Part 12
Però nel Leopardi fa d'uopo distinguere sostanzialmente il pensatore e l'artista, e vedere che diverso anzi contrario atteggiamento pigli il suo spirito di fronte alla tesi pessimista. Troppo si è confuso in lui il poeta e il filosofo: si è creduto che i due procedano di passo concorde e per una stessa via, laddove, chi volesse graficamente descrivere questo loro andare, bisognerebbe che, segnati i due punti di partenza, tracciasse due linee divergenti che soltanto all'ultimo convergono in una retta rapidissima. Leggete la _Storia del genere umano_: in questa sua prosa metà fantasia e metà ragionamento, o per dire più esatto, ragionamento puro avvolto in un velo fantastico trasparentissimo, i termini del pessimismo sono già nettamente affermati. Il pensiero speculativo muove diritto, rigido e spietato guardando dall'alto tutte le illusioni che ebbero in governo l'umana natura. Una sola di queste illusioni è ancora guardata con qualche confidente abbandono; ma è una eccezione che conferma la regola, poichè ufficio vero di Amore figlio di Venere Urania è, secondo Leopardi, quello di «adempiere per qualche modo il primo voto degli uomini che fu di essere tornati alla condizione della puerizia.» Si tratta adunque di un inganno più degli altri gentile e sopra ogni altro amabile, perchè generatore di beatitudine e di nobiltà rade e passeggere; ma è sempre un inganno. «L'essere pieni del suo nume vince per sè qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, d'intorno a quello s'aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende _larve, già segregate dalla consuetudine umana_, le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra..... non potendo essere vietato dalla Verità, _quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente offesa del loro ritorno_.....»
Il sistema è già allo stato originale di concepimento intero e perfetto. Che possono aggiungervi il Leopardi colle altre prose e i filosofi tedeschi coi loro trattati? Svolgimenti dottrinali e riprove desunte dallo studio particolare dei fatti nel mondo, nell'uomo e nella sua storia; non altro. Il _fato_ leopardiano ben potrà diventare l'_assoluto_, la volontà, l'_inconscio_ nei libri dello Schelling, dello Schopenhauer e del Hartman; potrà via via pigliare altri nomi ancora, ma quel primo concepimento non potrà cangiarsi.
All'opposto nella poesia del Leopardi il pessimismo, che tiene già il vertice sommo del pensiero speculativo di lui, soltanto a gradi a gradi e nemmeno con progresso continuato ma a sbalzi e riprese, guadagna l'estetica, se così posso esprimermi, di quello spirito travagliato. — Se c'è qualcuno a cui questa dissonanza spiaccia, rifletta che solamente per essa si fece possibile la grandezza artistica di Leopardi. S'egli avesse cominciato a poetare pessimista come cominciò a filosofare, oggi noi del sommo poeta non avremmo che un accenno incompiuto e forse informe, a somiglianza d'un fusto di grande albero tutto bruciato dalla folgore, allorchè meglio stendeva i suoi rami in cima al monte.
Nei suoi primi canti, all'Italia, a Dante, ad Angelo Mai domina una specie di _eroico furore_ qua e là temperato da un profondo sentimento elegiaco, inspirati l'uno e l'altro alle condizioni miserrime della patria. Ma se questa è molto in basso, lo spirito del poeta appare gagliardamente e splendidamente eretto verso tutti gli ideali della vita civile, come la intendevano gli antichi. Il concetto pessimista fa capolino in alcuni passi, principalmente nella canzone al Mai, ma l'animo è sorretto ancora da una robusta speranza:
..... Ancora è pio Dunque all'Italia il cielo; anco si cura Di noi qualche immortale: Ch'essendo questa o nessuna altra poi L'ora di ripor mano alla virtude Rugginosa dell'itala natura, Veggian che tanto e tale È il clamor dei sepolti.....
Nei canti che seguono, il sentimento elegiaco monta rapido, intenso e per tutto invade ogni materia poetica assunta dall'autore. Però raccolto nell'animo il senso di quei canti tristissimi ed esaminatone l'effetto, ci avvediamo di una strana antitesi, che il De Sanctis ha colta e descritta con precisione: «Leopardi produce effetto contrario a quello che si propone. Non crede al progresso e te lo fa desiderare: non crede alla libertà e te la fa amare. Chiama illusioni l'amore; la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto.... e, mentre non crede possibile un avvenire men tristo per la patria comune, ti desta in seno un vivo amore per quella e t'infiamma a nobili fatti. Ha così basso concetto dell'umanità, e la sua anima alta, gentile e pura l'onora e la nobilita.....»
