Terra vergine: romanzo colombiano

Part 17

Chapter 173,818 wordsPublic domain

Il vecchio fratello di Guacanagari era seduto accanto all'uscio, in atto di prendere una boccata d'aria vespertina; ma nel fatto ne prendeva parecchie di fumo da una foglia aromatica che teneva arrotolata ed accesa fra i denti: la foglia che sapete, e per cui si era rivoltato, a Cuba, lo stomaco del nostro Damiano.

Salutato il suo futuro suocero, e accolto da lui con paterna amorevolezza, Damiano ricusò il tabacco di Tolteomec, ma accettò qualche goccia di un liquore che per ordine del vecchio gli era ministrato dalla leggiadra Abarima. E lì, seduto anch'egli sul limitare della casa, stette a prendere il fresco; da prima beandosi negli occhi d'indaco della fanciulla, poi, essendo sopraggiunta la notte, contentandosi di ammirare i contorni della sua graziosa persona. La scena era patriarcale; ma appunto perchè c'era il patriarca, e non accennava mai di andarsene, Damiano non fu contento della sua serata com'era stato contento della sua mattinata. Ed anche Abarima doveva sentire la differenza dal giorno chiaro alla sera, dalla fontana alla piazza, perchè era taciturna, ed appariva anche impacciata.

Parlava il vecchio, e per lei e per Damiano. E tra le molte cose che disse, ci fu l'invito al figlio del cielo di passar la notte nella sua casa.

--Una stoia non manca mai per il forestiero.--diss'egli.

Damiano accettò con giubilo. In fin dei conti, il patriarca era un buon diavolo.

--Sii dunque il ben venuto;--soggiunse Tolteomec.--Noi faremo in modo che i tuoi sonni non siano molestati. Nella mia stessa camera ti sarà apprestata la stoia.--

A mala sorte buon viso, dice un proverbio. E Damiano, un po' seccato dalla troppa bontà dei patriarchi, doveva meditare quel proverbio per tutta la notte.

Il vecchio Tolteomec sarebbe stato un buon compagno di camera per un ammalato, ed anche per uno che soffrisse di nervi. Non russava, nè alto, nè basso, nè squillante, nè sordo; aveva il sonno leggero come i bambini lattanti. Ad ogni voltarsi di Damiano sulla stoia, si sentiva la sua voce sommessa che domandava dall'altro canto della stanza: «Che hai, figlio del cielo? Non puoi dormire? Vuoi tu qualche cosa? La mia casa è tua. Sia con te il grande Spirito; allontani il mal occhio da te» ed altre cosette ugualmente graziose, ugualmente piacevoli.

Damiano mandò con tutta l'anima il suo ospite in un'altra casa, che non era neppur quella del grande Spirito. Ma questi voti del cuore, si sa, non sono mai esauditi dalle potenze invisibili. Damiano si adattò a non muoversi più, e risolse di dormire. Rabbia impossente, stanchezza fisica, gioventù e sanità di corpo, fecero presto il miracolo. Damiano si addormentò per uno, e russò ferocemente per due.

La mattina seguente si destò forse un po' più tardi dell'usato. E si capisce; non aveva intorno i compagni a far rumore, a guastargli il sonnellino d'oro. Regnava nella casa di Tolteomec un religioso silenzio; era ospite il figlio del cielo, e il figlio del cielo dormiva; bisognava dunque andar tutti in punta di piedi, parlare a bassa voce, per non disturbare i sonni del figlio del cielo.

E non bastava ancora. Quando il nostro Damiano si alzò a sedere sulla stoia, e si fu strofinati gli occhi col dorso della mano, vide nella stanza, vigile custode, pronto ai suoi desiderii, il vecchio Tolteomec, il patriarca, il fratello del re. In verità, Damiano era trattato da principe; avrebbe avuto il torto, a dolersi; avrebbe dato prova di cattivo carattere.

E questo, egli lo capì tanto, che si trattenne fra i denti una preghiera mattutina già pronta a scattar fuori; anzi, mutò quella preghiera in un sorriso, tra il pallido e il verdognolo, ma pur sempre un sorriso.

Damiano uscì dalla camera, e Tolteomec lo accompagnò fino al limitare della casa. Damiano andò verso il prato, e Tolteomec lo seguì. Damiano si pose a sedere sotto un palmizio, e Tolteomec si assise a due passi da lui, guardandolo negli occhi, come è dovere del padrone di casa, quando ha da interpetrare, da cogliere a volo i desiderii del suo ospite.

