Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi

Part 7

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--«Avete voluto mortificarmi rimproverandomi i sottintesi delle mie lettere; accetto la lezione e ve ne ringrazio. Voi dite sempre le cose vere, e per giunta, come le dite benino! Insomma, siete una giovane ammodo, e vorrei esservi vicino per esprimervi tutto il trasporto d'amicizia e di simpatia... che ho per voi. Quanto al resto, acqua in bocca. Non volete più che ne parli; e sia.

--«Mi crederete molto malvagio se vi dico che provo un senso di acre voluttà figurandomi che il vostro Gualfardo pensa forse, nel gelo della sua anima, alla vostra freddezza durante il mese di Livorno, e ne soffre alla sua maniera?

--«Vi sono periodi nella vita in cui si sveglia nell'uomo tutta la parte che gli è toccata nella grande eredità del male. Io mi trovo in uno di cotesti periodi. Non mi sono mai sentito così parente (alla lontana) coi malfattori d'alta e bassa sfera, come ora, e pensando a voi ed al giovane tedesco.

--«Il fatto è che io sono molto infelice. Vi giuro pei bei giorni del nostro fuggevole passato, che non faccio delle frasi per commovervi. A che le farei? Anch'io come voi dispero dell'amore; anch'io, Fulvia, guardo con tristezza sconfortata a quel lampo di felicità che ci ha abbagliati. E poi? E poi c'è Gualfardo, e la vostra fede inviolabile a quella statua di ghiaccio, ed il suo anello nuziale, e la sua felicità.

--«_Non son chi fui, perì di me gran parte:_ la parte migliore, la parte che nessuna potenza umana potrà ridonare alla vita. Mi resta la vostra amicizia, Fulvia; la vostra affettuosa amicizia, punto luminoso e dolcemente mesto in una landa oscura e fastidiosa.

--«(Ora poi voglio posare sulla tua bella fronte un lungo bacio, che sia il compendio delizioso di tutte le mie speranze svanite, di tutte le mie illusioni non raggiunte; che sia come la cadenza armoniosa di una bella canzone, che non dovremo mai più ricominciare).

--«Addio, Fulvia. Non mi rimproverate un ultimo sfogo dell'anima. Io non sono temibile per voi. Non credo di esserlo stato mai dinanzi alla vostra fiera virtù. Ma ora poi, mi sento disfatto in faccia a me stesso, e debbo esserlo anche in faccia a voi. A rivederci, se il destino lo vorrà. Quando vi stringerò la mano, la bella mano candida, mi troverete molto mutato.

--«MAX.»

XXII.

«Quella lettera mi fece una profonda impressione. Lessi più e più volte quel periodo chiuso nella parentesi, e lo ripensai ancora ed ancora dopo aver piegata la lettera, e mi trovai di saperlo a mente.

«Mi nascondevo il volto tra le mani, e ad occhi chiusi vedevo Massimo dinanzi a me, e sentivo il suo bacio. O Dio! Non era vero ch'egli non fosse temibile per me. Ero d'una debolezza dinanzi a lui! Egli aveva l'energia che mancava a me; e quello sguardo d'aquila che penetra nell'anima. Con questo mi conosceva; con quella mi dominava.

«Se, quando io gli avevo detto in quella sera burrascosa: «Non vi amo più» egli fosse rimasto umiliato dalla mia parola, e l'avesse accettata, io mi sarei esaltata in quel capriccio, e vi avrei persistito, e quell'amore sarebbe finito come la simpatia per Giorgio. Max invece mi scrutò il cuore e vide che l'amore viveva, ma era sopraffatto soltanto da una fantasia bizzarra; ed, ardito ed energico, s'oppose alla mia fantasia, mi dimostrò il mio proprio inganno, e mi disse:

--«Sii sincera; non vedi che mi ami?» Ed io fui sincera, il capriccio svanì, l'amore rimase.

«Egli mi dominava coll'ascendente del suo grande ingegno e della sua anima leale; e non poteva non esser temibile. Dovevo fuggirlo. Dovevo fuggirlo.

