Terra vergine: romanzo colombiano

Part 22

Chapter 223,828 wordsPublic domain

Il Pinzon, che aveva ben veduto dove ammiccasse Cusqueia, andò difilato verso quella catasta di casse, diede una guardata dietro all'ingombro, stese un braccio, e lo tirò a sè, traendo fuori un involto di cenci. Tale infatti appariva in principio, e nella mezza oscurità del luogo; ma ben presto da quel grigio involucro balzò fuori, quantunque riluttante, una figura di donna.

Tolteomec riconobbe sua figlia, e corse avanti, prendendola fra le sue braccia.

--Abarima! mia dolce figliuola!--gridava egli, ma a stento, con voce soffocata dalla gioia.--Ti ho ritrovata.... ti ho salvata, mia povera bambina! Se non me ne avvedevo subito.... Se non venivo subito dagli uomini bianchi.... ti avrei perduta per sempre!... Ma chi è.... dimmi, chi è l'uomo che ti ha rubata a tuo padre?... Il capo degli uomini bianchi è buono per noi, terribile per tutti i cattivi.... Egli punirà i cattivi, che rubano le creature ai padri loro.

--Nessuno....--rispose Abarima, singhiozzando.--Sono stata io.

--Tu? come? non è possibile.

--Io, io sola... sono fuggita dalla tua casa.... venuta io. Il capo degli uomini bianchi non punisca nessuno.--

Tolteomec era rimasto atterrato da quella confessione della sua dolce figliuola.

--Vedi?--gli disse l'almirante.--Nessuno è colpevole qui.

--Ah!--esclamò Tolteomec.--Un nero spirito ha turbata la mente della mia creatura.--

Qui il nostro Damiano non potè trattenersi dal volgere un'occhiata al suo vicino Cosma.

--O nero, o biondo,--diss'egli tra sè,--un turbatore c'è stato.

--Non ti affannare, amico;--diceva frattanto l'almirante.--Ella finalmente ti è resa, e tu puoi ricondurla a terra. Vincenzo Yanez, non è che un piccolo ritardo nella nostra partenza; fate armare il palischermo.

--No, no!--gridò tosto Abarima, che aveva ben capito l'ordine dell'almirante, quantunque fosse dato in lingua castigliana.--Non uscirò dalla grande piroga. Voglio andare.... con gli uomini bianchi.... in Azatlan!

--Questa ci voleva!--scappò detto a Damiano.

Non aveva parlato ad alta voce; pure l'almirante lo udì.

--E chi ne è stato la prima cagione, mi faccia il piacere di star zitto;--diss'egli, in dialetto genovese, volgendosi dalla parte di Damiano, ma senza guardarlo in viso.

Damiano si tirò indietro e si fece più piccino che potè; arte insegnata all'uomo dalla lumaca e dal riccio.

Tolteomec frattanto aveva presa la sua figliuola per un braccio, facendo prova di tirarla fuori. Ma ella si mise a piangere, ad urlare, a strillare che non si sarebbe mossa di là. Voleva andare in Azatlan, lei, voleva andare con gli uomini bianchi, coi figli del cielo; e volgeva a Cosma delle occhiate supplichevoli, che Cosma non vedeva, poichè guardava ostinatamente il tavolato. Le vedeva bensì l'amico Damiano, per cui erano tante trafitture ai precordii.

--Senti, bambina....--disse Cristoforo Colombo.--Sii buona, obbedisci a tuo padre. Diglielo tu, interpetre,--soggiunse, volgendosi a Cusqueia,--diglielo tu, che una buona ragazza deve obbedire a suo padre; altrimenti il grande Spirito la punirà.--

Cusqueia si provò a tradurre l'ammonizione. Ma la capricciosa selvaggia non aveva mestieri di traduzioni; intendeva il testo, leggendo negli occhi alla gente.

--Obbedirò;--diss'ella.--Mi portino via; ma questo sarà segno che si vuole la mia morte.

--Che cos'è che tu dici, Abarima?--gridò Tolteomec.--Pensi tu ciò di tuo padre?

--Io penso,--rispose Abarima,--che voglio andare in Azatlan. Volete che io ritorni in Haiti? Ritornerò; ma di lassù, da quella rupe che pende sul mare, mi getterò nel profondo, mi sfracellerò la testa, come la figlia di Niguana.--

Tolteomec cacciò un urlo, inorridendo. Egli rammentava troppo il fatto doloroso, che un anno prima aveva commosso di raccapriccio e di pietà il villaggio di Guacanagari. Anche la figlia di Niguana si era uccisa per amore.

