Terra vergine: romanzo colombiano
Part 11
Questa era, veduta esternamente, la capitale di Guacanagari. Le case, vedute di dentro, avrebbero fatto morir d'invidia, non pure le massaie di tanti nostri villaggi, ma delle istesse città.
Il popolo, nell'ora in cui giunsero i messaggeri delle navi, era tutto fuori dell'abitato ad accoglierli. In quella folla color di rame erano spruzzate le gaie note del bianco e del rosso, indizio primo e sicuro d'un principio di vestimenta. Le donne, infatti, portavano quasi tutte certi guarnelletti di cotone, che si stringevano alla vita e non giungevano al ginocchio, lasciando scorgere tutta la eleganza del busto e le gambe fini e nervose. Meno coperti erano gli uomini, contenti della lor fascia alle reni; ma essi mettevano tutta la cura dell'adornamento mascolino nelle loro capigliature, legate a ciuffo sull'alto della testa, un po' verso la nuca, donde usciva a mo' di cresta di pavone un piccolo fascio di penne, verdi, rosse, gialle ed azzurre. Uomini e donne avevano la carnagione d'un bel colore metallico; di rosso cupo, come la terra di Napoli, con una velatura di lacca carminata; il color di rame, insomma, quando lo esalta e lo rallegra la viva luce del sole. A questo color di carnagione bisogna farci l'occhio, lo capisco ancor io; ma domandate a Damiano, che ci si era avvezzato, e sarà capace di rispondervi: facce pallide, guance smorte, cere d'ospedale, voi siete i frutti d'una civiltà di stufa; venite alla Spagnuola, e vedrete di che tinta abbia creato Domineddio il primo uomo, del quale io veramente non so che farmi, e la sua dolce compagna, che mi preme assai più.
Diavolo d'uomo, quel Damiano! Ma sapete voi che prima d'entrare in paese egli aveva fatti i suoi apparecchi di civetteria? In primo luogo si era diligentemente ravviati i capelli; poi s'era arroncigliati i baffi in forma di due rubacuori; da ultimo aveva fermate un po' meglio nella rivolta della berretta alcune penne di pappagallo, che il giorno innanzi aveva ritrovate nei boschi. Sicuramente, il nostro allegro Genovese voleva far colpo sulle belle suddite di Guacanagari. Ah, se per colmo di fortuna fosse stato anche biondo!
Furono accolti, come al solito, da grida festose. Tutto quel popolo acclamante si era precipitato incontro a loro, e si accalcava ai lor fianchi, ma con rispettosa foga, se mi è lecito di accoppiare due concetti come questi, che a tutta prima sembrano escludersi l'un l'altro. Voglio dire, del resto, che la calca festante non si buttava in mezzo alle persone che voleva onorare, non cercava di romperne le file, di travolgerne, di sballottarne, di soffocarne le parti disgiunte, come farebbe in simili casi ogni folla civile d'Europa. Sentite, i selvaggi hanno del buono assai; quasi quasi vo sulle tracce di Damiano, mi fo selvaggio ancor io.
Guacanagari, il cacìco della regione, sedeva nel mezzo della gran piazza centrale, circondato da tutta la sua casa, figliuoli, donne, guerrieri e servitori. Lo spettacolo non era senza maestà. Le lance e gli scudi, senza alcuna traccia di metallo, non scintillavano al sole; ma nella regolarità della loro disposizione contentavano l'occhio, mentre lo rallegravano i vivi colori dei guarnelletti, dei mantelli, delle fasce di cotone, che spiccavano per entro a quella massa di rame. L'aggruppamento delle persone, poi, dava un aspetto sommamente pittoresco alla cerimonia che stava per cominciare.
Alla vista di quell'apparecchio solenne, i messaggeri si fecero più gravi nel volto e più composti negli atti. Rodrigo di Escobar, tutto compreso della sua dignità di ambasciatore, come lo era sempre della sua dignità di regio notaio, si fece avanti di due passi sulla prima fila dei suoi colleghi. Da un lato, e in disparte, conscio dell'ufficio a cui era destinato dalla sua parlantina, si avanzava il naturale di Cuba, come nelle ordinanze militari il guidone a sinistra.
