# Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

## Part 8

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«S'udì ruotar la carrozza in corte, e Massimo salì a prendermi per la partenza. Mi trovò mesta; volle consolarmi e mi fece piangere. Il cameriere prese la valigia e ci precedette. Noi ci stringemmo ancora una volta la mano e scendemmo le scale, e salimmo in carrozza, e traversammo la città scura e dormente, e giungemmo allo scalo senz'avere scambiata una parola. C'era ancora un quarto d'ora da aspettare. Ci sedemmo in un angolo riposto, e ci ripetemmo le più sincere promesse di _sempre_ e di _mai_.

«O propositi profondamente veri, amore profondo, profondo dolore da cui eravamo compresi! Calde inspirazioni di quelle proteste, di quei giuramenti! Che fu di voi? Ahi, tutto passa. _Sic transit_.

«Poco dopo di noi giunse la contralto. Ella salutò, ci precedette, ed andò a mettersi in carrozza. Max ed io traversammo insieme la sala d'aspetto, ed insieme ne uscimmo dall'altro lato. Io entrai nel carrozzone dov'era la contralto. Egli salì sul predellino e rimase là guardandomi muto e melanconico. Lentamente s'era fatto una luce scialba e triste, e Max mi disse:

«--Incomincia ad albeggiare.

«In quella il convoglio si mosse; egli mi strinse forte la mano e si allontanò. Fu l'ultima parola, l'ultimo ricordo senza amarezza che mi rimase di lui. D'allora non potei più veder l'alba senza sentirmi stringere dolorosamente il cuore, senza rivedere tutti quei fantasmi d'amore, di gioia, e sentirne la morte nel gelo di quell'ora, nella malinconia di quella luce, nella ricordanza di quella parola. E pensando ad una ad una le cose e le idee a me care, su cui cominciava ad albeggiare, mi ripetei poi sempre rabbrividendo: non vedranno il tramonto.

XXVIII.

«--Torino! Porta Susa! Chi scende! Porta Susa!

«Queste grida ripetute a varie distanze e lo spalancarsi della portiera, mi strapparono alle mie fantasticaggini. Scesi dalla carrozza e mi avviai all'uscita, triste, confusa, umiliata all'idea di incontrarmi con Gualfardo.

«Avevo fatti pochi passi, quando sentii prendermi di mano la valigia, ed udii una voce ben nota dirmi:

«--Ben tornata, Fulvia.

«Era Gualfardo.--Pensai che, per un carattere freddo e chiuso come il suo, aveva fatto molto a domandare che lo lasciassero passare entro lo scalo per incontrarmi un minuto prima, e quel pensiero mi serrò il cuore come un rimorso.

«--Come va, Gualfardo? gli dissi.

«--Bene, bene, e voi? Passate di qui, a destra. Il vostro, biglietto? E mentre rimetteva il biglietto alla guardia, riprese:

«--Ecco il babbo.

«Io gli corsi incontro per abbracciarlo.

«--Ben tornati, disse il babbo.

«Quel plurale mi sorprese. La gioia del mio ritorno lo confondeva.

«--È un pezzo che state ad aspettarmi? domandai.

«--No, giungo or ora, rispose il babbo.

«--Ah, sei venuto solo? gli chiesi stupita che rispondesse in singolare alla domanda che gli avevo fatto in plurale.

«--Sicuro. E voialtri avete fatto buon viaggio?

«--Come, voialtri? Io.

«--Ma non siete venuti insieme?

«--Son venuta colla contralto; ma tu non la conosci punto. A proposito, nello scendere è sgusciata via. Non l'ho più vista.

«Intanto eravamo usciti sotto il portico, e Gualfardo fece avanzare una carrozza. Quando io ed il babbo vi fummo entrati, Gualfardo mi domandò la ricevuta del mio bagaglio, e voleva rimanere per farmelo condurre a casa subito. Io risposi che non occorreva; potevo far ritirare i bauli con comodo il domani.

