Terra vergine: romanzo colombiano
Part 25
--Non dubitate, Martino Alonzo;--rispose lo storpio.--Sarete obbedito.--
Il comandante della _Pinta_ si allontanò dalla calata, andando verso la casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal talento nell'anima.
Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto, non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui Sancio gli aveva data la spiegazione. Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?
Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos, certamente la _Nina_ si era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il Pinzon.
Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. La _Nina_, non che perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i primi navigatori di Castiglia.
E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.
E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore; lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.
Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa per tutti.
Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante della _Pinta_ in capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.
La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.
_Capitolo XIX._
Il commiato.
Cristoforo Colombo avrebbe voluto recarsi a Barcellona con la sua caravella. E sarebbe stato, agli occhi della Corte di Spagna, un bel contrasto fra la importanza della scoperta e la povertà dei mezzi con cui la scoperta era stata fatta da lui. Ma la povera _Nina_ imbarcava acqua da tutte le commessure, e bisognò rinunziare al disegno. L'almirante si recò dunque per terra a Siviglia, per aspettare colà gli ordini del re Ferdinando e della regina Isabella.
A Siviglia lo accompagnarono sette dei dieci naturali che egli aveva condotti da Guanahani e da Cuba. Uno era morto in viaggio; due erano infermi, e furono lasciati a Palos, affidati alle cure amorevoli di don Francisco Garcia. Ma l'almirante volle con sè tutti i suoi ufficiali e tutti i marinai che avevano partecipato ai rischi e alla gloria dell'impresa, così quelli della _Pinta_ e della distrutta _Santa Maria_, come quelli della _Nina_, diventata la nave capitana.
Dei marinai che lo seguivano, due mutarono spoglie, appena giunti a Siviglia. Erano i due genovesi, Cosma e Damiano, che apparvero alla presenza del signor almirante in veste da gentiluomini. La cosa non doveva parer strana a nessuno. Tutta la marinaresca sapeva da un pezzo che quei due erano marinai per celia; sebbene, lavorando e faticando come gli altri, non avessero fatto niente per celia.
L'almirante era da pochi giorni nella capitale dell'Andalusia, quando ricevette la lettera dei sovrani, che lo pregavano di dare immediatamente, a Siviglia, o dove gli piacesse meglio, gli ordini necessari ad affrettare la sua partenza per un nuovo viaggio, informandoli a volta di corriere di ciò che avessero a fare dal canto loro, per agevolare gli apparecchi. S'intende che lo invitarono anche a recarsi alla Corte, in Barcellona; ma questo era il meno. E certamente a Cristoforo Colombo doveva piacere, assai più del cortese invito, la fretta con cui Ferdinando e Isabella miravano ad assicurarsi la conquista di un nuovo impero di là dall'Atlantico; una conquista che per tanti anni si erano peritati d'intraprendere.
Il ricapito della lettera regia era questo: «A Don Cristoval Colon, nostro almirante sul mare Oceano, vicerè e governatore delle isole scoperte nelle Indie». Anche questi titoli, come erano stati lesinati, un anno addietro! Per la insistenza di Cristoforo Colombo a domandarli, era pericolata all'ultimo momento la spedizione. Tempi mutati! Ma il marinaio genovese non serbava rancori nell'anima, e ad altro non pensò che ad eseguire i comandi delle Loro Altezze, inviando a volta di corriere, come chiedevano, una minuta descrizione delle navi, degli uomini e delle munizioni necessarie al suo secondo viaggio.
Dopo di che, si pose in cammino per andare a Barcellona. La via non era lunga; ma dovevano renderla lunghissima le numerose fermate, di cui egli non poteva passarsi, essendo costretto a traversare molte delle più belle e popolose città della Spagna.
Il suo viaggio parve la marcia trionfale di un conquistatore. Ovunque egli passava vedeva affollarsi la gente dei luoghi circonvicini, che fiancheggiava le strade maestre ed ingombrava borghi e villaggi. Nelle grandi città, le vie, le finestre, i terrazzini, i tetti, brulicavano di spettatori curiosi che facevano suonar l'aria dei più lieti clamori. Ad ogni tratto era fermato dalla calca, che voleva veder lui da vicino, per imprimersi bene i suoi lineamenti negli occhi. Con molta maraviglia erano anche osservati gl'Indiani, che veramente erano facce dell'altro mondo, e parevano piovuti in terra da qualche pianeta.