All'avvicinarsi dei messaggeri, e vedendo quello che veniva tutto solo con tanta nobiltà di contegno, Guacanagari si alzò dal suo alto seggio di bambù, e mise in atto di amicizia una mano sul cuore.
--Sei tu,--diss'egli,--il capo del figli del cielo?--
La domanda fu subito raccolta e tradotta da Cusqueia, che s'incaricò di tradurre la risposta di Rodrigo d'Escobar:
--Non son io. Il capo dei figli del cielo deve invigilare i suoi uomini e le sue grandi piroghe, a cui il vento contrario non permette di avvicinarsi fino alla vista della tua sede reale. Egli manda un suo ministro a salutarti, e a portarti il pegno di amicizia degli uomini bianchi.
--Siano essi i ben venuti;--replicò nobilmente Guacanagari;--siano essi gli amici miei, e di tutto il mio popolo.--
_Capitolo IX._
Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.
Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono, il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per solito non sono neanche piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno a loro da una intiera tribù d'uomini, donne e fanciulli. La curiosità di veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare. Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti, dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l'un l'altro; quei che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato, che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il notaio Rodrigo di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.
Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s'impadronirono dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva il cacico in persona.
--Che cosa si vuole da noi?--gridò Damiano all'interpetre.--Che diavolo ha detto il cacico?
--Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;--rispose Cusqueia.--Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.
--Ospitalità?--disse Damiano.--E niente banchetto nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!--
Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità, e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?
Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.
--Sono coi pezzi grossi;--pensò.--Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari. Attento Damiano! qui bisognerà star bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.--
Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i generi abbondino.
Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare a sorridere, e con più gusto che allora.
E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi selvagge.
--Questo,--disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,--è certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.--
In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all'ingresso. E più innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.
--Che sia questa, Minerva?--pensò Damiano.--O non piuttosto la Giunone di questo Giove sbarbato?--
Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di famiglia, che stese la mano per toccar l'ospite sulla fronte, secondo il rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch'egli non doveva capire.
Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un'idea luminosa.
--Qui,--disse tra sè,--onorano l'ospite a modo loro; l'ospite deve onorare a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.--
E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie dell'ospite, prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi un bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò fino a toccar con le labbra. Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte, vi consente di aggiustarla come vi pare.
L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi, che pareva volesse dire: capite? questa è l'usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso al marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare l'amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva le cerimonie secondo l'uso della sua terra; che queste cerimonie si facevano sull'uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono l'amico del padrone, sono il servo della padrona di casa.
Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per stringere, nè per baciare. Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a contemplarlo due dozzine di femmine.
E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani, e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di casa, o spose dei loro figliuoli.
Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali; ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del mangiare e del bere.
Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di maniche.
Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.
Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e ricascare a quel punto.
La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per accendergli il sangue.
Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è la grammatica.
Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei soliti liquori, che mordono la lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati, si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i soverchi ardori del sangue.
Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.
Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna a non cercare il come e il perchè.
Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà, quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria. _Taorib_, vi ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr'occhi. In quella numerosa brigata il suo _taorib_ sarebbe stato sentito da tutti. L'amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato mai, prima d'allora.
La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse a caso, e non per altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa, con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.
E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!... Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a un dipresso così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta, nell'ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così bella, ve la siate serbata per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi, frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non vogliate farcene un capo d'accusa, _in novissima die_.
Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i convitati sciolgono Giordano. Dovrebb'essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In quell'ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite, l'uomo bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce dal padrone di casa, per prestare un'attenzione benevola al parlatore. Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava, come a quell'ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava, per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò, per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso era tutto per lei.
--Vedete, cari selvaggi?--diceva Damiano.--Voi siete brava gente, ed io vi amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non ve lo nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto, mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto? Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l'avete pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.
--Cusqueia!--gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui potere capire qualche cosa.
--Cusqueia: Cusqueia!--ripeterono parecchi.
E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase sconcertato.