Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 9

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«--Lo so, Fulvia, e ve ne domando perdono. Ma è necessario parlarci francamente per evitare degli equivoci, le cui conseguenze sarebbero dolorose per entrambi. Voi avete troppa immaginazione. Vi siete figurata una felicità che non esiste. Vi siete fatto uno di quegli ideali inebrianti, che hanno d'uopo per realizzarsi di tutta la somma di pregi che la natura ha ripartito in scarse dosi fra gli uomini, senza la larga parte di difetti che ciascuno di essi possiede. Voi volete la bellezza elegante, e la maschia espressione della forza; volete gli impeti inconsiderati della passione, e la pace dignitosa del sentimento legittimo; volete l'imprudenza giovanile, ed il decoro; volete un insieme di cose che non si possono associare. Un giorno trovaste in me alcune delle qualità del vostro ideale, e mi amaste per esse; poi ne scontraste in un altro qualcuna più saliente, ed amaste lui; in realtà non amate nè me, nè lui, nè un altro; è sempre la vostra visione che amate, dispersa qua e là, ed associata a difetti non contemplati nel vostro programma, che si rivelano poi, e raffreddano il vostro entusiasmo. È per questo che, legata a me aspiraste a Guiscardi, e sul punto di legarvi a lui, rimpiangete me. Se fosse possibile a me di darvi la mia figura elegante e quella che voi chiamate la nobiltà del mio carattere; se fosse possibile a lui di cedervi la sua impetuosità giovanile e la sua bella voce ed il suo fiero disprezzo delle convenienze, ed il suo ingegno; e, finalmente, se fosse possibile a voi di animare quelle qualità astratte, non rimpiangereste più nè lui, nè me, e sareste contenta con quel fantasma di vostro gusto. Ma ciò non è possibile. Ed a qualunque di noi vi appigliaste, siatene certa, Fulvia, voi fluttuereste sempre fra l'uno e l'altro, in una alternativa incessante d'aspirazioni e di rimpianti.

«Io tenevo il capo abbassato; sentivo la verità di quel giudizio, e piangevo amaramente in silenzio.

«Eravamo giunti alla porta della mia casa; egli mi stese la mano dopo avere staccato il mio braccio dal suo, e mi disse:

«--Addio, Fulvia.

«Io avevo pieno il cuore, piena la mente di un mondo di cose da rispondergli. Era una riconoscenza infinita, ed un profondo pentimento.

«Alzai gli occhi, ma il suo sguardo limpido e leale mi paralizzò. Mi sentii avvilita dinanzi a lui, non potei che rispondergli piangendo:

«--Addio, Gualfardo.

«E lo vidi allontanarsi per sempre.

XXXI.

«Fu una notte orribile per me, nella quale il mio cuore non cessò un momento di battere lento e forte come una campana sepolcrale.

«Sentivo il vuoto intorno a me; eppure ben altri dolori m'aspettavano.

«Mi ero alzata presto dopo quella notte di veglia e di pianto, e dalla mia finestra guardavo sbadatamente nella via.

«Mentre stavo assorta così, sentii prendermi per la vita e baciarmi sui capelli.

«Era il babbo; ed era tanto pallido che, appena l'ebbi veduto, tutte le mie preoccupazioni svanirono; non provai che lo spavento di vederlo cadere in deliquio.

«--Mio Dio, babbo, come sei pallido! Che hai? Stai male?--gli chiesi tremando di spavento; e lo feci sedere sul mio sofà, gli proposi di fargli il caffè, di andare pel medico, e che so io altro.

«--No; mi rispose trattenendomi, non mi occorre nulla. Son venuto per parlarti di cose gravi. Resta qui. Fammiti vicina; ho bisogno d'abbracciarti per prender coraggio, povera Fulvia!

«Pensai che Gualfardo gli avesse scritto che rinunciava alla mia mano.

«--Vuoi dirmi di Gualfardo?... domandai.

«--No, cara. Ti parlerò anche di lui, ma quello è il più caro, il più consolante de' miei pensieri. Debbo dirti una triste, triste notizia; si tratta di me, Fulvia, del tuo povero babbo...

«Era profondamente commosso; la sua voce tremava.

