Part 5
Faccio un'ultima obbiezione. Tutte le arti nel loro svolgimento storico noi vediamo procedere per gradi verso il facile e il piacevole; che se avviene il contrario, gli è solo quando siensi trascorsi di troppo i limiti verso il leggiero e il lezioso. Così noi nella nostra letteratura avemmo la riforma di Parini o d'Alfieri legittimamente provocata dai lezii degli Arcadi e dei Metastasiani. Fu riforma vera, perchè rispondeva a' veri bisogni del tempo e dell'arte. Ma certo niuno dirà che la musica teatrale ai nostri giorni, nè in Italia nè in Francia e nemmeno anche in Germania, si trovi in tali condizioni di smodata facilità e volgarità da porgere motivo ad una riforma così fondamentale e violenta come quella, che Wagner vorrebbe imporle.
La Tetralogia dei Nibelungi rimarrà adunque un monumento meraviglioso dell'ingegno e dell'audacia innovatrice del suo Autore, ma non inizia, a mio credere, un periodo di riforma teatrale. Fra il pubblico accorso a Bayreuth era il fior fiore di quanto avvi di più schiettamente wagneriano in Europa: ciò nonostante l'entusiasmo parve più _voluto_ che _sentito_ e il trionfo più completo nelle forme che nel sentimento, ond'erano mosse. Si ammirò sempre, ma l'ammirazione era accompagnata da un senso di fatica crescente. Radi e fugaci gli sprazzi di vera luce abbagliante; in un punto solo, la «canzone della foresta» nel _Siegfrid_, quel «torrente di gioia» che Wagner vuole si domandi alla musica. Allorchè qualche poco di melodia o di vero movimento ritmico entrava nel canto per gli spiragli dell'implacabile melopea, avreste detto che per la sala alitava d'improvviso un fresco venticello a ristorare quell'atmosfera infuocata: e ciò (notavami un valentissimo compositore tedesco e ammiratore del Wagner) era forse la più calzante obbiezione al sistema. Gli applausi davvero caldi ed unanimi al palcoscenico furono due: uno per il Coro bellissimo e ben ritmato delle _Walchürie_; l'altro (oh indegnità!) per alcuni bei la squillanti del tenore Vogel, proprio come succede ad ogni più volgare e sensuale pubblico italiano. _Naturam expellas furca, tamen usque recurret._ — Ad ammirar tutto e commuoversi di tutto quanti rimasero? Pochi invero; e questi più che un pubblico speciale, come vorrebbe chiamarli l'egregio Filippi, io li chiamerei i membri di una specie di mormonismo musicale, una congregazione vera e propria di _iniziati_, che applicano alla nuova musica di Wagner come ad un sistema filosofico[12] o ad una disciplina religiosa. La pura critica d'arte non ha modo di intendersi con loro, che saranno magari superiori ad essa, ma in ogni modo sfuggono al suo dominio.
Quanto a me, resto fedele al Wagner della prima maniera, alla musica melodrammatica del _Lohëngrin_, del _Vascello fantasma_ e del _Tannhäuser_, la quale malgrado le sue pecche (e quale opera d'arte non ne ha?) ha già da un pezzo meritamente guadagnato tutti i pubblici di Germania, e guadagnerà, ne son certo, anche quelli di Francia e d'Italia. — Bisogna distinguere due Michelangioli, ha detto il Selvatico con ragione: quello spontaneo, meraviglioso, divino della Cappella Sistina, e quello strambo, ricercato, contorto e forse stanco della Paolina. A Bayreuth, tuffato per lunghe ore là in quel buio mistico, ho pensato più volte al detto di Selvatico... e quel teatro mi pareva la Cappella Paolina di Riccardo Wagner.
GIOSUÈ CARDUCCI
I.
