Terra vergine: romanzo colombiano
Part 6
Ma quando, per una delle solite disgrazie di tavola, che addolorano profondamente ogni buona massaia, cadde ad un cuoco e si ruppe in molti pezzi un gran piatto di maiolica, tutti quegli spettatori del primo ordine, giovani e vecchi, si buttarono avanti, per dividersi la preda. Era lucente la vernice di quei cocci, e chi poteva abbrancarne uno si stimava felice.
La giornata passò in quel dolce riposo. I naturali volevano condurre i figli del cielo a visitare i loro modesti tugurî; e qualche visita, alle capanne più vicine, fu consentita dall'almirante, a cui premeva di conoscere come vivessero, quali fossero i loro utensili domestici, e sopra tutto a che grado fosse giunta la loro agricoltura. Del resto, egli aveva già capito che non c'era da aspettare grandi cose. I regni di Cipango, del Cattaio, del prete Janni, erano ancora molto distanti; quell'isola non era forse che il più lontano avamposto delle Indie sospirate e sognate.
Sull'ora del tramonto, fu risoluto il ritorno alle navi. I naturali stettero estatici sulla rena a vedere i loro ospiti che montavano nei palischermi; ed anche aiutarono con le loro braccia a spingere in mare quelle massiccie piroghe. Ma quando videro allontanarsi l'uomo dai capelli d'oro, il padre, il dio di tutti quegli esseri sovrumani che erano scesi a visitarli, gettarono altissime strida, si sciolsero in pianti e lamentazioni senza fine.
--Ritorneremo, buona gente, non piangete, ritorneremo domattina;--andava gridando Damiano.
E col gesto li esortava ad avere un po' di pazienza. Poi, additando il sole, che tramontava da una parte, lo indicava rinascente dall'altra. Alcuni lo capirono, perchè si messero a ridere, battendo allegramente le palme.
La mattina seguente, come aveva promesso Damiano, i figli del cielo dovevano ridiscendere a terra. Ma assai prima che i marinai pensassero a calumarsi nei palischermi, il lido echeggiava di grida festose; molti naturali nuotavano allegramente intorno alle navi; e le lunghe piroghe, scavate nei tronchi degli alberi, guizzavano agilmente da poppa e da prora, portando fino a cinquanta selvaggi. Erano lunghe e sottili, le piroghe di quegli isolani; ma la loro snellezza era tutta a danno dell'equilibrio. Spesso accadeva che per un'ondata più forte delle altre, o per un tracollo improvviso, andasse capovolta la barca. Ma non si spaventavano per così poco, i naturali dell'isola; dato quel tuffo, erano subito a galla, e con certe zucche lunghe, tagliate di sbieco e usate a mo' di gottazze, svuotavano prontamente le loro saettìe d'un sol pezzo.
Coloro che avevano assaggiata il giorno innanzi la sbroscia dei marinai e provato il dente nel loro biscotto, portavano in iscambio le loro provvigioni di frutta e di pane. Avevano infatti una specie di pane, detto cassava, tratto dalle radici di una jucca, coltivata a bella posta nei campi, come da noi il frumento. La radice era fatta in minutissimi pezzi, tritata e ridotta in focacce, che disseccavano al sole; e poi, quando volevano mangiarne, la mettevano in molle. Quell'alimento era insipido parecchio, ma sano e nutritivo.
Non mancavano altri donativi: il cotone, ad esempio, di cui davano fino a venticinque libbre in cambio d'un pugno di perline di vetro. Alcuni, poi, avevano le nari bucate, e a quel forellino portavano appeso un pezzetto d'oro nativo. Barattavano volentieri quell'ornamento con un sonagliuzzo di bronzo. Ma di quei baratti si fece subito arbitro l'almirante, perchè l'oro doveva appartenere alla corona di Castiglia, e non dovevano farne incetta i marinai. Egli domandava ai naturali donde provenisse quell'oro; ed essi accennavano ad un luogo lontano sul mare, dalla parte di ponente, e frattanto rispondevano: Cibào.