«Egli ci mise dell'insistenza, come se gli desse noia d'entrare in carrozza con noi. Allora il babbo gli disse:

«--Almeno metti qui le valigie che t'imbarazzano.

«Un altro plurale! Io non avevo che una valigia.

«--Sì, dissi; posate la mia valigia. Ed intanto tiravo fuori il portafogli per dargli la ricevuta del bagaglio.

«Egli posò sul sedile dinanzi a noi la mia valigia, prese lo scontrino che gli porgevo, e via.

«--Gualfardo! gli gridò il babbo. Anche l'altra, che ne fai di quell'impiccio?

«Gualfardo tornò indietro. Era un po' arrossito, ed il suo occhio ebbe qualche cosa di triste in risposta al mio sguardo attonito.

«Egli aveva due valigie!

«--Ma io non ne ho che una, gli dissi. Quella non è mia...

«--È mia, disse Gualfardo.

«Sentii vagamente che in quella parola c'era qualche cosa di spaventoso, e tuttavia non compresi ancora.

«--Vostra! esclamai. Mi siete venuto incontro colla valigia?

«--Ma sì;--ed entrando in carrozza soggiunse: Tanto fa che venga con voi; il bagaglio lo prenderò domani; e diede l'indirizzo al cocchiere. Poi, fissandomi con quella sua aria impassibile da tedesco che metteva i brividi, mi disse:

«--Vi sono venuto incontro fino a Milano; ecco perchè ho la valigia.

«--Ah? che? come? Non vi siete scontrati? Ora capisco perchè volevi nascondere la valigia colla scusa di rimanere a ritirare il bagaglio. Non volevi ch'io ridessi!

«Così esclamava il babbo, e rideva, e trovava un umorismo infinito a pensare che Gualfardo mi era venuto incontro senza trovarmi; ed attribuiva la confusione di Gualfardo e la mia confusione unicamente alla paura del ridicolo.

«Oh Dio! il ridicolo! avrei voluto vedere tutta Torino a bocca squarciata, tenendosi le costole dal ridere per conto mio; avrei riso più forte di tutti, avrei danzato di gioia se avessi potuto non essere che ridicola.

«Ero rimasta fulminata dalle parole di Gualfardo. Avevo udito le osservazioni del babbo meccanicamente; ma nel mio interno avevo ben altra preoccupazione.

«Che cosa aveva fatto Gualfardo a Milano? Come e perchè non mi aveva trovata? Sapeva qualche cosa? Sapeva tutto? O non sapeva nulla?

«Il suo volto era perfettamente impassibile. A giudicare da quello si poteva credere che non sapesse nulla.

«Cento domande mi vennero alle labbra nell'ansietà di quel momento. Ma sentivo battermi il cuore con tale violenza, e provavo un'angoscia ed un'umiliazione tanto profonde, che non avrei potuto pronunciare una parola su quell'argomento, senza tradirmi col rossore e col tremito della voce.

«Così non dissi più altro, e mi diedi a guardare fuori dallo sportello, ed a fissare i passeggieri con tanta attenzione, come se tra essi cercassi una persona aspettata, dalla cui presenza dipendesse il massimo interesse della mia vita.

«E Gualfardo, seduto di contro a me, stava ritto come un palo per lasciarmi padrona dello sportello, e non fece più la menoma allusione al suo viaggio. Pareva che, ai nostri occhi, l'andare incontro a qualcheduno per sette ore di ferrovia e non trovarlo, e tornare indietro ciascuno per suo conto, e vedersi soltanto allo scalo d'arrivo, fosse la cosa più naturale del mondo.