«Codesto pensavo, poi ripensavo il suo bacio, poi guardavo la mia mano per vedere se fosse realmente _la bella mano candida_, o se gli preparasse una delusione. Dove poi? Quando? Io non ne sapevo nulla. Ma chi può dire da quanto tempo ha cominciato ad abbozzarsi nel nostro pensiero un errore prima che una circostanza futile, o una catastrofe,--uno zeffiro o una bufera,--lo spingano nella realtà dei fatti?

«Quella sera non ricevevo alcuno perchè dovevo fare i preparativi della partenza. Però quando si presentò la signora contralto colla quale avevo stretto amicizia, la mia cameriera credette dover fare un'eccezione in suo favore e la introdusse.

«Ebbi sempre il baco delle confidenze. Le mostrai la lettera. Era una donna franca e gioviale. Buona in realtà, onesta anche; ma senza raffinatezze. A lei, bacio più bacio meno, non era quello che disturbasse la digestione. In quella lettera non trovò che da ridere. E come ne rise!

«Quanto a me, l'ultimo pensiero che avrei potuto avere, sarebbe stato di ridere di quella lettera, e di un sentimento che mi dava l'impressione di tenermi sospesa per virtù d'incanto sul cratere di un vulcano. Però, appunto perchè a' miei occhi tutto codesto era tanto serio e grave, che mi tormentava in una continua alternativa di aspirazioni e di terrori, di audacia e di rimorso, mi sentii consolata al vedere che quella giovane non lo considerava che come un gioco.

«Dunque io mi esageravo i miei torti, e Massimo pure si esagerava la gravità dei nostri rapporti; non c'era alcun male. Infatti non ero io onesta come prima, e degna della mano d'un uomo d'onore? Questo mi rasserenò e diede alle mie idee ed al mio giudizio un carattere meno severo.

«La contralto era milanese; ella doveva partire con me da Firenze per Torino, dov'era scritturata. Ma voleva fermarsi due giorni a Milano.

--«Si fermi anche lei» mi disse. «Che paure ha? È forse la prima volta che vede il signor Massimo? Se ha saputo rispettarla prima lo saprà ancora. E poi la ci ha da essere anche lei.

«Tolga Iddio ch'io voglia scaricare, colla viltà di Eva, la responsabilità di un mio errore sull'amica tentatrice. Ero libera ed in età di ragione e d'esperienza, e quel che feci lo feci perchè volli.

«Ma è un fatto che, una volta ch'ella ebbe messa la questione sotto un punto di vista falso, io non la presi più che da quel lato. «Essere o non essere Massimo capace di rispettarmi;--essere o non essere io ben risoluta di rimanere onesta.»

«E, poichè di codeste due cose ero certa, non pensai che il male ha tante gradazioni; che un fidanzato è oltraggiato non solo dall'ultima conseguenza dell'infedeltà, ma da qualunque dimostrazione d'amore prodigata ad un altro, fosse pur solo una stretta di mano; Una lettera... una gita misteriosa poi... ed un bacio! Santa pazienza!

«Tutto codesto non pensai, e spedii questo telegramma al babbo: «Pietro Zorra, via Roma, 10.

--«Vengo colla contralto. Resto Milano due giorni. Arriverò sabato.

«FULVIA.»

* * * * *

«Tre volte avevo scritto e riscritto «saluta Gualfardo» e tre volte il rimorso me lo avea fatto cancellare. Finii per contare le parole colla precisione d'un avaro, e persuadermi che era affatto impossibile raddoppiare il prezzo del telegramma per aggiungere quel saluto e quel nome. Dio m'è testimonio che l'avarizia non c'entrava, ed avrei dato fin l'ultimo soldo, per poter salutare Gualfardo colla coscienza tranquilla ed il cuore contento.

XXIII.

«Giungemmo a Milano sull'imbrunire. Bisogna aver provato a sentirsi un simile inganno sulla coscienza, per comprendere l'angoscia di quel momento. Non mi ero premunita, come le donne da commedia o da romanzo, di un denso velo per coprirmi il volto. Faceva un caldo soffocante; ero vestita di chiaro, con un cappello tondo. Chiunque m'avesse veduta una volta poteva riconoscermi. Allo scalo c'era un mondo di gente coll'occhio intento ai nuovi arrivati, per cercare fra essi le persone che aspettavano.