«Quanti sono oggi in Italia che sappiano gustare un bel sonetto? Non mi date di pessimista nè m'accusate di prosopopea letteraria: io vi faccio una rigorosa questione di gusto come l'avrebbe potuta porre e sciogliere, non vi dirò un contemporaneo di Bembo e di Galeazzo di Tarsia, ma anche solo uno di quei colti e semplici nostri patrizi e gentildonne che nella prima metà del secolo passato bazzicavano in casa Zanotti e Manfredi...[13]»
Queste parole con cui cominciavo uno studio critico sulle _Nuove Poesie_, quando vennero in pubblico la prima volta, sento che ora non potrei ristampare così asciutte e in tono così risoluto. Esse risentono, e riflettono la stanchezza, l'uggia, la solitudine e il vuoto in cui viveva la poesia italiana qualche anno fa, quando il far versi e massime l'occuparsi seriamente di versi pareva caduto quasi del tutto in disuso, ed era assai se di tanto in tanto se ne leggeva qualche cenno fugace sui giornali, accompagnato dalle solite considerazioni sui tempi avversi alla poesia e sulla decadenza del Parnaso italiano.
In questi ultimi sei anni è innegabile che un notevole rivolgimento è accaduto. Che è questo risveglio poetico da un capo all'altro d'Italia? L'hanno chiamato una nuova primavera, una rifioritura letteraria e che so io. Fatta però la debita tara al senso lusinghiero di questi traslati, una cosa io credo certa; ed è che la poesia accenna da qualche tempo a rientrare più intimamente nella nostra cultura, a ricongiungersi con più forti nodi alla vita spirituale o, vogliamo, ideale della nazione. E col riapparire della materia poetica, la critica rifà a nuovo un certo lavorio, che aveva quasi smesso da tempo. Essa si contenta omai di accettare la poesia in sè e per sè, come un qualche cosa che abbia il diritto di vivere al mondo per conto proprio; e la studia parte a parte nelle sue libere manifestazioni, senza chiederle ragione troppo stretta e rigorosa, all'infuori dell'arte, delle vie che batte e dei fini esterni, che si va prefiggendo. — In sostanza, anche se si tratti di un risveglio effimero, anche se la primavera annunziata con grida così confidenti si risolva da ultimo in un languido e breve estate di S. Martino, la storia letteraria del secolo decimonono non potrà passar sopra a questi anni senza notare il fatto e rilevarne il significato.
Or bene, io credo di non esagerare l'importanza del Carducci affermando che a lui, all'opera sua perseverante ed efficace, all'opera sua paziente e coraggiosa è dovuto in gran parte questo qual sia rinnovamento poetico in Italia. Io m'inchino davanti alle leggi storiche e ai periodi fatali; ma confesso che credo anche molto alla potenza iniziatrice degli uomini forti d'ingegno e di volontà. Anzi, se ho a dire tutto il mio pensiero, credo che mentre oggi è moda di spiegar sempre gli individui colla età in cui vivono, qualche volta almeno s'avrebbe ad invertire il metodo e provarsi un poco a spiegare l'età per mezzo degli individui. Chi sa che non si riuscisse ad astrazioni meno vuote, ad affermazioni meno gratuite e prosuntuose, delle quali pur troppo è pieno il campo! — Giosuè Carducci ha durato buona parte della sua giovinezza a «far l'arte» con una certa disdegnosa indifferenza dell'effetto sulla generalità dei lettori. Anzi avresti detto, che lettori pochi ne sperava e punto li curava. — _Mihi, musis et paucis amicis_ — era il motto dalla prima edizione dei suoi versi e fu veramente la sua divisa poetica per molti anni. Se invece di fiori piovvero le «mele fracide[14]» sui suoi primi versi egli si consolò di un sorriso tacitamente scambiatogli dalla musa, del suo interno plauso, di quello di pochi amici e tirò innanzi. Il ronzìo e il rombazzo delle critiche, che si levava intorno a lui forse non ebbe alcun valore tranne quello di accompagnare e ristimolare l'interno lavoro critico, che fu sempre operosissimo in lui e trovò modo di star bene insieme al caldo ed insistente agitarsi della sua facoltà poetica. — Mentre i più celebrati poeti d'Italia, Prati e Aleardi, piegavano anch'essi all'indifferenza dello spirito pubblico e aspettavano un avvenimento per giustificare in certo modo la pubblicazione di un carme, Carducci seguitava a «far l'arte» come un alto e modesto sacerdozio, che non piglia norma dai capricci della opinione; e picchiava, picchiava con lavoro paziente e continuo nel grosso muro fatto d'ignoranza e d'apatia, che lo separava dal gran pubblico italiano, convinto che il muro presto o tardi sarebbe crollato e l'Italia contemporanea avrebbe un giorno riconosciuto e applaudito il suo poeta.
