Terra vergine: romanzo colombiano
Part 12
--Capisco,--diss'egli, dopo un istante di pausa,--il nome del naturale di Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute. Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C'è nella donna bella il gran _quid_ dell'esistenza. Perchè si vive, infine? perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può, a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che siamo giovani, e gli occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano (alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o giù di lì. Poi.... perchè c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce. Non c'è altro che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale. Voi, per esempio, selvaggi dell'anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano, o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente, meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l'acqua ubbriaca.--
Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.
--Sì, bravi, parlate un poco voi altri;--diceva Damiano.--Io non ne potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni, selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa dolce _taorib_.--
Aveva in Haiti il _taorib_ la stessa potenza magica del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante cose da dirsi!
--_Taorib!_--mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella selvaggia.--_Taorib!_--ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.
--_Mara Taorib;_--rispose ella, tentennando la testa.--_Ada turey taorib._
--_Mara!_--esclamò Damiano.--Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire. _Mara taorib_, come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi dire _Ada turey_, che è per giunta _taorib_? Dimmi, bambina;--soggiunse egli, facendo il viso dell'uomo impacciato;--che cosa vuol dire _Ada turey_?--
La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse: _turey_.
--Il cielo?--domandò egli.
E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte: _turey_.
--Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono il _taorib_? io, il _taorib_, non è vero?--
E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l'indice al petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.
--_Ada turey taorib;_--soggiunse, confermando il cenno con un gesto della mano, che rivolgeva al suo interlocutore.
Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella prima vittoria.
--Grazie!--diss'egli.--Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli, fin dalla prima, lezione. Ora, o _taorib_, poichè siamo così bene avviati, vorrei sapere il tuo nome.--
Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.
--Vediamo un poco;--diss'egli tra sè.
Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l'attenzione della bella selvaggia.
--Io,--le disse, volgendo l'indice al petto,--io _taorib_ Damiano. Damiano!--ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.--E tu?--proseguì, volgendo rapidamente l'indice a lei.--E tu?--
Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.
--Ho messo il carro avanti ai buoi;--disse Damiano tra sè....--Studiamone un'altra.--
Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua vicina:
--Guacanagari!--
Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del capo:
--Guacanagari.--
Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:
--_Cacique Guacanagari.... taorib?_
La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:
--_Nala u nala._
--Dovrebb'essere: così così!--pensò Damiano.--Già, non avevo neanche bisogno di domandarglielo; perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è parso niente di prelibato.--
Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della piazza, ripetè:
--Guacanagari.--
E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:
--Damiano; io Damiano, io.--
Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice batteva ripetutamente il petto.
La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d'occhi. E si capisce ch'ella aveva un gran desiderio d'intendere.
Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio, aggiungendogli ancora l'epiteto.
--Damiano,--diceva egli,--Damiano _taorib_.--
Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso. E glielo dissero ancora due parole di lei:
--_Taorib_.... Damiana.--
Ma questo non piaceva troppo a lui.
--Damiana!--borbottò egli.--_Mara_ Damiana! Damiano! Damiano!--ripetè, battendo sulla finale.--Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura assassina!
--Damiano;--ripetè la selvaggia, con accento dimesso.
--Ah bene!--ripigliò egli allora.--Vedete che testina! Questa selvaggia impara le cose a volo.--
Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch'egli sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto solenne che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col gesto dell'indice:
--Io _taorib_ Damiano; e tu, _taorib_.... _taorib_....--
Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli venne alla mente un'idea luminosa.
--Vediamo,--diss'egli a sè stesso,--se una scorribanda nel calendario selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una donna il suo nome pronunziando quello di un'altra, si farebbe schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile. Corriamo il rischio, per bacco.--
E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell'indice:
--Io _taorib_ Damiano; e tu?... _taorib_ Samana? taorib Caritaba?
--_Mara_ Samana;--rispose la selvaggia.--_Mara_ Caritaba. Abarima!
--Abarima!--gridò Damiano.--Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima? _Taorib_ Abarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi piedi questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo bacio imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco, prima.... ch'ei ti esalti sua donna in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!--
Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco che aveva accennato. Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco riserbo il sommo delle dita.
--Vedi, Abarima?--le disse, commentando il suo atto.--Nei nostri paesi si comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su, lentamente, o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della mano. Ci sono anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza ti rivoltano una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....--
Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo gravemente, della sua impertinenza.
--Come nel vecchio mondo!--esclamò Damiano, ripigliando la destra di Abarima.--Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo? E così, da un buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò davanti a tutti i parroci della cristianità.--
Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli occhi e a carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più. Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.
--Capisco;--pensò Damiano, che aveva notata la cosa;--è costume di questi paesi. L'ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India pastinaca di Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro vecchio mondo, a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare. Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi, sarebbero capitati in venti curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero all'orecchio.--
Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.
