Terra vergine: romanzo colombiano
Part 13
Solo il mozzo vegliava, sulla _Santa Maria_, nella grande tranquillità della notte. E pensava, pensava alla sua casa di Huelva, ai piccoli compagni che aveva lasciati laggiù, ai giuochi in piazza, alle corse nei boschi, alle sassaiuole sui greti, alle torte della nonna, e a tante altre cosette egualmente piacevoli. Che cosa aveva da fare, povero figliuolo, per ammazzare il tempo, mentre intorno a lui e davanti non c'era pericolo di nulla? Guardava di tanto in tanto il promontorio; lo teneva sempre sulla sua sinistra; quando gli pareva che con tutta la sua attenzione quel promontorio gli sparisse dietro la velatura, poggiava forte sulla barra e si rimetteva alla via.
Ma egli non aveva veduto una cosa, o non aveva ragionato sopra un'altra. Non aveva veduto che la nave era lentamente tirata verso la costa; non aveva ragionato sul fatto che ad ogni tanto gli bisognava cercar l'orizzonte libero, davanti alla Punta Santa; segno che una forza superiore alla sua vigilanza operava sulla caravella. Era un ragazzo, non aveva esperienza, ed è qui la sua scusa.
Ad un certo punto gli parve di sentire sulla sua sinistra un rumore. Era sordo da prima, quasi di onde lontane. Ma a grado a grado cresceva, era diventato un fragore, uno strepito di marosi, che andassero l'un dopo l'altro a colpire in un ostacolo. Si atterrì, pensando che qualche scoglio dovesse apparirgli sulla sinistra. Guardò attentamente e non vide scogli; ma qualche minuto dopo vide biancheggiare le spume e il flutto far cresta poco lungi da lui.
--Jesus Maria!--gridò egli, atterrito.--I frangenti!--
Aveva a mala pena gridato, che sentì arare il timone. Non gridò più, il povero mozzo; gittò un urlo senz'altro.
--Al soccorso, in coperta! al soccorso!--gridò il povero mozzo, con quanto fiato aveva in corpo.--Ara il timone; al soccorso!--
I marinai di guardia alla vela si erano appena svegliati, che già appariva l'almirante sul cassero di poppa.
--Come? tu qui, ragazzo?--esclamò, vedendo al timone il fanciullo.--E Sancio Ruiz? Ma che cosa è egli avvenuto?
--Signor Almirante....--balbettò il povero mozzo, più morto che vivo.--Sancio Ruiz era andato a dormire.... Io qui.... ma non è colpa mia.... Tutto ad un tratto ho sentito arare il timone....--
Cristoforo Colombo non lo ascoltava già più. Aveva guardato sulla sua sinistra, e veduto nell'ombra della notte biancheggiare le spume; aveva udito il mugghiar furibondo del mare, e aveva riconosciuta la secca su cui frangevano con tanta rabbia i marosi. Certamente la caravella, passando troppo da vicino all'ostacolo, aveva toccato nel bassofondo che accompagnava il frangente. Ed egli pensò subito un'altra cosa: che una forte corrente dominasse in quei paraggi, e che questa per l'appunto avesse tratto alla deriva il naviglio.
Non c'era tempo da perdere; bisognava tentare ad ogni costo di liberarsi. I marinai, svegliati dalle grida del mozzo, erano già tutti in coperta, confusi, sbigottiti e nella prima commozione facendosi ancora più grave il pericolo.
--Lesti ad armare il palischermo!--gridò, l'almirante.--Prendete un'áncora, e andate a gittarla venti braccia in fuori.
--Credete che basterà?--disse Sancio Ruiz con un filo di voce.
--Se non basterà a levarci di qui, impedirà che c'incagliamo dell'altro;--rispose l'almirante.--Obbedite, e non mi fate il saccente. Meglio sarebbe aver vegliato prima, com'era il debito vostro, che dar sentenze dopo.--
Sancio Ruiz non fiatò più, e corse al palischermo, che i marinai lanciavano in mare. L'áncora fu calumata nella barca, e i marinai che restavano a bordo delta caravella le filavano la gomena. Ma il fragore dei flutti che infuriavano sui frangenti della costa, il crocchiare dello scafo della _Santa Maria_, che pareva ad ogni istante volesse andare alla banda sullo scoglio, il buio della notte che ingrandiva il pericolo, fecero perdere le testa ai marinai del palischermo.
