Terra vergine: romanzo colombiano
Part 26
Le presentazioni erano finite, e il re Ferdinando aveva fatto un cenno. A quel cenno risposero dall'alto i gravi accordi di un organo. La regina, il re, le dame e i gentiluomini della Corte s'inginocchiarono. I cantori della cappella reale intuonarono il _Tedeum_, e ad essi fecero eco le voci di tutta quella gente adunata. Il maraviglioso inno Ambrosiano, vera elevazione delle anime a Dio creatore, a Dio consolatore, a Dio datore d'ogni bene, non fu mai cantato con tanta pienezza di gratitudine, con tanta commozione di cuore. Le lagrime corsero più volte agli occhi della regina; di lagrime, per tutto il tempo che durò la modulata preghiera, si mostrarono rigate le guance del navigatore Genovese.
Finito il canto si levarono tutti, e incominciò la sfilata. Accompagnati dal vicerè delle isole scoperte, dal grande almirante del mare Oceano, Ferdinando ed Isabella si avviarono al palazzo reale, in mezzo ad una moltitudine acclamante.
In più ristretti colloqui il grand'uomo raccontò partitamente ai reali di Castiglia la fatte scoperte. E allora gli toccò di ricevere le congratulazioni, le lodi, le strette di mano di tutti i più eminenti personaggi. Molto egli gradì l'abbraccio di don Pedro di Mendoza, cardinale e primate di Spagna, che era stato il più autorevole dei suoi difensori al tempo del consiglio di Salamanca. Ma egli non potè reprimere un atto di stupore, vedendosi prendere tanto amorevolmente per tutt'e due le mani da don Fernando Talavera, vescovo di Granata, confessore della regina, e già presidente di quel famoso consiglio in cui l'ignoranza aveva fatta una delle sue più solenni comparse.
--Figliuol mio!--gli diceva il Talavera, con una voce chioccia che voleva parer soffocata dalle lagrime della consolazione.--Figliuol mio dilettissimo, è una grande contentezza per me, di potervi abbracciare! Che uomo, signori!--soggiungeva, voltandosi a guardare intorno; e non lasciando tuttavia sfuggire le mani del figliuolo suo dilettissimo.--Che uomo! Lo avevo sempre detto, io, che un grande onore ci sarebbe venuto da lui. _Lumen veniet e coelo et hoc lumine implebitur terra_. Che uomo! che uomo! Don Cristoval, voi dovete andar superbo dell'opera, vostra. E noi dobbiamo andar superbi di avervi conosciuto, di avervi indovinato.
--Questo io non dimenticherò mai,--disse Cristoforo Colombo, inchinandosi.
E liberatosi finalmente dalle strette del vescovo di Granata, si volse a don Alonzo Quintanilla e a don Luigi Santangel, che aspettavano la volta loro. Questi, poi, li abbracciò, e li baciò con effusione di cuore.
--A voi, consolatori, a voi confortatori miei nei tristi giorni d'abbattimento, io ho pensato ogni giorno, come a don Juan Perez Marcena, il degno guardiano della Rabida, e al fisico Francisco Garcia;--disse l'almirante, non curandosi più del Talavera, che ancora non si era allontanato di là,--Siete stati voi, buoni amici, i miei quattro punti cardinali; da ognuno di voi, se è lecita a cuori allegri una celia,--soggiunse egli ridendo,--vorrei intitolata una delle quattro parti del mondo.
--Ma per opera vostra, don Cristoval, son diventate cinque;--rispose il Santangel.--Mi è parso di capire dal vostro racconto che le isole occidentali son molte, e che non sia il caso di regalarle all'Asia.
--È un dubbio, questo, che altri viaggi risolveranno;--replicò l'almirante.--Ma se una quinta parte sarà, non dubitate, troveremo da cui intitolarla.
--Saranno tanti oramai quelli che vi hanno protetto!--esclamò il Quintanilla,--che vi troverete molto impacciato a ringraziarli tutti.--
Così dicendo, l'ottimo don Alonzo non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al vescovo di Granata; il quale, scuotendo la testa nella sua pappagorgia, rotando gli occhietti astuti e succhiandosi le labbra, si tirò gravemente in disparte.
Più dignitoso a gran pezza si mostrò don Francisco di Bovadilla, il fiero commendatore di Calatrava. Non isfuggì il suo nemico, non negò il saluto riverente al fortunato uomo, che i suoi sovrani festeggiavano, che tutta la sua nazione acclamava; ma altro non fece, non mentì con le labbra una allegrezza, una amicizia, che non aveva nel cuore.