«Mio Dio! Mi pareva che tutti quegli occhi fossero là per me sola; che tutta quella gente non avesse altro affare a questo mondo che di domandarsi a vicenda perchè io giungessi a Milano, e che vi cercassi se non Max; e perchè lo cercassi dacchè avevo un fidanzato.

«Non potevo capire che i facchini gridassero forte i numeri dei colli, nel distribuire le merci, ed i conduttori d'omnibus e di carrozze facessero tanto chiasso, mentre io giungevo con tanto mistero. Mi pareva che tutti avessero a star zitti, ed a camminare in punta di piedi, ed a sgusciar via al più presto, come feci io.

«Entrammo in una carrozza da nolo; non osai entrare nell'omnibus dell'albergo, per non esser veduta. Mi pareva di non aver diritto di essere a Milano; e che ogni primo venuto potesse ricordarmelo. Si passò in via della Spiga per condurre la contralto da' suoi parenti, poi per la via Gesù, Monte Napoleone, via Pietro Verri, e piazza Belgiojoso, mi feci condurre all'Albergo della Bella Venezia. Non avrei mai avuto il coraggio di affrontare gli sguardi dei camerieri dell'albergo di Milano. Non c'era mascalzone sulla terra, in cui non vedessi un giudice, e dinanzi a cui non chinassi la fronte.

«Massimo non seppe e non saprà mai che immenso sacrificio io gli abbia fatto, e quanto quella follia sia costata al mio cuore.

«Avevo preparato a Firenze un biglietto per avvertirlo del mio arrivo, e lo avevo impostato allo scalo. Non c'era caso che egli si alzasse avanti la prima distribuzione della posta. Così il mattino seguente alle otto avrebbe la mia lettera.

«Non mi fu mai possibile di tener conto, ne' miei calcoli, del tempo che impiegherebbe il fattorino a recarsi da Max, ed egli a vestirsi ed a venire da casa sua all'albergo--dalla via del Cappuccio alla piazza S. Fedele--circa un chilometro di strada. Alle otto si cominciava la distribuzione delle lettere; e mi pareva che alle otto Max busserebbe alla mia porta.

«Tutta notte vegliai, angosciata dalla paura di non destarmi abbastanza presto per essere in ordine a quell'ora mattutina. Alle sei mi alzai senz'aver chiuso un occhio. Alle sette ero vestita per ricevere. Con un'ora dinanzi a me, guardai trenta volte l'orologio e feci dei calcoli infinitesimali, per persuadermi che avevo il tempo di prendere il caffè prima che Max venisse. Ordinai quella bibita con tanta premura che dovettero credere che mi prendesse male. Poi m'inquietai che non fosse lì subito, e nel tempo che il cameriere impiegò a scendere le scale e risalire, mi pentii dieci volte di aver dato quell'ordine, e mi spaventai all'idea d'essere scoperta da Max prendendo il caffè, come non so di che umiliazione. Appena fu recato il vassoio, dissi al cameriere di aspettare, ed afferrata la tazza ingollai tutto il caffè bollente in un fiato, bruciandomi la bocca e lo stomaco, e rimandai tosto il servo col corpo del delitto.

«Non erano che le sette e mezzo. Ancora mezz'ora, mezzo secolo da aspettare!

«Andai allo specchio e rifeci toletta; mi ravviai i capelli, rilavai le mani, ecc. Finalmente sentii il primo tocco delle otto. Era come se Max avesse bussato. Gettai alla rinfusa tutti gli oggetti da toletta nella scatola senza prendere un minuto per ordinarli; e prima che l'ottava ora fosse suonata, corsi a sedermi sul sofà, come se me ne restasse appena il tempo.

«Oh Dio! Le ore avevano cessato di suonare, e Max non era ancora giunto; ed il mio uscio rimaneva chiuso. Ne ero sbalordita come se da quell'uscio avessi veduto entrare la guglia del duomo.