Cibào! Non forse Cipango? E il pensiero di Cristoforo Colombo naturalmente correva alle ricchezze di quell'isola, che Marco Polo aveva descritta con sì vivi colori. Ed egli seguitava a segnare laggiù da ponente, dopo aver mostrato ad essi quell'oro; e proferiva il nome di Cipango; ma sempre i naturali seguitavano a rispondere Cibào. Cibào era dunque una corruzione di Cipango; facile corruzione, ad una distanza di due secoli. Cibào, dunque, laggiù. E l'isola in cui vivevano? Guanahani, rispondevano essi, Guanahani. Che cosa volesse poi dire Guanahani, era difficile sapere, essendo difficile il domandarlo. Ma questo importava assai meno. L'isola, visitata alla svelta, non aveva tracce di metalli preziosi. I suoi abitanti, poveri e semplici, vivevano di agricoltura e di pesca; poche ed infrequenti erano le loro relazioni coi naturali delle isole vicine, talune delle quali si scorgevano distintamente sull'orizzonte, a destra e a manca di Guanahani.
La giornata del 13 era trascorsa in queste visite, in questi scambi, in questi discorsi. La mattina del 14, l'almirante partì coi palischermi, per fare il giro dell'isola, tutta sparsa di lieta verzura, con qualche poco di terra coltivata, e capanne qua e là, presso le rive. La voce dell'arrivo degli ospiti celesti a Guanahani era corsa tutta intorno, anche nelle isolette vicine; e da ogni lido, al passaggio dei palischermi, erano frotte di naturali che innalzavano grida di festa e d'invito. Molti si gittavano a nuoto; erano tirati a bordo, regalati di perline di vetro, e rimandati contenti.
Ma niente era che trattenesse più oltre il signor almirante nelle acque di Guanahani. Gli si offrivano allo sguardo molte isole verdeggianti, che tutte parevano invitarlo. Scelse a occhio la più grande, che sembrava cinque leghe distante, e a quella drizzò il corso della sua squadra, nella mattina del 15; ma non potè, a cagione delle correnti contrarie, approdarvi che al tramonto del sole. Aveva intitolata la prima isola al Santo Salvatore; intitolò la seconda a Santa Maria della Concezione. V'ebbe, nella mattina del 16, le stesse accoglienze di Guanahani; ci ritrovò gli stessi costumi, la stessa nudità, la stessa età dell'oro in azione, ma senza alcuna abbondanza di quel prezioso metallo. A Guanahani aveva preso sette naturali, che gli erano parsi di più svegliato ingegno, e più pronti a formarsi un vocabolario spagnuolo per i primi usi della conversazione. E i sette naturali erano andati contenti fino all'isola vicina. Quando videro che l'almirante non voleva trattenercisi, ma salpava nello stesso giorno per andare più oltre, verso ponente, donde appariva un'altra isola più ragguardevole, incominciarono a dolersi, come tanti Melibei, di dover lasciare «il confin della patria e i dolci campi». Uno di essi, che era imbarcato sulla _Nina_, non stette lungamente a piangere; si tuffò in mare e a nuoto raggiunse una piroga di suoi connaturali, che passava da quelle parti.
Fu l'unico episodio spiacevole di quei primi giorni vissuti tra le isole. Alla terza di queste Cristoforo Colombo impose il nome di Fernandina, in onore del re di Castiglia, disegnando in cuor suo di chiamare la quarta col nome della sua regal protettrice, Isabella.
Gli abitanti dell'isola Fernandina somigliavano in tutto a quelli delle prime due isole; ma parevano più ingegnosi e più scaltri. Alcune tra le donne avevano dei piccoli grembiali di cotone; alcune altre giungevano al lusso d'una specie di mantello. Le abitazioni, costrutte di rami, di canne, di foglie di palmizio, avevano forma di padiglioni; grande pulizia e decenza ci regnava per entro; i letti erano stoie di cotone, sospese, chiamate dai naturali col nome di _hamac_. E il nome e la cosa dovevano incontrar favore in Europa.