--Tu vuoi dunque far morire tuo padre?--diss'egli piangente.

--No, padre mio;--rispose Abarima.--Voglio andare in Azatlan.--

Tolteomec rimase un istante perplesso; poi, scuotendo la testa, come un uomo che abbia presa una risoluzione, le disse:

--Sia fatta la tua volontà.--

Abarima diede un sobbalzo, a quelle parole di suo padre, e sgranò tanto d'occhi, per guardarlo nel viso.

--Che vuoi tu fare?--chiese a Tolteomec l'almirante.

--Il grande Spirito lo vuole;--rispose Tolteomec, sospirando.--Seguirò mia figlia. Tutti questi altri abitatori delle isole vengono con te in Azatlan, mio signore?

--Si;--rispose l'almirante.

--E tu li fai prigionieri?

--No, essi vengono liberamente, come ti ho detto. Vedranno il re e la regina di Spagna, della terra ricca e felice donde noi siamo partiti; vedranno le nostre città, siederanno alla nostra tavola come fratelli, adoreranno il nostro Iddio nella sua casa d'oro, e poi, nobilmente vestiti, ritorneranno con noi a queste isole.

--Dici tu il vero, mio signore?

--Io non ho mai detto menzogna. Per il mio Dio ti giuro che i nostri amici delle isole ritorneranno alle loro case.

--Ti credo;--disse Tolteomec.--Tu sei un padre per noi, e l'amore di un padre brilla nei tuoi occhi del color del cielo. Sii buono coi tuoi figli delle isole, che confidano in te.--

Abarima si avvinghiò al collo del vecchio e coperse il suo volto di baci.

--Rimani mio ospite;--disse l'almirante.--Certo è Dio che lo vuole, perchè la sua fede sia radicata più presto per il tuo nobile esempio in questa terra da noi dischiusa al suo culto.--

Ciò detto, e più per sè che per il suo nuovo ospite, che non era in grado d'intenderlo, Cristoforo Colombo uscì dal gavone di prora.

--Messeri,--diss'egli a Cosma e a Damiano, che lo avevano seguito in coperta,--perdonate se ho avuto l'aria di dubitare della vostra lealtà. Ma anche voi converrete, io spero, che uno di voi è cagione di questo aumento di passeggieri a bordo.

--Cagione involontaria;--soggiunse Damiano.

--Ne siete ben sicuro?--rispose l'almirante.--Non eravate voi, che volevate restare in quell'isola?

--È vero;--disse Damiano.--Ma il voler restare nell'isola è tutt'altra cosa dal portarne via gli abitanti. Perdonate, signor almirante, se io mi difendo. E forse mi difenderò male. Ma una cosa dovrebbe esser certa: che la figliuola di Tolteomec non viene in Ispagna per i miei capelli neri.

--I neri avranno incominciato; i biondi hanno finito di far perdere la testa a quella povera ragazza; dunque, lasciamola li;--conchiuse l'almirante, con accento benevolo.--Io in fondo non sono scontento che due naturali di nobile famiglia vengano con gli altri alla corte di Spagna. Istruiti nella nostra religione, potranno far molto, al ritorno. Piuttosto, prima di salpare le áncore, bisognerà chiamare qualcuno di questi naturali che girano sempre intorno alla caravella, perchè si rechi da Guacanagari, ad avvertirlo della risoluzione di Tolteomec. Cusqueia!--

Cusqueia si avanzò, per ricevere gli ordini del signor almirante. Frattanto, Damiano e Cosma si tiravano rispettosamente in disparte.

--Ed ora, come te la cavi?--disse Damiano all'amico.--Rispondimi.

--Parli a me?--disse Cosma di rimando.

--A te, sì. A chi vuoi che parli? a Kublai kan, che non c'è? al prete Janni, che non abbiamo ritrovato? Ti domando che pesci vuoi pigliare, in questo tragitto. Se la principessa è venuta per te, cortesia vuole che tu la sposi.

--Io? Sei matto.

--Sì, lo so, matto o sciocco; anzi l'una cosa e l'altra ad un tempo. È una storia vecchia, e non mi dà lume di nulla. Amore con amor si paga, dice il proverbio. Ed anche Dante, nel quinto canto dell'_Inferno_....

--Oh vacci un po' tu!--proruppe Cosma, seccato.

Ma quell'altro non si sgomentò del passaporto che aveva ricevuto.