«Il babbo pensava, forse, che fosse nato tra noi uno di quei malumori da innamorati, che hanno bisogno di esaurirsi in silenzio, per dar luogo all'ansia della riconciliazione; e, dopo quella prima espansione di meraviglia, non cercò più spiegazione. Del resto, taciturno per abitudine come tutte le persone avvezze ad una vita monotona, laboriosa, e solitaria, non soleva mai cercare il fondo delle cose quando per giungervi gli occorreva un soverchio dispendio di parole.

«Quando la carrozza si fermò in via Roma, alla porta della nostra casa, Gualfardo scese pel primo, mi aiutò a scendere alla mia volta, prese la mia valigia da una mano e la sua dall'altra, e s'avviò verso la scala. Il cuore mi si allargò. Se saliva così col suo piccolo bagaglio, era dunque disposto a rimanere a colazione con noi. Incoraggiata da quell'idea lo guardai in volto; era perfettamente calmo. Grazie ad Apollo, grazie a tutte le divinità protettrici degli amanti, il suo viaggio non l'aveva condotto a nessuna scoperta; egli non sapeva nulla.

«Tutto questo pensai nell'istante ch'egli impiegò a muovere due passi. Al terzo, la serva che era scesa per incontrarci, lo fermò per isbarazzarlo delle valigie.

«In quel momento credo che il sangue abbia sospesa la circolazione nelle mie povere vene, tanto era vitale per me la risposta ch'egli stava per dare a quella serva.

«--Ah, bene! Poichè sei qui, ti lascio la valigia della tua padrona, e profitto della carrozza per portare a casa la mia.--Disse questo col solito piglio tranquillo. E cedette la valigia. Se ne andava! Mi lasciava appena arrivata. Che voleva dire? Sapeva perchè ero stata a Milano? Si allontanava per sempre?

«Questo pensiero mi traversò la mente spaventoso, come l'idea della morte, che ci empie di terrore nell'istante di cadere in deliquio. Esso mi strappò una domanda angosciosa:

«--Gualfardo! mi lasciate?... e tosto, sentendo la stranezza di quell'impeto, soggiunsi: Non restate a colazione con noi?

«--Non posso, mi rispose, senza neppure notare la mia agitazione. Sono due giorni che manco alle lezioni. Verrò questa sera.

«Due giorni! Gli porsi macchinalmente la mano, e salii le scale di corsa senza aver mente a rispondere una parola.

«Due giorni! Mio Dio! Quanto può aver scoperto in due giorni!

XXIX.

«Per tutti i vizi che la morale condanna, per tutte le colpe che la legge punisce, dovrebbe essere espiazione sufficiente la tortura morale che io soffersi quel giorno. Mi sentivo avvilita in faccia a Gualfardo; sentivo ch'egli aveva diritto di sprezzarmi, e ne piangevo con tutta l'amarezza del mio cuore. Pensavo:

«--Questa sera, o mi darà un bacio, come soleva prima che partissi, ed io dovrò renderlo,--io che l'ho tradito,--fare la parte di Giuda, piegarmi all'onta della finzione. O non mi darà il solito bacio, ed allora vorrà dire che sa tutto, che non si considera più mio fidanzato, ma ha bastante fede nella mia lealtà per aspettare che gli faccia io stessa la confessione che gli debbo.

«Ed allora pensavo seriamente a quella confessione. La dovevo io realmente? Non avevo ricusato di sposare Max per evitarla? Ed ora perchè la farei? Max non era che un amico per me.

«Sì, ma un amico che ero andata a vedere segretamente; un amico da cui aspettavo una lettera con tutta l'ansietà del mio cuore.

«Ed un istante sentivo di dovere aprir l'animo mio a Gualfardo ad ogni costo.

«Poi andavo alla finestra, guardavo un poco la gente, pensavo che, forse, neppur la metà di quelle signore che avevano marito, nutrivano per esso un sentimento più caldo dell'affettuosa stima ch'io aveva per Gualfardo. Che, forse, una gran parte di esse avevano amato un altro prima di sposar quello, che se ne ricordavano ancora; eppure non erano meno buone mogli, ed i loro mariti non erano infelici per questo; e nessuno faceva a quelle donne una colpa dei loro sentimenti combattuti; nessuno le disprezzava. Ricordai parecchie signore ch'io conosceva in quelle identiche circostanze; erano signore ammodo, cui il mondo non faceva la menoma eccezione, il menomo rimprovero.

