Teste quadre

Part 11

Chapter 113,709 wordsPublic domain

Se egli, come certi pittori di _interni_ uggiosi e di paesucoli che danno il malumore a vederli, ci rispondesse che l'ha tratta dal vero, noi non metteremmo certo in dubbio la sua affermazione, ma gli risponderemmo che egli doveva delle due una: o lasciar in pace la sua Giacinta e quell'altro mostro, anche più incredibile e più gratuitamente affermato nel romanzo, che è la signora Teresa Marulli sua madre; oppure, se voleva trarre dall'ombra al sole tutte queste miserie, egli in pari tempo doveva farne un'opera d'arte che, in certo modo, ci ripagasse della bruttezza del soggetto, gettando nell'animo dei lettori sentimenti delicati, elevati e profondi. — Nelle poche linee di prefazione al romanzo l'autore protesta di non avere scritto un libro immorale, e s'augura d'aver fatto una vera opera d'arte. Orbene, noi affermiamo con pieno convincimento, che fra quella protesta e quell'augurio il nesso ideale è assai più stretto che il Capuana forse non pensi. Egli, pur troppo, ha scritto un libro che può senza calunnia dirsi immorale appunto perchè ha fatto una mediocre opera d'arte: e questo non proviene no da difetto di ingegno, perchè (volontieri lo ripetiamo) il Capuana ha le qualità di un forte scrittore, ma per avere sbagliato il procedimento. Il soggetto domandava austere notomie michelangiolesche e nudità malinconiche alla Rembrandt; invece il Capuana ci ha dato del Courbet e non sempre di quello buono, congiunto, con poco fortunato innesto, a tenere reminiscenze di Greuze e di Boucher.

Lo stesso Zola poteva essergli maestro migliore, poichè, se non sempre, in parecchi luoghi e massime nell'_Assomoir_, Zola impronta ne' suoi quadri audaci un così profondo sentimento della realtà nuda e dolorosa che ogni altra impressione ne rimane rintuzzata o purificata. Quando Gervasia, per non citare che un esempio, si toglie dal letto coniugale per andare a giacere in quello del drudo domestico e di mezzo alla triste scena notturna entra lo sguardo della bambina, quello sguardo della figlia spettatrice della vergogna materna smorza in quella scena ogni senso di lubricità e l'animo del lettore non rimane in ultimo compreso che di tristezza e di commiserazione. — Invece gli imitatori sdrucciolano quasi sempre, senza accorgersene, da Zola a Bélot, perchè non li sorregge o la potenza del maestro o certo proposito elevato e schiettamente morale che spesso traspare ne' suoi libri. Questo è pure avvenuto al Capuana. Egli non ha saputo schermirsi dal fascino di questa nota afrodisiaca che ora va più e più sempre montando di tono nei romanzi contemporanei. Emilio Zola ha bandito l'amore dai suoi romanzi par sostituirvi la voluttà; questo il suo lato più triste e negativo. Gli imitatori, come sempre, tralasciando le sue qualità più imitabili, s'attaccano a quest'una e la spingono agli ultimi eccessi, con grandissimo detrimento dell'arte.

Di morale qui non parlo: e, a costo anche di parere uomo di manica troppo larga, dichiaro che in pratica molto mi conformo a quella massima di Plinio il giovane, il quale scriveva ad un amico: «per me non scrissi nè scriverò mai versi lascivi, ma non uso gridar contro a coloro che ne scrivono.» — Mi restringo dunque a lamentare solo sotto l'aspetto dell'arte questo brutto vezzo d'introdurre nei nostri romanzi in troppo larga dose l'elemento erotico, il quale fa effetto somigliante ad un odore acuto e capitoso sparso dentro una stanza ove sieno de' fiori di profumo dolce e sano. Chi può più gustare questo profumo? Lo stesso è dei libri di cui parliamo. Ogni altra delicata ricerca artistica, ogni nobile intendimento dell'autore, ogni altro interesse del dramma restan languidi, smorti, avviliti e negletti; e quando giunti in fondo noi lettori ricapitoliamo l'effetto del romanzo letto dentro di noi, con nostra poca edificazione siamo costretti a constatare (e perchè dissimularlo? A verismo di letteratura verismo di critica) che esso si riassume in due o tre commozioni sensuali...

