Part 6
Non si può parlare delle poesie di Carducci senza toccare il tasto delle imitazioni, e anch'io l'ho già toccato di volo più sopra. Ora credo bene spendervi qualche parola di proposito. — A sentire alcuni, Carducci è per tre quarti un'abile e sapiente ricompositore di materia poetica somministratagli da altri. Da prima tutto volto ai classici greci e latini; poi eccolo in ginocchi dinanzi ai moderni poeti stranieri, specialmente Enrico Heine e Vittor Hugo. Per poco non gli mettono in bocca le parole della sua Italia che va in Campidoglio:
Scuoto la polve d'una adorazione Per cominciarne un'altra.
Costoro dovrebbero allora spiegarne anzi tutto per che strana e bizzarra incantagione la figura d'Enotrio Romano abbia potuto invadere così fieramente e trionfalmente nell'arringo pubblico ed occupare di là a quel modo la critica italiana ed estera; essendo ormai provato abbastanza che gli artisti in cui prevalga solo il magistero della imitazione poca fama levano di sè e passano senza gran rumore di lodi e di censure.
Per me ho sempre pensato che delle qualità artistiche di Carducci quella, che prevale non sia veramente l'invenzione. Anzi, se il suo ingegno poetico si potesse ridurre a parti proporzionali come un composto chimico, mi par di vedere che l'invenzione sarebbe segnata con un numero piuttosto basso e con un numero alto la finezza del gusto, l'impeto del sentimento, la profonda maestrìa nel maneggiare e signoreggiare la forma, nell'atteggiare il metro all'indole del soggetto etc. — Penso ancora che chi voglia veramente scendere alla «prima radice» delle ispirazioni e dei _trovati_ carducciani scoprirà il più delle volte che la mossa originaria viene dal di fuori; qualità del resto che egli ha in comune con tutti i poeti italiani del nostro secolo, Manzoni e Leopardi appena eccettuati. — Però vuolsi considerare nello stesso tempo, che mentre è così facile vedere a prima giunta le frequenti imitazioni del poeta (ed egli stesso si compiace di _conferire_ alla erudizione dei critici, mettendo in mostra gli originali da cui ha tolto), pochi poeti moderni io potrei citare che meglio di lui si riconoscano subito a poche strofe. Questo poi va parimenti detto delle ultime sue composizioni e delle prime, quando egli non ambiva d'essere altro che «lo scudiero dei classici.» Ho sotto gli occhi un suo sonetto segnato fra le _Juvenilia_ nel libro III col numero VIII, il quale, oltre che ricorda molto nella disposizione intrecciata dei versi i sonetti del Casa, è intessuto tutto con pensieri di Foscolo, di Parini e di Petrarca che ricorrono alla memoria subito, anche a chi non abbia grande erudizione di quei poeti. Eppure io ho per certissimo che, anche confuso entro una raccolta di versi e senza nome di autore, quel sonetto farebbe subito esclamare: ecco Carducci! — o che almeno lo si reputerebbe opera d'uno de' suoi abili imitatori.
Onde gli viene questo suggello individuale così rilevato e riconoscibile? Osservate ancora. Quanto studio non pongono i traduttori a rendere fedelmente tutte le qualità dello stile dei loro poeti! Ciò nondimeno io vorrei mi diceste qual è quella poesia tradotta che farebbe subito correr la mente all'originale, se alcune particolarità accidentali ed estrinseche non lo aiutassero. Le versioni d'Orazio, per citare un esempio, di Giovanni Marchetti, che a mio vedere sono le meglio riuscite, somigliano, sempre per lo stile, a tutte le composizioni originali del poeta sinigalliese e, in particolar modo, alle altre sue versioni d'Anacreonte. — Per converso vediamo Carducci, datosi per più anni tutto alle imitazioni per modo che direste non desideri esso di meglio che tuffarsi e perdersi nell'onda de' suoi adorati classici, come un buddista nel _Nirvana_, lo vediamo, dico, conservare viva e parlante, quasi suo malgrado, la propria fisonomia di scrittore e di poeta. È dunque mestieri, io ne concludo, che questa fisonomia sia ben sua e ben scolpita e, per intima forza di organismo, ribelle ad ogni alterazione; proprio come certi tipi di famiglia e di razza, che nè il tempo nè il clima nè altre vicende valgono a trasfigurare.
