Terra vergine: romanzo colombiano

Part 21

Chapter 213,822 wordsPublic domain

Una pena in apparenza più forte era per lui in quel momento l'idea di doversi separare tra poche ore da Cosma. Erano concittadini, erano amici, si erano ritrovati per tanto tempo a vivere insieme, a pensare insieme, ed anche, pur troppo, ad amare insieme. Son cose, queste, che imprimono carattere, e diventano in noi come una seconda natura. Senza quel tormento di Cosma ai fianchi, come si sarebbe sentito solo! Pari di condizione, avevano fatti i medesimi studi; da sei o sette anni non si erano lasciati per un giorno intiero. Non andavano sempre d'accordo, oh no! se ne dicevano qualche volta di crude e di cotte; ma infine, a questo trattamento scambievole si erano anche avvezzati. Tutto ciò, da un momento all'altro, sarebbe finito.... E perchè? perchè a lui, Damiano, era piaciuto di restare in Haiti e di sposare una pelle rossa; perchè a Cosma era saltato in mente di restare anche lui, e di guastargli le uova nel paniere. Ed egli, Damiano, si era seccato, aveva risoluto di andarsene, lasciando l'amico nella trappola che questi aveva immaginato di tendere a lui. Il tiro, perbacco, era da furbo; ma non era, perdiana, da amico. Damiano incominciava a sentirsi nel fondo dell'anima la puntura di un piccolo rimorso, e immaginava che il giorno seguente, a bordo della _Nina_, quella puntura gli sarebbe diventata una piaga.

Povera amicizia, che i poeti hanno cantata come un amore senz'ali! Fate che una donna si metta di mezzo, e vedrete dove va l'amicizia. Il che, forse, prova che l'amicizia è un sentimento superficiale, incompiuto, artificiale in gran parte. Certo, non è un sentimento originale, connaturato nella specie umana. Se lo fosse, Domeneddio avrebbe disposte diversamente le cose; prima di fare quel grande miracolo che sapete, avrebbe creati e messi a discorrere insieme due uomini. Non vi pare?

Questi ed altri pensieri consimili chetarono lì per lì i rimorsi del nostro Damiano. Del resto, l'allegria d'un banchetto non è fatta per lasciar pensare a lungo; e molte tristezze ad una cert'ora vanno affogate nella varietà dei discorsi che escono di cento bocche, e delle bevande che entrano in cento stomachi assetati. Per quel giorno Damiano faceva a fidanza coi liquori del Nuovo Mondo; dal liquore del cocco fermentato, a quello del palmizio distillato, li accettò tutti ad occhi chiusi. Intorno a lui, così facevano tutti. Lo stesso almirante, che aveva capito dove si andasse a parare con una refezione finale in casa di Guacanagari, aveva annunziata la partenza per quel giorno, ma solamente per potere ad una cert'ora far suonare a raccolta; nell'animo suo era già fermo il proposito di lasciar dormire quella sera la sua gente nei ranci, rimandando la partenza al mattino seguente. Ignoravano questa concessione i marinai; ma si erano governati come se ci contassero sopra; e bevevano, e ridevano; e qualcheduno, più tenero, incominciava a piangere la lagrimetta affettuosa dell'amicizia inumidita, anzi diciamo pure inzuppata.

E proprio allora, Dio misericordioso, dovevano capitare le dame? Spettatrici lontane, sì, appostate fra gli alberi, ma pur sempre spettatrici. Damiano intravvide tra quelle graziose ma inopportune creature, la sua bella e crudele Abarima.