Fu molto cortese don Giovanni Cabrera, il marchese di Moya. Il vecchio cavaliere, dopo tutto, non aveva che da inchinarsi in quella stessa guisa che tutti gli altri avevano fatto al nuovo astro sorgente; da buon cortigiano, non aveva che da seguire l'esempio dei suoi eccelsi padroni. Aggiungete che la nube occorsa tra lui e don Cristoval, o piuttosto tra lui e la sua nobile compagna, era stata così lieve! Si poteva dir quasi che niente fosse avvenuto. Se poi era avvenuto qualche cosa, quel poco era stato facilmente dimenticato.
Per tanto, non fu difficile a don Cristoval di vedere la marchesa di Moya, in privato colloquio. Quel colloquio, nessuno dei due poteva cercarlo, nessuno dei due poteva fuggirlo: era naturale che se ne offrisse l'occasione; era naturale che ambedue l'accettassero.
Pure, non era il colloquio più naturale del mondo. Chi ci ha seguiti nella prima parte di queste istorie, facilmente lo immagina. Donna Beatrice aveva veduto giungere quel momento solenne; non aveva fatto nulla per affrettarlo; e là, davanti a quell'uomo, era rimasta come inchiodata al pavimento, guardandolo senza vederlo, rispondendo al suo inchino con un cenno del capo, e con un moto delle labbra, a cui non rispondeva alcun suono di voce. Gli sorrideva, intanto, gli sorrideva placidamente, come a persona amica, da cui si fosse separata a mala pena il giorno prima. E tanto tempo era passato! tante cose erano avvenute, dopo il loro ultimo colloquio! e del dramma dei loro cuori così poca parte era stata confidata alle labbra!
Don Cristoval doveva fare tutta la strada che intercedeva fra lui e Beatrice di Bovadilla. L'obbligo era tutto del cavaliere; e da buon cavaliere, don Cristoval si avvicinò alla bella marchesa di Moya.
--Signora....--incominciò, ma senza andare più oltre.
Era, lo sapete, tutto ciò ch'egli sapesse dire, rivolgendo il discorso a donna Beatrice; tanto che un giorno la bella dama spazientita gli aveva risposto: «non sapete voi dirmi altro, don Cristoval?»
Ma per quella volta la bella dama non gli disse così; anzi, non gli disse nulla di nulla. Gli porse in quella vece la mano. E don Cristoval prese quella mano; la tenne a lungo tra le sue; poi, chinatosi divotamente, v'impresse un bacio anche più lungo della stretta.
Quello era il suo premio, e il buon cavaliere lo gustava intiero. Ed era anche il tributo della riconoscenza e dell'amor rispettoso per lei. Nè ella ritirò la sua mano, sebbene la sentisse ardere come per febbre violenta.
Ma quella scena muta non poteva durare eterna. Don Cristoval, facendo uno sforzo, aveva levata la fronte, guardando la sua protettrice. Davanti a quegli occhi aperti che la fissavano, Bovadilla socchiuse i suoi, e timidamente gli chiese:
--Avete pensato a me, qualche volta?
--Oh!--disse il buon cavaliere.--Più di qualche volta; ogni giorno; tutte le volte che m'era dato di rientrare col pensiero in me stesso. Ed anche, ve lo confesserò, mi accadeva di adirarmi con me, di ritrovarmi assai debole, di scacciare l'immagine....
--Importuna?--soggiunse Bovadilla.
--Non importuna, pericolosa:--rispose don Cristoval.--Voi foste il mio buon angelo, donna Beatrice, quando io disperavo di raggiungere l'intento. Là, sull'Oceano, eravate ancora la mia forza interiore. Ma voi lo intenderete; c'erano i momenti in cui la viltà degli uomini o la collera degli elementi richiedeva ogni mia cura; ed io allora dovevo temere che quella immagine, troppo.... presente al mio spirito, non mi facesse dimentico degli obblighi miei. Perdonate, signora, voi che intendete sicuramente più che io non dica. Ma a voi pensavo, quando mi venne sui flutti il primo saluto delle terre sconosciute.... un ramoscello di spino fiorito; e nel mio pensiero io l'ho dedicato a voi, come l'omaggio dovuto a colei che mi difese a viso aperto, alla nobile donna per il cui patrocinio costante fu possibile a me di tentare l'impresa. Eccolo, signora;--soggiunse don Cristoval, traendo da un piccolo astuccio di cordovano il ramoscello di spino;--era fiorito, quando io lo destinavo a voi. Oggi, il poveretto non ha più che le punte. Io spero tuttavia che non ferisca la nostra amicizia.