«Allora le mie idee presero un altro indirizzo.

«Certo io ero troppo scrupolosa. Infine mi ero contenuta decorosamente con Max; egli sapeva il mio impegno; tra noi non s'era parlato che d'un sentimento fraterno. Io non avevo tradito i miei doveri verso Gualfardo. Ero ancora degna di lui. D'altra parte, quanti giovani avevo io conosciuti mentre cantavo? Quanti m'avevano corteggiata? Quanti m'avevano parlato con meno riserbo di Max? Io non li avevo lusingati, avevo respinto il loro amore. Precisamente come avevo fatto con Max. Forse che pensavo di fare a Gualfardo la cronaca di quelle galanterie? Nemmeno per ombra. E perchè dovrei farmi un dovere di narrargli la mia relazione con Max? Perchè gli altri li avevo respinti senza soffrirne, e Massimo lo avevo ricusato con dolore? Ma questo non era che un merito di più.

«Poi vennero le penombre della sera. Non vidi più la gente in istrada. Non vidi più nulla intorno a me; ed allora guardai nella mia coscienza.

«E vidi che tutto ciò era sofisma per ischermirmi da un dovere penoso. Vidi che la mia colpa non stava nel sentimento involontario ch'io provavo per Max, ma nelle piccole ipocrisie d'amicizia con cui lo alimentavo; in quella specie di compromesso col mio dovere, con cui cercavo di ricusare il suo amore, e di serbarlo vivo al tempo stesso; di mantenermi in dolci rapporti con lui, senza spezzare il mio vincolo con Gualfardo, che per una cara abitudine si era immedesimato colla mia esistenza; e da cui non avevo il coraggio di sciogliermi.

«In realtà io non desideravo di sposar Max. Egli aveva un grande ingegno, una posizione agiata, un avvenire largo di promesse, una salute fiorente, una maschia bellezza, e tutte quelle attrattive di parola, di voce, di modi, di eleganti cognizioni, che guadagnano tutte le simpatie, che aprono tutte le porte.

«Un uomo così, nel matrimonio ha tutto a dare, nulla a ricevere. Per farmi sua moglie avrebbe dovuto sacrificarmi la sua libertà. Farmi vivere colle sue rendite ed i suoi guadagni, perchè la sua carriera legale sarebbe stata inconciliabile colla vita girovaga di un'artista. E poi egli non avrebbe avuto alcun bisogno di farmi continuare a cantare. Per adattarsi alla vita di famiglia avrebbe dovuto far violenza al suo carattere gioviale, brillante; alle sue abitudini chiassose e disappensate; imporsi una gravità, una monotonia, un ordine d'esistenza a cui non era punto inclinato, e che gli avrebbero costato un vero sacrificio.

«Ed io, cosa avrei potuto dargli in compenso di tutto codesto? Il mio amore. Ma quante donne potevano dargli altrettanto, e per di più censo, bellezza, ingegno...

«Decisamente nel matrimonio a lui sarebbe toccata la parte bella della generosità; a me quella umiliante dell'egoismo. Ecco perchè non desideravo di sposare Max.

«Invece Gualfardo era avviato alla stessa mia carriera del teatro. Non guadagnava più di me; e non poneva nessun ostacolo a che io continuassi a cantare, e contribuissi quanto lui e più di lui alla vita comune.

«Egli pure aveva molto ingegno; a lui pure sorrideva la gloria, ma la stessa gloria, lo stesso ingegno che sorridevano a me. Eravamo pari. E poi egli era taciturno, serio, compassato; non attirava le simpatie. Ed era quindi più in grado di apprezzare il mio affetto. Era delicato di salute e misantropo, due cose che creavano a lui il bisogno della famiglia, a me la gioia e l'orgoglio di fargliene sentire i vantaggi.