E così si capisce ancora che, con una naturale compagine così salda e resistente, egli non avesse a temer nulla da innesti e connubi e discipline mortificanti. Fu dunque scudiero dei classici, fece per loro la veglia dell'armi e da loro fu battuto cavaliere, ma rimase uomo libero e libero poeta. Il dissidio dell'ideale antico colla vita moderna, vista attraverso il fantasma radioso dell'arte classica e ripercosso potentemente nel suo animo, gli suscitò ispirazioni gagliarde e originali; e già dalle cime di San Miniato al Tedesco calava giù e si spargeva tacitamente per tutta Toscana più d'una strofe in cui, di sotto alle memorie greche e romane, bolliva lo sdegno delle bassezze contemporanee e il desiderio della riscossa. A Firenze, a Pisa, a Livorno quanti giovani ripetevano fremendo le strofe di un classico _Brindisi_ aspettante novi Idi di marzo! E come avidamente bevevano lo sconforto sdegnoso e le speranze del poeta giovinetto proponentesi di non scrivere più versi se non ispirati dalle pugne e dalle vittorie della libertà!
Dopo parecchi anni trascorsi presso che silenziosi, egli fece sentire ancora i suoi canti, ma con modi e toni insoliti. Alcuni degli amici aggrottarono il sopracciglio e brontolarono: — Giosuè piega all'«Apolline cimbro» e si guasta. — Altri, tacendo, aspettavano.
Egli è che pure serbando fede «al buon Virgilio e a Dante» Carducci s'era mescolato alle grandi correnti dell'arte moderna e contemporanea e n'era uscito come buon metallo temprato in acque nuove. Negli sdegni e nelle ironie atroci dei _Châtiments_ di Vittor Hugo egli aveva sentito svegliarsi dentro certa furia archilochea che sonnecchiava in fondo al suo spirito; con Volfango Goethe aveva colte le serene e profonde intuizioni della natura; in Byron, De Musset e gli altri aveva partecipato i brividi e i calori morbosi della passione, già presentiti nei tormenti di Jacopo Ortis, e tutto «l'impeto lagrimoso» della elegia moderna. — Aveva insomma affrettato il passo, s'era slargato e reso più libero e vario nei movimenti, ma era rimasto il Carducci di sempre. La sua italianità o, dirò meglio, la sua toscanità s'erano non solo mantenute, ma anche rafforzate; e correggendo quello, che avea prima di soverchio nella industriosa ricerca delle frasi e dei traslati, egli s'era venuto sempre più accostando e imparentando coi nostri grandi scrittori del Trecento. Di quando in quando uno scambietto e una bizzaria accusano troppo evidentemente la loro origine e fanno parte per sè stessi; non entrano nell'intimo e continuo tessuto del suo stile, ma figurano come sovrapposte che lo chiazzano qua e là bizzarramente. Sono foglie secche e bacche salvatiche impigliatesi ai capelli del poeta, mentre rompeva o attraversava i pruni più densi della Foresta Nera.