--Che vuole costei?--borbottò egli tra i denti.--È venuta a farsi beffe di me? Mi vedrai ridere, cara, mi vedrai ridere di gusto, come non ho riso mai, dacchè sono cascato in questa valle di lagrime. Caro il mio Sancio Ruiz,--diss'egli, al suo vicino di destra,--versami da quella amabile zucca una goccia di liquore, ma che non sia una goccia da avaro. Sento che mi rinfresca il palato. Va giù come l'acqua. Ottima è l'acqua; lo ha detto Pindaro. Non conosci Pindaro, amico Sancio? È un poeta greco, che ha detto molte cose, ma tutte assai meno chiare di questa.--

E ciarlava, il buon Damiano, cercando di svagarsi. E beveva ancora, tenendo bordone a tutti i discorsi, rimbeccando tutti i motti che si volgevano a lui. Così bevendo e ciarlando, capirete che si svagò quanto occorreva, ed anche un tantino di più. Sancio Ruiz, non era più Sancio Ruiz; diventava Rodrigo di Triana, poi un altro, e ancora un altro, fino a diventar Cosma, Tolteomec, Diego di Arana e Cusqueia. A quell'ora non c'erano più razze, non c'erano più gradi; tutti amici, tutti fratelli, e viva l'allegria.

--Tolteomec, io t'amo;--diceva Damiano.--Ci dobbiamo lasciare; ma non importa, io t'amo. Perchè non ti risolvi di venire con noi in Azatlan? Capisco; tu vuoi restar qua, perchè sei innamorato di Caritaba.... no, dico male, di Abitaba.... cioè, no, di Carabima. Oh, infine, si chiami come le pare. Quando un nome non vuol venire, si lascia stare. E bisogna anche lasciar stare le donne. Usane con parsimonia, amico. La scuola di Salerno lo raccomanda; lo raccomandano a gara Celso, Galeno e.... quell'altro.... chi è più quell'altro? Aiutami a dire, per bacco!

--Sei ubbriaco, mio caro;--gli disse Sancio Ruiz all'orecchio.

--Io ubbriaco! Sei matto? non so chi tu sia, caro amico, perchè un po' mi sembri uno, un po' mi sembri un altro. Ma questo è effetto di strabismo. Del resto, che cosa fa il nome, quando c'è la persona? Il nome, quello, è un ritrovato dell'uomo.

--Che diavolo annaspi tu ora?

--Sì, ripeto, un ritrovato dell'uomo; che cosa ci trovi di strano? L'uomo dice: io mi chiamerò così e cosà.... Cioè, no, non lo dice lui, ma un altro per lui.... il prete che lo battezza.... Se, per esempio, il prete avesse battezzato quest'acqua di cocco, dicendole: tu ti chiamerai vino di Cadice.... Che cosa volevo dire? Ah, ecco, che tu ti chiami Gutierrez, e che oggi si sta allegri a quel Dio! Viva l'almirante, e crepi chi gli vuol male.--

Si era rimasti abbastanza a tavola. Il signor almirante si alzò, e il cacìco Guacanagari con lui. Quali di buona voglia, e quali a malincorpo, ad uno per volta si alzarono tutti i commensali. Damiano si alzò, perchè si alzava Pedro Gutierrez, ossia Sancio Ruiz, o, se vi piace meglio, Rodrigo di Triana. Il nome, del resto, non fa e non conta; che cosa è il nome, quando c'è la persona? Damiano, adunque, si alzò da sedere, perchè si era alzato il suo vicino di destra, quello che gli versava da bere. Ma appena fu in piedi, sentì di non essere in gambe, e di aver bisogno del braccio di Tolteomec; cioè, no, di Cusqueia; anzi, no, di Diego di Arana; o meglio, del primo venuto, purchè lo sostenesse bene.

Frattanto, nel vasto giardino di Guacanagari, i crocchi, i capannelli, si andavano facendo e disfacendo senza posa. Erano anche in gran numero gli abbracci, i baci, le tenerezze. Chi rideva e chi piangeva. Certuni, come Damiano, piangevano tutt'insieme e ridevano.