«Per tutte queste ragioni io mi spaventavo all'idea di perdere l'amore di Gualfardo, malgrado la libertà che mi risulterebbe da quella perdita.

XXX.

«Gualfardo fu buono quella sera come sempre. Mi baciò in fronte come soleva fare ogni sera, e mi parve che mi stringesse al suo cuore con un'espansione insolita.

«Ne risentii più acuta la fitta del rimorso. Mi sentivo così vile, d'ingannarlo come facevo, così vile...

«Avrei voluto scrivere a Max di troncare ogni corrispondenza con me; di dimenticarmi, di lasciarmi tutta ai miei doveri. Ma non ne avevo il coraggio. Ed aspettavo la sua lettera con tutta l'ansietà.--Sempre la miserabile attrattiva del frutto proibito!

«Il posdomani la lettera venne.

«Max era malato. Soffriva, era triste. Non poteva scrivermi altro perchè stava a letto. Appena guarito mi scriverebbe a lungo, aveva tante cose a dirmi.

«Era malato; ed io non poteva correre a lui, sedermi accanto al suo letto, curarlo, vegliarlo. Ed era malato per me, per la mia partenza; ne ero sicura. Stava così bene prima! Era dunque il dispiacere che lo faceva star male. No. Decisamente la nostra posizione non poteva durare così. Non si comanda ai proprii sentimenti. Poichè ci amavamo--non solo per noi, ma per lo stesso Gualfardo--era necessaria una confessione, una risoluzione.

«Quella sera aspettai Gualfardo in uno stato di eccitazione straordinaria. Volevo esser sola con lui. Ed invece il babbo s'era incastonato nel suo seggiolone come una perla in un anello. Aveva l'aria di doverci rimanere il resto de' suoi giorni; dacchè ero tornata, da tre giorni, non era più uscito.

«--Non esci a passeggiare, babbo? gli domandai.

«--No, mi rispose; fa un caldo orribile.

«Che fare? Pure era necessario ch'io parlassi con Gualfardo da sola.

«--Babbo, ripresi. Io invece sento il bisogno di passeggiare questa sera. Vuoi ch'io vada al Valentino a far un giro con Gualfardo? vuoi?

«--Eh! va. Omai sei artista; se gli ho permesso di andare ad incontrarti a Milano, non vedo alcun male a lasciarti fare una passeggiata con lui. Del resto è il tuo fidanzato.

«Io mi avviai alla mia camera per prepararmi col cappellino, tanto ero impaziente di uscir subito appena Gualfardo fosse giunto. Ma prima che fossi uscita il babbo riprese:

«--Ed è un bravo giovane, sai; un bravo, bravo giovane.

«--Sei ben fortunata, Fulvia, d'esserti imbattuta in lui; ed anch'io ne son fortunato. Muoio tranquillo, vedi, sapendoti nelle sue mani, perchè è un nobile cuore.

«Io fuggii senza rispondergli. Povero babbo! Io stavo per distruggere la mia fortuna, e la sua tranquillità. E perchè? O Dio!

«--Gualfardo, volete condurmi al Valentino a far una passeggiata?--gli dissi appena giunse.--Il babbo lo permette.

«Egli accettò colla solita cortesia.

«Era la prima volta che uscivamo soli. Eravamo un po' imbarazzati. Ed io pensavo quante volte ero uscita a Milano con Max, e che non eravamo imbarazzati; ed ammiravo quel carattere impetuoso, espansivo; e deploravo il riserbo di Gualfardo, e dicevo tra me:

«--Ecco com'è. È impossibile amarlo com'io l'intendo. È la sua freddezza che è causa di tutto.