--A che servirà quest'áncora?--dicevano.--Ci vuol altro che un'áncora. Fra dieci minuti la nave è perduta. Bisogna pensare ai nostri fratelli, e andare per soccorso alla _Nina_.--
L'idea parve ottima, quasi una ispirazione del cielo. Gettar l'áncora inutilmente, sarebbe stato un buttarla via. Slegarono invece l'anello, e a gran forza di remi corsero verso la _Nina_, che navigava mezza lega discosto.
Quei della _Santa Maria_ sentirono molleggiare la gomena, e capirono che il nodo si era disfatto a bordo del palischermo, o che la gomena si era strappata. Non potevano infatti pensare che gli uomini del palischermo disobbedissero ai comandi dell'almirante, rinunziando a gettar l'áncora, per andare dove non erano stati comandati.
Ma così era; il palischermo si allontanava: sempre più. Ben presto non si sentì più il rumore della voga.
--Signor almirante!--gridarono i marinai.--La gomena molleggia.... viene a noi.
--Forse l'áncora non agguanta;--disse l'almirante.
--Oh c'è ben altro; l'áncora, non c'è più. Vedete quante bracciate di gomena si prendono. Il palischermo è fuggito.
--Hanno paura!--mormorò Cristoforo Colombo.--E lasciano noi alla balìa dei frangenti.--
La forza del mare incalzava sempre più il fianco della caravella, spingendola contro lo scoglio. Scricchiolavano ad ogni ondata gli staminali; c'era pericolo da un momento all'altro che la chiglia si rompesse nel vivo sasso, e si sfondassero i fianchi della nave.
Cristoforo Colombo sospirò, e diede ordine ai marinai di metter mano alle scuri. Bisognava abbattere l'albero di maestra, per tentare in quel modo di alleggerire la _Santa Maria_. L'albero fu in breve ora abbattuto, andando a spezzarsi, rimbalzando, sulla scogliera. Ma non bastava ancora; la nave era sempre incagliata.
Mentre così lavoravano a furia sulla _Santa Maria_, ma disperati oramai di rimettere a galla il naviglio, gli uomini del palischermo andavano a voga arrancata verso la _Nina_. L'accostarono finalmente, e diedero notizia di ciò che era accaduto, chiedendo di essere issati in coperta. Vincenzo Yanez Pinzon, valoroso uomo, devoto a Cristoforo Colombo quanto il suo fratello maggiore Martino Alonzo gli si era mostrato avverso e disubbidiente, rimproverò con acerbe parole i fuggiaschi, ricusando di riceverli a bordo.
--Se tentate di accostarvi--disse loro dall'alto del capo di banda,--vi faccio andar sotto, come è vero Iddio. Ritornate alla _Santa Maria_, e date una mano ai vostri fratelli, che ne avranno bisogno.--
Rimandati i pusillanimi, il bravo Vincenzo Yanez fece armar subito il suo palischermo, ed egli stesso a gran forza di remi andò verso la _Santa Maria_. Umiliati, gli uomini dell'altro palischermo lo seguirono colà dove la violenza della corrente aveva spinta la povera nave capitana.
Quando Vincenzo Yanez giunse in aiuto dell'almirante, l'albero di maestra era stato troncato; ma il naviglio non galleggiava altrimenti; peggio ancora, si era mezzo sfasciato sul fianco; poco dopo, era andato alla banda. Per fortuna dell'equipaggio, il tempo era buono. Con vento fresco e mare più mosso, la caravella si sarebbe sfracellata, e tutta la gente sarebbe perita nei frangenti, prima di poter afferrare a nuoto la riva.
Cristoforo Colombo e i suoi compagni della _Santa Maria_ ebbero il tempo di scendere nei palischermi, e di ricoverarsi a bordo della _Nina_. Intanto era spuntato il giorno, e si conobbe che non era troppo lontana la costa. Qua e là si vedeva ribollire il mare intorno alle secche, o rompere il flutto a certi scogli che venivano quasi a fior d'acqua. La _Nina_ si tenne prudentemente in fuori, governando contro la corrente traditora. Frattanto l'almirante, poichè ebbe meditato alquanto sulla triste condizione in cui era posto dalla scomparsa della _Pinta_ e dal naufragio della _Santa Maria_, pensò di mandare a terra il palischermo, con Diego di Arana, capitano di giustizia dell'armata, e Pedro Gutierrez, credenziere del re, suo ragioniere generale. Essi erano incaricati di riferire al cacìco Guacanagari quello che era accaduto: come l'almirante, volendo mantener la promessa di andare a visitare nel suo porto il cacìco, avesse perduta la nave dirimpetto alla sua residenza, dando in una secca, una lega e mezzo discosto dal lido.