Ed ecco oggi Carducci riconosciuto da consenso quasi unanime, per quello che veramente è. Eccolo non solo salutato per il più forte dei nostri poeti viventi, ma divenuto insieme autore di tutto un movimento poetico e critico, il quale, come ho detto da principio, ha in pochi anni agitata e rimutata l'atmosfera letteraria del nostro paese. E non dico che sian tutte rose per lui. Ben altro! Penso anzi che le tribolazioni e i disgusti non gli debbano mancare, quando vedo la ressa interessata ed equivoca, che si fa intorno alla autorità del suo nome; quando noto l'astuzia con cui le parti contendenti in questi miseri tafferugli letterari lo collocano al dissopra e al di fuori d'ogni causa, ma a patto poi di lasciar capire che egli occhieggia e amoreggia piuttosto a sinistra che a destra o viceversa; quando infine scopro che pretendono d'avere in lui un esempio e perfino una scusa tanti guastamestieri pullulati ora come i funghi in ogni plaga d'Italia col nome di poeti, sui volumi dei quali andrebbe messo sul serio il motto che Teofilo Gauthier diceva di sè stesso per celia: _n'étant bon à rien, je me suis mis à faire des vers_[15]. — O che volete farci! Se non si voleva tutta questa miseria, bisognava fare a meno del Carducci; bisognava ostinarsi tutti nella opinione di quel critico toscano, il quale al primo comparire del poeta, sbirciatolo e tastatogli i bernoccoli del cranio, constatò e sentenziò forte che egli non avrebbe mai scritto nulla di buono, essendo mancante dalla nascita di ogni buona facoltà poetica. Ma adesso il male è fatto, e a disfarlo non bastano ormai più nè meno le pie indignazioni e le estetiche proteste di alcuni pochi, rimasti fedeli alla opinione del toscano critico su lodato.
La via nè breve nè piana per la quale Giosuè Carducci arrivò alla meta, egli stesso ce l'ha maestrevolmente descritta nella prefazione, che ho più sopra citata e sarebbe peggio che superfluo ricominciare. — Gli stadi omai celebri di questa via sono tanti libri di versi, che s'intitolano _Juvenilia_, _Levia-Gravia_, _Decennalia_, _Nuove Poesie_, _Odi Barbare_.
II.
_Le Nuove Poesie_,[16] di cui intendo massimamente discorrere, ebbero una importanza critica e decisiva tanto nell'intimo svolgimento della facoltà poetica dell'autore, quanto nella sua azione conquistatrice sul gusto e sulla estimazione del pubblico. Non già che tra queste e le precedenti sia uno stacco netto e profondo, chè anzi, a testimoniare del nesso e della continuità in mezzo alle _Nuove Poesie_, ne ricompare qualcuna appartenente al volume delle _Decennalia_. Ma le _Nuove Poesie_ rappresentano come il sommo della linea nel moto ascendente, che il poeta faceva da più anni per raggiungere una forma, che scaturisse dalla vecchia sua, in parte diversa, in parte nuova del tutto. So bene che chi voglia comparare, per esempio, gli epodi a _Odoardo Corazzini_ coll'Ode pel _LXXVIII anniversario della repubblica francese_, i sonetti intitolati _Heu pudor!_ con quelli intitolati _Il Cesarismo_, o faccia alla spicciolata alcuni altri confronti, non saprà certo rendersi ragione di questa sostanziale differenza, a quella stessa guisa che il lettore nello stile dei saffici ad _Alessandro d'Ancona_ crederà di ascoltare un'eco fedele delle odi giovanili del Carducci. — Ma se vorrà slargare la comparazione a tutti e due i volumi presi nel loro insieme, in mezzo a molte varietà e somiglianze di modi e di intonazioni liriche, coglierà una specie di nota _dominante_, che si diversifica dalle precedenti e induce nell'animo un senso poetico originale e nuovo. E fu appunto in questa nuova nota che il pubblico italiano sentì e capì a fondo il Carducci; e la sua figura d'artista fino allora un po' ondeggiante e confusa si delineò nettamente agli occhi dei lettori e dei critici; e fu inteso il bisogno di riabbracciare tutta l'opera del poeta anche dov'era rimasta più negletta, e a parte a parte investigarla, discuterla, giudicarla: e questo bisogno non si fermò all'Italia, ma oltr'alpi in Germania e in Francia trasse i critici a studiare, a dissertare, a spropositare anche sul conto del nuovo poeta italiano così improvvisamente comparso sul grande orizzonte della letteratura europea.
