l'autorità e l'affetto sacro d'un moribondo; «ricordo agli italiani che l'indipendenza d'un popolo è conseguenza dell'indipendenza dei _caratteri_.» Il libro poi è senza interruzione una conferma di questo voto del suo cuore: ed egli poteva arrogarsi il diritto di ammaestrarci e rimbrottarci, egli, la cui vita privata fu un modello di umana e civile dignità, la cui vita pubblica si può riassumere nella pratica di quella sua sentenza: «ricordiamo che l'amore della patria è un sacrificio, non un godimento[27].»

Resterebbe in ultimo a dire alcuna cosa sulla forma dell'opera. Io, a costo di perdere per sempre la speranza di diventare accademico della Crusca, confesso d'aver dimandato a me stesso, quanti libri si sieno scritti in Italia bene come questo, dal Gozzi in poi; indi aver concluso che pochi, pochissimi. E questo per una ragione assai semplice: nella lettura de' _Miei Ricordi_ io non mi sono mai imbattuto ad un pensiero, che vada faticosamente in traccia della parola e della frase che deve esprimerlo. Di quanti libri si può dire altrettanto? Anche qui domina quell'aurea spontaneità che dicemmo essere sembrata a noi la nota luminosa del carattere dell'Autore. — Sulle opere d'arte di Massimo d'Azeglio, sui suoi romanzi come sui suoi dipinti, la critica ha omai fatto un aspro lavoro, che è, pur troppo, non ancora compiuto. Ma il libro de' suoi Ricordi rimarrà, non solo come un gran documento storico, ma come una delle prose migliori del nostro tempo; nè mai, cred'io, ebbe migliore dimostrazione quel pensiero di Giacomo Leopardi in cui afferma che, parlando o scrivendo di sè stessi i grandi autori appaiono sommi e i mediocri s'avvicinano ai grandi.

IL TOMMASEO POETA

I.

Come poeta Nicolò Tommaseo non ebbe fortuna e ora è poco meno che dimenticato. Perchè? Potrei scommettere che ben pochi oggi in Italia si fanno questa dimanda. Intanto il suo volume di versi giace, simile a re Manfredi, «sotto la guardia della grave mora» formata dalla catasta de' suoi dizionari, dei volumi ed opuscoli letterari, didascalici, storici, politici e ascetici.

Aggiungete che il Tommaseo, vivo e morto, non è mai riuscito a svegliare intorno a sè quel movimento di calda e generosa benevolenza, che spesso abbraccia e sorregge scrittori per merito di gran lunga a lui inferiori. Le cause sono parecchie ed alcune, certo, a lui molto onorevoli: prima di tutte, forse, la grande e rude libertà con cui giudicava, secondo il suo intimo convincimento, uomini e fatti. — Angelo Brofferio ci ha lasciato scritto nelle sue memorie che incontratosi per la prima volta col Tommaseo da un libraio, lo trovò subito antipatico. Anche oggi che il vecchio dalmata dorme da più anni nel piccolo cimitero di Settignano, si direbbe non ancora spenta quella antipatia ostinata, dalla quale nemmeno i suoi ammiratori più caldi andavano sempre immuni. _Habent sua fata_, gli autori del pari che i libri.

Ma a me piace tornare di tanto in tanto al grosso volume delle poesie tommaseiane: cinquecento e più pagine, edizione Le Monnier. Le prime hanno la data del 1832, le ultime vengono fuori negli ultimi anni di lui; e poche settimane avanti la morte il Tommaseo poetava.

In questo libro è veramente, per chi sappia cercarlo, dipinto tutto l'uomo, meglio assai che nelle lettere, che volgono spesso al sermone, e nelle critiche sottili e nelle polemiche iraconde. Ho detto per chi sappia cercarlo, che in un volume di versi per quanto essi ritraggano dell'animo e dei casi della vita d'uno scrittore, non si dee pretendere di leggere come in una autobiografia. Gli argomenti delle poesie sono numerosissimi e svariatissimi; l'animo però è sempre il medesimo, quasi fascio di luce, che si rifranga in mille raggi. E non vi è lato di esso che non si venga manifestando in questo o in quel componimento; ora di faccia, ora di profilo; quando in iscorcio e quando di prospetto; alcune volte in luce diffusa, più spesso in una penombra vaga con certe sfumature e certi riflessi, che non si avrebbero da nessuna autobiografia.