La ragione vera di questa antitesi sta nell'intimo organismo di quasi tutta la poesia leopardiana, la quale, per così dire, non è che pessimista a fior di labbro, mentre sostanzialmente è ancora tutta riscaldata dall'amore della vita e dal culto del suo vecchio ideale; amore e culto tanto più veri e ardenti quanto più contrastati dalla fortuna. E chi legga attento in quelle liriche non solo avverte questa ispirazione antipessimista, ma s'accorge di tanto in tanto che gli stessi concetti significati dal poeta, eluse le vigilanze, passano il confine e vanno a a schierarsi nel campo opposto. Lo vedete subito nel canto per le nozze della Paolina:
..... Immenso Tra fortuna e valor _dissidio pose_ _Il corrotto costume_.....
Dunque il dissidio non è da natura, ma solo recato nel mondo per forza di umano pervertimento, dunque potrebbe anche cessare una volta che le traviate volontà umane rientrassero nella buona via. Insisto su questa grande e decisiva azione data dal poeta al costume umano, perchè la vedo espressa perfino nel _Bruto Minore_ che è la poesia da lui citata come quella che esprime l'animo suo in modo più reciso ed energico, «_envers la destinée_» nella famosa lettera al De Sinner, con cui prima di morire protestò contro coloro che, impicciolendone la origine, volevano togliere ogni autorità e grandezza morale alla sua filosofia:
..... Or poi ch'a terra Sparse i regni beati _empio costume_, E il viver macro ad _altre_ leggi addisse; Quando gl'infausti giorni Virile alma ricusa, Riede natura e il non suo dardo accusa?
Insomma, la poesia leopardiana in sè e negli effetti suoi per oltre i quattro quinti è tutt'altro che pessimista. La direste invece la espressione di una specie di stoicismo malinconico, fiero e lamentoso, che accoglie in sè e porta all'ultimo grado di amarezza elegiaca tutte le voci di dolore che risuonavano nella letteratura classica da Simonide agli ultimi tempi. L'odio del poeta al mondo, alla vita è l'odio d'un amante sdegnato, non altro; e noi, sotto quelle note che imprecano, sentiamo scorrere l'anelito passionato d'un infelice petto giovanile che nulla meglio bramerebbe di potersi adagiare nella riconciliazione. Che importa se la parte migliore del viver nostro è come il sabato del villaggio che precede un giorno di tristezza e di noia? Questo sabato della vita il Leopardi lo vede così bello fra le sue lagrime che noi non domandiamo di più per vagheggiarlo nei nostri desideri. Che importa se nella notte del dì di festa un triste silenzio succede all'allegro brusìo delle ore vespertine? Anche questa notte nella sua tristezza è bella a contemplare:
Dolce e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna...
La bella giovinetta ora nella sua stanza dorme o pensa a quanti essa piacque nella giornata e quanti piacquero a lei, mentre il poeta giù nella strada vede splendere traverso le persiane della finestra la sua lampada notturna, il poeta che dispera d'essere tra i ricordati da lei... O che per questo la giornata della fanciulla fu meno allegra e meno lieti sono ora i suoi sogni?... Il carme leopardiano quasi sempre congiunge ad una profonda sincerità morale una contraddizione filosofica, quasi un mendacio. _Splendide mendax_; perchè ad esso noi dobbiamo gli accordi della più pura ed alta poesia che abbia in questo secolo onorata l'Italia. A me, quando le prime volte mi profondavo nella lettura de' suoi versi, pareva di sentirmi circonfuso da un nembo d'aria luminosa e fragrante: entro quel nembo udivo io bene una voce che cantava melodiosamente tutto essere inganno, miseria e vanità; ma la luce e la fragranza, ma la dolcezza di quella melodia continuavano a deliziarmi; e il senso di quelle parole andava quasi smarrito...