La trasformazione o, a parlare forse più esatto, l'esplicamento della poesia carducciana potrebbe essere materia di lunga analisi, in parte già fatta assai bene da Giuseppe Chiarini; ed è davvero un peccato che il suo bel lavoro per ragione del tempo, in cui fu scritto abbia dovuto fermarsi alle poesie scritte intorno al 1869[17]. — Sarebbe certamente utile investigare per disteso e per minuto come questo esplicamento modifichi via via la forma e il contenuto poetico nei componimenti dell'autore, procedendo ora lento, misurato e quasi latente, ora rapido, deciso e di sbalzo, così che a un tratto l'armonia è minacciata e diresti che accenni a dissolversi, ma poi, superato il difficile passo, si raccoglie e si ricompone più intima e più potente di prima.
Il Carducci discorrendo in una nota della sua ode giovanile alla B. Giuntini dice «... mi saltò in capo di mostrare che si potea far poesia religiosa tra pagana e cristiana e anche cristiana pura, ma non manzoniana, e di provare infine che la fede nella forma non c'entrava e che pur senza fede si poteano rifare le forme della fede del beato trecento: era come una scommessa.» Più sotto chiama questo e alcun altro suo un sacrilegio rettorico non più commesso negli anni più serii. Ed io gli credo. Ma in un più largo e meglio consentito esperimento poetico io credo anche che il preconcetto critico di risolvere, poetando, una questione di gusto e di scuola abbia per molti anni tenuta stretta compagnia alla sua Musa. Così l'artista e il critico, lo _stilista_ e il poeta, si univano in lui a proseguire un apostolato letterario del quale era sceso in campo paladino zelante del pari che poderoso. Erano i begli anni in cui un gruppo di giovani toscani amorevolmente riguardati da Nicolini e da Guerrazzi (i quali di capestrerie e ribellioni letterarie avevano però fatta la loro buona parte) preferiva di sottomettersi, libero, a tutti i vincoli del vecchio classicismo, anzichè seguire le novità romantiche, non saprei ora dire di certo se più avversate per la loro origine oltramontana o perchè prevalevano e facevano scuola poderosa in Lombardia con a capo il Manzoni. In questa polemica quei giovani portavano tutta la potenza e la sincerità dell'animo, tutta la sodezza e perseveranza degli studi, tutte le esagerazioni della scuola, del partito e quasi non dissi della setta, in cui s'andavano ogni giorno più infervorando. Carducci era il giovane e feroce balestriere della nova milizia; e ogni poesia che componeva doveva essere anche un giavellotto mortale lanciato nel campo nemico. Tutto questo lo traeva inconsciamente a forzare un poco la nota e a far sentire nel verso e nella locuzione poetica una certa «preoccupazione di scuola» che, a parte ora la bontà dei modelli a cui guardava, toglievano molto e spesso alle sue poesie quella fresca e profumata spontaneità, che suole massimamente innamorare nelle opere degli artisti giovani.