--Ma non ha dunque nulla da fare, questo.... fratello di re?--domandò Damiano a sè stesso.--Non c'è uno straccio di consiglio di stato, a cui egli debba assistere, come uno della famiglia?--

Chi domanda una cosa a sè stesso non la domanda a nessuno. Damiano si provò ad interrogare il padrone di casa.

--Tolteomec, lume dei savi,--gli disse,--tu ti prendi molta cura di me. Il mio cuore te ne ringrazia. Ma oggi, per cagion mia, tu non sei andato nella casa reale, per assistere alla levata del gran sole di Haiti.

--È vero;--rispose Tolteomec.--Ma il gran sole è buono. Egli non mi avrebbe veduto volentieri in sua casa, sapendo che io avevo ospite nella casa mia un figlio del cielo.

--Ah sì, capisco;--disse Damiano.--Gli hai mandato a dire che io ero tuo ospite.

--Così ho fatto,--rispose il vecchio, ridendo, come l'uomo che gode in cuor suo della propria intelligenza,--e Guacanagari se n'è mostrato contentissimo.

--Grazie anche a lui!--conchiuse Damiano.--Voi siete i migliori tra gli uomini.--

Damiano frattanto volgeva gli occhi intorno, cercando qualche cosa, ma senza farsi scorgere troppo. Egli temeva infatti che quell'intelligentissimo vecchio gli facesse qualche altra domanda. E perchè Tolteomec, sempre seduto accanto a lui, non accennava a spiccarsi di là, Damiano fece un altro ragionamento tra sè:

--Certamente questo figlio della terra si è insospettito, ha indovinato le mie intenzioni. Ma esse, in fin dei conti, sono purissime. Voglio diventare suo genero, per bacco. Ma questa mattina egli è stato tanto noioso, che non gliene voglio dir nulla. No, sarebbe una debolezza, una viltà, comperare la pace di un'ora con una confessione di questa fatta. E poi, la sua vigilanza non cesserebbe mica per questo. Nei nostri paesi, quando uno ha chiesta la mano di una ragazza, o i parenti gliel'hanno accordata, proprio allora incominciano a guardarla con maggiore attenzione, a tener d'occhio il fidanzato, a far muso arcigno per ogni parola che dica, per ogni atto che accenni di fare. Son tutti selvaggi, nel mondo. E fanno bene, bisogna riconoscerlo, fanno bene. Con certi cacciatori nella macchia, non si è mai selvaggi abbastanza.--

Egli aveva appena finito di dar ragione a quel lume dei savi, a quella perla dei padri, che un servo apparve nel prato, con una gran foglia di palma disseccata e foggiata ad ombrello. Tolteomec lo vide e si alzò.

--Devo partire;--diss'egli.--Il sole è già alto e sarà necessario ch'io vada.

--Vai via?--chiese Damiano, con la ipocrisia naturale di simili occasioni.

--Sì,--rispose Tolteomec,--un buon padre deve invigilare la terra che dà il sostentamento alla famiglia; l'occhio del padrone fa prosperare il suo campo.

--Ah, bene! e ti lodo;--disse allora Damiano, facilmente persuaso da quelle savie massime di economia domestica.

--Andiamo dunque;--ripigliò Tolteomec.--Mi duole di lasciarti, figlio del cielo; Abarima ti terrà compagnia, fino a tanto ti piacerà di restare. Ma capisco che anche tu avrai da lavorare. Dobbiamo tutti lavorare, finchè il grande Spirito ci mantiene in vita.

--Già!--disse Damiano.--Anch'io dovrò andare.... fra poco.

--Ma dov'è quella cara figliuola?--soggiunse il patriarca.--Abarima! Abarima! Sarà alla fontana, m'immagino.

--Lasciala stare; aspetterò, per salutarla

--No, ella deve esser qua. Abarima!--

La fanciulla era andata per l'appunto alla fontana. La voce del padre la richiamò tosto verso la casa; e Damiano e Tolteomec la videro apparire sul limitare della macchia. Saltellante, graziosa nelle movenze come una gazzella, accorse ella, stringendosi i capi della sua breve mantellina intorno alla vita, e venne a ricevere sulla fronte il bacio di suo padre.

--Mia dolce figliuola!--mormorò il vecchio.--Amore di Tolteomec!

--E di tutti coloro che la vedono;--soggiunse Damiano, parendogli che in quel punto non disdicesse una frase galante.