Spirava da terra una brezza leggiera. E temendo l'ammiraglio che non vi fosse in vicinanza qualche scoglio o banco di rena nascosto, rimase in panna fino a giorno ben chiaro.
Diego di Arana e Pietro Gutierrez, con due scudieri, un interpetre e sei marinai, andavano intanto verso la spiaggia. Apparivano tutti assai tristi; anche taluno che non aveva ragione di esserlo nello interno del cuore, lo era abbastanza nel volto. E il savio lettore intenderà facilmente di chi vogliamo parlare.
Smontati a terra, e lasciati quattro uomini alla guardia del palischermo, partirono gli altri sette per salire alla residenza del cacìco. Il villaggio di Guacanagari non si vedeva di laggiù; afferrato il colmo del poggio, i nostri ambasciatori lo scopersero, poco meno d'un miglio lontano.
Non era un gran tratto di strada; ma bastò perchè fossero veduti dal villaggio, annunziati al cacìco, il quale si mosse ad incontrarli fuori dell'abitato. Guacanagari, infatti, s'immaginava che tra quei viaggiatori fosse l'almirante in persona.
Come il cacìco ebbe saputo dalla bocca dell'interpetre ciò che era accaduto sulla costa, molto si addolorò, e gliene vennero anzi le lagrime agli occhi.
--E sono io la cagione di questa grave sciagura!--esclamò.--Dite al capo degli uomini bianchi che io non saprò mai consolarmene.--
Ma i pianti e le querele non aggiustavano nulla; ben altro occorreva, e Pietro Gutierrez lo fece dire al cacìco dall'interpetre Cusqueia.
--Amico degli uomini bianchi, le tue parole piacciono agli spiriti del cielo. Ma tu devi mostrare la tua amicizia, dando aiuto coi tuoi uomini e con le tue piroghe, affinchè tutto quanto si trova nella gran nave abbattuta, sia messo in salvo alla spiaggia.--
Così parlava l'interpetre, riferendo la domanda di Pietro Gutierrez. E il buon Guacanagari si mostrò sollecito a contentare gli uomini bianchi. Non piangeva più; gli occhi suoi mandarono lampi di allegrezza, al pensiero che egli avrebbe potuto in qualche modo esser utile ai navigatori stranieri, che per amor suo avevano patito un danno così grande.
Tutto il suo popolo fu prontamente convocato, e a drappelli avviato verso la costa. Circondato dai suoi fratelli e parenti, seguiva egli stesso la folla. Dal bordo della _Nina_, Cristoforo Colombo vide discendere quelle lunghe file di naturali alla riva, ed egli stesso, entrato nel palischermo, andò a stringer la mano di quel piccolo re selvaggio del nuovo mondo, che avrebbe potuto dar lezioni di umanità e di cortesia a molti potenti del vecchio.
I discorsi furono brevi, essendo urgente di operare. E tosto messe in acqua Le loro piroghe, i naturali di Haiti si unirono ai marinai dei palischermi, per discaricare la _Santa Maria_.
In breve spazio di tempo la coperta fu tutta sgomberata. A vedere quella folla di burchielli che si aggiravano intorno alla scafo della nave abbattuta, con uomini che andavano e ritornavano senza posa, dalla nave ai burchielli, ricorreva naturalmente al pensiero un popolo di formiche, affaccendate intorno ad una mollica di pane, che in breve ora riescono a sgretolarla, a tritarla, a portarne via le briciole, facendo piazza pulita.
Quanto era in coperta e sotto coperta fu portato alla spiaggia. E il cacìco in persona, coi suoi fratelli e parenti, usava ogni diligenza, così nella nave come in terra, perchè il tutto fosse ben governato e custodito. E di tempo in tempo, mandava qualcuno de' suoi all'almirante, che era rimasto sullo scafo della _Santa Maria_, per pregarlo di non prendersi fastidio dell'accaduto, che egli volentieri gli avrebbe donato in compenso tutto ciò che possedeva.