Questo, pur troppo, si avvera anche nel romanzo di Capuana, perchè, lasciatosi andare alla imitazione di cattivi modelli, anch'egli non ha saputo serbare misura e sobrietà nel descrivere, onde ciò che nel suo intendimento era certo secondario diventa l'effetto principale.

Citiamo un esempio solo: l'indegno scempio fatto sul tenero corpo di Giacinta dal servitore poteva esser argomento d'un quadro nella sua arditezza bello, pietoso e atto a preparare degnamente l'animo dei lettori a tutto ciò che segue a questa disgraziata donna. Ma non è così: l'autore innamorato anch'esso del dettaglio lascivetto, vi gira intorno studiosamente, lo accarezza, lo mette in buona luce, avendo perfino cura di avvertire chi legge che Giacinta, quantunque bimba, aveva già a quella età un corpicino rotondo e desiderabile. Ed ecco in tal guisa sconcertato, anzi addirittura capovolto, l'effetto che nella economia complessa del romanzo egli con questa scena voleva conseguire....

E malgrado tutto questo io non dissuaderò mai il signor Capuana dallo scrivere romanzi, chè anzi lo credo uno dei pochi in Italia che su questo campo possa far buone prove e lasciare opere durevoli. Ma cangi metodo e scelga modelli migliori; oppure (che sarebbe anche meglio) cerchi più coraggiosamente entro di sè i toni ed i colori.

E poichè, con franchezza e schiettezza scevra d'ogni presunzione, ho detto al Capuana tutto l'animo mio, talchè avrei potuto intestare questo articolo col verso di Plauto: _dulcia atque amara apud te sum eloqutus omnia_, mi consenta egli, gentile del pari che valente, un'ultima considerazione. — Forse in lui alcuni difetti del romanziere discendono per fil di logica dalle opinioni del critico. Egli, portando arditamente nella letteratura e nelle arti una teoria che ora si dibatte nel campo della scienza, mirerebbe a persuadere sè e gli altri che le ultime forme artistiche trionfanti hanno sempre ragione. Devoto a questa teorica il Capuana nel seicento avrebbe difeso e imitato il Marini. Io invece che, per tutto quanto spetta il «regno umano» più propriamente detto, ed in particolar modo la lotta perpetua del bello e del brutto, credo all'impero della scelta libera e razionale, m'auguro che il Capuana, ora che ha fatto in sè stesso autore l'esperimento delle sue teorie di critico, esca presto dal circolo sofistico ove s'è messo, e come autore e come critico: e son certo darà frutti sempre più degni della molta e legittima aspettazione che il suo ingegno ha destato in Italia.

GIACOMO LEOPARDI

(il _PESSIMISMO_ nella letteratura)

I.

È assai notevole un fatto. In Germania, ove la concezione speculativa del mondo e della vita umana volge sempre più al fosco, ove in una parola la scienza è pessimista, la letteratura dal canto suo tende invece a giustificare, ad abbellire e glorificare l'esistenza. Nè crediate che si tratti di due correnti in urto fra di loro. No; questo fenomeno (e ciò forma l'aspetto suo più singolare) cammina invece per impulso dello stesso pessimismo scientifico.

Già Arturo Schopenhauer, il patriarca tedesco della nuova scuola, aveva considerato l'arte come una potenza o, se meglio vi piace, come una funzione essenzialmente benefica, quantunque transitoria. Tra la volontà inconscia che fabbrica la tela della vita e la coscienza illuminata e delusa che si accorge del malvagio lavoro, l'arte si pone di mezzo colle sue creazioni piacevoli e i suoi fantasmi consolatori. Egli per conseguenza la considera come «_un affranchissement, une libération momentanée du joug de la volonté_», come una anticipazione parziale e benefica dell'ultima liberazione nirvanica. Però lo Schopenhauer consiglia un'arte sana, serena, alimentatrice in noi di un alto ed armonico sentimento della vita; consiglia i poeti greci, le madonne di Raffaello, la musica di Rossini e di Beethoven. È press'a poco lo stesso criterio che ebbe il Goethe senza i preconcetti metafisici di quel «buddista indiano smarrito in occidente», come lo chiama uno dei suoi biografi.