--Esso invece la suggellerà;--disse Bovadilla.
Così dicendo, Bovadilla accostò prontamente il ramoscello alla bocca. Si punse le labbra, come vi sarà facile immaginare; ma fu pronta anche a premervi su col suo fazzoletto di seta. E quel fazzoletto, tinto di alcune piccole gocce di sangue, porse tosto a don Cristoval.
--Prendete,--gli disse,--sia questo il pegno d'amicizia eterna fra noi.--
Seguì un lungo silenzio; l'ineffabile silenzio che accompagna le grandi gioie, come i grandi dolori. Noi lo rispetteremo, ben sapendo che ogni parola, comunque studiata e riguardosa, guasterebbe. Quando il vicerè delle isole dell'Oceano partì dalle stanze della marchesa di Moya, egli aveva gli occhi ancor bagnati di lagrime.
Quel giorno, ritirandosi nel suo appartamento, Cristoforo Colombo ebbe una pena, a cui del resto era già preparato. Cosma e Damiano, i suoi concittadini, i suoi compagni di stenti e di pericoli, venivano a prendere commiato da lui.
--Messere,--gli disse Damiano,--avete comandi da darci per Genova?
--Come? voi volete già andarvene?
--Sì, oggi stesso, se non vi dispiace. L'occasione è qui, l'afferriamo per il classico ciuffo. In altre parole,--soggiunse Damiano,--salpa di qui, nella notte, la _Bella Maghellona_, una galeotta genovese; io la sposo, e Cosma mi accompagnerà nel viaggio di nozze.
--Beato voi! sempre di buon umore;--disse l'almirante.
--Ma sì! perchè mi guasterei il sangue con le malinconie?--rispose Damiano.--Ho studiato tanto di medicina da intendere che non me lo aggiusterebbe più nessuna ricetta.
--E non ci rivedremo più, miei signori?
--Chi sa?--disse Cosma.--Non verrete voi mai a salutare la patria?
--La patria!--esclamò sospirando il navigatore Genovese.--Ora, la patria mia è quello spazio di mare che va dalla foce del Guadalquivir al porto del Natale. Lo scopritore è incatenato alle sue scoperte, come il Titano alla sua rupe.
--Con la giunta dell'avvoltoio; la grazia!--rispose Damiano.--E tuttavia, messere.... Cosma vi ha detto: chi sa? Io vi rispondo: sicuramente. Ci rivedremo, messere. Vado a Genova e torno.
--Ah, bene! Faccio assegnamento su voi. Ma non saprò io per intanto chi siete voi due?
--È giusto;--disse Cosma.--Nell'atto di ringraziarvi, il meno che possiamo fare è di dirvelo. Giano di Campo Fregoso è il mio nome.
--E il mio, Bartolomeo Fiesco;--disse Damiano.
--Due nemici, una volta, e due rivali;--riprese Giano Fregoso;--ora due fratelli nella vostra gloria, a cui siamo orgogliosi di essere stati compagni.
--Bravi! e siate fratelli sempre;--rispose Cristoforo Colombo, dopo averli abbracciati.--E ciò sia per conforto di quella povera patria, a cui vi prego di portare il mio reverente saluto. Vedevo ieri gli ambasciatori di Genova non lieti, e mi pareva d'intenderne la cagione. Essi certamente pensavano che la bella impresa da cui eravamo tornati noi, si sarebbe potuta compiere con forze genovesi, se ai grifi di Genova non avessero tarpate le ali le sue maledette discordie. Ma io pensavo in pari tempo un'altra cosa, e più grave. A danno delle repubbliche Italiane i grandi Stati si vanno formando e fortificando in Europa. Oggi, neanche la nostra concordia basterebbe più a scongiurare quel danno. La nostra Repubblica non ha terra, alle spalle, e va perdendo l'imperio dei mari; intanto i suoi cittadini non pensano neanche a prepararle un glorioso tramonto. Questo, per Genova, è peggio del non aver favoriti essa i disegni di un suo figlio devoto. Come ci rialzeremo noi, Italiani, da questa miseria? e quando? Non è dato a noi di prevedere il tempo e le vie; perciò siamo tristi. Ma voi, amici, voi gentiluomini, non fate nulla che aggravi le tristezze e accresca i danni alla madre comune. Tristi morrete anche voi, ma senza rimorsi. Andate ora, nel nome di Dio, ricordate ed amate.--
_Fine_.