Così passò per Cristoforo Colombo la mattina del Natale. Intorno al meriggio ogni cosa era al lido; e dal lido, a braccia d'uomini, era portata al villaggio. Non si poteva infatti lasciare tanta roba allo scoperto, esposta alle intemperie. Quanto ad altri pericoli che potesse correre, non era neanche da pensarci; cose grosse e minute erano in buone mani; nessuno di quei naturali pensò di appropriarsi nulla. Cristoforo Colombo potè dire, ammirato, e scrivere nel suo giornale di bordo, che delle cosa salvate dalla _Santa Maria_, non mancò neppure una stringa.
Giunti i preziosi fardelli al villaggio, Guacanagari li fece riporre nella sua casa medesima, che ne fu tutta ingombrata. E li tenne là dentro, fino a tanto non furono vuotate tre case, che aveva destinate per una più lunga custodia. Agli usci di quelle case, e tutto intorno, furono messi a guardia uomini armati, che dovessero starci di giorno e di notte.
Così adempieva agli obblighi della ospitalità il cacìco Guacanagari, amico agli uomini bianchi, e preso di grande affetto per il loro comandante supremo.
Quella sera, discendendo coi suoi uomini alla spiaggia, per ritornare a bordo della _Nina_, l'almirante non sapeva ristarsi dal lodare Guacanagari e il suo popolo.
--Che gente amorevole!--esclamava.--È trattabile, e mansueta, che io credo non ci sia la migliore sulla faccia della terra. Amano il loro prossimo come sè stessi; hanno un ragionane dolce, umano, sempre accompagnato dal riso. Quel loro re, poi! È servito con molta divozione da tutti, e con altrettanta dignità riconosce i loro servizi. Ha buon contegno e mi pare anche fornito di molta intelligenza. Avete notato come tutto osserva, e di tutto vuol sapere il principio ed il fine, e la causa e l'effetto?
--Crederai tu che abbiamo messe le mani sopra un re filosofo?--disse Damiano sotto voce a Cosma.--Mi piacerebbe moltissimo.
--E perchè, di grazia?
--Perchè si potrà discorrere, argomentare, disputare in famiglia, nelle lunghe serate d'inverno.
--Vuoi tu dunque trattenerti alla sua Corte, matto insanabile che sei? T'ha egli offerto un posto di ministro?
--Eh, sarà il meno ch'egli potrà fare per me, quando mi riconoscerà per nipote.
--Nipote!--esclamò Cosma.--Eccone un'altra. Hai dunque già posto gli occhi sopra una nuova bellezza?
--No, caro; sono fedele ad Abarima. L'ho riveduta oggi, e mi ha fatto una festa da non dirsi. E per me e per lei la _Santa Maria_ ha fatto egregiamente, a dare in secco. Non mi guardare con quegli occhi. So bene ancor io che è una disgrazia; ma infine, poichè il male è fatto, possiamo ben dire che esso non vien tutto per nuocere. E come è bella, Abarima! Mi è venuta incontro battendo le palme, dopo aver gettato un grido, che mi è penetrato qui, nel fondo del cuore. Anche il suo vecchio padre mi ha accolto benissimo; mi ha perfino abbracciato. O son io che ho abbracciato lui?... Non saprei dirti, ora; ma una cosa è certa, che siamo stati un par di minuti l'uno nelle braccia dell'altro. La parentela, capisci? la parentela imminente. Perchè io la sposo, quella bella creatura; com'è vero Dio, la sposo.
--Secondo comandamento del Decalogo;--disse Cosma;--non proferire il nome di Dio invano.
--E non fo conto di averlo proferito invano;--rispose l'altro con gran sicurezza.--Non giudicare.... da quelle altre. Laggiù erano capricci, morti appena nati; nuvolette formate all'orizzonte, e dissipate dalla prima brezza del mattino. Qui è un'altra cosa. Sono innamorato come un gatto. No, il paragone è brutto; saresti capace di dirmi che ora io ti miagolo la mia canzon d'amore. Diciamo dunque come un piccione. E sai a proposito di canzoni, che ho fatto cantare l'interpetre?
--Che c'entra l'interpetre?
--C'entra per parecchie notizie che io non potevo avere da me, direttamente, da bocca a bocca. Perchè in materia di lingua Haitiana io sono ancora ai primi esercizi. Orbene, oggi ho domandato all'interpetre di sapermi dire chi fosse il vecchio naturale nella cui casa sono stato ospitato. Cusqueia si è informato, e sai che cosa ha saputo? Sai chi è il mio ospite, il padre di Abarima! Nientedimeno che il fratello di Guacanagari, il fratello del ca.... No, non voglio dire cacìco! il fratello del re; mi capisci? del re.