Ma verso la fine quella tal divergenza fra le due linee che ho notata più sopra, dà luogo ad una convergenza rapida e già accennante a completa congiunzione. Il dissidio tra l'arida concezione pessimista e il senso estetico della vita mantenuto per tanti anni dalla esuberante vitalità artistica di Leopardi, si spezza a un tratto come corda troppo lungamente tesa. Il contenuto dei _Dialoghi_ e dei _Pensieri_ si travasa intero negli sciolti e nelle strofe; e abbiamo finalmente un Leopardi logico e intero!
Come un annunzio di questo fatto imminente è la poesia _A sè stesso_. Nella loro brevità fulminea e nel loro andamento semplice e quasi prosastico questi sedici versi ci scuotono come la rivelazione di tutta una tragedia psicologica precipitante verso la sua catastrofe; ci scuotono e ci piacciono anche perchè spirano un sentimento di prossimo riposo, e riassumono in un rapido sguardo d'addio tutto il poema delle sue illusioni perdute, le belle illusioni che, come una musa velata, inspirarono al poeta i suoi canti:
Or poserai per sempre, Stanco mio cor. Peri l'inganno estremo, _Ch'eterno io mi credei_...
Ma qui ha principio l'agonia della musa di Leopardi. Vi siete mai trovati ad ascoltare un bel coro classico scritto a più parti reali, quando una di esse ha già cominciato a sgarrarla di mezza voce e anche le altre sono tratte istintivamente in una tonalità vacillante e penosa? Effetto consimile producono in me le ultime poesie del nostro. Nella _Palinodia a Gino Capponi_, in mezzo allo squisito magistero di quegli sciolti, par di sentire una ispirazione satirica che si batte i fianchi per riescire molto faceta e molto mordace, e riesce poco dell'uno e dell'altro. Non vi pare che ci sia più enfasi che estro in quella lunga apostrofe schernitrice della barba con cui conclude il componimento? A me sembra di certo. Non c'è più la signorile e lungamente sostenuta ironia pariniana, e non siamo ancora alla satira spigliata, atroce e debellatrice di Enrico Heine. Quanto alla _Ginestra_, io l'ho tante volte sentita celebrare come la più perfetta lirica del Leopardi che esiterei nel giudicarla assai diversamente, se non pensassi che parecchi l'avranno creduta tale solo perchè lo scrisse il Giordani, altri perchè è l'ultima e la più lunga. Ma meglio che d'una lirica costantemente sostenuta da un soffio d'ispirazione calda e spontanea, essa m'ha l'aria di lunga querimonia assai meglio pensata che ispirata. Non mancano (qual meraviglia!) immagini peregrine espresse in versi bellissimi, massime nella prima parte; ma proseguendo, il nudo ragionamento piglia troppo il posto dell'estro, e credo che con poche varianti di locuzioni e di traslati, questa poesia si potrebbe ridurre ad un discorso in prosa; in quella prosa mirabilmente precisa, nitida e gelida in cui sono scritti l'_Elogio degli uccelli_ e il _Canto del gallo silvestre_.
Con ciò s'avrebbe una riprova di questa perfetta fusione compiutasi nell'ultimo periodo di quella vita infelicissima tra lo spirito poetico e lo spirito filosofico di Giacomo Leopardi; fusione che ridusse la poesia ad una specie di tramonto melanconico:
..... A queste piaggie Venga colui che d'innalzar con lode Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto È l'esser nostro in cura All'amante natura. E la possanza Qui con giusta misura Anco estimar potrà dell'uman seme, Cui la dura nutrice, ov'ei non teme, Con lieve moto in un momento annulla In parte, e può con moti Poco men lievi ancor subitamente Annichilire in tutto. Dipinte in queste rive Son dell'umana gente _Le magnifiche sorti e progressive_.