--Ti amo;--le bisbigliò Damiano.--Ti amo.
--Ti.... a.... mo;--ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le parole del figlio del cielo.
Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno, trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:
--Ti amo.--
Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina, mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua lingua:
--_Lessinitli_
--E vada per _lessinitli_;--rispose Damiano.--Ti dirò allora la mia frase completa: _Damiano lessinitli Abarima taorib._
Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:
--_Mara nala kini sindekì?_
Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi due esercizi dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da un pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia, tanto bella e tanto birichina per giunta.
--_Mara....?_--diss'egli, tanto per dire.
--_Mara nala kini sindekì?_--ripetè ella, ridendo.
--Cara mia,--disse Damiano, avvilito,--questo è arabo, turco, egiziano, per il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l'un l'altro. Dove vai? diceva l'uno; e l'altro rispondeva: le son cipolle. Dolce bambina, pensaci bene; io ti ho detto: _Damiano lessinitli Abarima taorib;_ e tu mi rispondi....
--_Mara nala_....--replicava la bella selvaggia.
--Si, ho inteso, basta!--gridò Damiano.--Per mara, non ci vedo difficoltà; è il vostro modo per dir di no. _Nala_, ora che ci penso, l'hai detto poc'anzi, nella frase: _nala u nala_, che io ho interpetrato: così così. Ma il tuo _kini sindekì_ mi allega i denti, bambina bella. «Non così....» Che frase può incominciare con queste due parole, e con accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh, senti, io ne faccio una, _Abarima taorib_. Tu vuoi burlarti di me; io non ti ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese, con una donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.--
E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al desiderio di parlarle all'orecchio.
Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa. L'occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c'è qualcheduno che vede.
Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!
La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza.... seccato.
--Cosma!--esclamò.
--Son io, perdonami;--disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.--Do noia, forse?
--No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi rimasto dov'eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi, si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po' di buona volontà, sudandoci naturalmente....
--È somigliantissima a quella di Cuba;--disse Cosma.
--No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.
--Questione di più e di meno, allora;--riprese Cosma;--e il nostro Cusqueia potrebbe bastare.
--È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi, m'immagino.
--Sfido io!--rispose Cosma.--Son venuto per dirti che è tempo di partire. Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non si aspetta che te per metterci in cammino.
--Si va via!... e perchè?
--Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?
--Eh! almeno a quelli del focolare;--rispose Damiano.
E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.
--_Abarima taorib_,--disse Damiano,--vedi? questi è un mio amico, ma un amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli rosse. Ti prego, Cosma;--soggiunse egli, parlando all'amico, ma senza voltarsi a lui;--non mi fare il bello, ora, col pretesto d'esser biondo.
--Ma che? sei matto?
--Perchè, vedi,--riprese Damiano,--questa volta sono innamorato a buono. Addio, _Abarima taorib. Ada turey_ deve partire,--
Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.
--_Azatlan_?--disse Abarima.
--Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi raggiungo subito.
--Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.
--No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro sull'orma. Va.--
Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso l'uscio.
_Capitolo X._
Chi piange e chi ride.
Rodrigo di Escobar, regio notaio di un'armata ridotta a due navi, anzi a due caravelle, aveva adempiuta la sua commissione. Disceso coi suoi compagni alla spiaggia, dove lo aspettava il palischermo della _Santa Maria_, si ridusse quella medesima sera al bordo della capitana. Portava egli a Cristoforo Colombo i saluti del cacìco Guacanagari, molti pappagalli e una certa quantità di piastrelle d'oro in presente. I pappagalli incominciavano ad ingombrare, dopo tanti che se n'erano raccolti, da Guanahani e da Cuba. Per fortuna, parecchi se ne erano volati via, come quello di Caritaba. All'almirante piacevano assai più le piastrelle d'oro, che dovevano far fede ai reali di Castiglia della importanza delle fatte scoperte.
Insieme coi presenti del cacìco, Rodrigo di Escobar portava qualche notizia. L'isola si diceva assai ricca, non pure di frutti, di biade, di legname e di spezierie, ma ancora di metalli preziosi. Questi, a dir vero, non abbondavano nella regione su cui comandava il cacìco Guacanagari; ma nell'interno, e dalla parte di levante, era il paese di Cibao, dove ogni ben di Dio si sarebbe ritrovato. Figurarsi che il cacìco di Cibao nuotava nell'oro, tanto che aveva fatte di quel metallo perfino le bandiere del suo piccolo esercito. Così almeno dicevano i naturali della costa; o così aveva capito, e così riferito l'interpetre.
L'almirante non istette più in forse. Bisognava restare alla Spagnuola, esplorandone le parti interne e riconoscendone tutta quanta la costa. Per intanto, cortesia voleva che al primo soffio di buon vento si andasse ad ancorare di là dalla Punta Santa, alla vista della residenza di quel Guacanagari, che si mostrava tanto cortese con gli uomini bianchi e poteva riuscire un amico prezioso per essi.