E a proposito di imitazione e anche di Foresta Nera va notato un altro fatto particolare. Più a biasimo che a lode pel Carducci è stato detto molte volte che egli ha assaissimo derivato nel suo stile nuovo da Enrico Heine, anzi che ha tentato di diventare addirittura una specie di Heine italiano. Anche su questo dirò schiettamente il mio parere. Non credo che Carducci abbia voluto emulare l'adorabile spigliatezza e l'originalità profonda e viscerale di certe _trovate_ liriche e satiriche del poeta tedesco. Se l'ha voluto, o non c'è riuscito, o io non me ne sono mai accorto. Anzi parmi che le poche volte ch'egli ha tentato d'innestare ne' suoi componimenti un vero concetto e movimento heiniano ne sia uscita una stonatura o giù di lì; mentre poi sono convinto che l'Heine alla sua volta avrebbe dovuto sudare di molte camicie prima di assurgere, come il Nostro, a liriche intere, schiette e continuate senza mischianza di zenzero cinico e satirico, senza brusche fermate ed abili scorciatoie, per la via maestra di Parnaso. — Pure una somiglianza tra Heine e Carducci c'è e molto notevole, ma, più che lo stile, tocca massimamente tutta la loro azione letteraria in Germania e in Italia. Enrico Heine rovesciò nel suo paese la così detta scuola storica, che tentava di rifare il medio evo, rovesciò, per dirla colla parola di Gherardo di Nerval, _l'école de fausse sensiblerie des pöètes souèbes, école parassite, mauvaise queue de Goëthe, véritable poesie d'album_. Carducci alla sua volta, senza alcun proposito imitativo, ma tratto irresistibilmente dall'indole e dall'educazione sua letteraria e filosofica, armeggiò fin da ragazzo e fece poi impeto grande contro la letteratura storica e cattolica, che in Italia aveva per capo il Manzoni. Heine sbaragliò a fondo i _poeti svevi e filistei_; i nostri manzoniani certo uscirono malconci dalle scariche in versi e in prosa del fiero assalitore italiano. Heine, e si capisce il perchè, non osò mai alzarsi colle sue ire e co' suoi frizzi più su del piedestallo di porfido ove la venerazione di tutta Germania ha collocato il busto di Goethe. Carducci invece mise, è vero, un grande intervallo tra il Manzoni e i manzoniani; ma nel menare i colpi non fu sempre così riguardoso che qualche scheggia e qualche favilla non salisse fino all'autore degli _Inni Sacri_ e della _Morale Cattolica_. — E anche di questo il perchè si capisce!
IV.
All'illustre Carlo Hillebrand spiace la politica prettamente «giacobina» di parecchie tra le nuove poesie di Carducci e se ne meraviglia e se ne duole e quasi se n'adira. Io non dirò certo che questo giacobinismo sia la miglior cosa nelle poesie del Nostro, anzitutto perchè divido nella maggior parte dei casi la opinione di Goethe «poema politico, poema noioso» e poi perchè la politica di Carducci non è precisamente la mia, eccettuato il puro fondo democratico in cui ci troviamo tutti d'accordo quanti siamo in Italia di parte liberale.
Insieme all'Hillebrand hanno mosso censura al Carducci de' suoi giudizi politici molti, che li trovarono ingiusti, violenti e anche mostruosi. Fra gli altri il Guerzoni a cui atrocemente rispose il poeta, ed io, che allora non potevo dimenticarmi che scrivevo nelle colonne d'un giornale politico da me diretto.[19] Non avviso qui nè a contraddirmi nè a scusarmi: aggiungo solo che, considerata colle ragioni dell'arte, la politica ebbe il gran merito di schiudere al nostro poeta orizzonti nuovi e rianimare e ringiovanire in lui l'ispirazione, che, senza questo soffio potente, minacciava di annuvolarsi e, chi sa? fors'anco d'impicciolire e di perdersi. Infatti a un certo periodo della sua vita (lo nota anche il Chiarini) chi legge alcuni componimenti carducciani, come le rime tristissime in morte del fratello e l'altra canzone intitolata _Congedo_ che chiude col verso:
Torniam fra l'ombre a disperar per sempre,
vede, o pargli, che un senso profondo di scoramento cupo invade l'anima del poeta; uno di quegli scoramenti a cui per solito succede la disperazione o il tedio estenuante. In altri termini il Carducci a un dato punto della vita s'è trovato, egli e l'arte sua, sul pendio sdrucciolo di un leopardianismo riflesso, rimasticato e pochissimo promettente, perchè, a non esser ciechi, bisogna accorgersi che proseguendo ancora di qualche passo sulla via del pessimismo di Giacomo Leopardi s'arriva al muro o al deserto. Ma la politica entrò probabilmente per molta parte a salvare il Carducci dal pericolo. Essa lo tolse all'uggia del pensiero aggrondato e solitario ed è stata (mi si permetta l'immagine) la grande finestra aperta per cui entrarono nell'anima del poeta l'aria e la luce, il fremito sano della vita e delle sue battaglie. Allora, per le recondite affinità che legano tutte le forze della vita nell'_io_ vivente, il sentimento della natura e l'amore si rianimarono e rinvigorirono in lui; e dalla crisalide triste di un Carducci leopardeggiante uscì Enotrio giovane, Enotrio baldo e impetuoso, gittante «il suo vivo cuore» di poeta nell'arena dei forti combattimenti. Abbiamo dunque ragione di saper grado anche alla politica e accettarla, nel poeta, tal quale essa è, senza guardare tanto per il sottile.
Il signor Hillebrand accusa poi di «povertà» l'ideale politico di Carducci. Benedetta questa critica! Io ho sempre pensato che l'ideale di un poeta (dacchè voglio sperare che con questo vocabolo non si continui ancora ad esprimere un vuoto paradigma platonico) non sia in sostanza altro che la realtà stessa, secondo ch'egli, il poeta, la coglie, la fa sua, la innalza e la trasfigura colla potenza della immaginazione e col calore dell'estro. Così parmi che la intendano anche il Goethe e Victor Hugo.[20] Ora, essendo in questi termini la quistione, come può sentenziarsi della povertà o ricchezza dell'ideale d'un poeta così _a priori_ e guardandola per di fuora, senza tener conto dell'attività trasformatrice, che vi ha speso intorno l'artista e degli effetti, che ne ha saputo trarre? Povero l'ideale giacobino del Carducci? Sarà benissimo, ma per Lei, signor Hillebrand, e, se vuole, anche per me. Ma per affermare il medesimo rispetto al Carducci bisognerebbe rifare la prova un poco più sperimentalmente, vale a dire cominciare col provare, per es., che _Versaglia_ non è una bella e terribile poesia; che i ritratti di Marat e di Danton non sono stupende cose. Bisognerebbe provare che la «Santa Repubblica» la quale ci lascia freddi quando la sentiamo invocata su certe gazzette e in certi discorsi, non è un'alta concezione artistica quando il poeta ce la personifica sui colli di Roma, incontro al sole, che declina, tendente le braccia materne al moribondo Goffredo Mameli. — Del resto poi se la politica di Enotrio ha qualche difetto, non in faccia all'arte, ma guardata con altro criterio, non mi pare il luogo questo da dovercene occupare. E non dubiti del resto il signor Hillebrand che Enotrio, se peccato ha, ne viene troppo crudelmente punito da quel sentirsi ogni giorno esaltare (egli così aristocratico in arte) come «poeta della democrazia» in un certo stile e da certa gente, che di vera poesia e di democrazia vera s'intende a un modo. Voglio dire molto poco. Un poeta latino si scusava di certi suoi versicoli tutt'altro che casti proclamando casto l'autore. Questa maniera d'argomento mi è sempre parsa una scappatoia per cansare la questione. Io, per converso, accetto con ammirazione e riconoscenza i bei canti di Carducci e mi guardo dall'entrare nel suo animo e chiedergli conto della sua ammirazione per tutti i personaggi del Terrore, — compreso quel caro «biondino» di Saint-Just. Mancano altri argomenti ed occasioni per combattere le idee politiche d'un galantuomo? Poichè siam nell'arte, restiamoci, per carità! Certi rimescolamenti lasciamoli a certi ipercritici, come il buon Trezza, il quale con tutta sicurezza ci spiega la mediocrità poetica dell'Aleardi col fatto che esso non seguì la scuola di Darwin e non mise in versi «la teorica dell'evoluzione.[21]» E poi dicono di volere abolire il dommatismo!... In Italia queste filosofie strambe dovrebbero essere meno possibili che altrove, poichè qui l'arte, pur rimanendo e movendosi nell'ambiente vivo della storia, mostrò sempre di essere una forza libera nel più nobile, ossia nel più personale senso della parola; e quasi sotto i nostri occhi vedemmo due artisti coetani ed amici, Foscolo e Manzoni, muovere da diversissime anzi duellanti concezioni della vita, del mondo, dell'arte — e riuscire, malgrado ciò, entrambi eccellenti e vitali artisti.
O quando si comincierà per davvero a fare anche fra noi una critica, che chiami pane il pane e (direbbe Giordano Bruno) sanguisughe le sanguisughe?...
Ma, innanzi di chiudere, a me preme fare anche una considerazione. La critica intiera e piena di Carducci, poeta, non è oggi fattibile, e penso che passeranno degli anni parecchi prima che lo sia. Questo accade di lui, come di tutti gli scrittori, per una ragione detta magistralmente da Emilio Zola in un suo scritto recentissimo sui romanzieri francesi:[22] ed è che d'uno scrittore, anche d'altissimo merito, spesso ciò che tocca più vivamente i contemporanei è appunto quello che esso ha di più caduco, vale a dire certe qualità superficiali ed appariscenti della forma, che assiduamente si muta, mentre la sua vera forza e la sua durevole vitalità rimangono nascoste ai più, come l'ossa, i nervi e il sangue nel corpo dell'animale.
Però argomentando o, meglio, congetturando con questo criterio, ch'io credo esattissimo, si può fin d'ora prevedere che certe qualità d'Enotrio Romano, le quali ora di più appassionano il pubblico in suo favore e disfavore, molto perderanno col tempo di colore e di forza: ma l'intimo organismo del suo ingegno, quale si manifesta nelle sue poesie, non solo resisterà al tempo, ma sarà un giorno abbracciato e compreso dalla critica meglio che oggi non sia. In conseguenza, per uscire un poco dalle generali, crediamo che siano per cadere presto nella bolgia dei luoghi comuni parecchie predilezioni e movenze nello stile, parecchie imagini e sentimenti ai quali adesso Carducci deve parte della sua popolarità. Al contrario, quando l'opera sua sarà riguardata un po' più da lungi, nella vasta e tranquilla prospettiva della storia letteraria, egli sarà giudicato con equo giudizio come un artista che difetti, forse non piccoli, riscattò con pregi certo eminenti; primo dei quali sarà ritenuto l'impulso vigoroso, ch'egli potè dare alla poesia italiana perchè si rimetta nella via regia delle sue naturali e gloriose tradizioni, senza per questo rannicchiarsi in sè medesima e sequestrarsi dall'ambiente della cultura universale, che è omai condizione di vita per ogni arte come per ogni scienza.
Ma v'è da aggiungere una ragione più speciale per il Carducci. Alla pienezza del giudizio intorno all'opera sua gioverà di certo moltissimo anche l'essersi col tempo smorzati o spenti del tutto gli effetti, che alcune qualità meramente soggettive del poeta producono ora nella maggior parte dei suoi lettori. Così le «eterne risse» che gli tempestarono nell'animo, note oramai in Italia anche ai «cipressetti di Bolgheri» e che gli proruppero spesso in veemenze ed esagerazioni turbanti le serene armonie dell'arte, in avvenire saranno pacatamente e imparzialmente studiate come elementi preziosi coi quali integrare il giudizio del poeta e dell'epoca sua. E intanto a me, che ammiro in Carducci l'artista e stimo l'uomo, fa grande contentezza il vedere com'egli si vada sempre meglio apparecchiando a questo futuro sindacato con grande alacrità di propositi e vera nobiltà d'intendimenti. — Già da qualche tempo la nota del poeta ci suona da più alte cime, ove l'aria è più luminosa e purgata dai vapori delle valli, e sono certo ch'egli non è sordo ad una voce interna che gli grida: «più in alto, più in alto ancora!» — Onde accade che, mentre in Italia è un continuo e melanconico spettacolo d'artisti, che mentono alle speranze da loro suscitate con esordi felici, l'autorità di Carducci si mantiene intera e l'aspettazione pubblica si va anzi accrescendo, avvegnachè il periodo della sua operosa e virile giovinezza non accenni per nulla a chiudersi, ma sia ancora pieno di promesse nuove, di cui tutti attendiamo con fede l'adempimento.
MASSIMO D'AZEGLIO
(«_I MIEI RICORDI_»)
I.
L'autore poco tempo prima di morire aveva ben ragione di scrivere all'amico Rendu: «Je suis toujours ici brochant mes mémoires, qui m'amusent a écrire. Ils auront toujours amusé quelqu'un!» Una nobile vita è dolce contemplarla dal suo tramonto. È bello ricordare una vita così piena di pensieri, d'affetti e variamente operosa, ove si è sperimentata ogni sorta di umane vicende, assaporata ogni sorta di gloria, e ove a ciascun passo la memoria s'imbatte in pugne e trionfi della volontà pel bene. La biografia di Massimo d'Azeglio, fatta debita parte alle fralezze della umana natura e della sua, ci mostra un uomo potentemente signoreggiato dalla idea del dovere; e questo è l'essenziale. Il pittore, il romanziere e il ministro vengono dopo, e se anche la critica dovesse essere con loro acerbissima, il principale valore dell'uomo e del libro rimane intatto.
Anche questo costume di scrivere la propria vita, è nato e fiorito fra noi. Gli antichi non ne lasciarono che pochi esempi, e tutti di narrazioni riferibili ad uno speciale ordine di fatti, non escluso il grande libro del vescovo d'Ippona. Dante, che pur tanto disse di sè nelle sue opere, ha notato nel _Convito_ (Trat. I. Capitolo II.) a quanti pericoli s'esponga un autore parlando di sè: «perchè parlare non si può di alcuno che il parlatore non lodi o non biasimi quello di cui egli parla; le quali due cagioni rusticamente stanno a far parlare di sè nella bocca di ciascuno. E per levare un dubbio che qui sorge, dico, _che peggio sia biasimare che lodare..._ La ragione si è che qualunque cosa è per sè da biasimare, è più laida che quella che è per accidente. _Dispregiare sè medesimi è per sè biasimevole, perocchè all'amico dee l'uomo lo suo difetto contare segretamente; e nullo è più amico che l'uomo a sè._ Onde nella camera de' suoi pensieri sè medesimo riprendere dee e piangere li suoi difetti, e non palese.» Non direste, che anche scrivendo questo passo, il Poeta aveva in cospetto l'avvenire? E veramente nel secolo passato, e nella prima metà di questo, crebbe a tal segno la voga delle _memorie_ e delle _confessioni_, che, tra vere ed apocrife, ne avremmo da costituire una vera letteratura autobiografica; materia in vario modo importante e dilettevole ai filosofi, agli eruditi ed ai curiosi. In essa pur troppo si riscontrano sovente i difetti temuti dall'Alighieri, ed il peggiore di essi in ispecie; vo' dire la franchezza cinica o sguaiata nel rivelare e descrivere altrui ciò che fuvvi nella propria vita di men buono; e cose sulle quali starebbe forse bene invocare per sè con Temistocle la scienza del dimenticare, o almeno dagli altri il silenzio e l'oblio. Ma egli è che si trova un'acre e sottile voluttà in queste rivelazioni non richieste, ed ecco il segreto del vederle così spesso e compiacentemente praticate. L'orgoglio, il più sofistico de' sentimenti umani, vi si diletta, e ne trae forza per prendere una rivalsa sopra interne umiliazioni che la coscienza inflisse; allora dai misteriosi penetrali del cuore umano si leva un senso di inesplicabile vanità, che fa vedere una bastevole espiazione ai mali, e, se non basta, un merito nella superba lealtà d'una confessione.