«Là, immobile su quel sofà, coll'occhio intento e l'orecchio teso, rimasi ore dopo ore, e ad ogni passo di cameriere che saliva le scale, il mio cuore si mettava a ballare una pazza tarantella. S'è molto scritto sul senso di divinazione dell'amore che ci fa riconoscere il _noto passo_ della persona amata; ma in realtà codesto si riduce ad una questione di scarpe. Quelle di Massimo scricchiolavano quand'ero a Milano. Supposto che le avesse cambiate, addio _noto passo_; non l'avrei riconosciuto più. Intanto scricchiolavano tutte le scarpe dei servitori, e, se non ne presi un aneurisma, è un fenonemo da notare negli annali della medicina.

«Passò il mezzogiorno, ed un'ora, e le due, ed ero sempre sola. Non c'era pensiero desolante che non mi venisse in mente.

«Max era innamorato d'un'altra e non pensava più a me. O aveva rinnovata la sua relazione colla marchesa Vittoria, e stava a Monza nella villa di lei, e non aveva nemmanco idea della mia lettera e del mio arrivo. O la lettera l'aveva ricevuta, sì; ma giudicava la mia condotta severamente; come meritava. Gli sembravo un'avventuriera, una donna senza decoro ad andarmene così di città in città per dare appuntamento ad un giovinotto in una camera d'albergo. E non si degnava neppure dì venire a porgermi la mano. Era un rimprovero, una lezione.

«E quest'idea era la più insistente, la più terribile. Mi pareva di vedermi dinanzi la bella figura tanto dignitosa di Gualfardo, fissarmi con uno sguardo di sprezzo, che mi trafiggeva il cuore.

XXIV.

«Alle tre, non reggendo più a quell'immobilità angosciosa, uscii, traversai la galleria senza nemmanco pensare che mi si potrebbe riconoscere, andai in duomo, m'inginocchiai dietro il coro, ed in quella penembra solenne, piansi amaramente.

«Per la prima volta pensai a lungo senza raccapriccio alla morte. Quel primo novissimo di cui non è dato dubitare, mi pareva in quel momento la cosa più desiderabile che rimanesse per me in questo mondo. La mia agitazione era così grande, che nulla dovea sedurmi più di quella tranquillità assoluta e secura. Pensavo che i morti dovevano gustare una pace deliziosa adagiati nelle loro casse, dove non vi sono fidanzati da ingannare, nè amanti da attendere, nè alberghi per ospitare un errore.

«Avrei voluto partir subito; correre a Torino. Ma avevo scritto che giungerei sabato colla contralto. Che cosa penserebbero il babbo e Gualfardo a vedermi arrivare il giovedì, e sola? Eppure, in tanta noia ed in tanto cruccio, non andavo a cercar consiglio dalla contralto. L'idea di vederla trattar leggermente quell'agonia della mia coscienza mi faceva male. Comprendevo omai tutta la gravità del mio passo, e qualunque fosse il giudizio indulgente di lei, sentivo che non potrebbe modificare il mio. Nell'uscire scontrai un prete nella navata; e desiderai d'esser quel prete. Poi vidi un vecchio cieco che vendeva amuleti e coroncine; e desiderai d'esser quel cieco. E pensavo. Ecco due uomini che non hanno amori, e non sentono rimorsi, e sono felici. In quello stato d'animo non credevo ad altre passioni nè ad altri errori, nè ad altre miserie.

«Nel traversare la Piazza del Duomo per tornare a casa mi trovai in faccia a Giorgio.

«Se fossi stata più devota l'avrei creduta una grazia concessa dal cielo alla mia preghiera. Egli non riderebbe de' miei rimorsi, de' miei dolori. Era un'anima nobile, un amico.

«Gli strinsi la mano con effusione, e come cosa convenuta, egli venne con me; era contento di rivedermi, ed io ero felice d'averlo trovato. Gli dissi tutto, tutto il peso che avevo sul cuore. Ed egli mi narrò come mi avesse amata. Ed io pure gli narrai come allora l'avevo compreso. E fin che rimase nel mio cuore una piega da svolgere non cessai dalle confidenze.

«Mi disse che gli facevo male a parlare del mio amore per Max. Ma io avevo bisogno di parlarne; avevo bisogno di accusarmi.

«Giorgio era uomo di spirito. Checchè avesse nel cuore, non fece la menoma scena di gelosia. Parlò di Max come ne parlava sempre, con entusiasmo, colla più calda amicizia. Dissipò tutti i miei terrori.