«Credetti di comprendere, e chiudendogli la bocca con un bacio, gli dissi:

«--Non dir più altro, babbo. Sono una sbadata; avrei dovuto pensarci prima, che puoi trovarti in istrettezze. Io ho tutto il denaro dell'ultimo teatro. Da questa mattina non avrai più nessun pensiero molesto; scusami, povero babbo, non penso mai a nulla.

«--Tu sei un angelo, mi rispose singhiozzando; ed io debbo perderti, lasciarti per sempre...

«A quella parola una luce fatale si fece nella mia mente. Misi un grido e scoppiai in pianto.

«Povero, caro babbo! Egli, tanto ammalato, mi consolava in quel supremo dolore.

«--Il tuo cuore ti ha detto la verità. Coraggio, mia buona Fulvia. Pensa che sono vecchio. Dobbiamo pur morir tutti...

«--Ma no, tu non morrai; tu non devi morire. Faremo tutte le cure possibili; chiameremo dei medici.--E piangevo, e mi agitavo nella convulsione del mio dolore, tenendo stretto al cuore quel mio unico parente, quasi per contenderlo alla morte che lo minacciava.

«La serva accorse alle mie grida, e mi disse con piglio severo:

«--Non faccia scene, signorina. Non vede che fa del male al suo babbo? Il medico gli raccomanda di evitare ogni commozione.

«Quelle parole mi richiamarono in me. Ma il mio cuore era spezzato da quell'annuncio crudele. Mi posi in ginocchio accanto al babbo, e cercai di persuaderlo che il suo male non era grave.

«--Dimmi tutto, babbo; narrami come ti ammalasti, che medico ti vede, e come ti venne quella idea triste che mi ha fatto tanta pena.

«--Come mi ammalai non lo so. Ma viveva ancora la tua povera mamma che io soffrivo già di un acuto dolore al cuore, ogni volta che mi esponevo a qualche fatica. Quand'ella morì, l'affanno di quella perdita mi sviluppò una malattia di cuore, che mi tenne a letto più d'un mese. Tu eri bimba allora, ma devi ricordarti di questa circostanza.

«--Guarii, ma continuavo a sentire a quando a quando quella puntura al cuore; qualche volta avevo violente palpitazioni. Poi tutto passava, ed io non ci badavo punto.

«--Ma quest'inverno il dolore cominciò a farsi insistente; al solo salire una scala la palpitazione mi soffocava. Lasciai che tu fossi partita per Milano, poi chiamai il medico. Egli mi prescrisse le solite pillole che prendevo sempre quando si ridestava il mio male; più tardi mi consigliò i bagni di mare. Fu allora che ti raggiunsi a Livorno. Ti ricordi che mi trovasti dimagrato e pallido, ed io ti dissi che soffrivo il caldo? Era la malattia che aveva già fatto terribili progressi.

«--Il pensiero di lasciarti sola al mondo mi spaventava. Non volevo crederci; non mi ci potevo adattare. Speravo sempre; volevo sperare ad ogni costo.

«--Feci la cura dei bagni di mare con assiduità; avevo riposto in essa tutta la mia fiducia; ma ne tornai più malato di prima. Quando mi salutasti allo scalo di Livorno per andare a Firenze, mi parve che non mi restasse tanta vita da vederti tornare, e dissi a Gualfardo:

«--Pensa a renderla felice, perchè non ha più che te sulla terra. Io non la vedrò più.

«A quelle parole del babbo, io, che avevo sempre pianto in silenzio nelle sue braccia ascoltandolo, non potei più frenare i miei singhiozzi, e mi abbandonai ad un pianto convulso, disperato. Il babbo piangeva anch'esso; mi baciò più volte con trasporto, e ripigliò:

«--Via, non tormentarti, Fulvia. Vedi che ho potuto riabbracciarti. Chi sa; potrò forse ancora durare a lungo: sono malattie lente. Ma, per la mia tranquillità, perchè io possa pensare senza spavento alla morte, vorrei che tu mi dessi la consolazione di vederti unita a Gualfardo.

«Quella domanda in quel momento mi suonò terribile, spaventosa come un rimorso. Il mio fatale amore per Max, aveva distrutta l'ultima speranza del mio povero babbo. L'idea di dirgli in quel momento la triste verità, che Gualfardo non era più nulla per noi, che io l'avevo respinto colle mie follie, che non lo vedremmo mai più, mi fece spavento. Sentii che quella notizia poteva essergli fatale, che l'avrebbe forse ucciso; compresi che dovevo ingannarlo. Rimasi muta, assorta nel mio dolore.