--Neanche questo è rispondere;--diss'egli.--Io andrò all'inferno, se mai, col grande Achille, con Paris, Tristano, ed altre mille ombre che amore ha fatte uscire di vita; tu nel purgatorio della gente ammogliata.--

Cosma gli fece una delle sue solite spallucciate. Poi, mutando registro, gli si accostò, prendendolo per il braccio.

--Non mi fare il ragazzo, e ragioniamo;--gli disse.--Ti ho detto e ti ripeto che non ho nessuna colpa di ciò che avviene. Questo è un gran guaio; e mi dà anche molta noia, perchè mi rende ridicolo.

--Non lo dire! Può esser ridicolo un uomo amato a quel modo? e biondo per giunta?

--Finiscila, ti prego. Qui bisognerà studiare qualche cosa.

--Io ho bell'e studiato;--disse Damiano.

--Sentiamo dunque. Che cosa faresti tu, nei miei panni?

--Quello che farei ugualmente, stando nei miei.

--E sarebbe?

--Di non darmene pensiero.

--È possibile? qui, su queste quattro tavole, dove c'incontreremo ad ogni piè sospinto?

--Oh Dei!--esclamò Damiano.--Su queste quattro tavole ci passeggiano cento persone. Gli è come essere in una folla. Del resto, potresti andartene lassù, a vivere sulla gabbia, come san Simone Stilita sulla colonna. Non andare in collera; sai bene che si scherza. Guai a noi, se non sapessimo più ridere. Infine, sai anche tu un po' di Haitiano. Parlale, quando ti viene alle costole; dille che non è possibile, ciò ch'ella si è messo in testa. Dille che tu ami un'altra, madonna Ca....

--Taci!--gridò Cosma, tentando di mozzargli la parola in bocca.

--....tarina;--aveva intanto proseguito Damiano.--L'ho detta. Ma non ti confondere, mio dolce amico. Non le diresti nulla di nuovo.

--Perchè?

--Perchè io le ho spifferato ogni cosa. Che vuoi? Avevo un diavolo per occhio, e non ci vedevo più lume. Speravo di sviarla da te, raccontandole che eri innamorato di un'altra donna, e che non avresti potuto mai levartela dal cuore. Sai che cosa m'ha risposto? Che certamente la Bes.... quell'altra, insomma, ti aveva gettato un sortilegio, e che bisognava scongiurarlo. Di questo, anzi, ella stessa si sarebbe presa la cura. Capisci, a che rischio eri? Chi te ne ha fatto fuori è stato l'almirante, con la sua risoluzione di partire. Se no, Dio sa quali pentolini metteva al fuoco, questa cara selvaggia! e Dio sa quali succhi di erbe magiche sarebbero stati filtrati! Almeno ci fosse stata speranza di guarirti!...

--Non è possibile,--disse Cosma, sospirando.

--T'intendo; sei l'Oraziano _tribus Anticyris insanabile caput_.

--Smettila, col tuo latino;--brontolò Cosma.--E lasciami in pace, se non hai altro che chiacchiere da offrirmi in rimedio.--

Ciò detto, si allontano dal capo di banda, dove era stata tenuta quella piccola conversazione.

--Vedete che pretese!--disse Damiano tra sè.--Viene a mettersi tra me e la figliuola di Tolteomec; fa succedere tutto questo tramestìo, e vuole che io gli trovi il bandolo per uscirne. Quanto a me, sono come l'uomo che ha cenato; prendo il fresco e me ne vado a letto.--

Damiano parlava per figura; nel fatto, non era l'ora di andare a letto, sebbene fosse quella di prendere il fresco. Le áncore erano state salpate; gli uomini d'albero avevano spiegate le vele, e la _Nina_ incominciava a sentire l'impulso del vento.

Si faceva rotta per levante, andando verso un alto promontorio, coperto di verzura, in forma di padiglione; il quale, per essere unito alla Spagnuola da una stretta e bassa lingua di terra soltanto, rassomigliava da lontano ad un'isola piramidale. Cristoforo Colombo, ricordando l'arcipelago del Tirreno, diede a quel promontorio, che pareva un'isola, il nome di Montecristo; un nome che gli è rimasto, crediamo noi, per miracolo. Infatti, di tanti altri nomi che il grande scopritore impose ad isole e coste del Nuovo Mondo, la più parte sono stati mutati. «Tanto fa!», può dir egli, dal luogo di pace in cui vive il suo spirito. «Non han dato il nome di un altro a tutta quella parte di mondo che ho scoperta io, contro la ignoranza prepotente e la invida malevolenza degli uomini?»