--Buona notte, amici!--balbettava Damiano.--Voi restate, io parto. E poichè parto, aspettate, vi faccio un discorso. Bisogna andare. Il comando è quello; e quando c'è il comando, l'uomo, sia marinaio o soldato, deve obbedire. Tutti obbediscono, all'uomo, alla donna, al destino, alla legge di natura. Si va, si va, e qualche volta si arriva. Noi arriveremo. Addio, dunque, miei vecchi amici. Oh, sei qua, tu, Cosma? Ti saluto e ti abbraccio. Ti prego di abbrac.... no, abbracciare, no! Ti prego di salutarmi tanto e poi tanto Caritaba, quella divina selvaggia.... quella selvaggia fera, come direbbe un petrarchista. Addio, caro biondino! Ma che vedo? a proposito di colore.... che cos'è? ci hai già la pelle rossa anche tu?--

Cosma (perchè era lui, quella volta, e Damiano, per miracolo, non si era ingannato chiamandolo a nome) Cosma prese l'amico sotto il braccio, e lo condusse fuori, col resto della comitiva.

--Caro amico! son proprio contento di sentire il tuo braccio sotto il mio.... o il mio sotto il tuo.... Fa lo stesso, non è vero? Son proprio contento. Tu non lo sarai ugualmente, già me lo immagino. Te l'ho fatta! ma devi perdonarmela, vedi, devi perdonarmela. Perchè infine, capirai, certi tiri agli amici non si fanno. Ero già il re di Haiti, o stavo per diventarlo. E tu non l'hai voluto; tu sei venuto a vogarmi sul remo. Confessalo, è stata un'azionaccia. E non per me, finalmente. Un regno! che cos'è un regno?... Ma intanto, ecco un povero paese che sarà per tua colpa infelice. Se pure non hai fatto giuramento di renderlo felice tu stesso!... Ma già, non riescirai, te lo pronostico io. Tu sei troppo grave, troppo accigliato, troppo malinconico, mio caro; non sei l'uomo, per questo popolo, lasciatelo dire, non sei l'uomo. Vuoi che te lo canti in musica? Non sei l'uomo. Io, io, ero l'uomo per questa gente; li avrei fatti stare allegri dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina. Sire, il popolo soffre! Soffre? Ebbene, balli, e beva, sopratutto, beva molto. Chi beve balla; e se non balla lui, gli balla la terra sotto i piedi, come a me in questo punto. Perchè io sono felice, mio caro. Scusami, sai, perdonami la mia felicità. Io non ne posso nulla; è stato il desiderio dell'almirante; e credi pure che mi strappa le lagrime. Ahimè, Cosma! ti vedrò io più, su questa buccia di limone? Parto, ti lascio, addio, voglimi bene e non se ne parli più. Vado in Ispagna; ma non fo conto di trattenermi molto. Andrò in Italia, e laggiù.... laggiù, voglio accasarmi ancor io. Bisogna farla tutti, prima di morire, la gran corbelleria. Sposerò anch'io.... chi sposerò?... Se è vedova, guarda, la sposo lei.... Se non è vedova lei, sposo Giasone del Maino.--

Cosma non diceva parola. Era profondamente seccato di quella parlantina dell'amico e temeva ad ogni istante di sentirlo dar fuori. Alle ultime frasi, poi, gli diede una stratta poderosa, tentando di ricondurlo in carreggiata. Ma quell'altro non era in grado di capirlo.

--Ti dispiace?--ripigliò.--Forse hai ragione. Il cane non deve ritornare dove fu bastonato. Quanto al legista, capirai che dicevo per ridere. E mi fa ridere, quel Giasone del Maino. Con quella faccia di cartapecora! Ma come ha potuto madonna Ca....--

Damiano non potè finir la parola. Cosma non gli aveva più dato una stretta, ma un pizzicotto.

--Che c'è?--gridò Damiano.--Mi hai forse preso per lei? Oso dirti che se ella fosse nei miei panni, avrebbe strillato peggio delle oche del Campidoglio, quando Manlio Torquato andò.... Cioè, dico male, non era Manlio Torquato.... Ebbene, sia chi vuol essere, io non voglio impicciarmi di storia, a quest'ora.

--A quest'ora, dovresti star zitto;--gli brontolò Cosma all'orecchio.

--Eh, potrebb'essere un buon consiglio;--rispose Damiano.--Ma se io tacessi, vedi, mi addormenterei. E chi dorme non piglia pesci.

--Non hai bisogno di prenderne; hai bisogno di trovarti nel tuo rancio, e di smaltire la tua.... come chiamarla?

--Chiamala come vuoi, ma aggiungi che è solenne.

--Ah, te ne avvedi?

--Sì, per bacco baccone! Credi che io non ci veda, dentro di me? Ho studiato filosofia, e l'uomo interiore l'ho tutto qua, sulla palma della mano.

--Ebbene,--disse Cosma,--studia l'uomo interiore, e lascia che io e Sancio Ruiz, se vuole essermi cortese del suo aiuto, portiamo sulle braccia l'uomo esteriore.

--Dite bene, amico;--rispose Sancio Ruiz.--Levando di peso questo caro Damiano, andremo più svelti. Siamo rimasti gli ultimi, e troppo indietro di tutta la brigata. Ci siete? Una.... due....

--E tre!--disse Damiano, sentendosi balzato in aria.--In seggiolina d'oro, perbacco! Non sono il re di Haiti, ma poco ci manca. A buon conto, il cacìco Guacanagari non ha due gentiluomini come voi a portarlo sulle braccia. Vi prego, amici, lasciate che io vi abbracci. Non è solamente per ringraziarvi, ma ancora per sostenermi un po' meglio. Mi sento sballottare.... mi sento sciabottare, come un fiasco mezzo vuoto.

--Strana illusione!--esclamò Sancio Ruiz.--Voi siete pieno fino all'orlo.

--E non mi fate spandere, allora.--

Furono, per quel giorno, le ultime parole di Damiano. Quell'andatura dei portatori e quel dondolio regolare gli conciliavano il sonno. Balbettò ancora poche sillabe sconnesse, reclinò la testa sulla spalla di Cosma, e si addormentò di un sonno profondo, che non dovevano romperlo neanche le cannonate con cui mezz'ora dopo la _Nina_ salutava la partenza di Guacanagari dalla spiaggia.

Il cacìco aveva accompagnato fin là il suo amico Cristoforo Colombo. La scena del commiato fu tenera e commovente per tutti. Cosma e Sancio Ruiz avevano approfittato dell'affollarsi che facevano gli astanti intorno all'almirante e al cacìco di Haiti, per portare Damiano in uno dei palischermi che stavano aspettando alla riva. Come lo ebbero coricato là dentro, misero mano ai remi e presero il largo. Giunti sotto la caravella, issarono il dormente a bordo, come avrebbero issata una botte d'acqua. Cinque minuti dopo, mentre l'almirante e il grosso della sua gente erano ancora a terra, Damiano era steso nel suo rancio, e dormiva il sonno del giusto.

_Capitolo XVI._

Dove può condur le ragazze brune il soverchio amore del biondo.

Dirvi che la mattina seguente Damiano si svegliò con la bocca amara, la lingua impacciata e una sete da cani, è un dirvi ciò che avrete immaginato, sapendo in che condizione fosse andato, o, meglio, fosse stato portato a dormire. Questa è la storia di tutte le.... come chiamarle?... quando sono state solenni. Ma al nostro Damiano, svegliandosi, parve ancora di essere nella sera antecedente; poichè, aprendo gli occhi alla luce, si vide Cosma da lato. «Sogno, o son desto?» avrebbe egli potuto domandare a sè stesso, come un personaggio da tragedia. Ma le tragedie, bontà loro, non erano nate ancora (parlo delle italiane), poichè la _Sofonisba_ di Galeotto del Carretto doveva aspettare ancora dieci anni, e quella di Gian Giorgio Trissino ventidue.

--Come?--diss'egli, invece.--Ancora qui?

--Ancora, e sempre;--rispose Cosma.

--Sempre? A terra ti aspetteranno.

--Lasciali aspettare.

--E, quanto a me....--disse Damiano, sbadigliando e stiracchiandosi le membra,--possono far questo ed altro; ma forse non si deve partire, prima di notte?

--Spero bene;--rispose l'amico;--ma di qui a notte, c'è tutta la giornata.

--Che cosa vuoi tu dire?

--Che non è più ieri; che hai dormito saporitamente dodici ore, e che siamo all'alba del 3 di gennaio.

--Il signor almirante ha dunque ritardata la partenza?

--Sembra;--disse Cosma;--forse per dare a molti dei nostri compagni un riposo di cui il banchetto di Guacanagari faceva sentire il bisogno.

--Ho capito;--rispose Damiano, sorridendo;--tutti cotti come monne?...

--E come te, dolce amico.

--Non me ne parlare! devo essere stato assai brutto.

--Bello non eri di certo; ma consolati, ne ho veduti dei più brutti.

--Tu metti un balsamo pietoso sulla mia ferita,--disse Damiano.--Te ne ringrazio dal profondo dell'anima. Ora, dovremo separarci, non è vero?

--Matto!--mormorò Cosma.

--Perchè?--rispose Damiano.--Non devi tu restare in Haiti?

--Matto!--replicò l'amico, con accento tra canzonatorio e compassionevole.

--Matto!--esclamò Damiano.--Ieri, se mi rammento bene, tu mi hai detto sciocco. Oggi mi dai del matto. Non potresti scegliere?

--Non c'è da scegliere;--rispose quell'altro.--Matto e sciocco ad un tempo. O che? credevi tu che io fossi capace di lasciar te, come tu eri capace di lasciar me?

--Io....--balbettò Damiano.--Io ero in un caso diverso.

--Si, difatti,--rispose Cosma,--tu avevi preso una ubbriacatura più che solenne, e non di bevanda. Ma ti saresti svegliato anche da quella, mio povero Damiano; e un po' peggio che non ti svegli oggi da questa. Comunque sia, e per ciò che riguarda il mio restare in Haiti, pensa di aver sognato; e svegliati, e non se ne parli più.

--È presto detto: non se ne parli più! L'almirante.... non ti aveva parlato?

--Mi ha parlato, sì, offrendomi.... quello che tu devi sapere. Ed io ho ricusata l'offerta.

--Egli non me ne ha detto nulla!

--Lo credo, io stesso l'avevo pregato di non dirti nulla. Per contro,--soggiunse Cosma,--gli ho detto tutto, io, dall'_a_ fino alla _zeta_. Povero grand'uomo! egli ride tanto raramente! Ma ieri l'altro ha riso veramente di cuore.

--Alle mie spalle!--mormorò Damiano.

--Volevi che ridesse alle mie?--ribattè Cosma.--Io non ho fatto nulla.

--Eh via, non esser tanto modesto! Hai fatto il tuo madrigale alla bella selvaggia.

--Madrigali! io? Sai che non so far versi.

--Mettiamo che non fosse un madrigale in versi; l'avrai fatto in prosa. E sarai stato gradito egualmente. Con quei capelli biondi, che strappano i cuori!

--E dàlli, coi miei capelli biondi!--balbettò Cosma.--Vuoi tu che me li faccia tagliare? Ti servo subito.

--Sì bravo!--replicò Damiano.--Perchè se ne faccia una costellazione, come della chioma di Berenice!--

Mentre i due amici si stavano bezzicando così, in istile agro dolce, all'ombra del gavone di prora, un rumore di voci giungeva dalla coperta. Non erano le solite voci dei marinai, intenti a qualche manovra di bordo; era un gridìo confuso, che in certo punto pareva un alterco.

--Che è ciò?--disse Cosma, tendendo l'orecchio.--Selvaggi? Mi par di riconoscere delle voci Haitiane. Che cosa vengono a fare, proprio sul punto che si devono salpare le áncore?