«Egli pensò che esitassi a decidermi, e mi disse ancora:

«--Tu ti lasci sedurre da un'arte che lusinga il tuo amor proprio, e le sacrifichi un amore che ti farà felice. Credilo al tuo babbo, che ti ama tanto. Io ho studiato l'animo di Gualfardo; pensa con che interesse l'ho studiato, dacchè so di doverti lasciare a lui, senza nessun altri al mondo per proteggerti ed amarti. Credimi, Fulvia, che se avessi la scelta fra i più splendidi partiti per collocarti, non vorrei scegliere altri che lui; non ho conosciuto mai un più nobile cuore, un animo più leale. Quando tu eri lontana, era lui che teneva il tuo posto presso di me; che mi amava come un figlio; che mi vegliava la notte quando stavo male; che sacrificava tutte le sue ore di riposo per supplirmi all'ufficio, e compiere per me un lavoro che mi diveniva sempre più faticoso. Fu lui che si assunse mille brighe per domandare ed ottenere la mia giubilazione. Se in questi ultimi tempi potrò godere un po' di riposo senza cadere nella miseria, lo debbo a lui. Non potrai amarlo mai abbastanza per tutto il bene che ha fatto al tuo babbo, mentre tu, povera figliuola, eri costretta a starmi lontana...

«E sentendo che io piangeva amaramente, con tutta l'amarezza del rimorso, riprese:

«--E tu pure lavoravi per me, ed ora mi porti il frutto delle tue fatiche, che servirà a curarmi. Ho tanto bisogno di cure e d'affetto. Tu mi farai guarire, mia Fulvia.

«Io sentivo che diceva tutto questo per consolarmi; perchè, nel riandare la sua povera storia di dolori, s'era accorto del contrasto penoso tra la mia posizione e quella di Gualfardo: tra me festeggiata, inebriata d'applausi, felice e spensierata, lontana da lui,--e quel generoso giovane che lo curava, lo consolava, lo sosteneva nelle difficoltà della vita. S'era accorto che le cure di Gualfardo erano altrettanti rimproveri al mio abbandono, e voleva consolarmi mostrando apprezzare i miei guadagni che gli arrivavano tanto tardi.

«Come mi sentivo avvilita da tanta generosa bontà! Come ero nulla al confronto di quei due nobili cuori! Ed appena tornata presso il mio povero babbo, avevo allontanato da lui quell'unico amico, quel figlio che lo consolava, che gli rendeva meno penosa la morte.

«Il babbo non diceva più nulla. Era là pallido, ansante per l'emozione sofferta, e mi guardava coi suoi occhi lagrimosi e supplichevoli. Volli consolarlo ad ogni costo, e gli dissi:

«--Sì, babbo; io sposerò Gualfardo appena sarai guarito; ed intanto sta certo che io l'amo, che lo amo tanto, più della mia arte, più della gloria, più di tutto. Tu solo mi sei più caro di lui. Ti cureremo insieme, faremo dei bei progetti accanto a te, e quando starai bene ci sposeremo; e se io dovrò cantare tu mi accompagnerai; e quando non canterò staremo tutti e tre insieme.

«Povero babbo! Bastarono quelle parole a consolarlo. Si mise anch'egli a far dei progetti, ma pur troppo non ci credeva, e li faceva per illuder me.

«Da qualche tempo il suo male s'era aggravato. Non usciva che pochissimo, e non mai solo. Gualfardo lo accompagnava. Egli s'era offerto di venirmi ad incontrare a Milano, per prepararmi alla disgrazia che m'aspettava. Temevano che la vista del babbo così magro e pallido mi colpisse troppo dolorosamente.

«Ed invece egli m'aveva trovata a Milano folleggiante dietro un amore colpevole, dimentica della famiglia, di lui, di tutto. Come doveva disprezzarmi! E come dovette disprezzarmi ancora più, quando al mio giungere, tutta assorta nelle passioni che mi tempestavano nell'anima, io non m'ero neppure avveduta del deperimento del mio povero babbo; non avevo domandato perchè, giubilato da circa un mese, e senza impegni, non fosse venuto egli stesso ad incontrarmi. Non avevo chiesto nulla, non avevo veduto nulla; egoista, crudele, non pensavo che alla mia passione ed a' miei rimorsi.