Nella quarta isola, che fu chiamata Isabella, Cristoforo Colombo trovò bei laghi d'acqua dolce, e frutti svariatissimi, e sciami di pappagalli «che oscuravano il sole»; molte lucertole, dei cani che non abbaiavano, niente spezierie, niente oro, ma molti indizi di una grande isola verso mezzogiorno, che i naturali dicevano ricca di ogni ben di Dio. S'intende che i naturali parlavano agli interpetri, e questi riferivano, servendosi di quel numero ancora troppo ristretto di parole castigliane, delle quali avevano inteso, e fors'anche frainteso il vero significato.
Una grande isola! e ricca! Era dunque Cipango? Bisognava lasciare al più presto quell'arcipelago di isolette, così belle, ma povere, e andare alla scoperta della terra maravigliosa. Venti contrarii, bonacce, piogge frequenti, impedirono per molti giorni la partenza, o ritardarono il corso. Finalmente la squadra salpò alla mezzanotte sopra il 24 di ottobre, e costeggiate alcune isolette a cui l'almirante impose il nome di _Islas de Arena_, giunse la mattina del 28 all'approdo di una grande isola, le cui alte montagne gli ricordarono quelle a lui note della Sicilia. Posto piede a terra, ne prese possesso nelle forme consuete, imponendo a quell'isola il nome di Giovanna, in onore del principe Giovanni, il piccolo Infante di Castiglia.
Era destino che tutti quei nomi dovessero perire. San Salvatore diventò l'isola del Gatto; Fernandina, l'Esuma; Isabella, l'Esumeta; le isole _de Arena_, Mucaras; Giovanna riprese il nome che aveva dai suoi naturali, il nome di Cuba.
Un fiumicello metteva pure nel golfo a cui approdava Cristoforo Colombo. Quel fiumicello prese e ritenne il nome di San Salvatore. Entrandovi col palischermo, per iscandagliarne la profondità, gli Spagnuoli posero in fuga due piroghe, le quali si erano poc'anzi staccate dalla riva. Ed anche posero in fuga gli abitanti della costa, nelle cui capanne non erano che stoie, tessute di filamenti di palma, uncini, fiocine d'osso, ed altri arnesi da pesca. Si incominciava male, per ritrovare i tesori di Cipango. Rimontato in nave, l'almirante si accinse a scorrer la costa verso ponente, e in quella esplorazione scese parecchie volte a terra, visitando villaggi, donde gli abitanti costantemente fuggivano ai boschi. Le case erano meglio fabbricate, la pulitezza notevole; non mancavano indizi d'una civiltà più inoltrata; ad esempio, certe statue d'idoli, rozzamente intagliati, ma con certa vivezza di espressione, nel legno.
Sicuramente, le maraviglie descritte da Marco Polo non avrebbero indugiato a mostrarsi. E questa non era solamente la speranza di Cristoforo Colombo, ma anche quella di Martino Alonzo Pinzon. Tre naturali di Guanahani, imbarcati sulla _Pinta_, dicevano che dietro ad un promontorio, poc'anzi denominato delle Palme, era un grosso fiume, rimontando il quale, si poteva andare in quattro giorni a Cubanacan!
--Cubanacan!--ripeteva Martino Alonzo.--Cubanacan! Non è corruzione, questa, del regno di Kublai-kan? Siamo sull'orma, signor almirante, siamo sull'orma.
--Vediamo di non far confusioni;--rispondeva l'almirante.--Se questa è l'isola di Cipango, come potrebb'essere il regno di Kublai-kan, che Marco Polo ha collocato in terraferma? Notate, Martino Alonzo, che questa è un'isola; ce l'hanno annunziata per tale gl'interpetri, indicandola a noi, verso mezzogiorno, quando eravamo all'áncora nelle acque dell'Isabella.
--Avremo capito male,--replicava Martino Alonzo Pinzon.--Per intanto, i miei tre selvaggi dicono che questa non è un'isola. E la chiamano Cuba, e dicono che Cubanacan si ritrova a quattro giornate dentro terra; soggiungono che c'è oro in abbondanza; che cosa si vuole di più?