«--Max non amava un'altra. Non vedeva più Vittoria. E non penserebbe mai a disprezzarmi per essermi trattenuta a Milano per lui. Max non era nè severo, nè formalista; guardava ai fatti, e nessuno conosceva meglio di lui, che io era un'onesta giovane. La sua mamma era in campagna sul lago di Como; egli c'era forse andato a passare una giornata, e per questo non aveva ricevuto il mio biglietto, e non era venuto.»

«Tutto codesto mi disse colla sua bella voce un po' commossa, ed io ne ebbi profondo conforto.

«Si trattenne a lungo. Passò tutta la sera con me. Si parlava sempre del passato. E v'erano momenti in cui la sua bella voce mesta mi commoveva. Ed allora riprendevo a parlare di Max, ed esageravo il mio amore per lui con espressioni da romanzo. Ero così indisposta contro di me, mi giudicavo così severamente, che quell'emozione involontaria alla voce di Giorgio mi sembrava una colpa. E sentivo orrore di me. Impaurita de' miei sentimenti, li prendevo tutti in mala parte. Se un accattone m'avesse commossa domandandomi un soldo, mi sarei accusata d'amare quell'accattone. Se un poeta ignoto m'avesse commossa colle sue rime, o un maestro colle sue melodie, mi sarei accusata d'amare quel poeta e quel maestro.

«Però m'accusavo a torto. Ora, ripensando a tutto quel passato, se v'ha cosa in cui possa riposare la mente senza scontento di me, se v'ha memoria di cui possa gloriarmi, è quella della sera passata con Giorgio, della sua lealtà, del suo nobile contegno, della sua vera amicizia.

XXV.

«Ebbi un'altra notte d'insonnia angosciosa; ed ancora mi alzai all'alba, ed ancora passai una mattina in ansietà assurde e ridicole per chi m'avesse osservata a sangue freddo, ma che per me erano una vera agonia.

«Alle dieci s'udì una corsa rumorosa su per le scale, come d'un cameriere che accorra ad un appello impaziente, o d'un ragazzo che giochi; e la sbarra risuonava forte. Ed immediatamente il mio uscio fu aperto con impeto. E, senza farsi annunciare, senza bussare, senza chieder permesso, Max irruppe in camera tutto ansante, e mi prese nelle sue braccia.

«Era dunque ancora lui, impetuoso, passionato, che non faceva mai nulla come gli altri. Non era vero ch'egli fosse mutato. Alteramente bello ed alteramente imprudente come prima, dimenticava il mondo dinanzi al suo amore, non soffriva l'indugio d'un'ambasciata, correva lieto e spensierato dove lo portava il cuore.

«Com'era felice di vedermi! Anch'io fui felice, Furono belle ore; ore di gioia inebriante. E quel bacio sulla mia fronte, quel bacio che aveva descritto nella sua lettera, fu quanto di più intimo, di più colpevole avvenisse tra noi. Egli mi stringeva le mani, e mi diceva:

«--Voi mi siete sacra per la vostra ingenua fiducia, Fulvia. Sono contento d'amarvi così. Credetelo pure, io conosco il mondo, e vi giuro che la sola felicità vera, è quella che si può rammentare senza rimorso.

«Perchè, s'egli può rammentarmi senza rimorso, ne rimase tanto a me? I doveri d'una donna sono dunque così differenti e maggiori? E, da lei che è più debole, si dovrà pretendere di più? Cosi è. Egli mi rispettava, faceva il suo dovere di uomo d'onore; era onesto e grande. Io mi creavo un segreto, preparavo una menzogna per ingannare un nobile cuore, ed ero colpevole.

«Ma allora non pensavo più a fare esami di coscienza.

«Max possedeva tutte le superiorità. La bellezza, la forza, l'ingegno, il carattere; ed in esse io trovava una scusa alla mia debolezza, ed una protezione contro le accuse del mondo e della mia coscienza.

XXVI.