Con ciò non intendo io certo di muovere un'aspra censura alle poesie giovanili di Giosuè Carducci. Il cielo me ne guardi! E nè meno vorrò condannare coloro (e sono forse più che il Carducci stesso non creda) i quali serbano fede alla prima maniera del poeta. Ma già questo accade e accadrà sempre per tutti gli artisti; e dinanzi alle Loggie Vaticane vi sarà sempre chi rimpianga le tele peruginesche di Raffaello, o scorrendo _Les Châtiments_ o _La légende des Siècles_ chi torni col desiderio ai _Chants du Crépuscule_. — Io non solo ammiro in genere i quattro libri delle _Juvenilia_, ma studiando certe odi e certi sonetti di elaborata e squisitissima fattura e guardando all'anno in cui furono composti, insieme all'ammirazione provo dentro una specie di sgomento. Provo anche un senso d'intima soddisfazione considerando l'austera nobiltà e la sana e civile gentilezza de' pensieri e degli affetti, che sempre inspirano i canti del giovane poeta; e m'auguro pel bene delle lettere e del paese che a queste doti pongano mente un po' più spesso quei nostri giovani poeti, novellieri e critici, che amano Carducci e nel suo nome ora s'esaltano. — Quanto al valore letterario di quelle odi e di quei sonetti, questo solo dico per mio conto che se giovinezza significa, nell'arte come nella vita, forza e libertà, io sento essere più _giovanili_ le poesie scritte da Carducci incamminato verso i quarant'anni, che la maggior parte di quelle scritte intorno ai venti. Nelle prime, malgrado la disuguaglianza di stile e di altri difetti riconosciuti anche dagli ammiratori, vedi l'artista che signoreggia poderosamente sè stesso e ha trovato un'arte sua: le altre, sempre parlando in generale, malgrado la relativa perfezione con cui sono pensate e tornite, sentono quasi di continuo quel certo odore di vecchi classici, edizione olandese, che egli scaraventava nell'ore d'insonnia contro l'orologio a _cucu_ della sua stanza[18]. Alcune anche potrebbero dire di sè stesse, come già Ugo Foscolo:
Giovane d'anni e rugoso in sembiante.
E difatti tutto lo studio artistico e tutta la industria tecnica del Carducci negli anni, che seguirono quel periodo polemico della sua giovinezza letteraria, vediamo chiaramente esser volti a _ringiovanire_ lo stile, il tono e i movimenti della sua lirica. In che modo? Troppo lungo sarebbe discorrerne e una buona parte del lavoro rimarrebbe sempre ascosa ad ogni indagine. Certo è che a mano a mano la forma si semplifica, si spiana, si rischiara e acquista di densità, scioltezza e rapidità quello che va perdendo in artifizio e decorazione classica. La locuzione smette di costringere il lettore a cercare spesso i suoi nessi per entro ai giri avviluppati delle strofe; la mitologia è più sobria, più chiara e più opportuna; sovratutto t'avvedi che il poeta s'abbandona e si dimentica con vero slancio lirico nelle pure correnti della ispirazione e non ha più l'aria di volgersi tratto tratto a voi che leggete in atto di chiedervi: — Eh, come ho reso questo pensiero di Tibullo e questa immagine d'Orazio nel mio verso toscano? Eh, come ho tradotto bene in succo e sangue il mio Petrarca e il mio Foscolo? — Insomma nelle _Nuove Poesie_ e in quelle che di poco tempo le precedono il Carducci esplica in pieno la sua potenza di poeta, impedita e ritardata di manifestarsi prima tutta da preoccupazioni e procedimenti, che sono bensì nell'intimo organismo dell'arte, ma vengono condannati a celarsi e sparire, quando l'arte assurge al suo grado di manifestazione schietta ed intera, a quel modo che dalla scena scompare ogni visibile meccanismo appena son finite le prove e comincia il dramma per davvero.
Chi rilegge oggi le prime poesie di Carducci riscontra bene spesso pensieri e immagini riespressi poi ne' suoi componimenti dell'età matura. Nel confronto spicca evidentemente il gran lavoro di semplificazione da lui fatto sul proprio stile e il diverso andamento assunto per conseguenza della sua lirica. Così il pensiero espresso in questa strofa
Discese il ferreo baron de l'orride Castella, e al povero vincente aggiuntosi Con mano usa al crudele Cenno trattò le tele,
ricompare, ma con che scioltezza e semplicità più efficace! laddove ricorda che.