Così trattenuto ad ogni punto, obbligato a passare un giorno nei luoghi più importanti, a passare almeno qualche ora nei luoghi più piccoli, affinchè fosse appagata la curiosità di tutti, l'almirante non giunse a Barcellona che il 14 di aprile. Colà tutti gli apparecchi erano fatti per accoglierlo con solennità e magnificenza. Ad una certa distanza dalla città, gli mosse incontro una splendida cavalcata di gentiluomini, con gran moltitudine di popolo, per fargli onoranza.
Il suo ingresso nella nobile capitale della Catalogna fu paragonato al trionfo che solevano concedere gli antichi Romani ai loro consoli vittoriosi. Andavano primi gli Indiani dipinti d'ocra a vari colori, secondo la foggia del loro paese, adorni di armille alle braccia, di piastrelle e di cerchietti d'oro alle nari. Dopo di questi, che camminavano portando i loro archi, le loro frecce e le loro zagaglie, venivano i marinai, portatori dei pappagalli vivi, dalle molte varietà e dai più lieti colori, delle piante rare, e sopratutto dell'oro in polvere, o in masse più o meno vistose. Giungeva ultimo l'almirante a cavallo, accompagnato dai suoi ufficiali, e seguito da quella splendida cavalcata di gentiluomini, che era venuta ad incontrarlo.
La calca era così fitta, che spesso era impossibile di farsi largo per via. Le dame sventolavano i fazzoletti dalle finestre e dai terrazzini; dai tetti al basso della strada era un agitarsi di teste, un levarsi di grida festose. Sembrava che il popolo non potesse saziarsi di contemplare i trofei di un Nuovo Mondo, e l'uomo maraviglioso che aveva saputo indovinarlo, che aveva potuto scoprirlo.
Per accoglierlo con maggior pompa, Ferdinando e Isabella avevano ordinato che il loro trono fosse incalzato in una gran loggia aperta, accessibile al maggior numero di persone, sotto un ricco baldacchino di broccato d'oro. Ivi il re e la regina attendevano l'arrivo dell'eroe; vicino ad essi stava il principe Giovanni; tutto intorno gli uffiziali della corona e la prima nobiltà di Castiglia, di Valenza, di Catalogna e d'Aragona.
Cristoforo Colombo entrò nella sala, accompagnato dai suoi ufficiali, in mezzo ai quali si distingueva egli per l'alta statura, la nobiltà del portamento e il raggio di viva allegrezza che gli sfavillava dagli occhi. Superbo non era, in quell'ora; e avrebbe potuto esserlo, vedendosi davanti la più parte di coloro che più fieramente avevano avversati i suoi disegni, negata la sua dottrina, disprezzata la sua persona e calunniate le sue intenzioni! Non era superbo; ma poteva farlo apparir tale la solennità del momento, e quel suo ritorno di trionfatore, da una impresa che era seguita punto per punto quale egli l'aveva immaginata e proposta.
Del resto, il legittimo orgoglio che poteva dipingersi nel suo viso radiante d'allegrezza, era ancora un giusto omaggio a coloro che in lui avevano creduto, a coloro che lo avevano consolato e confortato nei più tristi momenti della sua vita, nei giorni troppo lunghi e troppo frequenti delle sue amarezze. Certo, non vedeva di mal occhio quell'aria di onesta alterezza la regina Isabella, che tanto si era adoperata per appagare i voti del navigatore Genovese; di quella alterezza doveva compiacersi, come di propria vittoria, quella nobile dama che stava in piedi accanto allo scanno della regina, la marchesa di Moya, Beatrice di Bovadilla.
Qual turbamento, e come dolce, in quel cuore di donna! Ci sono le gioie che opprimono, tanto sono violente; pure, chi vorrebbe rinunziarci? A buon conto, non voleva rinunziarci la nobile signora, che aveva aspettato quel giorno e quel turbamento profondo, come il premio di tutte le sue fatiche, come il compenso di tutte le sue ansietà, di tutti i suoi terrori, di tutti i suoi scoramenti.