Gli scolari e i continuatori dello Schopenhauer tengono fede alle sue idee anche in questo argomento. Federico Strauss, che nell'ultimo suo volume (_L'antica e la nuova fede_), s'accosta a parecchie conchiusioni del pessimismo filosofico, considera anch'esso l'arte come «un olio lenitivo», stillato entro il fatale e ferreo meccanismo della vita, onde l'uomo s'acconci meno scontento e più rassegnato alle sue cieche leggi. L'Hartman poi, dopo avere considerato l'arte come «un raggio di sole amico entro la notte dei contrasti e dei dolori e che avvalora tutta quanta la vita dell'uomo,» si slancia con parole piene di sprezzo e d'ironia contro le piccinerie artistiche autorizzate dalla voga passeggiera e contro le puerili soddisfazioni del dilettantismo, alle quali contrappone le gioie contese ai volgari spiriti, difficili a tutti, ma infinitamente preferibili, dell'arte pura e grande.

Ai filosofi consentono poeti e romanzieri. Se avessi voglia d'allargare il mio argomento, potrei aggiungere consentono gli artisti tutti: e per le arti del disegno mi basterebbe citare le opere più celebrate che gli artisti tedeschi hanno mandato alle esposizioni di Vienna e di Parigi; per la musica mi basterebbe commentare quelle memorabili parole di Beethoven: «_quiconque la comprend (ma musique) devient libre de toutes les misères qui les autres hommes traînent à leur suite_» parole che sembrano un'eco profonda dell'Etica schopenauriana.

Ma fermiamoci per adesso alla letteratura. Dal Goethe, dal Wieland, dal Platen, per non ricordare che i maggiori, essa ha derivato uno spirito di profonda serenità la quale non valsero ad alterare o distruggere nè certe esuberanze melanconiche dello Schiller[35] e del Lenau, nè il fatalismo pauroso del Werner o le cupezze romantiche del Tieck o le micidiali ironie di Enrico Heine.

La poesia tedesca, per chi la intenda ne' suoi accordi fondamentali, suona come un grande inno alla vita, alla umanità ed alle sue speranze. Il _Faust_, edificio sacro entro il quale non so perchè andiamo sempre a cercare di preferenza gli anditi bui, i lazzi di Mefistofele e gli egoismi crudeli di quel vecchio alchimista rimpasticciato, il _Faust_, dico, se si consideri nel suo disegno intero, appare un grande monumento eretto dal genio sovrano della Germania ad un glorioso ideale della vita umana. Così e non altrimenti lo ha concepito e voluto il suo architetto. Anche Volfango Goethe in giovinezza piegò il suo ingegno sano e di tempra antica alle blandizie deleterie della poesia morbosa, che già picchiava alla porta del secolo. Ma le lettere del giovine Werther non fanno che riflettere una effimera febbre giovanile del suo autore e si spiegano nel racconto della sua vita. Un concetto vero e definitivo di Goethe si manifesta nella breve lirica che egli premise poi alla edizione del funebre epistolario, diretta al lettore:

«Tu la piangi, tu l'ami quella povera anima; tu salvi dall'onta la sua memoria. Vedi, dal suo sepolcro l'Ombra sua ti fa cenno e dice: _Sii uomo e non imitarmi!_»

Ho nominato più sopra Enrico Heine e la sua ironia micidiale. Sbaglierebbe però a mio avviso e sbaglierebbe grossolanamente chi della poesia heiniana si fermasse a guardar solo il lato negativo. Nella varia, forte e continua lotta che il suo spirito battagliero sostiene contro uomini e tempi, tanto l'elegia che la satira non esprimono in lui che assai di rado quella prostrazione sconfortata e cinica che poi piacque tanto agli imitatori. Vi senti invece il fremito d'una battaglia vittoriosa. L'occhio del poeta di tanto in tanto mira al di là delle miserie che lo circondano e spazia con fede per gli orizzonti dell'avvenire e li saluta con un grido di trionfo. Enrico Heine non piglia mai l'atteggiamento rassegnato o ringhioso d'un vinto, che che avvenga dentro o fuori di lui; gli piace assai più quello dello sfidatore e del vendicatore. Perfino sul letto delle ultime sofferenze, ridotto all'estremo da una coorte di malanni, egli, l'indomito _umorista_, tratto tratto si rizza fieramente sul cubito e sfida e celia e beffeggia. L'ultimo suo canto è un canto alla vita. «Sì, il figliuolo di Peleo aveva ragione. Vivere in alto sulla terra come il più misero dei servi vale sempre meglio che andar ramingando intorno alle rive dello Stige, capitano di ombre, eroe celebrato dai poeti.»[36]