Sente per primo l'autore che qui è qualcosa di poeticamente stonato e sovviene con una nota al lettore; ma il guaio è più generale e profondo. La mano che lo tocca è sempre mano di maestro, ma l'istrumento si è rotto e non può più rendere i suoni d'una volta. Nel 1820 il povero Giacomo scrive di sè che già si sente «stecchito e inaridito come una canna secca.» Aggiunge: «nessuna passione trova più l'entrata in quest'anima, e la stessa eterna e sovrana potenza dell'amore è annullata per me nell'età in cui mi trovo.[42]» Ma allora egli s'ingannava sul conto suo. Infatti non passò molto tempo che le belle illusioni gli aleggiarono intorno, l'amore della vita rifluì nel suo sangue, e da quelle illusioni e quest'amore nacque anche una volta il fortunato dissidio che permise al poeta di vivere e di grandeggiare accanto al filosofo. Infatti trovo che tali parole egli le scriveva appena uscito da quella annata terribile del 1819 in cui, lasciato per malattia d'occhi ogni studio, tutto si raccolse nelle tetraggini del suo meditare.
Pur troppo verrà tempo in cui quel processo di inaridimento avrà compiuto il suo corso; e allora il poeta dovrà soccombere per davvero.
Bisogna assolutamente che l'arte sia una carezza alla vita. Una carezza amabile o burbera, festosa o elegiaca e magari tragica, dissimulata o palese, ma sempre una carezza: se no, essa diventa uno sforzo effimero e una falsa apparenza dall'inganno breve. Ogni opera d'arte, qualunque sia il suo contenuto, bisogna che si risolva dentro di noi in una armonia gradevole; e quand'anche la scienza facesse _tabula_ rasa di tutte le umane speranze come di altrettanti sogni, bisogna che l'arte, se vuole vivere, come appunto la ginestra leopardiana, sia quel fiore «che quel deserto consola.»
NOTE:
[1] «Discorrendo sul serio (Galileo) era ricchissimo di sentenze e di concetti gravi, e ne' discorsi piacevoli le arguzie e i sali non gli mancavano.» (Viviani, _Vita di Galileo_).
[2] Vedi come documento assai notevole in questo senso il suo _Capitolo in biasimo della toga_.
[3] Vedi a questo proposito gli studi di Ernesto Masi: _Storia di Renata d'Este. I Burlamacchi_: Zanichelli, Bologna 1876.
[4] _Epître a M. F. Villot_, pag. 66.
[5] _La teoria del suono ne' suoi rapporti colla musica_, pag. 167. Milano, Fratelli Dumolard, 1875.
[6] Intorno agli effetti così potenti sul cuore del canto di Guadagni, Farinelli, Pacchierotti ed altri fra i più celebri di quel tempo, abbiamo prove irrecusabili. Non cito che un aneddoto sul Pacchierotti, servendomi delle parole di N. Tommaseo (_Il serio nel faceto_ pag. 118, Ediz. Le Monnier); «Tra le meraviglie di quel canto, narrasi come in un teatro d'Italia la commozione una sera si trasfondesse dagli spettatori nei suonatori stessi, gente indurita per uso alle illusioni sceniche e tutta occupata al suo leggìo e al suo istrumento. I suonatori ristettero. Il cantante, come uccello a cui manchi l'aria e il respiro, si volge al capo d'orchestra, e: _Che fate voi?_ — _Piango_.»
[7] «... J'éprouvais une aversion sans cesse grandissante pour le genre qui avait avec l'idéal dont j'étais occupé la _ressemblance repoussante_ du singe avec l'homme...» _Epître a M. F. Villot_, pag. 12.
[8] Da questo e non da altro io credo bene attingere. Non sembra che la lettura dei molti e voluminosi scritti di Wagner intorno alla sua estetica musicale rechi grande chiarezza d'idee. Egli stesso ne parla in questi termini: «A la _répugnance prononcée_ que j'ai maintenant à relire mes écrits théoriques, il m'est aisé de réconnaître qu'à l'époque où je les composai j'étais dans une situation d'esprit tout-à-fait anormale...» — Alcuni critici in Germania e fuori hanno assai lavorato di commenti sopra quest'ultima confessione, certo significantissima in bocca al Wagner.
[9] Ibid., pag. 39.
[10] Solamente è fatto luogo alle melodie in quei due o tre punti, ove la scena reca che i personaggi _cantino_. Anche qui, come ognun vede, l'eccezione conferma la regola.
[11] Ibid., pag. 33.