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_Il terzo romanzo colombiano che fa seguito a «Le due Beatrici» e a «Terra Vergine» porterà per titolo_:
*I figli del Cielo.*
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OPERE di A. G. BARRILI.
_Capitan Dodéro_ (1865). 12.ª ediz. L. 1 -- _Santa Cecilia_ (1866). 10.ª ediz. 1 -- _Il libro nero_ (1868). 4.ª ediz. 2 -- _I Rossi e i Neri_ (1870). 5.ª ediz. (2 vol.) 2 -- _Le confessioni di Fra Gualberto_ (1873). 13.ª ediz. 1 -- _Val d'olivi_ (1873). 18.ª edizione 1 -- _Semiramide_, racconto babilonese (1873). 8.ª ediz. 1 -- _La notte del commendatore_ (1875). 2.ª ediz. 4 -- _Castel Gavone_ (1875). 10.ª ediz. 1 -- _Come un sogno_ (1875). 23.ª ediz. 1 -- _Cuor di ferro e cuor d'oro_ (1877). 18.ª ediz. (2 vol.) 2 -- _Tizio Caio Sempronio_ (1877). 2.ª ediz. 3 50 _L'olmo e l'edera_ (1877). 18.ª ediz. 1 -- _Diana degli Embriaci_ (1877). 2.ª ediz. 3 -- _La conquista d'Alessandro_ (1879). 2.ª ediz. 4 -- _Il tesoro di Golconda_ (1879). 12.ª ediz. 1 -- _Il merlo bianco_ (1879). 2.ª ediz. 3 50 -- Edizione illustrata (1890). 5.ª ediz. 5 -- _La donna di picche_ (1880). 6.ª ediz. 1 -- _L'undecimo comandamento_ (1881). 10ª ediz. 1 -- _Il ritratto del Diavolo_ (1882). 3.ª ediz. 3 -- _Il biancospino_ (1882). 9.ª ediz. 1 -- _L'anello di Salomone_ (1883). 3.ª ediz. 3 50 _O tutto o nulla_ (1883). 2.ª ediz. 3 50 _Fior di Mughetto_ (1883). 4.ª ediz. 3 50 _Dalla Rupe_ (1884). 5.ª ediz. 3 50 _Il conte Rosso_ (1884). 3.ª ediz. 3 50 _Amori alla macchia_ (1884). 3.ª ediz. 3 50 _Monsù Tomè_ (1885). 3.ª ediz. 3 50 _Il lettore della principessa_ (1885). 3.ª ediz. 4 -- -- Edizione illustrata (1891). 5 -- _Victor Hugo_, discorso (1885). 2 50 _Casa Polidori_ (1886). 2.ª ediz. 4 -- _La Montanara_ (1886). 7.ª ediz. 2 -- -- Edizione illustrata (1893). 5 -- _Uomini e bestie_ (1886). 2.ª ediz. 3 50 _Arrigo il Savio_ (1886). 2.ª ediz. 3 50 _La spada di fuoco_ (1887). 2.ª ediz. 4 -- _Il giudizio di Dio_ (1887). 4 -- _Il Dantino_ (1888). 3.ª ediz. 3 50 _La signora Àutari_ (1888). 3.ª ediz. 3 50 _La Sirena_ (1889). 5.ª ediz. 1 -- _Scudi e corone_ (1890). 2.ª ediz. 4 -- _Amori antichi_ (1890). 2.ª ediz. 4 -- _Rosa di Gerico_ (1891). 3.ª ediz. 1 -- _La bella Graziana_ (1892). 2.ª ediz. 3 50 -- Edizione illustrata (1893). 3 50 _Le due Beatrici_ (1892). 5.ª ediz. 1 -- _Terra Vergine_ (1892). 5.ª ediz. 1 -- _I figli del cielo_ (1893). 6.ª ediz. 1 -- _La Castellana_ (1894). 2.ª ediz. 3 50 _Fior d'oro_ (1895). 4.ª ediz. 1 -- _Il Prato Maledetto_ (1895). 3 50 _Galatea_ (1896). 3.ª ediz. 1 -- _Diamante nero_ (1897). 3.ª ediz. 1 -- _Sorrisi di gioventù_ (1898). 2.ª ediz. 3 -- _Raggio di Dio_ (1899). 2.ª ediz. 1 -- _Lutezia_ (1878). 2.ª ediz. 2 -- _Con Garibaldi, alle porte di Roma_, ricordi (1895). 4 -- _Zio Cesare_, commedia in cinque atti (1888). 20
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (cacico-cacìco, Cibao-Cibào, colibri-còlibri, desideri-desiderî e simili) correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.