Era il giorno 24 dicembre, avanti l'alba, quando Cristoforo Colombo lasciò il porto da lui denominato della Concezione, per muovere verso la Punta Santa. Il vento spirava da terra, ma scarso, e le due caravelle facevano poco cammino. Ne fecero così poco, che alle undici della sera la Punta Santa era ancora una lega e mezzo lontana.
--Per essere il giorno dell'Avvento,--diceva Damiano a Cosma,--si arriva pochino, anzi niente!--
E gli doleva, al nostro Damiano; gli doleva molto di questo indugio che lo teneva lontano dalla capitale di Guacanagari; da quella capitale che egli aveva abbandonata con tanto rammarico, e dove un ottimo pensiero dell'almirante lo riconduceva, per dargli modo di proseguire il suo idilio selvaggio. Questo, veramente, non era stato l'intendimento del principale; ma il garzone, si sa, vede sempre l'utile proprio, ed è seconda natura nell'uomo di tirar l'acqua al suo mulino.
Tutto quel giorno l'almirante era stato in piedi. La stanchezza lo aveva vinto; egli sentiva il bisogno di riposarsi un paio d'ore. Non usava dormire, quando si costeggiavano terre, volendo veder coi suoi occhi ogni cosa. Ma quella sera il mare era cheto e tranquillo come l'acqua in una scodella. Il pilota che aveva accompagnata il giorno innanzi la spedizione del notaio fin sotto alla Punta Santa, assicurava di avere diligentemente osservate le acque all'andata e al ritorno.
--Non dubiti Vostra Eccellenza;--diceva.--C'è da dormire tra due guanciali.
--Ed anche con nessuno, prenderò un'ora di sonno;--rispose l'almirante.--State dunque voi al timone, Sancio Ruiz, mi raccomando.--
Era la mezzanotte, e l'almirante si era coricato nel suo letticciuolo. Il mare era in calma morta, e Sancio Ruiz pensò che se dormiva, l'almirante, poteva chiudere un occhio il pilota.
--Infine,--diss'egli tra sè,--ieri ho veduto queste acque per tre leghe di cammino. La Santa Maria, che entra nei fiumi senza toccar fondo, non ha da temere di nulla in questi paraggi.--
Fatto questo ragionamento, Sancio Ruiz allungò una pedata amorevole ad un batuffolo di cenci che stava mezzo nascosto sul cassero di poppa, presso il capo di banda, e gridò:
--Olà, _pereza_!--
Il batuffolo di cenci si rivoltò in soprassalto. Era un ragazzo, come avete capito, un mozzo di bordo; il quale si mise a sedere, stropicciandosi gli occhi.
--Signor pilota!--diss'egli, riconoscendo Sancio Ruiz, e saltando subito in piedi, per non ricevere altre carezze.--Dormivo così bene!
--Ti credo, mio caro, ti credo. Ma chi dorme non piglia pesci. Vien qua, e stammi al timone, che vo' schiacciare un sonnellino ancor io.
--Non piglierete pesci neanche voi;--mormorò il mozzo, vedendo che il pilota era di umor maneggevole.
--Ci vorrà pazienza, ragazzo. Non si può cantare e portar la croce. Animo, al timone; e fai bene attenzione. Il tuo rombo è quello: devi aver sempre quella punta a sinistra, due palmi di là dal pennone di maestra;--hai capito?
--Ho capito, signor pilota; buona notte!--
Sancio Ruiz si ravvoltolò nella sua gabbanella, e si sdraiò, in coperta, presso il capo di banda. Ma non ci dormiva così bene come il ragazzo; perciò, dopo essersi voltato e rivoltato parecchie volte, si alzò brontolando, e andò sotto coperta a trovare il suo rancio.
Quello che Sancio Ruiz commetteva era un grave mancamento. L'almirante aveva severamente: vietato che quando uno era alla guardia del timone, se ne allontanasse per alcuna ragione, lasciando ad altri l'uffizio. E più severamente aveva vietato che quell'uffizio fosse lasciato ai ragazzi, la cui poca esperienza era pari alla poca robustezza di braccio.
Dai canto loro, i marinai di guardia alla vela avevano detto:
--L'almirante è andato a dormire; lui, che non dorme mai, ha lasciato ad altri l'incarico di vegliare. Segno che non c'è niente da temere, stanotte. E difatti, il mare è cheto come l'olio. Questo po' di vento che soffia, stenta a far increspare le vele. Ecco là Sancio Ruiz che se ne va a dormire anche lui. Buona notte a tutti.--
E chinato il mento in seno, si appisolarono anch'essi. Pochi minuti dopo, non dormivano neanche più seduti; si accovacciavano a dirittura in coperta.