--Sì, bella e buona;--rispose il vecchio.--Ora io vi lascio. Tu, Abarima, offrirai il pane di cassava al nostro ospite, e i frutti più saporiti. Egli partirà, perchè il suo lavoro lo chiama alla gran casa dei figli del cielo; ma se vorrà ritornare per il pasto della famiglia, sarò felice di vederlo alla mia tavola.--

Damiano era felice. Incominciava a veder volentieri quell'Argo, quell'Acrisio selvaggio, ed anche a capire che tanta vigilanza su quella Danae dalla pelle rossa non era cosa pensata, ma effetto casuale della sua sollecitudine eccessiva per l'ospite.

Rimasto solo con la bella Haitiana, il nostro Damiano si disponeva a far vendetta allegra di tutte le ore che aveva dovuto passare senza vederla.

--Vieni,--diss'ella,--il pane di cassava ti attende.

--Non ho fame;--rispose Damiano.

--È caldo di questa mane, vieni;--ripetè la fanciulla.

--Non ho fame, Abarima;--replicò Damiano.--Bene ho desiderio di guardarti negli occhi. Sai che non ti ho più veduta da ier sera? Vieni, _taorib_ Abarima; andiamo lassù alla fontana. Ci dev'essere una così grata frescura!

--No,--disse Abarima,--ne son venuta or ora, e l'aria è troppo fredda, nel bosco. Restiamo qua, se non vuoi rientrare nella casa di Tolteomec. Il sole mi fa bene.

--Il sole ti bacia;--disse Damiano, accostandosi, e involgendola tutta d'una sua languida occhiata.

--Bacia tutti, il sole;--rispose Abarima, crollando il capo, come se non gradisse, o non intendesse la galanteria di Damiano.

--Ho capito;--pensò egli, stizzito.--Oggi non è come ieri. La dolce Abarima non ha dormito bene, stanotte; fors'anche ha sognato uno scorpione, od altra bestia di mal augurio.--

Poi, rivolgendosi alla fanciulla, le disse:

--Sai, Abarima, la grande notizia? Io rimango in Haiti. La cosa è stata risoluta ieri. Resterò con la nostra gente, che difenderà questo popolo dalle incursioni dei feroci Caribi.--

La fanciulla sgranò tanto d'occhi, sorrise e battè palma a palma, con atto di gioia infantile.

--Vero?--diss'ella.

--Verissimo; non posso più dubitarne, poichè il capo dei figli del cielo mi ha data la sua promessa solenne, mettendo la sua mano nella mia.... così, come io faccio con te, Abarima _taorib_.

--Lascia! tu stringi troppo forte;--disse Abarima, ridendo.--E le tue mani sono troppo ardenti.

--Mani d'innamorato, mia cara.

--Va,--disse Abarima,--va là in fondo al prato, e coglimi di quei fiori. Voglio farne una ghirlanda.

--Non vuoi altro?--rispose Damiano.--Ti servo subito.--

E spiccato un salto, andò in fondo al prato, dove incominciò a cogliere, a strappare quanti rami fioriti gli vennero alle mani.

--Non tanti! non tanti!--gridò Abarima.--Basta così.--

Damiano ritornò a lei con una bracciata di fiori e di foglie.

--Per una ghirlanda son troppi;--disse la bella Haitiana, ricevendo il presente.

--Butterai quelli che non ti serviranno;--rispose Damiano.--Purchè tu non butti via il mio cuore!--

La capricciosa fanciulla finse di non aver udite le ultime parole del suo innamorato; e con molta gravità si diede a scegliere i tralci d'una specie di vitalba, con cui voleva fare la trama della sua ghirlanda, per innestarvi i fiori più belli. Damiano, seduto accanto a lei, contemplava, e contemplando aspettava.

--Dunque,--disse Abarima, mentre seguitava il suo lavoro;--tu resti in Haiti. E chi sarà il capo dei figli del cielo?

--Diego di Arana, il giudice... quello che fa giustizia, quando alcuno trasgredisce le leggi.

--Non lo conosco;--disse Abarima.

--Egli non è mai venuto nella casa di Tolteomec;--rispose Damiano.--È stato ospite di Guacanagari. È un uomo magro, lungo, con una barba nera nera.

--Non sarai dunque tu, il capo?--ripigliò la fanciulla.