Comprimendo a stento i battiti del suo cuore, Beatrice di Bovadilla guardava davanti a sè. Non aveva da muoversi, non aveva da voltare la faccia; l'argomento di tutte le sue cure doveva giunger là, in quel breve spazio, rimasto vuoto per lui. E quell'uomo era giunto, quello spazio era finalmente ripieno, della persona, della luce, della gloria di lui. In mezzo a quella gran folla di dame e di cavalieri, nessuno badava a lei, in quel punto; neanche don Francisco di Bovadilla, il suo scontroso e sdegnoso fratello; neanche don Fernando Talavera, il burbanzoso ed ignorante vescovo di Granata; neanche don Giovanni Cabrera, marchese di Moya, suo signore e padrone. Tutti gli sguardi, come tutti i pensieri, erano rivolti al trionfatore; la curiosità, la commozione, e tutti gli ardori che può comunicare in certi momenti una moltitudine giubilante al cuor più ribelle, usurpavano il campo ad ogni altro sentimento. I vigilatori sospettosi di Beatrice Bovadilla, perfino i suoi molestissimi innamorati, le davano tregua per quell'ora di animazione straordinaria, di commozione solenne. Ella era dimenticata, come perduta, in quella folla che aspettava un uomo, che lo sentiva avvicinare, che lo vedeva presente. Qual gioia, poterlo guardare liberamente anche lei! poter cercare con avida cura su quel volto la traccia dei pericoli corsi, degli stenti patiti, e in quegli occhi la visione dei grandi segreti strappati all'Oceano! Perchè egli era partito con tre navi, ed era ritornato con una, con la minore delle tre, portando sovr'essa la sua fortuna, la sua gloria. Egli trionfava, finalmente; ma era anche un po' lei la vincitrice di quella guerra, e sentiva di trionfare con lui.
Nessuno guardava Beatrice di Bovadilla, di tanti gentiluomini che si affollavano intorno ai gradini del trono. Ma quell'uomo, su cui si fissavano gli occhi di tutti, dove volgeva egli i suoi? Si era avanzato fino ai gradini del trono; il re e la regina si erano alzati per riceverlo; ed egli, prendendo rispettosamente le destre di Ferdinando e d'Isabella, si era inginocchiato per baciar quelle destre. Lo avevano amorevolmente rialzato, pregandolo di voler sedere davanti a loro, sopra uno scanno che due valletti si erano affrettati a mettere innanzi. Ma egli, prima di sedere, aveva fatto il gesto di chi vuol guardare intorno, come per raccapezzarsi, in una compagnia che veda la prima volta. Pure, non aveva girato molto con gli occhi; il suo sguardo era andato diritto al fianco della regina, si era incontrato nello sguardo di Beatrice Bovadilla, e sul volto di lui era corsa una vampa. Ah, bene facevano tutti, non guardando che lui; meglio aveva fatto egli, non cercando altro sguardo che quello di lei.
--Don Cristoval, nostro amico, voi state bene? Vi siete rimesso di tante fatiche?--diceva la regina Isabella.--Abbiamo palpitato di profonda ansietà, leggendo nella vostra lettera il racconto di ciò che avete sofferto nel ritorno dal vostro maraviglioso viaggio. Ma ora siete con noi, e ci sentiamo più tranquilli. Vorrete voi raccontarci di tutte le grandi cose che avete operate?
--Con l'aiuto di Dio e sotto il padronato delle Vostre Altezze,--rispose Cristoforo Colombo,--l'impresa non poteva sortire un esito migliora. Umile istrumento della provvidenza celeste, io la ringrazio ogni giorno di avere inspirato ai Sovrani di Castiglia tanta benevolenza per me.--
Benevolenza un po' tarda, non è vero? e sopra tutto, ben misera negli effetti! Ma il navigatore Genovese era sincero, ringraziando i reali di Castiglia di quanto avevano fatto per lui. Chi pensa alle difficoltà, agli indugi, ai contrasti, quando l'impresa è compiuta e il trionfo l'ha coronata?
Cristoforo Colombo, per obbedire al desiderio della regina, incominciò a raccontare il suo viaggio. Era facondo, come sappiamo, ed anche spesso eloquente, di una eloquenza che toccava in certi punti il sublime, nella sua stessa semplicità. Quella volta, poi, doveva riuscire più eloquente d'Iperide, usando a più nobile fine un famoso argomento dell'oratore ateniese. Egli, infatti, poteva presentare i documenti della sua gloria, in quelle sette creature umane, tanto diverse da ogni specie conosciuta, alle quali, oltre il rosso colore della pelle, dava tant'aria di novità lo strano costume di tingersi il corpo, segnandolo di svariate figure, e quell'altro, non meno strano, di portare al sommo della nuca quei ciuffi di penne dai vivaci colori.