Il vento, che era scarso da principio, ma pareva favorevole, si voltò ben presto contrario. La _Nina_ fu costretta a temporeggiare due giorni in una vasta baia a ponente di Montecristo. La mattina del 6 incominciò a spirare un fil di vento da terra, e l'almirante si rimise in cammino. Ma quel po' di vento cadde quasi subito, e Cristoforo Colombo pensò che per quel giorno il meglio fosse di restare in attesa. Noiose giornate, quando il marinaio aspetta il vento; noiosissime, quando il vento, dopo essersi fatto aspettare, si mette a soffiare una mezz'ora e vi pianta lì sul più bello! I marinai dell'antichità ci avevano almeno la consolazione di attaccare quattro moccoli all'indirizzo di Eolo; ai moderni questa consolazione è mancata. È vero, per altro, che hanno trovato dei succedanei.

A bordo della _Nina_ fu presto dimenticata quella piccola contrarietà meteorologica. Un marinaio, che stava in vedetta sull'albero maestro per iscoprire le secche, gridò che scorgeva in lontananza una vela. Corsero tutti a proravia; alcuni s'inerpicarono sulle sartie; tutti guardavano all'orizzonte, dove il marinaio di vedetta aveva indicato. Non c'era alcun dubbio; si vedeva laggiù da levante una caravella, e quella caravella era la _Pinta_, la scomparsa, la irreperibile _Pinta_.

Immaginate la consolazione di Cristoforo Colombo, e il giubilo, il tripudio dei suoi marinai. Tra questi, meno tripudianti, ma più profondamente lieti, erano Cosma e Damiano,

--Caro mio;--diceva Damiano all'orecchio di Cosma;--questo è il rimedio che tu volevi da me. Te lo porta Martino Alonzo Pinzon. Qui, sulla _Nina_, siamo troppo pigiati; qualcheduno dovrà trasbordare. O i principi selvaggi, o noi.... è naturale.--

La _Pinta_ aveva il vento a seconda, e veniva a golfo lanciato verso la _Nina_. Cristoforo Colombo l'aspettò un'ora, quanto occorreva per farsi bene avvistare, poi fece virare di bordo per ritornare al sorgitore che aveva abbandonato quella mattina. La _Pinta_ capì che egli faceva ciò, non potendo lottare col vento contrario, che a lei serviva così bene, e lo seguitò nella rada. Due ore dopo, i due legni erano accostati, e Martino Alonzo Pinzon saliva a bordo della nave capitana.

Fu allora uno strano dialogo tra lui e l'almirante; un dialogo in cui l'uno faceva discorsi a perdifiato, e l'altro rispondeva a monosillabi. Martino Alonzo sapeva bene di doversi giustificare della sua diserzione; e affastellava ragioni su ragioni, per dimostrarla involontaria; parlava di grandi cose che aveva fatte, non potendo ritrovare l'almirante, di regioni ricchissime che aveva visitate; si scusava, e aveva l'aria di aspettare un premio, se non per il merito suo, per la fortuna che lo aveva assistito. L'almirante lo lasciava dire; frenava lo sdegno, e accettava in silenzio le scuse; a tutto l'altro rispondeva con brevi cenni del capo.

Alcune particolarità del racconto di Martino Alonzo confermavano l'opinione che egli avesse volontariamente disertato, mosso com'era da un sentimento di cupidigia. Separandosi dalla _Nina_, egli aveva fatto vela verso levante, cercando un'isola immaginaria di cui i selvaggi imbarcati sulla _Pinta_ gli andavano magnificando i tesori. Dopo aver perduto un po' di tempo in mezzo ad un gruppo d'isolette (forse le Caiche) era stato condotto alla costa di Haiti, dove si era fermato tre settimane, trafficando in più luoghi coi naturali, e più particolarmente in un fiume quindici leghe distante dal sorgitore in cui era rimasto l'almirante, dopo il naufragio della _Santa Maria_. Martino Alonzo aveva ammassato oro in gran copia, serbandone la metà come capitano, distribuendone l'altra ai suoi uomini, di cui per tal modo intendeva assicurarsi la fedeltà e la discretezza. Fatto un bottino ragguardevole, abbandonava il fiume, traendo seco quattro naturali e due giovani donne da lui prese a forza, con intenzione di venderle in Ispagna. Sosteneva di non avere avuto alcun cenno della presenza di una nave nelle acque di Haiti; e protestava di essersi mosso per l'appunto alla ricerca dell'almirante, quando (vedete combinazione fortunatissima!) lo aveva avvistato nelle acque di Montecristo.

Cristoforo Colombo non gli disse di credere e neppure di non credere alle sue scuse. Perduta ogni confidenza nel Pinzon, risolse di ritornare in Ispagna, senza spendere il tempo in altre scoperte. E per disporsi al viaggio, mandò a fare provvigione di legna e d'acqua sulle rive di un fiume che metteva foce nella rada. Era il fiume Jaco, secondo il nome che aveva dai naturali; Cristoforo Colombo lo chiamò rio dell'Oro, per le pagliuzze di marcassita che abbondavano nelle sue sabbie, e che ben simulavano il prezioso metallo. Oggi si chiama il Santiago.

_Capitolo XVII._

Come la vista delle Sirene svegliasse l'ingegno di Ulisse.

Il vecchio Tolteomec aveva preso per amore della figliuola una risoluzione troppo forte, e l'animo suo la sopportava male. Seduto di continuo sul castello di prora, per concessione del signor almirante, che voleva distinguerlo dagli altri naturali di minor conto, egli non faceva altro, durante il giorno, che guardare la terra da cui si allontanava. Fino a tanto la _Nina_, tra l'andar poco e il non andare affatto, restava a ponente dalla penisola di Montecristo, il fratello di Guacanagari aveva nel suo stesso dolore un conforto; la terra da cui si allontanava, egli l'aveva ancora davanti agli occhi. Ma sul mattino del 9 gennaio, essendosi svegliato da capo il vento di terra, la caravella spiegò nuovamente le vele e si mosse per andar oltre. Voltato il promontorio di Montecristo, egli non vedeva più quel lembo di paese a lui caro, non vedeva più i poggi, le colline, i gioghi risalenti via via dalla spiaggia del mare fino ai monti di Cibao, che torreggiavano dal centro della sua isola natale.

Abarima era quasi sempre accanto a lui, per consolare quel mesto dolore. Ma ella non sentiva il mal del paese, e non intendeva lo strazio del cuore che suo padre nascondeva sotto quel malinconico aspetto di simulacro antico. Assai più volentieri che verso terra, ella guardava nell'interno della caravella, sperando sempre il momento di veder Cosma, l'impacciatissimo Cosma, il quale fingeva sempre di aver faccende gravi alle mani, e cansava quanto più poteva le occasioni di ritrovarsi vicino alla figliuola di Tolteomec.

Pure, su quelle quattro tavole, e contro l'opinione di Damiano, evitarsi era difficile. A buon conto era impossibile di non essere continuamente gli uni sotto gli occhi degli altri. Fin dal primo giorno, Cosma dovette passare una volta daccanto alla bella selvaggia. Di sicuro ella credette che il biondo marinaio fosse andato a prora per accostarsi a lei; e stette aspettando il suo saluto, e lo guardava intanto fissamente coi suoi grandi occhi d'indaco.

--Cosma!--bisbigliò essa, mentre egli le passava daccanto, per andare all'albero di trinchetto.

Cosma si voltò in soprassalto, la vide, o, per dire più veramente, non potè più fingere di non averla veduta, atteggiò le labbra ad un sorriso, fece un modesto cenno del capo, e passò. Doveva andare in alto, a sbrogliare una vela; non poteva dunque trattenersi da lei. Abarima lo seguì attentamente cogli occhi, per tutto il tempo ch'egli stette lassù; lo vide discendere; sperò che passasse un'altra volta daccanto a lei; ma fu una vana speranza, la sua. Cosma aveva avuto tempo di fingere un'altra necessità di servizio. Che cosa guardava egli dall'altra parte della prora? Forse una scotta era troppo lenta, e voleva esser meglio legata. Cosma lavorò con religiosa cura intorno ad una caviglia; poi scese da quella parte in coperta, andando verso la poppa, donde più non gli avvenne di muoversi, finchè ella rimase con suo padre sul castello di prora.

Abarima non aveva ragione di dolersi. Cosma non le aveva parlato mai; restando lontano da lei, non faceva niente d'insolito. E di nessuno poteva essa dolersi, a bordo della caravella; tutti erano in particolar modo riguardosi con lei e col vecchio Tolteomec, riconoscendo in loro due persone di quella famiglia reale dell'isola Spagnuola, da cui tutti avevano avute le più liete accoglienze. Del resto, il signor almirante trattava i suoi ospiti con somma cortesia; di tanto in tanto, quando le cure del comando glielo permettevano, si fermava a scambiare qualche parola con essi, dimostrando loro di tenerli in gran conto.