Anche oggi la letteratura tedesca, se guardiamo ai più celebrati, come Paolo Heyse, Bertoldo Auerbach, Roberto Hamerling, non ismentisce l'indole sua. Chi nei racconti dell'Auerbach non respira un'aura fragrante di alta e sana poesia? Certo, anche qui ferve la eterna lotta umana col dolore; anche in questa rappresentazione della vita la felicità non si mostra che come un'oasi rara e contrastata, e la colpa si fa innanzi come retaggio indeclinabile della umana natura e i multiformi aspetti della viltà e del ridicolo sono coraggiosamente mostrati a nudo. Ma tirata la somma, il ricordo di quei racconti v'accompagna come un conforto. Il tipo abbietto, sfatto, mollemente estenuato e gradevolmente patologico, alla maniera francese, l'Auerbach non lo sente e non lo sa rappresentare. Anche i filtri più sottili della corruzione contemporanea non riescono a togliere alle sue teste una certa aria di idealità serena, onde ricordano le teste dell'Holbein e quelle dei nostri pittori quattrocentisti. Immaginate, per esempio, la sua figura d'Irma in un racconto di Dumas figlio, poi fate colla mente il paragone: nel romanzo tedesco, pur discendendo pei gradini del pervertimento elegante, la bella contessa non ismentisce mai la sua passionata e gentile spiritualità e va a purificarsi lassù «in alto» nella solitudine dei monti, fra i ricordi e i rimorsi di amore, senza esagerazioni ascetiche, con melanconica serenità.

In Roberto Hamerling abbiamo il medesimo senso estetico e morale, direi quasi il medesimo temperamento fisiologico, che presiede all'opera d'arte. In quello de' suoi poemi che è più letto fra noi, l'_Ahasvero a Roma_, l'argomento è tutto una colossale tentazione. Roma imperiale, Nerone, la sua vita, la sua corte; mai quadro più affascinante di corruzioni bestialmente splendide s'è offerto alla fantasia d'un artista. L'Hamerling sente il pericolo; e già dal tono ironico della introduzione cominciate a indovinare l'atteggiamento del suo spirito:

. . . . . . .

Io scelsi un uom sciupato, un elegante Annoiato beffardo, e _qual può meglio_ _A voi piacere e all'odïerno gusto_; E per via de' contrasti, non foss'altro, Ond'è il lettor sì ghiotto, al pazzo eroe L'accigliato Assuero io posi al fianco. Garba il piccante a voi? Posso imbandirvene Io quanto _i begli spiriti di Francia_. Lo spettacolo a voi de le più folli Gozzoviglie talenta e del supremo Sfarzo e del vizio e del delitto immane? Questo offrire io vi posso. I sensi affranti Ridestarvi degg'io? Calliope austera In metro endecasillabo dovrebbe Cancaneggiarvi intorno, il lieve piede Più su del capo alzando? A questo io posso Sforzarla inver[37].

Il Nerone di Hamerling, come giustamente osserva Domenico Gnoli, assume nel poema ufficio vero di protagonista; Ahasvero ha sempre l'aspetto di una grand'ombra che transita per la scena, mentre la descrizione delle crudeltà, dei capricci e delle libidini neroniane vi tengono il posto principalissimo. Ma in tutta quella rappresentazione quasi vertiginosa del mondo romano che si sfascia pe' suoi vizi, in mezzo a quegli acri profumi di lascivia e di sangue, senti d'ora in ora che il petto ti si gonfia per un concetto magnifico d'umana grandezza; il grido tremendo della Nemesi eterna s'alza qua e là tra gli scrosci delle risa pazze, il sibilo delle fiamme e il fragore delle rovine: da ultimo Nerone, refugiatosi nella catacomba cristiana, guarda con riverente stupore ai nuovi riti e sente che si aprono gli albòri d'un novello mondo:

. . . . . . . . . . . Io veggo Che le virtù feconde e portentose Dell'uman sentimento esauste ancora Non sono. Allor che un mondo estinto cade In polvere, di nuovo il cuore umano Con eterna virtù lo riproduce.