XXXII.

«Per tutto quel giorno il babbo fu così spossato dall'emozione, che non ebbe la forza di vestirsi per fare una passeggiata. Rimase in abito da camera, steso nella sua poltrona. Non mangiò quasi nulla, e ripetutamente si lagnò di non vedere Gualfardo. Io gli dissi una quantità di scuse: aveva trascurato a lungo le sue lezioni durante la mia assenza, ed ora, che io era presso il nostro caro malato, desiderava di riparare il tempo perduto. Andava in iscena un'opera nuova, ed egli doveva dirigere le prove d'orchestra. Era occupato egli stesso a scrivere un'opera, ed aveva frequenti abboccamenti col poeta che gli scriveva il libretto.

«Ma il babbo non s'appagava di quelle ragioni che egli sapeva al pari di me.

«--I giorni scorsi lavorava qui--mi diceva;--e tra una lezione e l'altra passava a vedermi. Dovrebbe oggi venire più che mai, dacchè ci sei tu. Voi non v'amate come prima. Ieri me ne sono accorto. Perchè non vi parlavate punto tornando dallo scalo? Tu non lo guardavi nemmeno; ed egli se ne andò appena fosti giunta. Ebbi una grande fatica a salire la scala da solo. Egli mi reggeva sempre. Come è andata a non scontrarvi a Milano?

«Tutte queste domande mi straziavano il cuore. Rispondevo vagamente, cercando di rassicurarlo, ma vedevo che non potrei ingannarlo a lungo. L'assenza di Gualfardo lo tormentava, ed a me non riesciva di spiegarla.

«Dopo due giorni il babbo era tanto inquieto, che mi obbligò a mandare la serva da Gualfardo per vedere se non fosse malato. Profittai di questa sua idea, e senza mandare, rientrai dopo un tempo conveniente per lasciargli credere che fosse eseguita la sua commissione, e gli dissi, che Gualfardo era a letto con una infreddatura al capo, che sperava di alzarsi presto, ed appena uscirebbe di casa verrebbe da noi. Che del resto il suo male non era grave.

«Il mio povero malato si crucciò tutta notte, vegliò angosciato pensando al suo giovane amico. Io dormivo nella sua camera stesa sopra un sofà senza spogliarmi, per esser pronta ad assisterlo sempre. Lo sentii sospirare, rivoltarsi nel letto, e mi domandò da bere con una frequenza straordinaria. Aveva una febbre violenta.

«Al mattino mi disse:

«--Fulvia, Gualfardo dev'essere malato più seriamente che non dice. Siamo appena in settembre e fa un caldo soffocante. Con un caldo così non si sta letto per un'infreddatura. Manda ancora stamane a vedere come sta. E poi appena sarò alzato prenderemo una carrozza; tu mi accompagnerai, ed andremo a vederlo.

«Non era possibile esporre il povero babbo in quello stato ad una scoperta dolorosa. Andando da Gualfardo lo avremmo trovato fuori, avrebbe compreso d'essere ingannato, avrebbe scoperto la verità, ne sarebbe morto di dolore.

«Corsi nella mia camera e scrissi in fretta questo biglietto, che mandai a Gualfardo:

--«Il babbo sta male e vi domanda ad ogni momento. Nello stato in cui è ridotto, non posso dirgli perchè non venite più; lo ucciderei. La nostra unione è la sola speranza che lo conforti nei suoi dolori.

--«Siate generoso, Welfard. Venite per lui. Lasciategli la sua dolce illusione; e quando il vostro ufficio pietoso sarà compito, mi lascierete sola col mio dolore; non mi vedrete mai più, ed io vi benedirò pel bene che avrete fatto al mio povero babbo.

«FULVIA.»

«Mandai la serva con quel biglietto; la mandai in carrozza per avere più presto la risposta. L'aspettai in un'angoscia inesprimibile. Omai non mi facevo illusione sullo stato del babbo. La sua vita, la breve vita che gli rimaneva ancora, dipendeva da quella risposta.

«Dopo mezz'ora la serva tornò con un altro biglietto. Lo apersi tremando, ed in quel momento pregai dal fondo del cuore come da gran tempo non avevo pregato. La mia fede era così grande, così vera in quell'ora di dolore, da credere che la mia preghiera potrebbe modificare la risposta di Gualfardo già scritta, già nelle mie mani.