--La scoperta del gran fiume, donde si avrebbero a prender le mosse;--rispose placidamente Cristoforo Colombo.--Cerchiamo dunque il gran fiume.--
Ma girato il capo delle Palme, non si trovò punto il gran fiume. Altri promontorii furono veduti e girati via via; ma senza ritrovare, non che il gran fiume, un sorgitore in cui gettar l'áncora. Il vento soffiava al traverso; l'infoscarsi del cielo faceva prevedere un grosso temporale. L'almirante pensò giustamente che fosse atto di prudenza ritornare indietro, per ormeggiarsi alla foce di un altro fiume, già veduto tre giorni prima; al quale, per l'ampiezza della sua foce, aveva imposto il nome di _Rio de los mares_.
Così erano giunti all'ultimo giorno di ottobre. La mattina seguente, al primo spuntar del sole, l'almirante mandò i palischermi alla riva, perchè un drappello dei suoi marinai visitasse un villaggio, le cui capanne si vedevano biancheggiare tra gli alberi. Andarono i marinai e scesero a terra; ma al loro apparire, gli abitanti spaventati presero la via dei boschi, nè ci fu verso, con parole o con segni, di farli ritornare alla spiaggia.
_Capitolo V._
Il sogno di Damiano.
È lecito di sorridere delle illusioni di Cristoforo Colombo, partecipate ed accresciute da Martino Alonzo Pinzon; ma non è altrimenti lecito di riderne. Il sorriso è sempre benevolo: significa qualche volta la condiscendenza; qualche altra è un giudizio pietoso che facciamo di noi medesimi, stimandoci pienamente capaci, nelle stesse condizioni, di cadere negli stessi errori. Ridere, per contro, è da orgogliosi che si credono infallibili ed impeccabili; significa l'ironia, il sarcasmo, lo scherno; abbonda di solito nella bocca degli sciocchi, e in quella degli ignoranti, loro amici e compari. Vogliate, di grazia, considerare una cosa, anzi due. Prima di tutto, bene aveva potuto Cristoforo Colombo argomentare l'esistenza di un continente di là dall'Atlantico, avendo egli presupposta la sfericità della terra. Ma posta la fede sua, come quella di tutto il mondo cristiano, nella autorità scientifica delle Sacre Carte, che quasi gli misuravano a palmi la superficie del globo; e ammessa la veracità delle relazioni di Marco Polo e di Ser Giovanni Maundeville intorno alle regioni estreme dell'Asia; di che avrebbe colmato il poco spazio che gli rimaneva ignoto a ponente, se non delle zone ultimissime dell'Asia, che il Veneziano e l'Inglese non avevano intieramente visitate? La vera trovata del navigatore Genovese, quello che si chiamerebbe oggi il lampo del genio, consisteva nel cercare quei confini orientali dell'Asia per la via di ponente. In tutto il resto, lo stringevano d'ogni parte le autorità, lo incatenavano i pregiudizi del volgo.
E poi, e poi, contemporanei dell'anima mia, che avete a buon mercato i manuali e gli atlanti, le carte murali sotto gli occhi e il maestrino in cattedra, pensate che pericoli, che stenti e sopra tutto che costanza c'è voluta, per imbandire a noi un così lauto pasto di dottrina. Possiamo sorridere, non abbiamo il diritto di ridere. Del resto, si è riso tanto a Salamanca, da tutti quei sapientoni, che ben possiamo astenercene noi altri.
Ammettiamo invece, sorridendo, come e perchè i racconti di Marco Polo comandassero allo spirito del grande navigatore Genovese. Lo vediamo ora, alla foce del _Rio de los mares_, risoluto di trovare quel benedetto Cubanacan, in cui Martino Alonzo, il comandante della _Pinta_, vedeva una semplice corruzione di Kublai-kan. Ignoravano ambedue una cosa risaputa più tardi: che i naturali di quei luoghi dicevano _nacan_ come noi diciamo il «mezzo»; donde la conseguenza che Cubanacan significasse il mezzo, il centro di Cuba. Il Pinzon, che ci vedeva una corruzione di Kublai-kan, avrebbe potuto con ugual fondamento vederci un Cipang, che era il nome riferito da Marco Polo per il regno insulare del Giappone. Del resto, il desiderio di associare le nuove scoperte ai vecchi nomi, era proprio nel sangue. Cuba, quando si perdette ogni speranza di farne tutt'uno con l'isola di Cipango, fu ascritta all'arcipelago delle Antille; un nome opportunamente svecchiato dalla famosa Antilla di Aristotele, cavata ad orecchio dalla non meno famosa Atlantide di Solone, e del suo pronipote Platone.