E, prima di piantarsi nel petto la spada del legionario germanico, toglie di mano al prete cristiano il calice, versa quel vino e propina ai ricordi della sua pura e felice giovinezza, confessando che soltanto allora egli s'accorge d'avere veramente vissuto..... Io qui non discuto se e come quest'arte sia eccellente sotto l'aspetto del disegno e del colore; mi fermo soltanto a notare che è un'arte molto bene accomodata ad un popolo che _vuole_ aver fede nella vita e domanda alle ispirazioni de' suoi poeti alimento e conforto a quel suo volere.

La cultura in Francia posta di fronte a quella di Germania offre un aspetto, non so se ancora avvertito da altri, ma certo singolarissimo e degno di molta attenzione. La scienza francese è ancora ottimista. Senza distinzione di scuola, gli scrittori della _Revue des Deux Mondes_, come i seguaci del Comte e del Littrè vagheggiano anch'oggi l'idea del progresso umano, se non nella purezza chimerica del Condorcet, certo alla stessa maniera di Vittorio Cousin o del Saint-Simon. L'età dell'oro, più o meno lontana, più o meno difficilmente conseguibile, è sempre dinanzi a noi e ci aspetta. Dunque fede e costanza! Il pessimismo tedesco non ha ancora fatto scuola e forse passerà molto tempo prima che la faccia. Fin adesso i Francesi si contentano, per mera curiosità scientifica, di conoscere la metafisica dello Schopenhauer dalle traduzioni, dai riassunti e da qualche spicilegio di pensieri staccati ammannito loro dal Ribot, dal Bourdeau, dal Challemel-Lacour, e basta. Una pretta formula pessimista si trova, è vero, abbastanza chiaramente svolta nei dialoghi filosofici di Ernesto Renan; ma per ora è una opinione personale, autorevolissima, ma senza seguito. _Vox clamantis in deserto._

Per contrario è impossibile inoltrarsi nella conoscenza della letteratura francese di questo secolo senza cavarne la persuasione che essa è, meno pochissime eccezioni, tutta investita da un alito di pessimismo che la penetra fino al midollo.

Si potrebbe cominciare la serie collo Chateaubriand, il quale nel _René_ e nelle _Mémoires d'outre-tombe_ si afferma vero e legittimo patriarca del pessimismo letterario in Francia; senonchè, avendoci egli trovato un antidoto nella fede religiosa, per non complicare la questione, sarà meglio lasciarlo da parte[38]. Invece partendo da quel brillantissimo periodo letterario che comincia a fiorire un poco prima del 1830, e venendo giù man mano traverso il _Cenacolo_, la _Bohème_, la letteratura del secondo impero fino a questo inizio di letteratura repubblicana, da Alfredo de Musset a Francesco Coppée, da Balzac a Zola, si sente di continuo la nota pessimista, che sostiene, a guisa di lugubre pedale, tutta questa varia, fantastica e smagliante sinfonia. Da cinquanta anni il romanzo francese meno pochi casi, è tutta una lunga sequela di anatomie, una più dell'altra sconfortanti; la requisitoria è sempre più serrata e inesorabile; la conchiusione sempre la stessa: il mondo è un disegno sbagliato e la Vita ha torto!

Sorge in mezzo la grande figura di Victor Hugo, il quale va richiamando l'arte all'antica serenità, cantando con vero accento fatidico le speranze del genere umano; ma anch'egli spesso si lascia andare ad altri accenti di tragica desolazione, che sembrano echi di Giobbe e di Sakia-Muni:

_Au fond de la poussière inévitable, un étre_ _Rampe, et souffle un miasme ignoré qui pénètre_ _L'homme de toutes parts,_ _Qui noircit l'aube, éteint le feu, sèche la tige,_ _Et qui suffit pour faire avorter le prodige_ _Dans la nature épars[39]._

Egli canta l'epopea del Verme, il simbolo della tabe eterna che sta in fondo a tutte le cose, che tutto distrugge nell'universo le opere della natura e quelle dell'arte, gli uomini e gli Dei:

_Le monde est sur cet étre et l'a dans sa racine_ _Et cet étre, c'est moi: Je suis. Tout m'avoisine._ _Dieu me paie un tribut._ _Vivez. Rien ne fléchit le Ver incorruptible._ _Hommes, tendez vos arcs; quelle que soit la cible,_ _C'est moi qui suis le but!_

In conchiusione, se il pessimismo filosofico che domina oggi in Germania passasse domani la frontiera francese, egli vi troverebbe un terreno benissimo apparecchiato dalla letteratura, che da cinquant'anni senza volerlo e senza saperlo, lavora assiduamente al suo trionfo.