«Non erano che quattro parole:--«Fra un'ora verrò.»

«Misi un grido di gioia, corsi in camera del babbo, e gli dissi:

«--Gualfardo è guarito, sta bene, fra un'ora verrà.

«E lo dissi con tanta gioia, pensando da che pericolo lo salvava quella notizia, che il povero babbo, tratto in inganno, scambiò quel trasporto figliale per un trasporto d'amore, e, sempre preoccupato di me e del mio avvenire, mi abbracciò tutto consolato, e mi disse:

«--Dunque sei ben contenta di vederlo; dunque lo ami; sarai felice con lui? Quanto bene mi fa questo pensiero. Temevo che tu non l'amassi.

«Quella parola fu un altro rimprovero. Sì. Amavo Gualfardo con tutta la mia riconoscenza di figlia. Ma non era quello l'amore cui pensava il mio povero babbo.

«Esatto come sempre, Gualfardo giunse all'ora indicata. Egli fu generoso fino all'eroismo. Debbo pur dirlo, per quanto la sua generosità fosse per me una tortura. Mi salutò colla solita dolcezza tranquilla, mi strinse la mano e mi baciò sulla fronte. Ma intanto mi susurrò all'orecchio col suo sguardo più cerimonioso:

«--Perdonate, Fulvia; è necessario fingere per la pace del babbo.

«E tutto il conforto, tutta la dolcezza che m'avea posta nell'anima la soave intimità di quel saluto, dileguarono a quelle parole.

«D'allora egli fu sempre assiduo presso il babbo come lo era stato durante la mia lontananza. Quando li vedevo uscire insieme, e Gualfardo si metteva un braccio del povero babbo intorno al collo, e lo cingeva alla vita per sorreggerlo nello scendere la scala, poi entro la carrozza gli accomodava i cuscini, e mi salutavano tutti e due dalla finestra dove correvo per vederli ancora, pensavo con dolore che io era estranea a quel cuore che mio padre credeva mio, che non m'era più data la suprema delle gioie di rendergli una vita d'amore in compenso della sua generosa devozione.

«A misura che lo vedevo così nobile, così buono, la memoria di Max diveniva più scolorita nella mia mente. Ed in quell'atmosfera di affezioni calme, legittime, sante, il mio amore per Max mi sembrava un romanzo, una follia. E ne arrossivo ogni giorno più. Mentre prima lo avrei gridato sui tetti, ora mi vergognavo di ripensarci io stessa. Era perchè il mio cuore si apriva per la prima volta ad un sentimento basato su qualche cosa di serio, di grande. Ad un amore inspirato dalla riconoscenza figliale, dalla virtù. Dinanzi a questi due nobili moventi, cos'erano più la bella voce ed il carattere bizzarro di Max?

«Quante lagrime ho sparse in quelle ore tristi in cui rimanevo sola a rassettare la stanza del mio povero babbo, a rifare quel letto, ad accomodar quei guanciali, dove pur troppo tra poco non riposerebbe più!

«Poi tornavano; rivedevo quelle cure amorose dell'elegante giovane pel povero vecchio infermo, e quelle attenzioni delicate, figliali, che mi inondavano l'anima di riconoscenza e d'amore, e ricevevo ancora il suo bacio, il saluto soave e fatale, come l'oppio che inebria ed uccide.

«Ne venni al punto d'attendere, d'invocare ansiosamente quelle ore di disperante commedia; di accogliere con passione quel bacio convenzionale, di valermi del vantaggio della nostra strana situazione per stringere al mio cuore quell'uomo che non mi amava più, per serrare la sua mano tra le mie, per parlargli come ad un fidanzato, per pascere il mio cuore innamorato con una cara e funesta illusione.

«Nessuno, al vederci così uniti nell'affetto, nella cura comune d'un caro infermo, che entrambi chiamavamo babbo, nessuno avrebbe sospettato mai che tempesta mi fervesse nell'animo e che abisso ci separasse.

«Intanto la malattia del babbo procedeva rapida, inesorabile. Gli si eran gonfiate le gambe, le mani, il volto; omai non usciva più, ed a stento ci riesciva di collocarlo in una poltrona per rifargli il letto. Era una poltrona lunga dove il malato stava disteso; e mentre io accomodavo il letto, Gualfardo apriva le finestre, poi spingeva lentamente la poltrona per far movere il babbo e fargli respirare un po' d'aria.