«Quando fummo in Borgo Nuovo, c'era grande andirivieni di popolino e di omnibus; e si faceva buio; e gli accendi-fanali correvano colle loro pertiche illuminate come piccoli fari; e più d'una volta fui urtata.

«Allora Gualfardo mi disse:

«--Vorreste prendere il mio braccio, Fulvia? Camminereste meno a disagio. Se non ci avete difficoltà...

«Io presi il suo braccio, pensando quanto aveva tardato ad offrirmelo, e quante cerimonie ci metteva; e che invece Max prendeva addirittura il mio braccio e lo passava sotto il suo in barba a tutti, e s'arrabbiava se un altro c'era arrivato prima. Ah! quello era amore!

«C'era molta gente al Valentino. Io proposi di andare fino alla Barriera di Nizza costeggiando il Po.

«Quella strada era quasi solitaria. Parlavamo poco. Io ero preoccupata di quanto stavo per dire. Gualfardo pareva si studiasse di portare il discorso su argomenti estranei a noi. Trovava belle o brutte le case dei canottieri; più o meno svelte le forme dei canotti. E fresca la strada, e pittoresca, ecc.

«Dopo aver risposto una quantità di _sì_, e di _sicuro_, e di _già_, io dissi ad un tratto:

«--Gualfardo, ho deciso di accettare la scrittura che mi hanno offerta per Nuova-York.

«--Sì? diss'egli senza il menomo cenno di sorpresa o di approvazione o di disapprovazione.

«Quella risposta succinta mi sconcertò. Avevo contato su qualche obbiezione, su qualche interrogazione per aprirmi la via a spiegare i miei motivi. Che fare davanti a quel freddo monosillabo? Pensai di ripetere per eccitare altre risposte.

«--Già, ripresi. Vado a Nuova-York.

«Questa volta egli non rispose affatto. Solo dopo un momento, tanto per dir qualche cosa, mi domandò:

«--Avete già firmato la scrittura?

«--No, dissi; firmerò domattina.

«Vi fu ancora una pausa. Poi io soggiunsi.

«--Desideravo di parlarvene prima di concludere.

«--Grazie, Fulvia. Ma dovete far sempre il vostro interesse. Questo è quanto preme.

«--Ebbene, no, esclamai con tutto il mio coraggio. Non si tratta del mio interesse. Non è quella la ragione che ho consultato per decidermi...

«Egli taceva, e si vedeva che lo faceva di proposito. Io ripresi:

«--È necessario ch'io vada ben lontana da voi, Gualfardo; ecco perchè ho accettato.

«A queste parole Gualfardo mi prese la mano che appoggiavo al suo braccio, e me la strinse in silenzio come per dirmi: coraggio!

«Codesto doveva sembrarmi strano, perchè mi avvertiva che le mie parole non gli davano la menoma sorpresa. Ma io ero eccitata dalla parte drammatica che m'ero imposta; e poi avevo realmente bisogno d'essere incoraggiata, ed accettai quell'atto amichevole senza esaminarlo punto.

«--Debbo andar lontano, Gualfardo, continuai cogli occhi a terra, perchè non posso più essere vostra fidanzata. Non lo sono più...

«Un'altra stretta di mano, più energica della prima. Ed io continuai:

«--Ho un grave torto verso di voi. Ho molte cose da farmi perdonare. Vi debbo una confessione. Gualfardo, quando mi sono fermata quei due giorni a Milano...

«--Basta, Fulvia, interruppe Gualfardo con una terza stretta di mano. So tutto. Ero a Milano prima di voi, vi ho veduta arrivare e partire. So tutto.

«--E non mi diceste nulla?...

«--So che siete leale. Sapevo che parlereste voi. Era difficile; ci voleva del coraggio. Ma voi l'avete trovato. Siete una brava giovane...

«M'ero aspettata dei rimproveri o dei lamenti; un amante sdegnato o afflitto. E non trovavo che un giudice giusto e clemente.