II.

In Italia nasceva il precursore del pessimismo moderno. Leopardi, poeta e filosofo, riuniva in sè, come in una sintesi primitiva, le due affermazioni del pessimismo scientifico ed artistico.

Questo fatto dà alla questione del Pessimismo in Italia una importanza peculiarissima e dà insieme argomento ad uno studio speciale.

Ha ragione Francesco De Sanctis quando nota che qua e là nelle pagine del Foscolo si sente come un preludio di tristezza leopardiana.

Nell'_Ortis_ Foscolo dispera ormai della patria «cadavere putrefatto», ma crede ardentemente all'amore. Tanto vi crede e tanto raccoglie in esso gli entusiasmi e le speranze dell'anima, che, mancato l'amore, l'ideale della vita rimane dinanzi all'occhio suo sconsolato come un pianeta senza raggi e senza calore: e la vita stessa gli diviene un fardello insopportabile. Foscolo crede anche alla gloria; e l'ama e la cerca con una passione che molto somiglia il _furore_ classico di Vittorio Alfieri. Questo sentimento della gloria, così vivo ed operoso negli antichi, nel mondo moderno è quasi del tutto spento, e ciò che di lui par che ancora rimanga, più propriamente si confonde nei sentimenti affini dell'onore e della ambizione. Ma in questo Ugo Foscolo è ancora uomo antico. Quando Aiace nella tragedia foscoliana, già deliberato di morire, innalza dal «suo cocchio avvilito» un saluto al sole raccomandandogli la sua gloria, senti in quei bellissimi versi battere il cuore del poeta, quale si manifesta in più luoghi dell'_Epistolario_. Quando Cassandra prevede «di Troja il dì mortale» e assapora un qualche conforto pensando che il canto d'Omero non darà solo gloria «ai fatati Pelidi», ma vi saranno anche lagrime per le sventure di Troia e pel valore del suo Ettore «infin che il sole risplenderà sulle sciagure umane,» la misera e non ascoltata profetessa esprime un concetto che vediamo poi ricomparire in una forma tutta personale al poeta. Anche dinanzi a lui nel 1813 giace la patria avvilita e «tende l'omero al flagello» mentre d'ogni intorno suona il grido de' popoli d'Europa che si levano alla riconquista delle loro nazionalità. Desolante spettacolo; ma intanto al poeta giova e piace pensare che il suo volto vivrà immortale nelle tele di Francesco Xaverio Fabre:

Pur, se nell'onte della Patria assorte Fien mie speranze, e i dì taciti spenti, Il mio volto per te vince la morte!

Anche nel rimanente Foscolo vede il mondo e la vita attraverso un concetto che mantiene salde in lui quasi tutte le più belle illusioni degli antichi. «Le Grazie, Deità intermedie fra il cielo e la terra,.... ricevono dai numi tutti i doni che esse dispensano agli uomini»[40].

Entro la tempesta della vita, in giovinezza come negli ultimi anni, sia esso festeggiato e amato a Milano o povero e negletto a Londra, la sua figura è sempre vagamente circonfusa da quel sorriso luminoso delle Grazie; le quali, ora dee ora donne, gli ministrano conforti invidiabili. E noi anche nei versi funebri e nelle pagine più tristi di questo, che fu davvero l'ultimo dei poeti greci, sentiamo sempre la lieta dolcezza di quel sorriso divino.

Giacomo Leopardi invece si fa innanzi col verbo del dolore annunziato come realtà assoluta ed universale. Al mondo egli non solo dice come già quello spirito a Dante:

..... vedi, io mi son un che piango,

ma «nella vita infelicissima dell'universo[41]» afferma che linguaggio naturale d'ogni uomo è il pianto, quando non sia un riso anche più amaro e sconsolato.