Chi lo conosce per le sue prose infaticabile panegirista delle liriche del Manzoni s'aspetta di trovare ne' suoi versi più d'una reminiscenza manzoniana. Invece, sulle prime, appena qualche somiglianza nei metri, poi scompare anche questa. La frase, la scelta delle immagini e i movimenti ritmici non solo si dispaiono da quelli del poeta degl'_Inni_, ma in nessuna parte li ricordano. È insomma una foggia di poetare del tutto diversa. Il Manzoni si effonde largamente coi moti poderosi dell'estro, e le idee ben distinte passano rapidissime ad un tempo e chiarissime dinanzi alla mente del lettore. Il Tommaseo invece tira sempre a raccogliere, a condensare, a infittire concetti e immagini per modo che ogni tanto fa d'uopo fermarsi a scomporre un poco quei ricchi intrecci di forme, che spesso si adombrano scambievolmente; di guisa che manca quasi sempre a lui la luminosa perspicuità, che è forza principalissima della lirica. Però, una volta date al poeta queste cure d'analisi, con quanta dovizia di belle cose egli vi ripaga!

È detto d'alcune opere dei nostri grandi musicisti, che coi motivi dei quali sono piene zeppe si avrebbe il materiale melodico per comporre quattro o cinque melodrammi. Similmente s'è indotti a pensare leggendo molte poesie del Tommaseo massime le più brevi.

II.

Il Tommaseo fu molto e variamente inspirato a poetare da quelli, che egli chiama «i pochi e per lo più non corrisposti amori» della sua giovinezza. In una edizione dei suoi versi fatta a Napoli e che ora non ho sott'occhio, ricordo che mi fece caso una serie di poesie intitolate: _Ad Una: Ad un'Altra..._ e via di seguito. Nell'ultima edizione quei titoli sono un po' cambiati e le rime d'amore miste, quasi dissimulate con senile verecondia, ad altre d'altro argomento. Ma per tutto il volume corre un soffio di passione amorosa, che talvolta s'insinua fin dentro ai carmi più austeri.

Fatto è che questo asceta del secolo decimonono sentì fortemente l'amore della donna: e nella donna tutto. Ne fanno ampia fede i suoi versi, ov'è un originalissimo connubio d'ispirazioni ideali e sensuali, senza che mai vi si riveli lo sforzo artificioso, come nella _Volupté_ del Sainte-Beuve, ma uscenti quasi d'un solo getto dall'anima sua.

Nè i versi soli fanno fede. Chi non rammenta certi tocchi audaci alquanto nella sua descrizione del _Sacco di Lucca_, e più ancora certe pagine descrittive nel racconto _Fede e Bellezza_? Adesso che le ragazze leggono Emilio Zola, quelle pagine parranno fredde e fors'anche troppo castigate; ma allora quando il romanzo fu letto si levarono grida di stupore e d'indignazione. Alcuni amici del Tommaseo (che già a più riprese s'era guadagnato il titolo di scrittore _pio_) non sapevano rinvenire dalla sorpresa. E in un giornale di Torino usciva una critica del romanzo in cima alla quale era posto nientemeno che il motto giovenalesco: _quis feret istas luxuriae sordes?_... Dal motto ognuno può indovinare il tenore dell'articolo.

Eppure nell'animo del Tommaseo trovavano modo di comporsi amichevolmente, per esempio, la scena in camera tra Maria e il principe russo e la religiosità e l'unzione devota di tutto il racconto. Ed io non ci trovo proprio nulla a ridire. Questo povero tema della moralità dell'arte, oggi con tanto uggiosa insistenza bistrattato, nove volte su dieci, vien frainteso perchè, nei casi concreti, si trascura di risalire, con verace umanità di criterio alla ricerca delle ragioni intenzionali dell'artista, giudicando da quelle non solo l'opera, ma l'uso a cui vien destinata.