--Capisco;--rispose Cosma, sforzandosi di sorridere.--Per questo accennavi alla tua qualità di futuro nipote.
--E futuro prossimo, perchè qui bisogna stringere,--riprese Damiano.--L'almirante non vorrà mica restare troppo a lungo in queste acque. Siamo a Natale; bisognerebbe far le nozze per la Befana....--
Cosma diede di sbieco una guardata al compagno, come per accertarsi se parlasse da senno. Per matto lo conosceva oramai; ma non sapeva acconciarsi all'idea che lo fosse diventato a tal segno. Ed era quello il cavaliere che con lui, una volta.... Ma insomma, a che filosofar tanto sul cuore e sulla testa dell'animale irragionevole? Non c'è che l'uomo, per adattarsi alle condizioni di tempo e di luogo. Ma queste cose non le aveva insegnate a Cosma la filosofia d'Aristotile, nè quella del suo maestro che gli commentava Aristotile nella università di Pavia.
--Sta bene;--diss'egli al compagno.--Auguro fortuna ai tuoi novelli amori.--
E lasciò cadere una conversazione che fino allora, come in tant'altre occasioni consimili, aveva tenuta viva per far piacere all'amico.
Il silenzio era una consuetudine, in lui. Spesso restava intiere giornate senza aprir bocca. Nessuno tra i marinai della _Santa Maria_ era più attento di lui ai comandi dei piloti, nè più diligente al servizio. Da principio, quel suo fare un po' contegnoso era parso superbo; ed avevano preso a motteggiarlo. Non ne aveva fatto caso, finchè la cosa era rimasta in certi confini, tanto da lasciargli parere che non dicessero a lui. Ma la prima volta che lo stuzzicarono davvero, ed egli non poteva più far mostra di non avvedersi, entrò risolutamente nel mezzo e parlò animosamente ai compagni.
--Sentite,--diss'egli,--ogni bel giuoco dura poco. Una volta e due si può credere che chi ci ha dato uno spintone non l'abbia fatto a posta. Alla terza, bisogna parlarci chiaro. Io voglio parlar chiaro con voi, poichè siamo obbligati a vivere insieme, finchè duri questo viaggio. Ho buone braccia come voi, e un buon coltello catalano per difendermi. Se avete voglia di leticare con me, ditelo liberamente, e ce la faremo senza tanti discorsi, sopra tutto senza tanti motteggi. Volete essere amici? rimetto il coltello in cintura, e qua la mano. Dunque, siamo intesi; scegliete.--
I patti chiari fanno gli amici cari. I compagni di Cosma scelsero prontamente il partito migliore. Alla fin fine, non era egli un buon figliuolo? Non dava mai noia a nessuno, e quando c'era qualche cosa da fare, lavorava sempre per due. Troppo contegnoso in verità; ma questo dipendeva dal suo carattere. Era un taciturno. Gli avevano affibbiato un nome: il cavaliere. E non sapevano, chiamandolo così, di aver dato nel segno. Del resto, quando gli si diceva qualche cosa, rispondeva sempre con garbo. Gli si domandava un parere, e lo dava sempre con molto giudizio. Era un po' chiuso; ma niente affatto orgoglioso; e questo bastava. Si avvezzarono alla sua indole severa; presero a rispettarlo come un superiore, sapendo ch'egli non si teneva per tale; lo scelsero volentieri giudice ed arbitro nei loro litigi, sperimentandolo giusto ed umano in ogni occasione. Dov'era lui, regnava la disciplina; quello che sopportava lui, sopportavano tutti senza farsi pregare, nè minacciare. Gran virtù dell'esempio! Per contro, quando il cavaliere si degnava di sorridere, gli altri ridevano e saltavano. Ma questo non era un guaio; ed egli, frattanto, aveva conquistato il diritto di chiudersi nelle sue meditazioni.
A sua volta, Cosma era tutt'orecchi quando parlava il signor almirante. Cristoforo Colombo aveva una grande autorità sull'animo del cavaliere. Questi raccoglieva religiosamente ogni parola del suo grande concittadino; e sospirava spesso, pensando alla sua bontà di cuore, alla sua dirittezza di mente.