--No, io sono.... troppo giovane;--disse Damiano.--Ma sarò il suo primo ufficiale; comanderò io, dopo di lui.--

Non c'era male, per la sua età; ed Abarima mostrò di capire che Damiano diventava un personaggio importante nella colonia, anche restando al secondo posto.

--Sarò tra gli uomini bianchi,--soggiungeva Damiano,--come Tolteomec fra gli abitanti di Haiti. Dopo Guacanagari, il gran sole, è Tolteomec, lume dei savi, il più ragguardevole capo di questa terra.--

Abarima lo stava a sentire, continuando a tessere la sua ghirlanda.

--E il tuo amico,--diss'ella,--che posto avrà? il terzo o il quarto?

--Il mio amico!--ripetè Damiano.--Chi sarebbe egli?

--Cosma;--rispose Abarima.

--Cosma!... lo conosci tu?

--Mi pare. Non è quello che è venuto a cercarti nella casa di Tolteomec, quando per la prima volta sedevi alla nostra tavola?

--È vero, sì, hai ragione;--disse Damiano.--Guardate che buona memoria, in questa bella testina! Ella ha ritenuto anche il nome del mio compagno. No,--soggiunse egli allora,--Cosma non resta in Haiti; Cosma ritornerà in Azatlan.

--Male!--esclamò la fanciulla.--Gli amici buoni devono restare sempre uniti.--

Il ragionamento di Abarima parve a Damiano la voce della sua propria coscienza. E gli risuonò nel profondo dell'anima, e gli diede noia come tutti i suoni repentini, specie quando sono anche squillanti.

--Lo so,--diss'egli, contorcendosi un poco,--ma che ci vuoi fare, mia bella? Egli non ha per restare le stesse ragioni che ho io.

--E quali sono le tue?

--Veramente,--soggiunse Damiano,--si restringono ad una. Ti amo, e voglio averti mia. Consentirai tu al mio desiderio, Abarima _taorib_?

--Tolteomec comanda;--rispose Abarima, chinando la fronte.

--È giusto;--disse Damiano.--Parlerò quest'oggi a Tolteomec.

--Non oggi, non oggi;--gridò prontamente Abarima.

Damiano rimase un po' sconcertato, guardandola.

--Non oggi?--ripetè.--Sia dunque domani.

--No, non domani, non subito;--rispose Abarima sollecita.--Per dare la sua figlia ad un uomo, Tolteomec deve invocare il grande Spirito.

--Ah!--disse Damiano.--È il grande Spirito che fa i matrimonii, nell'isola di Haiti?

--Sì,--rispose Abarima.--Il grande Spirito sa tutto. Il grande Spirito solo può dire se l'unione di due creature deve essere felice.

--È naturale, se egli sa tutto;--conchiuse Damiano, un pochettino umiliato.--E capisco che dovrò farmi divoto del grande Spirito, per ottenere il suo responso favorevole. Ha egli i suoi ministri in terra, ai quali si possa parlare?--

Abarima non intese la domanda. Parecchie cose non intendeva, nei discorsi di Damiano. E ciò accadeva molto facilmente, perchè non sempre Damiano aveva pronta la parola in lingua Haitiana, o perchè, avendo pronta la parola, non gli veniva egualmente giusta la frase.

--Basta,--diss'egli, conchiudendo,--vedremo ad ogni modo Tolteomec. Sono impegnato al giuoco, e intendo di guadagnar la partita.--

Poco dopo, vedendo che la bella Abarima non si muoveva dalle vicinanze della casa, e pensando che la sua presenza poteva essere desiderata altrove, si alzò e prese commiato.

--Che dirò a Tolteomec?--domandò la fanciulla.--Che tu ritornerai per il pasto?

--Se potrò.... se ti farà piacere che io torni....--balbettò Damiano.

--Tolteomec sarà contentissimo;--rispose Abarima.

--Ebbene, farò questo piacere.... a Tolteomec;--conchiuse Damiano.--Abarima, Abarima! tu non sei oggi come ieri. Ma già--soggiunse egli, nel suo vernacolo,--son pazzo io a volere che una donna sia due giorni alla fila dello stesso pensiero. Questa qua aspetta che il grande Spirito abbia dato il responso. Sente il marito in aria, e si tiene in riserbo.--

Uscito sulla piazza del villaggio, Damiano si abbattè in Cusqueia. Il naturale di Cuba andava impettito e superbo, argomento di ammirazione a tutti i sudditi di Guacanagari, per una camicia bianca che aveva indossata.