E non era men bello vedere quei selvaggi sgranar tanto d'occhi, per contemplare quella società europea, tutta coperta di seta, di broccato e di trine. I cortigiani di Castiglia godevano, senza darsene ragione, di quel naturale contrasto fra due razze, una delle quali, ignota fino a quei giorni, e padrona di sè, doveva cadere in servitù dell'altra, e a mala pena conosciuta, e a mala pena assoggettata, sparire dalla faccia della terra. Poveri selvaggi del Nuovo Mondo! Ignorando la loro sorte, contemplavano attoniti la grandezza, la maestà dei reali di Spagna, offrendo loro nei canestri di vimini, intessuti con la loro arte bambina, la polvere d'oro che doveva destare tante cupidigie, ed esser cagione di tanti delitti all'uomo civile.
Della attenzione con cui tutta la Corte era stata ad udire il racconto, non occorre parlare. Erano così nuove le cose che diceva l'almirante del mare Oceano; e ciò che tutti vedevano riusciva a così vivo commento delle parole sue, che due ore trascorsero senza che alcuno di tanti ascoltatori se ne fosse avveduto. Pure, egli non aveva raccontato che sommariamente. Ma tutti si ripromettevano di udirlo ancora, e di avere da lui in tutti i più minuti particolari ciò che per sommi capi era stato esposto, quasi a sfiorare il tema, ad acquetare la prima sete, ma senza spegnerla ancora.
Com'ebbe finito di raccontare, Cristoforo Colombo presentò ad uno ad uno i suoi compagni di viaggio. Isabella e Ferdinando ebbero una cortese parola per tutti.
Quando venne la volta dei due amici, che sappiamo, Cristoforo Colombo non potè dire, naturalmente, che due nomi di battesimo, e per giunta non i veri ed autentici.
--Cosma e Damiano,--diss'egli,--miei concittadini; due nobili genovesi, che hanno voluto venire con me, nell'umil veste di semplici marinai.--
Ferdinando salutò graziosamente con un cenno del capo e con un sorriso i due marinai gentiluomini.
--Nobili uomini,--rispose egli,--e più nobili cuori! Qui troveranno in buon punto due loro illustri concittadini, a noi inviati per ambasciatori della eccelsa Repubblica di Genova. Signori,--soggiunse, volgendosi a due gravi personaggi che erano sulla sua destra,--vogliate riconoscere ad abbracciare i vostri concittadini, che si son fatti compagni di fatiche, di pericoli e di gloria del nostro grande almirante e vicerè, don Cristoval Colon.--
I due personaggi uscirono dalle prime file. Erano essi messer Francesco Marchesio, legista, e Giovanni Antonio Grimaldo, ambasciatori mandati da Genova alla Corte di Castiglia, per negoziare un trattato di pace e di alleanza fra i due Governi.
Il Grimaldo riconobbe Cosma alla bella prima, e già aveva incominciato a dirgli:
--Siete voi, messer Gia....--
Ma un'occhiata di Cosma gli mozzò in bocca il nome che egli stava per proferire.
--Siamo Cosma e Damiano, qui;--soggiunse Cosma, a guisa di commento, e parlando il vernacolo di casa;--due amici, due fratelli, come i santi di cui abbiamo assunti i nomi. Le nostre famiglie non sono d'accordo laggiù; ma voi non vi maravigliate, messer Giovanni Antonio, se noi due ci ritroviamo amicissimi qui. Siamo fuori di casa; e fuori di casa possiamo anche incontrarci volentieri con gli ambasciatori del doge Adorno.
--Una bella gloria per voi, messeri, di aver partecipato a questo miracoloso viaggio!--disse Francesco Marchesio, cercando di sviare il discorso dalle cose di Stato.
--E per il nostro insigne concittadino Colombo d'averlo ideato e compiuto;--aggiunse Damiano.--Vedete intanto, messeri? Gli hanno già smozzicato il cognome. E questo mi pare il primo rimprovero alle nostre discordie, le quali non hanno consentita la gloria di scoprire il Nuovo Mondo ai figli di quei Genovesi che avevano pure scoperte le isole Canarie, quelle degli Astori, del Legname e del Capo Verde.
--Di chi la colpa?--mormorò Giovanni Antonio Grimaldo.
--Non vostra, messere, nè del vostro onorando compagno; nè la nostra, a buon conto;--replicò Damiano.--Ad un per uno, siamo tutti innocenti; ma posti a mazzo....
--È vero; non dite di più!--interruppe il Grimaldo.--Ma qui, fuori di casa, tutti amici, non è vero messer Bar....
--Damiano, per ora, e felicissimo al pari di Cosma, di aver salutati due valentuomini della nostra cara Genova.--