[12] Vedono nella musica dell'ultima maniera di Wagner un riflesso della dottrina di Arturo Schopenhauer. — Quanto sia di vero in ciò, io non sono proprio in grado di assicurare. Certo è che non si possono leggere, per esempio, le scene più appassionate del _Tristano ed Isotta_ senza sentirci dentro come un caldo soffio delle dottrine di Schopenhauer intorno all'amore, alla morte e al fine della esistenza: nè si può dissimulare che, traverso tutto il disegno concettuale della Tetralogia, spicca qua e là un concetto chiarissimo. Gli Dei se ne vanno, gli Dei tramontano (_Götterdämmerung_), dinanzi alla forza sempre ascendente delle umane personalità. Sulla terra altro non resta di sovraumano che l'Amore alle prese anch'egli colla Morte.
Accenno a questo proposito due circostanze di fatto e le do per quello che valgono. Nella villa di Bayreuth, entro la splendida sala ove Wagner accoglie i suoi visitatori ed ove tutto parla di lui, _solamente_ di lui e della sua gloria, come eccezione pende dalle pareti un grande ritratto di Schopenhauer. Lo diresti il _genius loci_. È noto inoltre che Wagner intende chiudere la serie dei suoi melodrammi musicando il _Budda_: e nel Buddismo trovava lo Schopenhauer la più esatta significazione religiosa della sua filosofia.
C'è però un guaio. Schopenhauer mette fra le musiche meglio rispondenti al vero fine umano la musica di Rossini... Basta, se la sbroglino un po' fra loro!..
[13] Appunti bibliografici del _Monitore di Bologna_. 1873.
[14] Vedi la prefazione alle poesie, nella edizione del Barbèra.
[15] _Jeunes-France._ — Préface.
[16] Tip. Zanichelli. Terza edizione.
[17] ENOTRIO ROMANO e GIOSUÈ CARDUCCI. — Studio Critico di GIUSEPPE CHIARINI. _Rivista Contemporanea_ 1869.
[18] Vedi il frammento dell'_Intermezzo_ pubblicato nella Rassegna Settimanale.
[19] Vedi Appunti bibliografici etc.
[20] Vedi i Colloqui con Eckermann e la prefazione alla _Marie Tudor_.
[21] Studi critici pag. 192.
[22] Vedi _Le Roman contemporain_ nel _Figaro_, supplemento letterario del 22 dicembre 1878.
[23] Avverta il lettore ch'io, questo scrivevo nell'anno di grazia 1860. In questi ultimi dodici anni anche in Italia s'è fatto della strada assai per questo verso. E chi vuole se ne rallegri.
[24] Origine e scopo dell'opera p. 3.
[25] Capo XIII p. 245.
[26] Vol. 1 p. 7.
[27] Corrèspondance Politique de Massimo d'Azeglio par G. Rendu. Parigi.
[28] _I Burlamacchi e di alcuni documenti intorno a Renata d'Este ecc. Bologna presso Nicola Zanichelli 1876._ Leggi attentamente da pag. 66 a pag. 79 in cui l'A. discorre il diverso impulso, il diverso procedimento e i risultati diversi del moto riformista in Italia e in Germania. È un parallelo magistralmente fatto, che epiloga e condensa, a nostro avviso, i più sani criteri storici e filosofici per giudicare quel grande avvenimento.
[29] L'A. non ha tralasciato dal 1876 in poi gli studi sulla Riforma in Italia. Ne fanno preziosa testimonianza le sue monografie intorno a Vittoria Colonna, Girolamo Castelvetro e i Valdesi pubblicate nella _Rassegna Settimanale_.
[30] Terenzio Mamiani. _Inno alla Chiesa primitiva._
[31] _Saint-Beuve._ _Nouveaux Lundis._ T. IV pag. 31.
[32] Nana p. 416.
[33] Une page d'amour, p. 2.
[34] Vedi a questo proposito un articolo di I. Fleury. — _Le marivaudage e la preciosité_ — nella Revue politique et litteraire, 20 Agosto 1880.
[35] Ma dello Schiller è pur anco il motto: _la vita è triste, l'arte serena_.
[36] Il libro di Lazzaro. Epilogo.
[37] Traduzione di V. Betteloni.