... l'austero e pio Gian de la Bella Trasse i baroni a pettinare il lin
nella _Consulta Araldica_. — Il poeta cominciò per tempo a dimostrare non so che suo mal talento verso la luna e un tempo cantava nell'ode intitolata _A Diana Trivia_
Ahi falsa diva! su' misteri orrendi De' druidi corri sanguinosa, ascolta L'emonie voci, e dalle maghe svolta Nell'orgie scendi...
e seguita per altre quattro strofe su questo metro. Più tardi nella poesia _Classicismo e Romanticismo_, rivolgendosi ancora alla luna, nobilita un pensiero del De Musset e scaglia l'invettiva in modo ben più vibrato e sovra tutto più chiaro:
Ma tu, luna, abbellir godi col raggio Le ruine ed i lutti: Maturar nel fantastico viaggio Non sai nè fior nè frutti,
e conclude quasi brutalmente apostrofandola «celeste paolotta» in quella strofa imparata a mente e citata da ogni maestro d'umanità e da ogni droghiere che voglia fare sul Carducci della critica autorevole e a buon mercato. Nella poesia _I voti_ che porta la data del 1858 ha un cenno descrittivo della sua Maremma
Dove in gran solitudine L'ombra di Populonia e il nome sta:
ma con che vivezza immaginosa non ritorna egli a questa descrizione nel _Prologo_ delle _Nuove Poesie_! Sentite e dite se un'aura di nuova ispirazione non è passata per l'anima del poeta.
Ricordi tu le vedove piaggie del mar toscano, Ove china sul nubilo inseminato piano La torre feudal Con lunga ombra di tedio dai colli arsicci e foschi Veglia delle rasenie cittadi in mezzo ai boschi Il sonno sepolcral, Mentre tormenta languido scirocco gli assetati Caprifichi che ondeggiano sui gran massi quadrati Verdi fra il cielo e il mar, Sui gran massi cui vigile il mercator tirreno Saliva, le fenicie rosse vele nel seno Azzurro ad aspettar? Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera Torre di Donoratico a la cui porta nera Conte Ugolin bussò Con lo scudo e con l'aquile a la Meloria infrante, Il grand'elmo togliendosi da la fronte che Dante Nell'inferno ammirò?
Potrei moltiplicare gli esempi confrontando ad aperta di libro. Ma meglio è che il lettore confronti da sè nelle poesie d'argomento civile o politico, fra l'altre, l'ode _Alla libertà_ con quella _Nel vigesimo anniversario dell'VIII agosto MDCCCXLVIII_: quella _Agli Italiani_ e _A Giulio_ coi componimenti _Per l'anniversario della repubblica francese_ e _Per il trasporto delle ceneri di Ugo Foscolo_: i frammenti giovanili su Omero e Dante coi sonetti scritti poi intorno ai medesimi soggetti. Gli stessi confronti istituisca in tutte le poesie d'argomento amoroso e in tutte quelle ov'è non incidentalmente, ma di proposito ritratta la natura fisica, e le differenze vedrà spiccare ancora più manifeste. Che profondo intervallo d'intonazione e di sentimento dalle strofe _A Neera_ alla terza, per es., delle _Primavere Elleniche_! Quand'è che il poeta si mostra veramente giovine? Direste che il foco vero della passione lo investa fortemente e lo penetri nel midollo per la prima volta. Ma già sembra che anche gli uccelli fossero dello stesso parere, quando gli cantavano intorno:
..... fosco poeta, T'apprese _alfine_ i dolci sogni amor!
Coll'_Idillio Maremmano_, col sonetto _al Bove_, con quell'altro amore di sonetto, che comincia
Lievi e bianche a la plaga occidentale Van le nubi...
siamo usciti del tutto fuori della poesia riflessa, rispecchiata, convenzionale, imitata. Qui la mente non è più costretta a correre in Arcadia, nei campi siracusani, a Tiburi: il poeta vi pone veramente in cospetto della natura, della sua natura com'egli l'ha vista, sentita e dentro poeticamente rifatta. Quel vecchio tanfo di edizioni olandesi, a cui accennai più sopra, è dileguato del tutto; signoreggia invece il sentimento vero di una regione maremmana calda, solitaria e desolata; o gli occhi cercano davvero per l'azzurro infinito i falchi rotanti e le cupole splendenti nell'occaso; o veramente vi viene dai prati, col fantasma verde di un silenzio divino, l'odore del timo e dell'erba medica.
Anche un breve andare, e saremo ai paesaggi viventi dell'_Odi barbare_.
III.