«Forse era un senso d'amor proprio ferito; allora non studiai le mie impressioni; ma mi dolse all'anima di non sentirmi rimpianta neppure con una parola. Pensai quanto era freddo per aver sopportato così filosoficamente la scoperta ch'io amavo un altro: e dissi nel mio cuore che non aveva nessun amore per me, dacchè si rassegnava così. Non potei a meno di dirglielo:

«--Voi non mi amate, Gualfardo.

«--Perchè me lo domandate, dacchè amate un altro?

«È vero. Non avevo diritto di lagnarmi. Ma provavo, più forte della mia ragione, una specie di civetteria sentimentale, che ambiva di eccitare un rimpianto in quel cuore che era stato mio per tanto tempo.

«--Ve lo domando pel passato, risposi. Ah! per rassegnarvi così freddamente bisogna che non mi abbiate amata mai.

«--Fulvia, volete dire che ho mentito con voi? Avete ragione di dirmelo?

«Mio Dio! Ero io che avevo mentito. Rimasi umiliata. La lealtà della sua condotta era un rimprovero alla mia.

«Avrei dovuto consolarmi di veder passare così liscia quella scena che m'avea preoccupata e spaventata tanto. Ed invece soffrivo.

«--Mi sarete amico egualmente? gli domandai.

«--No, Fulvia, mi rispose. Dovete vincere quelle irresolutezze del vostro carattere, che vi fa sempre appigliare ai mezzi termini. Abbiate il coraggio dei vostri sentimenti. Non si può aver un amico ed un amante. Sono due affetti che si somigliano troppo. Non mi amate più? Amate un altro? Lasciatemi. Siate di quell'altro. Non ci rivedremo più. Almeno non cercheremo più di vederci. Coraggio.

«Mi strinse ancora la mano, poi voltò strada per condurmi verso casa.

«Non vederlo più! Non avevo mai pensato ad una separazione così assoluta. L'idea di spezzare la nostra intimità che mi era stata fin allora una dolce abitudine, faceva un vuoto ne' miei sogni d'avvenire. Non potevo pensarci senza raccapriccio.

«Provai un senso di freddo al cuore, e vidi tremolare tutti gli oggetti traverso le lagrime che mi velarono gli occhi.

«Camminammo un lungo tratto in silenzio; ed in quei momenti rividi col pensiero tutto il passato ch'io conosceva di quel giovane. Ritrovai la sua generosità, la lealtà del suo cuore, ed il suo agire sempre nobile e dignitoso. Ed allora la sua freddezza mi parve un torto ben lieve in confronto al mio torto; e mi sentii sempre più avvilita. Ed il rimorso nel mio cuore era più forte che il sentimento della libertà ricuperata.

«Quelli che ci scontravano ci credevano marito e moglie, o, se ci conoscevano, sapevano delle nostre promesse, e pensavano che fossimo felici di quella passeggiata sentimentale a lume di gaz. E noi invece eravamo divisi moralmente, e stavamo per diventare estranei.

«Volli pensare a Max. Ma mi faceva l'impressione di uscire da una casa tepida, agiata, elegante, per correre lungo campi e boschi nel furore d'un uragano, ad inebriarmi delle tremende bellezze della natura in burrasca. Era la tempesta con le sue grandi emozioni, le sue fiere bellezze, ma con tutti i suoi danni ed i terrori e le repulsioni che inspira.

«Ed intanto provavo un'interna curiosità di sapere cosa accadesse nel cuore chiuso di Welfard in quell'ora di separazione. Soffrivo di non vederlo afflitto, e mendicavo un rimpianto.

«--Gualfardo..., cominciai.

«--Non parlate, Fulvia, mi rispose, io potrei accorgermi che siete commossa, e rimproverarvi un'altra volta le irresolutezze del vostro carattere.

«--O Gualfardo, i vostri rimproveri sono crudeli.