[38] Il pessimismo nella letteratura moderna religiosa (Chateaubriand, Lammenais, Donoso Cortes, Manzoni...) potrebbe essere argomento a uno studio curiosissimo e grave. In una mia pubblica conferenza, tenuta a Bologna su Alessandro Manzoni poco appresso la sua morte, io toccai dapprima questo tasto ed il Carducci così ne scriveva. «Desidererei che E. P. svolgesse più largamente quel che nella sua lettura notò con acutezza e verità circa il pessimismo di quel romanzo famoso, nel quale tutti i personaggi sono insigni ribaldi o ippocriti o codardi e furbi volgari e poveri di spirito, eccetto il cardinal Borromeo e il p. Cristoforo.» (_Bozzetti critici._ — A proposito di certi giudizi intorno ad Alessandro Manzoni.) —
Ho citata l'autorità del Carducci per vedere se altri e meglio di me rispondesse all'invito.
[39] _La légende des siècles._ T. II.
[40] Avvertenza al carme _Le Grazie_.
[41] Dialogo di Tristano e di un amico.
[42] Lettera a Carlo Pepoli. _Epistolario_, 301.
INDICE
CORREZIONI E NOTE
_Galileo Galilei e il suo ingegno critico._ Pag. 1
Pag. 3. La tragedia del Ponsard _Galilée_ fu rappresentata a Parigi nell'inverno del 1867. — Pag 9. Il giudizio di Cartesio intorno a Galileo è tratto da una lettera al p. Mersenne, che è la novantunesima della seconda parte dell'epistolario cartesiano edito a Francfort sul Meno nel 1692. — Pag. 67. Qui il Cartesio è chiamato «filosofo olandese» mentre non è chi ignori che nacque a La Haye nella Turena. Forse, scrivendo, pensavo al suo contemporaneo Benedetto Spinoza.
Nella stampa di questo studio sono incorsi parecchi errori d'interpunzione. Piuttosto che citarli e correggerli, credo che basti averne avvisato il lettore.
_Riccardo Wagner e l'anello dei Nibelungi_ Pag. 71
Pag. 76. Accennando alla rivoluzione musicale di Claudio Monteverde, non intendo qui giudicare e decidere delle opinioni molto discordi degli eruditi in questo argomento. — Pag. 88. Alla linea quindicesima leggi _Götterdammerung_. — Pag. 105. Se a qualcuno paresse eccessivo ciò ch'io dico delle condizioni a cui è ridotto il cantante negli ultimi drammi musicali del Wagner, io lo consiglio a leggere ciò che ne scrive il Signor Gioachino Marsillach, che nessuno certo sospetterà di poco entusiasmo per l'autore della _Trilogia_: «Le opere in cui Wagner è andato più in là nel sentiero della melodia infinita, ha obbligato la voce a fare incessantemente degli intervalli d'intonazione inverosimili, none aumentate, terze diminuite, etc., ha condannate le gole ad una tortura continuata, trattandole con minor riguardo che se fossero degli istrumenti... Inoltre nel _Tristano_ e in alcuni tratti della _Trilogia_ si succedono con tale profusioni gli accordi più dissonanti, più strani più impossibili, che in mezzo a quella tortura non interrotta, la settima dominante è l'unico rifugio che rimanga all'udito. (_R. Wagner. Saggio biografico critico. Milano. Fratelli Dumolard_).»
_Giosuè Carducci_ Pag. 111
Quantunque l'abbia avvertito colla nota a pag. 120, amo qui nuovamente notare che presi argomento a questo studio dalla pubblicazione delle Nuove poesie. — Pag. 152. Nell'ultima linea leggi: _e penso che passeranno degli anni parecchi etc._
_Massimo d'Azeglio_ (I miei ricordi) Pag. 157
Pag. 181. Nella linea antipenultima invece di _prove_ leggi _prose_.
_Il Tommaseo poeta_ Pag. 183
Pag. 203. Questo frammento è cavato dalla lettera del Tommaseo pubblicata per intera dal Tabarrini nella vita di Gino Capponi.
_Ernesto Masi._ (Studi della Riforma in Italia nel secolo XVI) Pag. 207
Pag. 220. — Nella ottava linea invece di Enrico II leggi Ercole II.
_Giuseppe Giusti_ Pag. 225
_Emilio Zola_ (A proposito della _Giacinta_ di L. Capuana) Pag. 255
_Giacomo Leopardi._ (Il Pessimismo nella Letteratura) Pag. 287