--Verranno per darci l'addio;--rispose Damiano.--Cioè, intendiamoci, per darlo a qualcuno dei più desiderati. A te, per esempio. Se tu resti a bordo, è naturale che Abarima venga a darti un ultimo amplesso.

--Finiscila!--gridò Cosma, alzando le spalle.--Sarebbe il primo, se mai.

--Giuralo.

--Te lo giuro, per tutti i santi che vuoi. Io non le ho detto una parola.

--Che? come? non le hai neanche parlato?

--No davvero.

--Non l'hai veduta?

--Sì, l'ho veduta.... e nient'altro.

--Ho capito,--disse Damiano;--s'è innamorata a volo.

--O stando ferma al suo posto,--rispose Cosma, ridendo,--come io ero fermo al mio. Ma che ti salta in mente di credere? Io ho inventata la risoluzione di restare in Haiti, vedendo che ci volevi restar tu, per fare una sciocchezza; e l'ho inventata, nella speranza di farti mutare opinione.

--E l'ho mutata, ma non per la tua invenzione;--rispose Damiano.--L'ho mutata perchè quella capricciosa pelle rossa, dopo tanta tenerezza per me, mi venne fuori coi capricci, parlandomi di Cosma, non sapendo più parlare che di Cosma.... e di Cosma _taorib_. Mi capisci? di Cosma _taorib_. Spero bene che tu conoscerai il significato di questo maledetto aggettivo.

--Mio caro,--disse Cosma, arrossendo come una fanciulla,--che cosa ti posso dir io? Contro ogni merito mio, contro ogni ragione, le sarò sembrato.... _taorib_. Ma una cosa è certa, e tu la puoi credere: che io non le ho detto una parola.--

In quel punto capitò sull'uscio del gavone di prora Bartolomeo Roldan, terzo pilota della _Nina_.

--Cosma e Damiano!--diss'egli.

--Siamo qua;--rispose Cosma.--Che cosa comandate?

--Il signor almirante vi domanda.

--Tutti e due?--disse Cosma.

--Tutti e due, subito, a poppa;--rispose il pilota.

Ciò detto, si allontanò, e per lasciarli passare, ed anche per andarsene alle sue faccende.

--Che cosa vorrà il signor almirante da noi due?--disse Damiano.--Se non chiamasse che me, capirei; vorrebb'essere una ramanzina, per quella cotta di ieri. Ma tutti e due!...

--Per saperlo,--disse Cosma,--sarà meglio che andiamo.

--È giusto, e tu parli come un libro;--rispose Damiano, saltando dal suo rancio, dove fino allora ora rimasto seduto.

Escirono i due amici dal gavone di prora; Cosma con passo sicuro, e Damiano barcollando un pochino. Non aveva nulla; ma si sentiva un po' vuota la testa, e ad onta di ciò, un pochettino più pesante del solito. L'equilibrio delle parti era per conseguenza turbato. Ma l'aria aperta lo rinfrancò, e più la necessità di star saldo, alla presenza del signor almirante.

Cristoforo Colombo era seduto nella sua cameretta, entro il castello di poppa. Là dentro c'era posto solamente per lui e per un tavolino, su cui l'almirante teneva le sue carte nautiche spiegate e il suo giornale di bordo. Quella volta c'era un personaggio di più; non fu senza meraviglia che Cosma e Damiano riconobbero in quel personaggio il fratello di Guacanagari, il padre di Abarima, Tolteomec, insomma, il vecchio Tolteomec, che piangeva, come un vitello giovane, strappato dalla poppa materna.

L'almirante non pareva di buon umore. I due marinai fiutarono subito il vento della burrasca, e non osarono neanche domandargli che cosa volesse egli da loro.

--Messeri,--incominciò l'almirante,--una fanciulla del villaggio di Guacanagari è stata rapita questa notte. Da voi, forse?