Ma è tempo che ritorniamo al racconto. Fuggiti dalla riva i selvaggi al primo entrare dei palischermi nella foce del _Rio de los mares_, l'almirante lasciò riposare qualche ora la sua marinaresca, volendo anche persuadere a quei sospettosi naturali che egli non aveva alcuna intenzione ostile. Nel pomeriggio mandò solo, nel bargio, uno dei suoi interpetri di Guanahani.
Gli abitanti del villaggio erano ritornati alle loro capanne; ma stavano sempre all'erta, pronti a fuggire da capo. Videro accostarsi il bargio, ravvisarono nel vogatore un selvaggio della loro specie, e stettero ad aspettarlo. L'interpetre, come fu giunto in vicinanza del lido, tanto da poter essere udito da terra, si rizzò sulla prora della piccola barca, e rivolse il discorso a quei popoli, dipingendo loro gli stranieri come esseri sovrumani, venuti dal cielo, bianchi nel volto, amici degli uomini rossi, ai quali facevano molti bei donativi, simili a quello che egli agitava a braccio teso davanti a loro, facendolo risuonare piacevolmente agli orecchi. Finito il suo discorsetto, l'indiano si buttò in acqua risoluto e volse nuotando alla spiaggia.
Era solo; fu accolto senza sospetto. La sua parlata, veramente, era un pochino diversa da quella di Cuba; ma come può essere diversa tra popoli del medesimo sangue, vissuti a lungo divisi. Stentarono alquanto a capirlo, ma lo capirono finalmente, e si persuasero che gli stranieri erano venuti da amici. E poi quel sonaglio che il messaggiero faceva tintinnire al loro orecchio, che musica!
Subito fecero scivolare dalla spiaggia le loro svelte piroghe; ci posero dentro cotone, frutti e cassava; con quei presenti mossero incontro alle navi degli uomini bianchi.
L'almirante li accolse con dimostrazioni di giubilo; gradì i presenti, e li ricambiò, al solito, con piccoli campanelli di bronzo e perline di vetro. Quei naturali non portavano pezzi d'oro nativo sospesi alle nari; ma pezzi d'argento. Metallo anche questo, e di maggior valore che non dovesse averne venti o trent'anni più tardi, quando da Cuba, per l'appunto, e da tutte le altre terre scoperte, se ne rovesciò tanta abbondanza in Europa.
Anche l'argento aveva dunque il suo pregio, e la sua apparizione fu salutata con gioia. Ma più lieta suonò all'orecchio degli uomini bianchi la notizia (così almeno parve loro d'intendere) che nell'interno dell'isola, a quattro giornate di cammino, era il soggiorno di un re potente e ricchissimo. I naturali della costa gli avevano già mandati messaggeri, per avvertirlo dell'arrivo di quelle tre smisurate piroghe con le ali. Se gli uomini bianchi restavano ancora sei giorni, li avrebbero visti ritornare, e molto probabilmente con messaggeri del re.
Cristoforo Colombo poteva aspettare sei giorni, ed anche di più; ma voleva esser sicuro di entrare in relazione con quel re, in cui era lecito di immaginare il gran Cane. Perciò, scambio di aspettare i messaggeri del re, risolse di mandare i suoi nell'interno dell'isola, chiamando per tale Ufficio Rodrigo di Xeres e Luigi di Torres.
Ah, finalmente il grande interpetre avrebbe potuto sfoderare la sua dottrina poliglotta? Egli conosceva e parlava l'ebraico, il caldaico, il siriaco, e cincischiava anche l'arabo. O l'una o l'altra di quelle lingue avrebbe intesa il gran Cane. Ma se non ne avesse intesa nessuna fra tante?
Ad ogni buon fine Cristoforo Colombo mandò compagni all'interpetre poliglotta due naturali, uno di Guanahani, il quale già conosceva quel po' di spagnuolo che si è detto, e un altro della medesima spiaggia di Cuba, il quale, trattandosi di non uscire dall'isola materna, volentieri accettò.