--Venti di questi uomini a Genova,--diceva allora in cuor suo,--e ci sarebbe da comandare al mondo. Invece.... Ah, povera patria, che le discordie dei suoi figliuoli hanno resa l'ultima delle terre italiane!--
_Capitolo XI._
Come una debolezza di Damiano andasse a finire in una fortezza.
Il 26 dicembre, che era un mercoledì, venne il cacìco Guacanagari in visita solenne alla caravella dell'almirante. L'ottimo re selvaggio mostrava gran tristezza e dolore, vedendo lo scafo della _Santa Maria_ mezzo rovesciato alla spiaggia, e nuovamente profferiva agli uomini bianchi tutto ciò ch'egli possedeva, per ricompensarli dei danni patiti.
Mentre egli stava ragionando con l'almirante sul cassero della _Nina_, si accostò alla caravella una piroga di naturali di un'isola vicina, i quali portavano piastre e lamine d'oro, per barattarle con sonagliuzzi di bronzo. Niente piaceva di più, a quella gente, dei piccoli strumenti sonori che gli Spagnuoli avevano portati al nuovo mondo, opportunamente imitando un costume dei Portoghesi nei loro viaggi di scoperta lungo la costa Africana. Amavano la danza, e saltavano spesso, cantando certe loro canzoni, che accompagnavano col suono d'una specie di tamburo, fatto d'un tronco d'albero scavato, su cui era una pelle distesa. Il suono del tamburo non era sicuramente così piacevole all'orecchio dei danzatori, come il tintinnio di quei piccoli sonagli di rame.
Anche i marinai della nave naufragata, che ritornavano a bordo della _Nina_, riferirono all'almirante di altri naturali dell'interno di Haiti, i quali accorrevano di tratto in tratto alla spiaggia offrendo pezzetti d'oro in cambio di ogni nonnulla; e più ne avrebbero portato, anche piastre più grosse, ove fosse gradito il baratto coi sonagliuzzi di rame e con le perline di vetro colorato.
Guacanagari, sempre attento ai discorsi degli uomini bianchi, come erano tradotti dagli interpetri, e non meno agli atti, ai gesti, ai moti del viso, osservò che quelle notizie facevano scintillar d'allegrezza gli occhi dell'almirante. E noi possiamo intendere più facilmente di Guacanagari come e perchè fosse lieto Cristoforo Colombo. Egli aveva promesso di trovare per la via di ponente l'isola di Cipango e le regioni estreme dell'Asia, famose per infinite ricchezze. In quella vece, aveva trovato delle isole abitate da selvaggi, ignudi la più parte come Adamo ed Eva innanzi il peccato. Guanahani, Cuba, Haiti e via discorrendo, potevano esser considerate altrettante aiuole del Paradiso terrestre. Ma questo ai re Cattolici di Spagna sarebbe parso troppo poco guadagno, in compenso al grandissimo sforzo che avevano fatto, di concedere tre gusci di noce per mandare a scoprire il Cattaio, e far vassallo di Castiglia il gran Cane dei Tartari! Perciò l'almirante del mare Oceano giustamente pensava che nulla avrebbe operato sull'animo de' suoi signori, meglio della vista dell'oro. Che importava più del gran Cane e del suo Cattaio, se si metteva la mano sulle miniere di Ofir? Isole ricche d'oro nativo, meglio trovarle selvagge, che abitate da popoli numerosi, governati da re potenti, forse disposti a trafficare, ma niente affatto a ricevere un nuovo padrone.
Conosciuto per tal modo il desiderio del suo ospite, Guacanagari fu molto lieto di potergli dire che a poca distanza dalle sue terre, nella regione più montuosa dell'isola, il metallo dal colore del sole era tanto facile a ritrovare, che gli abitanti non ne facevano stima veruna. Il luogo, soggiungeva egli, si chiamava Cibao. Non forse Cipango? pensò tosto l'almirante. Ma fosse Cipango, o non fosse, egli aveva finalmente trovato Cibao, la misteriosa regione aurifera, di cui gli avevano già detto nome i naturali di Guanahani e di Cuba.
Guacanagari pranzò quel giorno con l'almirante, a bordo della _Nina_; e quindi lo invitò alla sua residenza, dove gli avrebbe fatto vedere come fossero tutte le cose di lui gelosamente custodite.