Damiano non aveva mai veduto Cusqueia in quell'arnese. Non sapeva, non avrebbe immaginato mai, che l'interpetre di Cuba possedesse una camicia.

--Ma bene, Cusqueia!--gli disse, rispondendo al suo saluto.--Chi ti ha vestito così nobilmente?

--È stato Cosma;--rispose Cusqueia, facendosi bello.

--Cosma!--esclamò Damiano, inarcando le ciglia.--Cosma, che ha due sole camicie nel suo fardello, come tutti noi, del resto.... Cosma ne ha data una a te?

--Cosma buono!--rispose Cusqueia.

--Eh, non dico di no; ma quale servizio gli hai reso, per meritarti la sua camicia..... di rispetto?--

L'interpetre, naturalmente, non capì il «rispetto» con cui i marinai genovesi intendevano ed intendono ancora di dire «ricambio». Ma intese sempre ad occhio e croce il pensiero di Damiano, e ingenuamente rispose:

--Cosma impara lingua di Haiti. Ieri, appena ritornato dalla fortezza, Cosma cercò amico Cusqueia, dicendogli: voglio imparare tua lingua.

--Ieri!--esclamò Damiano.--Ieri Cosma è disceso a terra?

--Sì, Cosma disceso; Cosma salito al _bohio_ di Guacanagari; poi venuto cercare Cusqueia, per imparare lingua di Haiti.

--Strano!--mormorò Damiano.--Ed io non l'ho veduto. È vero che io sono andato alla fortezza un po' tardi. Ma egli poteva andare prima di me dall'almirante; e non c'è andato. Se ci fosse andato, me ne sarei avveduto dai discorsi del nostro grande concittadino.--

Tutti questi ragionamenti interiori non cavavano un ragno da un buco. Damiano rinunziò a capir la ragione della gita di Cosma.

--E tu?--diss'egli allora a Cusqueia.--Che cosa hai fatto?

--Io ho insegnato a Cosma: tante parole, come a te. Cosma le ha scritte, coma hai fatto tu.

--Ah, bene!--borbottò Damiano;--Cosma vuol fare un gran profitto in breve ora.--

Ma che altra novità era quella, che Cosma volesse imparare la lingua di Haiti? Scendere a terra, senza averne accennato pur l'intenzione, non era ancor nulla a petto dello studio d'una lingua, per cui non aveva mostrata mai nessuna propensione. L'idea di muoversi da bordo poteva essergli venuta lì per lì, forse per seguire e per vigilare l'amico, o per andargli a fare un cattivo servizio presso l'almirante. Questo, anzi, egli lo aveva lasciato capire abbastanza. Sceso a terra, si era pentito; non aveva spiato Damiano, non aveva cercato di parlare all'almirante; e questo vero o falso che fosse, si poteva argomentare dal fatto. Ma imparare la lingua di quei selvaggi, e proprio sugli ultimi giorni di dimora in quell'arcipelago, era un negozio molto più difficile ad intendersi. Damiano non poteva aver pace, fino a tanto non ne vedesse l'acqua chiara.

Ritornò a bordo. Cosma era là, occupato a lavare il cassero di poppa; e pareva che esercitasse il comando, tanta era la dignità con cui adempieva l'uffizio.

--Buon giorno;--gli disse Damiano.

Cosma alzò gli occhi, e guardò in faccia l'amico.

--Buon giorno;--gli rispose poi, adattandosi a quell'eccesso di cortesia, che veniva sei ore dopo la diana.

--Che cos'è che mi ha detto Cusqueia?--riprese Damiano.--Tu impari la lingua di Haiti?

--La imparo;--rispose Cosma, con breviloquenza spartana.

--E perchè.... se è lecito saperlo?

--Per due ragioni;--disse Cosma.--In primo luogo per legittimo desiderio d'istruirmi. E poi.... te l'ho a dire?

--Dillo, in nome di Dio.

--E poi, perchè ho cambiato opinione. L'Europa dà noia anche a me.

--Ah!

--Sicuro; e ancor io voglio restare in Haiti.--

_Capitolo XIV._

In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.

Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito, egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta tranquillità.

Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva ad un sacrifizio così grande.

Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.

Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul braccio.

Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo apparire nella sala del convito?

E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere, precisamente l'opposto.

E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...

Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa materia, non serve.

--Ah, per tutti i diavoli!--aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.--Se è così come io vedo, ti aggiusto io, bell'amico.--

Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero di poppa nella corsìa.

Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.