Ma non dovevano andar soli quei quattro. Non lo voleva quello spirito bizzarro di Damiano. Indettatosi brevemente col suo compagno Cosma, si presentò all'almirante per dirgli:
--E due genovesi, per caso, non potrebbero andare a Cubanacan?
--Per che fare? domandò l'almirante.
--Ma che so io! quello che faranno Rodrigo Xeres e Luigi di Torres. Questo bravo Giudeo venuto alla fede, sa la sua lingua madre, la caldaica, la siriaca, e un pochettino anche l'araba; ma poi....
--Orbene? che cosa vorreste voi dire?
--Vorrei dire che non sa il genovese, che è lingua madre, assai più dell'ebraico.--
Sorrise l'almirante, e notò con accento di arguta bontà:
--Voi due, Cosma e Damiano, mi sembrate uomini da conoscere ben altro che la sola lingua madre dei Liguri.
--Metta pure Vostra Eccellenza che conosciamo il latino;--replicò arditamente Damiano.--Se si dovesse incontrare sulla strada il Prete Janni, ci vorrebbe qualcheduno che potesse parlargli in latino, io m'immagino. Come prete, infatti, leggerà il suo breviario ogni giorno.--
A quella trovata del bizzarro Genovese non si poteva che ridere. E ridendo, Cristoforo Colombo diede licenzia ai due concittadini di seguire la spedizione entro terra. Damiano saltò dalla gioia, e subito corse ad avvisare il compagno.
--Si parte, sai? L'almirante manda anche noi a riverire il gran Cane. Mi sa mill'anni di vederlo.
--Chi?--disse Cosma.
--Il gran Cane, perbacco. Mi preme di sapere se è muto anche lui, come tutti i cani che abbiamo trovati finora.--
La mattina seguente, ai primi chiarori del giorno, si pose l'ambasceria in cammino. Apriva la marcia il naturale di Cuba, che aveva pratica dei luoghi; seguiva Rodrigo di Xeres, accompagnato da Luigi di Torres. Chiudevano la marcia i due Genovesi. Il naturale di Guanahani andava un po' avanti, un po' indietro, per servire, nella sua qualità d'interpetre, al bisogno di tutti, quando volevano intendere i discorsi del condottiero, o farsi intendere da lui. Ma molto più spesso era al fianco di Damiano, che diceva di volergli insegnare il genovese, ma nel fatto cercava d'imparare quanto più poteva della lingua selvaggia.
Si erano avviati per un'erta verdeggiante, dove non appariva traccia di sentiero. Felicità dei selvaggi e dei cacciatori, di non conoscere le strade battute. E giunti al colmo dell'erta, penetrarono in una macchia che pareva di lentischi; donde, per vallette e colline alternate, entrarono in una valle più grande, fuor dalla vista del mare. Passarono accanto a certi laghetti d'acqua dolce, i cui margini erano vestiti di borraccina, e su cui gittavano ombre amiche certi grandi alberi di specie ignote, dal largo fogliame, quali vestiti di fiori, quali carichi di frutti, quali ancora di fiori e di frutti ad un tempo: primavera ed autunno associati in una sola verzura. Tutto rideva, in quel paradiso, e tutto anche cinguettava, poichè c'erano gli uccelli a migliaia, svolazzanti di fiore in fiore come i piccolissimi còlibri, rampicanti di ramo in ramo come i pappagalli, trasvolanti da un albero all'altro come le gazze, variopinte e loquaci non meno dei loro parenti rampichini.
La varietà dei frutti, la bellezza dei lor colori, e la stranezza delle loro forme, destavano la curiosità e l'ammirazione degli ambasciatori. E di molti assaggiarono, senza verun timore di avvelenarsi, poichè ne mangiavano ghiottamente gli uccelli, questi primi conoscitori della gastronomia vegetale. Del resto, anche i due naturali intendevano il fatto loro, e andavano essi medesimi a spiccar dai rami i frutti più squisiti, scegliendoli al punto loro di maturità, che gli Europei non avrebbero potuto a tutta prima conoscere.