Ma tutte le cortesie dell'almirante, se potevano temperare il rammarico del vecchio principe di Haiti, non bastavano a fargli dimenticare per un istante ciò ch'egli perdeva. Tolteomec sospirava, e i suoi occhi erano spesso bagnati di lagrime. In quei momenti, per altro, egli si voltava da un lato, perchè sua figlia non si avvedesse di nulla. Ma ciò ch'egli tentava di nascondere agli occhi, era facile d'indovinare dal gesto.

--Padre mio!--gli disse Abarima, il secondo giorno del loro imbarco sulla grande piroga degli uomini bianchi.--Tu piangi, e non ami più la tua creatura.

--No, bambina, t'inganni;--rispose il vecchio.--Se non ti amassi, non saremmo qui. Ma io penso che il grande Spirito è sdegnato con noi, che abbandoniamo la terra dei padri nostri, la terra dove dorme tua madre.--

Abarima chinò la testa e non soggiunse parola. Sentiva anch'essa un po' di rimorso? o riconosceva che suo padre si doleva a ragione di quel capriccio infantile, per cui essa aveva voluto seguire gli uomini bianchi in Azatlan? Forse il suo pensiero non era giunto fin là; ma certamente ella incominciava a pensare di aver fatto un bel sogno, a cui non rispondeva punto la verità delle cose.

Ed era quello il suo Cosma? era quello il maraviglioso figlio del cielo che le era apparso un giorno dalla macchia, restando là, fra i tronchi degli alberi, in atto di ammirazione per lei? Egli non le aveva parlato; non si era neanche accostato, come ella avrebbe voluto; ma infine, è egli sempre necessario che la mano stringa la mano, e la immagine dell'uno si veda riflessa negli occhi dell'altro? Anche stando lassù, venti passi distante da lei, Cosma, l'amico di Damiano, aveva guardato lei, le aveva pagato il tributo che l'uomo paga sempre alla bellezza, e che la bellezza è sempre disposta a gradire. Poi, messo l'indice sulle labbra, egli si era allontanato, ritornando per la via da cui era venuto. Che cosa significava quel gesto? Poteva essere l'accenno di un bacio scoccato da lontano; poteva essere un invito al silenzio; comunque fosse, era un segreto tra loro, un dolce segreto che alcune confidenze di Cusqueia le avevano spiegato ben presto, «Cosma ha detto che tu sei bella.» Queste erano state le parole dell'interpetre; poche parole, ma chiare. E Abarima aveva sognato di essere amata dall'uomo dei capelli d'oro; per lui aveva disprezzato Damiano; povera creatura, non ancor temperata agli usi civili, che insegnano di non lasciar l'uno innanzi di esser sicuri dell'altro! La schiettezza agreste della sua indole si era liberamente manifestata; il povero Damiano, credendosi saldo in arcioni, si era trovato di sbalzo in un fosso. Anche per lui era stato un brutto risveglio; anche per lui la verità delle cose appariva troppo diversa dalla splendidezza del sogno.

Ma Iddio misura il freddo all'agnello tosato. E come rideva il nostro Damiano, dopo aver masticato male quel tradimento della capricciosa Abarima! Mentre il suo compagno Cosma si studiava di star lontano dalla figliuola di Tolteomec, pagando assai caro un piccolo stratagemma di guerra, Damiano passava e ripassava di continuo accanto ai suoi buoni amici di Haiti, distribuendo sorrisi e strette di mano. Forse egli appariva più allegro del vero. Ma coloro che dovevano giudicare la sincerità della sua allegrezza erano selvaggi, gente non usata ai sapienti artifizi con cui, in Azatlan, si sogliono nascondere le rughe del volto e quelle del cuore.

Tolteomec, a buon conto, non aveva da approfondir nulla; doveva attenersi a ciò che mostrava l'aspetto.

--Tu sei felice,--diceva egli a Damiano,--tu sei felice, di ritornare alle tue terre.

--Ma sì! molto felice;--rispondeva Damiano.--Al mio _bohio_ mi vogliono fare gran festa, quand'io ci arriverò. Il cacìco e gli anziani di Genova mi verranno incontro, mi ammireranno come una bestia rara. E per averne l'aria, mi legherò i capelli sulla nuca, piantandoci dentro delle penne di pappagallo, che ho portate per l'appunto con me.--

Damiano rideva, e Tolteomec sospirava.