«Oh! in quel momento mi sarei gettata in ginocchio, avrei baciato i suoi piedi, per implorare che mi lasciasse dedicargli la mia vita. Tutta la mia riconoscenza di figlia si volgeva in amore per lui, tanto generoso, buono, servizievole nella sua apparenza fredda ed elegante. Ed io stupida e leggiera non avevo saputo indovinare quel nobile cuore.

«Intanto il babbo insisteva sempre a pregarci perchè ci sposassimo prima ch'egli morisse.

«Noi ripetevamo che volevamo aspettare che fosse guarito, che per allora non pensavamo che a lui; non volevamo fare un matrimonio nella tristezza; avremmo celebrate insieme le nostre nozze e la sua guarigione.

«Ma egli non s'illudeva sul suo stato, ed un giorno ci disse, quasi piangendo:

«--Perchè non volete darmi questa consolazione? Siete tanto buoni tutti e due, e potete respingere la preghiera d'un moribondo? Fulvia, te lo domando pel bene che ti voglio, pei tormenti che soffro, pel dolore della nostra separazione; Gualfardo, te lo domando in nome di tua madre, nella solennità della morte; datemi questo conforto, questo pensiero di pace. Che vi veda uniti, che possa dire: lascio a mia figlia l'amore e l'appoggio del più nobile degli uomini, ed allora morrò contento.

«A quell'appello straziante per una grazia impossibile, io scoppiai in pianto. Credetti giunta l'ora terribile di svelare la verità, di troncare quel misero filo di vita con un ultimo, grande dolore.

«Ma Gualfardo, generoso, grande, clemente come un Dio, si alzò, venne a me stendendomi le mani, e mi disse:

«--Volete essere mia sposa domani, Fulvia?

«Poi, col piglio sommesso con cui soleva dirmi dopo un bacio quel crudele «_Perdonate_» che mi gelava il cuore, tornò a ripetere stringendomi le mani:

«--Volete?

«Egli perdonava; faceva sacrificio di sè, del suo sdegno, dinanzi al desiderio d'un moribondo; e per risparmiargli un dolore diceva realmente a me, che non amava più, a me, che disprezzava: «Volete essere mia sposa?»

«Era troppo grande sacrificio per lui; troppa grande gioia per me che la meritavo così poco.

«Ebbi il coraggio di respingerla, e, con uno sguardo che voleva dire: «Secondatemi» risposi:

«--Domani è impossibile, Welfard. Dovete prima far venire le vostre carte. Scrivete; procuratevele, e poi ci sposeremo subito.

«Gualfardo mi strinse ancora le mani, poi me le lasciò cadere susurrandomi:

«--Brava!

«Era una parola crudele. Mi diceva che liberandolo da me lo aveva salvato. Eppure mi fece del bene. Il suo amore era perduto per me. Mi era ancora un conforto la sua stima.

«Ma il babbo disse con tristezza:

«--Ci vorranno almeno otto o dieci giorni. Il vostro paese è tanto lontano! Non avrò tempo a vedervi uniti!

«Allora fui io che presi la mano di Gualfardo, e traendolo accanto al letto dissi:

«--Tu avrai tempo a vederci sposi, ed a vivere con noi molti anni, babbo. Ma per farti piacere noi ci uniamo ora qui; davanti a Dio e davanti a te; tu ci benedirai, e sarà come se fossimo già sposati.

«Ed alla mia volta susurrai a Gualfardo: «Perdonate.»

«Egli comprese ch'io non davo valore a quella cerimonia; che volevo soltanto ingannare pietosamente il povero malato; ancora una volta mi disse: «Brava!» e s'inginocchiò accanto a me, ed il babbo congiunse le nostre mani e ci benedisse.

XXXIII.

«Da quel momento la pace entrò nel suo cuore, ed il suo volto fu sempre animato da una serena rassegnazione. Vedeva avanzarsi la morte a gran passi, e ne parlava senza terrore. Il mio povero babbo era profondamente credente; aveva quella fede consolante che toglie ogni squallidezza alla morte; che anima di spiriti aleggianti, di memorie, d'affetti e di speranze, la tristezza glaciale della tomba.

«Ci parlava con dolcezza di quando saremmo uniti, in un piccolo nido d'amore, e la sua anima invisibile vivrebbe tra noi: