Tenda e castello

Part 2

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Il conte l’aspettò per tre giorni di seguito, poi disse alla figlia del cuoco di prendere seco una torta e di andarne in traccia fin nelle tende.

La ragazza tornò dopo mezz’ora sola, colle mani vuote. L’offerta aveva incontrato il gradimento di tutti: il pasticcio era stato sequestrato e divorato in sua presenza. Ma Luscià era scomparsa dall’accampamento.

Nessuno degli zingari pareva saperne nulla: alle sue domande si stringevano nelle spalle, come si trattasse di cosa che non li riguardasse: un ragazzetto che la seguì un pezzo fuori delle tende, avevale detto che la giovane figlia di _mami_ Nad era stata condotta al _baro pani_, al mare, ma non sapeva altro.

IV.

Il conte in tutte le cose preferiva la strada diritta. Mandò a chiamar Nick.

E Nick figlio di Peter venne l’indomani, scortato da due _romes_ della sua squadra.

Quando si presentò alla porta del castello, Antonio, che a malincuore obbediva all’ordine ricevuto dal conte d’introdurlo, si sforzò invano di trattenere i due compagni.

Nick vi si oppose ostinatamente; giurò per tutti i suoi _dewol_ che senza loro non avrebbe fatto un passo solo oltre la soglia.

Egli era un perfetto campione della sua razza; possedeva al più alto grado la servile scaltrezza e la spavalderia petulante, — le due caratteristiche accoppiate di quella plebaglia, che da tanti secoli trascina per il fango di tutto il mondo la sua primitiva abbiezione del Soudra indostanico.

Nick spiegava a perfezione l’una e l’altra di queste sue qualità, secondo i casi.

Girando per le case, per guadagnarsi il pane, quando non poteva azzaffarlo senza fatica, si mostrava umile, dimesso, insistente. Non c’era paiolo che, passando per le sue mani, non comparisse bucherato in più luoghi, e che egli, colle sue istanze, non riuscisse a farsi rilasciare per la rattoppatura.

Ma, all’occasione, nessuno sapeva far valere più alto di lui, al cospetto di un estraneo alle sue razze, a un _gadchi_ qualunque la sua aristocratica qualità di _Romnitschel_, figlio della donna.

Gesù era «figlio dell’uomo;» — lo zingaro è «figlio della donna» e il suo _me hom Romnitschel_, vale, per lui, il _civis romanus sum_.

È il suo titolo nobiliare, il suo segno di riconoscimento, la sua protesta.

Lo zingaro, nella sua dispersione secolare, è la copia vile dell’Israelita; ma la stirpe di Abramo ha le tradizioni di Canaan, il suo Dio, il suo libro santo; lo zingaro non ha che quella formula sacramentale talismanica, in cui compendia il suo diritto di umanità; egli è _figlio della donna_; tutti gli altri non sono che figli di _mannischi_, di _ghiromni_, di femmine, — _gadchi_.

L’Israelita ha credenze comuni con le razze in mezzo alle quali va migrando; tutti riconoscono in lui il degenere rampollo di una stirpe illustre, santa.

Lo zingaro, il discendente del vecchio Soudra, dell’ilota indiano, senza patria, senza Dio, polvere umana calpestata da tutto il genere umano, è il nemico implacabile di tutte le razze; egli prende da loro la terra, il pane, le credenze, i costumi, e non conserva di proprio, che l’imprecazione con cui maledirle; egli è il parassita eterno, cosmopolita; egli strappa il suo alimento a tutti i popoli della terra, quando non può rubarlo lo froda, lo paga colle sue menzogne, colle sue infezioni, col suo putridume: combatte l’umanità, alla guisa del verme e dell’ácaro, rodendone le fibre e succhiandone il sangue.

Antonio dovette, suo malgrado, cedere — egli si mosse per avvertire il padrone — e gli altri lo seguirono.

Tutti insieme penetrarono nel castello, brontolando, bisticciandosi; gli zingari alzando tanto più la voce, quanto più Antonio abbassava la propria.

Il diverbio si riaccese alla porta dello scrittoio, dove essi vollero cacciarsi senza aspettare d’essere annunziati.

Il conte intervenne.

Nick capì a bella prima il suo vantaggio.

— Voi mi avete chiamato, diss’egli al conte, io sono venuto; sono venuto coi miei _rome_; essi sono la mia scorta e mi obbediscono; perchè voi non vi fate ascoltare dai vostri _veleter_? perchè si vieta ad Andrea ed Angheluzzà di accompagnare me, loro capo?

Il conte ordinò ad Antonio di lasciarli entrare e di mandar loro del vino.

E poichè Antonio, inquieto, occupato a guardare i due aiutanti, che giravano intorno alla stanza con certe arie sospette, indugiava ad uscire, Nick gli disse burbanzosamente:

— _Veleto_, il tuo _derai_ ti ha comandato di portar da bere ai _romes_.

Poi sedette sulla sedia che il conte gli indicò, davanti alla scrivania, appoggiò le due palme al grosso pomo d’argento della propria mazza di tamburo maggiore e prese un’attitudine grave, maestosa, pari alla sua dignità e alla importanza del colloquio che presentiva.

Nick era un bel giovane, svelto, di buona statura, ben formato, il petto largo, le spalle aperte, il collo vigoroso ed elegante; il volume de’ suoi capelli neri, unti, lucenti, usciva di sotto allo stretto _muschi_ gallonato d’argento, ricadeva in ciocche ricciute sul bavero ricamato dell’abito scuro, giù fino ai cordoni che gli attraversavano il petto. Il suo viso era bruno-pallido, incorniciato da una barba nascente su di un profilo purissimo, colla fronte liscia, e aveva nell’occhio nero, profondo, con dei subitanei baleni di vivacità arguta, l’espressione malinconica, quasi cupa, della sua razza.

Egli vestiva l’abito prediletto di un capo magiaro; i suoi compagni erano più dimessi; uno di essi teneva un cappellino tondo da contadino, e l’altro recava alla vita un vecchio panciotto coi bottoni d’argento, da cui uscivano le braccia, che la camicia a brandelli copriva solo imperfettamente.

Il conte domandò a Nick se sapeva quel che voleva dirgli, e se Luscià non l’aveva informato di nulla.

Nick rispose in italiano;

— Chi vuol parlare coi _romes_ non manda le loro donne. Io non so nulla.

Il conte gli manifestò la sua intenzione di sposare Luscià.

Lo zingaro non mostrò meraviglia, non si mosse, tacque fissandolo in viso.

— Voi sapete, io sono ricco, soggiunse il conte, non ho fratelli, non ho parenti prossimi; tutto ciò ch’io posseggo sarà di vostra cugina, i miei beni, la mia casa, il mio nome, tutto...

In quella entrò il servo col vino: colmò il bicchiere a Nick, ad Angheluzzà, ad Andrea, e, ad un cenno del padrone, stava per andarsene; ma prima che uscisse, uno degli zingari gli prese di mano la bottiglia e il sottocoppa, facendogli un gesto comico di andarsene.

Il conte riprese:

— Io voglio fare a Luscià una sorte. Spero le permetterete di accettarla.

Nick aveva preso in mano un grazioso temperino di madreperla rilegato in oro e lo esaminava con grande attenzione.

— Sentite, diss’egli, come rispondesse al discorso del conte, se voleste darmi questo, io vi lascerei, in cambio, una pipa di vero schemnitz.

E la mostrò.

Il conte fe’ un gesto distratto di consenso; lo zingaro depose la pipa sull’orlo della tavola e ficcò, in pari tempo, il temperino nello sparato dell’abito.

Poi, risolto questo piccolo incidente, si rizzò di nuovo sulla persona con nobile sussiego.

— Voi volete sposare la figlia di Wanka, disse egli finalmente, dopo che il conte gli ebbe ripetuta la dimanda; ma la _tschek_ è già fidanzata.

— Fidanzata con voi?

— Con Suceawa, il figlio di Dan il _balubassa_; egli è malato; se fra un anno non guarisce, Luscià sposerà me, che sono il suo secondo germano.

— E voi ci tenete a questo matrimonio?

— È la nostra usanza; le figlie sposano il parente più prossimo.

— E non v’importerebbe rinunziarvi?

Nick alzò le spalle.

— Dunque acconsentireste?

— Ciò dipende da Dan; egli è il nostro capo, il _balubassa_.

— E dov’è Dan?

Nick rispose come aveva fatto Luscià:

— Al mare.

— Verrà qui?

— Non so...

— Vi troverete insieme presto?

— Non so... egli comanda, io obbedisco.

— Non si potrebbe avvertirlo? disse il conte dopo una pausa.

Nick tese il bicchiere vuoto a uno dei compagni, che si affrettò a colmarglielo; poi egli lo sgocciolò lentamente sino all’ultima stilla.

— Volete avvertirlo? ripetè il conte.

Lo zingaro domandò:

— Voi, _rai_, non fumate?

E riprese la pipa sulla tavola, la caricò, l’accese, rasserenandosi in viso, come fosse liberato da una grave cura; i suoi occhi maliziosi lucevano di soddisfazione.

— Si può avvertire; ma bisogna mandare un uomo; io ho pochi cavalli e la strada è lunga.

— Non importa, mandatelo, penso io a spesarlo.

Il conte trasse alcuni marenghi e glieli porse.

— Siamo intesi?

— Sì, _rai_.

— E Luscià dov’è?... Domandò il conte dopo un po’ d’esitanza.

— Con Dan, rispose Nick, riponendo tranquillamente la sua pipa in tasca.

Il colloquio era finito. Il conte s’alzò, ed anche lo zingaro; però, prima di uscire, egli tornò indietro e disse:

— I miei _romes_ accetterebbero volontieri un paio dei vostri calzoni.

Angheluzzà fe’ sparire rapidamente in tasca un oggetto, che aveva trovato di suo gusto, sovra una scansia, e soggiunse facendosi innanzi:

— Accetterei volontieri...

— Volontieri, ripetè Andrea, — ed anche un cappello.

Il conte chiamò il servo; gli ingiunse di condurli alla sua guardaroba e di dar loro quel che volevano.

Avuti i calzoni e il cappello, uscirono coll’incesso solenne di ambasciatori che hanno stabilito i preliminari di un trattato.

V.

Ma le cose non seguirono colla sollecitudine che il conte avrebbe desiderato. Nick lo teneva sulla corda; s’erano incontrate delle difficoltà; — la malattia di Suceawa, le usanze della loro gente, gli scrupoli di Dan, la lontananza; egli però inviava al _balubassa_ dei messaggi continui, dei quali il conte faceva le spese.

Intanto l’accampamento invadeva il castello. Nick, sotto pretesto che sul poggetto delle quercie era esposto ai venti di tramontana, aveva trasportate le tende sullo spianato a fianco del portone.

Egli usava ed abusava della sua libertà d’ingresso; e il suo abuso serviva di titoli ai compagni. Egli veniva a tutte l’ore nello studio del conte, e raramente ne usciva a mani vote. In questo mentre la sua gente si ficcava nei cortili, nelle stalle; le donne irrompevano nelle cucine, gli uomini sui fienili, e i ragazzi nell’orto, nel giardino, dappertutto, mendicando, rubacchiando; umili, insolenti, beffardi; scacciati, ritornavano poco dopo alla preda, come i tafani.

Il maggiordomo era disperato, credeva d’impazzire. Qualche volta gli «sfuggiva» una qualche bastonata, o qualche pedata; ma il sollievo era poco in confronto del tormento. E gli bisognava usar prudenza, rispettare la volontà del padrone.

Il quale, più che mai infervorato nel suo progetto romanzesco, non vedeva nulla, non voleva sentir nulla, passava la giornata chiuso o galoppava per la campagna, ricamandolo coll’immaginazione di nuove delizie e di nuove finezze.

In una di queste sue corse essendosi dilungato di circa cinque o sei miglia da Peveragno, dalla parte di Santhià, incontrò una vecchia zingara che raccoglieva erbe sul margine d’un prato.

La donna parve riconoscerlo e lo salutò.

Il conte si fermò a guardarla — ed allora essa lo salutò di nuovo, gli venne incontro, e, guardandosi intorno per precauzione, gli disse:

— Se il _derai_ regalasse la povera Nad, essa direbbe qualcosa.

Egli le buttò una moneta, e stava per allontanarsi, ma la vecchia riprese:

— Nick ingannatore, ingannatore.

— Perchè? domandò il conte.

— Egli non dir nulla, non far nulla, promettere, non mantenere.

E così, con questo linguaggio scucito, gli disse ch’era Nad la nonna di Luscià, gli contò come Nick avesse allontanata lei con la nipotina dall’accampamento di Peveragno per profittare più a lungo della sua bontà.

La vecchia abbassò la voce.

— Se voi volete vedere Luscià...

— È qui? dove?

La vecchia gli indicò il profilo di alcune tende che apparivano fra i salci.

— Volete?

Ella si allontanò frettolosamente, e il conte, smontato da cavallo, sedette contro la ripa della strada, le briglie in mano, ad aspettarla.

Poco dopo Luscià, sbucando da un vicino campo di granoturco, gli buttava le braccia al collo, sclamando:

— _Bel rai, buon rai, sor lo rai_, sei venuto vedere Luscià, Luscià t’aspettava, Luscià innamorata dei tuoi begl’occhi, che hai recato a Luscià, bel _rai_, buon _rai_?

Così tutto d’un fiato. Poi tacque, abbandonandosigli voluttuosamente sul petto e sulle ginocchia.

Aveva il viso acceso, gli occhi lucenti, i capelli vagamente scomposti e cosparsi di fioralisi; il suo corsetto celava a stento il seno precocemente turgido: era affascinante.

Il sole era alto, abbagliante, il cielo striato di sottili strisce bianche, l’aria grave, profumata di vapori ardenti; nei campi uno stormire leggero, un brivido soffocato; una cicala strideva ad intervalli e cresceva il silenzio.

Il conte, impacciato, si schermiva debolmente da quell’improvvisa festa della fanciulla.

E Luscià smetteva le sue tenerezze, si quetava ad un tratto, si rizzava in piedi, non intimidita, ma docile, indifferente.

Egli chiese di Nad.

La vecchia non era lontana; accorse prima che Luscià la chiamasse.

Il conte, avendole promesso ricompensa se riusciva ad avvertir il _balubassa_, ella lo condusse da Cihari, il capo della squadra colà accampata; il quale, lietissimo di supplantare Nick nelle trattative e nella senseria, si profuse in proteste di devozione, dichiarò che Dan non poteva tardare a passare per la Val Sesia, che sarebbe andato ad incontrarlo, e glielo avrebbe condotto a Peveragno. Così restarono.

VI.

Cihari fu di parola: prima che la settimana finisse venne dal conte e gli indicò una lunga carovana che saliva prestamente la china. Era il _balubassa_ che arrivava.

Nick coi suoi uomini scendeva in gran fretta ad incontrarlo.

I nuovi venuti, giunti in cima alla collina, si fermarono aspettando il permesso del conte.

Essendo Cihari ridisceso a recarglielo, salirono dalla strada nel Ronco di San Nazario, terreno dissodato di fresco, ricchissimo di erba, che il proprietario aveva loro per speciale deferenza concesso.

Trassero i carri in circolo, staccarono i cavalli; tirarono le tende; e in meno di mezz’ora il villaggio primitivo sorse come per incanto; non vi mancava nulla: nè il gridìo dei ragazzi che schiamazzavano nei dintorni, nè l’affaccendarsi delle donne, nè le spire turchine di fumo dei focolari, nè la tranquilla beatitudine degli uomini che riposavano sul limitare.

Il conte Emanuele pensava con viva emozione ai suoi antichi padri, che dopo un lungo e travaglioso ramingare, erano venuti forse in quella stessa guisa, così poveri e cenciosi, a posarsi sul terreno concesso poi alla loro progenie.

Poco prima del tramonto il conte venne in persona a trovar Dan al Ronco di San Nazario.

Cihari l’introdusse.

L’accampamento era il doppio più grande di quello di Nick: lo formavano nove tende, quattro per banda ed una in fondo, rimpetto all’ingresso, raccolte in un cerchio elittico, aperte dalla parte interna, occupate quasi interamente dai carri, che servivano di letto pei bambini, di canterano e di guardaroba, pieni zeppi di ciarpe, di barattoli, di cose senza nome e senza colore, alla rifusa, a mucchi informi, donde spuntavano braccia nude e gambe calzate di lunghi stivali. Le donne, sedute, agucchiavano silenziose, e un brulichio di bambini seminudi ingombravano lo spazio nel mezzo.

Il _balubassa_, geloso della propria dignità, non si mosse punto all’arrivo del conte; l’aspettò seduto colle gambe incrociate innanzi alla sua tenda in fondo, la più alta, la più grande di tutte, — sul confine del doppio suo regno di padre e di capo.

Aveva l’aspetto d’un uomo molto innanzi negli anni, ma non decrepito: il suo volto pingue, un po’ floscio, rivelava una grande robustezza e serbava le traccie di una primitiva arditezza; due lunghi baffi bianchi gli scendevano giù sul petto. L’abito degli slavi danubiani mezzo greco, mezzo ungherese, il portamento maestoso, gli davano un’aria di re orientale. Fumava in una lunga pipa. Sdraiato alla sua destra un giovinetto macilento, smunto, guardava il conte con occhio cupo, malinconico; era il povero Suceawa, l’ultimo dei figli di Dan, moribondo superstite di una numerosa schiera di fratelli.

Dan parlò a Cihari sommessamente; — egli comprendeva perfettamente la lingua del paese, ma, per decoro, si serviva d’interprete.

Cihari disse al conte porgendogli un piccolo sgabello:

— Dan, figlio di Michel, nostro capo, fa augurio, o _derai_, che i vostri cavalli abbiano lunga vita, e vi prega di sedere e dirgli l’animo vostro.

Il conte rispose:

— Voi Cihari sapete ciò ch’io voglio; ditelo a Dan e riferitemi le sue intenzioni.

Dan gli fe’ dire da Cihari che la cosa non era regolare: ma che avrebbe acconsentito a patto che egli facesse alla tribù i doni che si convenivano alla stirpe della fanciulla.

Suceawa si contorse gemendo, e saettò al conte un’occhiata di odio ineffabile.

Cihari enumerò poi le pretese del _balubassa_.

Intanto il vecchio lisciava i suoi lunghi baffi bianchi e scrutava, coll’avidità di un mercante, il volto del conte.

Questi accettò le condizioni senza discuterle, avrebbe pagato in danaro la dote di Luscià, regalato un cavallo al _balubassa_ e un abito nuovo a tutti i suoi capi squadra.

Dan fe’ recare una tazza colma di acqua, fe’ bere il conte, v’intinse egli le labbra, poi la infranse. — Così la strana alleanza fu suggellata; — e servirono d’augurio i sordi gemiti di Suceawa.

VII.

Il conte Emanuele non fece mistero del suo matrimonio: si sapeva ch’egli era la caparbietà in persona; nessuno più di lui meritava quella taccia di matto che il popolo ha dato alla vecchia nobiltà piemontese.

Il solo marchese di Nomis, osò dargli qualche indiretto avvertimento.

Quando il conte, ch’era un po’ suo parente e faceva gran caso della sua amicizia, venne ad annunziargli il proprio divisamento, l’illustre naturalista non si mostrò nè stupito, nè spiacente. Ma dopo desinare, passeggiando con lui nel giardino prese due margherite, una doppia, l’altra selvatica; e mostrandole all’amico:

— Sono certamente della stessa famiglia, gli disse, la varietà non è che effetto della diversa coltura e del diverso alimento: ma il piantare le due pianticelle sulla stessa zolla non basterebbe ancora a far sparire una differenza di forme che rappresenta il lento lavorìo di chissà quanti secoli.

Il conte non disse nulla, si rannuvolò e poco dopo prese commiato.

VIII.

Le nozze si fecero il giorno di San Giovanni.

Un’ora prima della cerimonia il conte Emanuele venne a trovar Luscià nella casa lasciata dalla contessa alla nutrice Brigida, dove Luscià dimorava da una settimana attorniata da un piccolo esercito di sarte, di crestaie e di cucitrici.

— Luscià — le disse commosso — noi vivremo d’ora innanzi sempre insieme: tu sarai la mia signora; e così tu possa essere contenta nella mia vecchia casa com’io desidero. Io farò sempre il tuo volere, e tu che farai per me?

— Non so, rispose la giovinetta ingenuamente.

Allora lo sposo la prese per mano, e, con una gravità piena di tenerezza, le parlò lungamente degli obblighi e dei diritti della nuova condizione, di questi più che di quelli, delle sue premure più che delle sue esigenze; — accennò ai riguardi dovuti al suo grado, non chiese nulla per sè stesso. Egli non cercava il piacere, non chiedeva la felicità, voleva darla.

La giovinetta non disse nulla; seria, immobile, gli fissava in volto uno sguardo vago, meditabondo.

Comprese ella la sua devozione?

Al conte parve di sì.

Dopo la benedizione nuziale nella cappella del castello, il conte condusse la sposa nel suo appartamento.

Quivi Luscià spiegò tutto il suo corredo, le sue vesti, i suoi gioielli, e fatte entrare le donne della sua gente, quante ce ne capivano, indossò l’una dopo l’altra innanzi a loro tutte quelle meraviglie; segno visibile e più invidiato della sua fortuna.

Le zingare la contemplavano a mani giunte, scoppiavano in grida d’ammirazione, di religioso entusiasmo.