--Da noi, signor almirante?--gridò Cosma, levando la fronte.--Noi non abbiamo più lasciata la caravella dal pomeriggio di ieri. E ci siamo imbarcati prima di voi.

--È vero, questo; vi avevo ben veduti;--rispose Cristoforo Colombo.

Quindi, volgendosi al fratello di Guacanagari, che stava lì mezzo ingrognato e mezzo piangente, gli disse:

--Ti eri ingannato, Tolteomec. Io avevo ben veduto salire a bordo questi uomini che tu accusi; ma ho voluto che essi medesimi ti dicessero quello che io già sapevo di loro.

--Mia figlia?--gridò Tolteomec.--Voglio mia figlia.

--Quando è sparita dalla tua casa?--chiese Damiano, dopo avere col gesto domandata licenza all'almirante.

--Questa notte;--rispose Tolteomec.

--Se è venuta questa notte da noi,--ripigliò Damiano,--qualche piroga l'avrà portata. Non ne hai chiesto a nessuno dei tuoi?--

Tolteomec non seppe rispondere. Egli non aveva pensato a fare una simile inchiesta. Gli era mancata la figliuola; era corso subito a bordo.

--Se ella è qui, come tu hai sospettato, bisogna cercarla qui;--riprese Damiano.

--E non sarà difficile ritrovarla, se c'è;--soggiunse l'almirante.--Messer Damiano, chiamatemi Vincenzo Yanez Pinzon.--

Il comandante della caravella era sulla corsìa, in attesa di ordini per salpare le áncore. Chiamato da Damiano, giunse subito alla presenza dell'almirante.

--Vincenzo Yanez,--gli disse Cristoforo Colombo,--fate radunare tutti gli uomini, ufficiali e marinai, in coperta.--

Il comando dell'almirante fu subito eseguito. Allora Cristoforo uscì dalla sua camera, seguito da Tolteomec e dai due genovesi.

--Sono tutti fuori?--domandò egli a Pinzon.

--Signore, ci son tutti;--rispose il capitano.

Cristoforo Colombo passò sulla fronte della sua marinaresca, andando verso il gavone di prora.

--I nostri naturali son laggiù, non è vero?

--Sì, mio signore.

--Bene, venite con noi, e veda questo povero padre che noi non gli abbiamo rubata la sua figliuola.--

Entrarono allora nel gavone di prora. Là dentro stavano accovacciati i naturali di Guanahani, di Cuba e delle altre isole visitate dalla spedizione, prima di toccare ad Haiti.

--Vedi, Tolteomec;--disse l'almirante.--Qui sono tutti i tuoi confratelli, che vengono per loro elezione, spontaneamente, con noi. Guarda bene, fruga dovunque; se tra essi è la tua figliuola, prenditela e riconducila a terra.--

Tra i naturali era Cusqueia, il più intelligente e il più utile degli interpetri. Egli, in quel momento, tremava a verga a verga, e volgeva di qua e di là i suoi occhietti smarriti.

--Signor almirante,--disse Damiano, che aveva notato il turbamento dell'interpetre,--chiedete a Cusqueia perchè egli tremi a quel modo.

--Padrone!...--balbettò il selvaggio, buttandosi ginocchioni.--Cusqueia innocente.

--Ah! davvero!--disse l'almirante.--Tu ti scusi innanzi di essere, accusato! Dimmi dunque dove hai nascosta la figlia di Tolteomec.

--Cusqueia innocente! Cusqueia non rubato. Figlia di Tolteomec voluto venire con lui.

--Di bene in meglio;--riprese l'almirante.--E dov'è ora, la figlia di Tolteomec, che non la vedo in mezzo a queste donne?--

Cusqueia non rispondeva, ma i suoi occhietti bianchi ammiccavano verso certe casse di marinai che erano collocate l'una sull'altra, contro gli staminali della nave.

--Se tu non ce lo vuoi dire, daremo noi un'occhiata tutto intorno;--ripigliò l'almirante.--Vincenzo Yanez, volete incominciare di là?--