La birichina, la compagna delle loro corse vagabonde, che aveva diviso i loro cenci, con la quale si erano cento volte accapigliate — si trasfigurava per quello sfolgorìo di colori e di splendori in qualcosa di rispettabile, di adorabile.

Al pranzo non assistettero che il sindaco e il dottore; i due testimoni del matrimonio. Il conte aveva pregato Dan di venire, ma egli preferì rimanersene re nella propria tenda: solo richiese un’enorme quantità di provvigioni per banchettar la sua gente.

Le nozze, malgrado l’assenza della nobiltà, cui la casa di Peveragno apparteneva, furono festeggiate in modo straordinario, colla munificenza rozza e strepitosa delle leggende orientali e delle saghe scandinave, compresi i banchetti colossali senza fine e le baruffe, gli alterchi di razza fra i paesani e gli ospiti.

Tutte le sparse squadre della tribù erano venute a raccogliersi intorno al loro vecchio capo. V’erano gli uomini di Cihari, quelli di Andrea, quelli di Gurka, di Barbà. Dal castello alle case del paese, fra i castagneti, ai due lati della strada, era tutto un accampamento; un vero e grande villaggio di tende, un formicolìo lurido e pittoresco, una gozzoviglia vivace, clamorosa, sterminata.

Dan convitò tutti i capi famiglia a San Nazario: i giovani, le donne, i ragazzi mangiarono, sdraiati sull’erba sui margini della strada, sparpagliati per la china a gruppi, a capannelli intorno alle marmitte, alle cucine, ai fornelli improvvisati.

Dopo il vespro gli sposi discesero al Ronco di San Nazario.

Luscià col suo abito di raso bianco a pagliuzze d’oro era sfolgorante, tutti i _romes_ si alzarono per renderle omaggio. Il solo Nick rimase fermo sull’erba, col bicchiere fra le labbra: i suoi denti stritolarono il cristallo. Nessuno guardò il conte; appena Dan si degnò fargli dire da Cihari che il vino datogli era cattivo.

I capi si accosciarono di nuovo sull’erba e Luscià presentò loro la coppa del buon pronostico; ciascuno beveva e le faceva ad alta voce un augurio.

Quando venne la sua volta, Nick aggiunse al saluto d’obbligo alcune parole smozzicate fra i denti. La giovane balenò; uno spruzzo di vino cadde sulla sua veste nuziale e le fe’ una piccola macchia sanguigna.

Il giro, cominciato da Dan, si chiuse con lui: egli bevette il primo e tornò a bere per l’ultimo: egli aggiunse stavolta al complimento una piccola monetuzza d’argento che gettò nella coppa.

Ma Luscià notò che al suo fianco era vuoto il posto di Suceawa, il quale, come figlio del _balubassa_, aveva diritto di assidersi alla mensa d’onore.

Le libazioni più frequenti e numerose scomposero la gravità dell’assemblea. Luscià si scostò dal circolo: aveva visto Suceawa disteso al sole in mezzo al prato. Gli si avvicinò. L’infelice si dibatteva sotto il brivido della febbre.

Lo chiamò per nome carezzevolmente; e gli offerse la coppa che aveva riempita per lui.

Egli si voltò, la guardò stupita un momento: poi prese la coppa, vi accostò le labbra, — ma tosto la gettò come gli scottasse le labbra, e si ravvoltolò con un rantolo angoscioso sul terreno.

Luscià si chinò; gli prese la fronte tra le mani, e cominciò a parlargli: egli singhiozzava. Ma ad un tratto si adombrò, si contorse di nuovo, la respinse.

Ella tornò al Ronco.

Il convito era finito; l’orgia cominciava.

Nuovo vino era venuto dal castello, e questa volta Dan s’era degnato d’invitare il conte a sedere al suo fianco.

Il conte lo interrogava sugli antichi ricordi, sulle credenze, sulle sciagure della sua razza, e il vecchio giudice gli rispondeva:

— Le nostre donne pregano tutti i _dewol_ della terra, e ciò non mi ha mai fruttato un solo _para_: l’importante è aver molti cavalli e che siano sani; ma tutti oramai chiudono i prati alle puledre dei _romes_, e l’erba dei fossi è insalubre.

Le più giovani della tribù danzavano il _tanàna_. Accosciate in semicerchio dicontro al capo, dondolavano a cadenza la persona tutte insieme, come steli di fiori ripiegati dalla brezza; il tuono lamentevole, dolce del moscalu, simile a quello di un’antica zampogna, accompagnava quei moti di una mistica malinconia.