«Non vidi più Giorgio, non vidi più alcuno fuori di Max. Egli mi lasciò, appena per qualche ora, al tempo del pranzo. Poi tornò. Faceva un gran caldo. Aprimmo il balcone; ci sedemmo l'uno accanto all'altro tenendoci per mano, e guardando, giù nella via, le signore che andavano al teatro Manzoni a piedi ed a capo scoperto per pigliare il fresco. Eravamo sereni ed ilari come due fanciulli. Io gli dissi:

«--Ecco, io non potrò mai andare a teatro con voi. Eppure sarei tanto felice se lo potessi. Seduta in un palchetto in faccia ad uno sposo amato, come si devono risentire tutte nell'anima le situazioni passionate del dramma! Vi sono certe scene che non ho mai potuto udire senza provare un gran desiderio di ripeterle con una persona amata.

«Allora egli volle che ne citassi qualcuna; ma la mia memoria non me ne suggeriva; ero tutta assorta nella bella scena reale che rappresentavamo noi due per noi soli. E gli risposi:

«--Suggeritemi voi, così vedrò se i nostri pensieri si sono accordati prima di conoscerci.

«Ed egli a citarmi le cose più strambe, passando dagli amori di Arlecchino e Colombina, alla tomba di Giulietta; ricordando le situazioni più comiche, evitando a bello studio tutte le scene di passione. E ridevamo come due scolari in vacanza. Io gli chiesi:

«--Che cosa fanno stasera al Manzoni?

«--Non lo so, mi rispose; vado a vedere.

«--Sì, poi mi racconterete la commedia; e se non la sapete dovrete inventarla.

«--Accettato. Le scene di sentimento le reciteremo a braccio.

«E scese a leggere il manifesto. Io lo guardavo dalla finestra.

«La commedia annunciata era il _Terenzio_. Egli risalì, felice che dovessimo parlare in versi martelliani. Io mi prestai di buon grado alla scena tra Terenzio e Creusa, e da parte di Max, i versi di Goldoni non furono peggiorati certo.

«Quando cominciò la gente ad uscir dal teatro, gli dissi che lo spettacolo era finito, e che doveva ritirarsi. E ci lasciammo stringendoci la mano. Giovani, liberi, innamorati, riuniti misteriosamente, ci lasciammo con una stretta di mano, e fummo felici, «sotto l'usbergo del sentirci puri.»

XXVII.

«L'indomani colla prima corsa dovevo partire. Egli sarebbe venuto a prendermi per accompagnarmi allo scalo, per salutarmi ancora. E poi? Poi nulla. Non c'era prospettiva d'un altro ritrovo, non c'era avvenire per noi. Scriverci... era tutto.

«Erano le undici. Mi restavano quattro ore per finire di mettere in sesto la mia valigia, spettinarmi, svestirmi, dormire, poi rivestirmi, ripettinarmi. Ed avevo il cuore così angosciato, ero in tale eccitamento nervoso che prevedevo di passare una terza notte di veglia. Rinunciai affatto a coricarmi. Mi abbandonai in una poltrona col capo tra le mani, decisa ad aspettare là il momento della partenza.

«Avrei voluto che quel momento fosse giunto. Avrei voluto essere già a Torino. Avrei voluto non essere stata a Milano. Appena Max non mi era più accanto, mi sentivo profondamente umiliata e pentita della mia posizione. Ripensavo ad una ad una tutte le mie conoscenze, per cercare se ve ne fosse qualcuna a cui potessi confidare quella mia gita misteriosa. No; tutte quante erano troppo oneste persone per accettare una simile confidenza. Forse sapendola avrebbero cessato di frequentarmi.

«Oh Dio! Avevo commesso un'azione da non poter confessare alle persone oneste! Dopo ciò, che importava che io stessa fossi onesta? Ed in vero, avevo perduta quella onestà morale, che risulta dalla lealtà del nostro procedere. E pensavo:

«--Una donna che abbia un amante, che conviva seco, ma gli sia fedele, è più onesta di me che mento a due innamorati, ed alla società. Ecco a che sono ridotta.

«Piangevo di vergogna, di rimorso, della disperante impossibilità di cancellare dalla mia vita quel passo fatale.

«E pensavo a quei romanzi che fanno tanto dispetto a leggerli, perchè vi si vedono esseri che potrebbero essere felici, purchè si spiegassero francamente, ed invece si sacrificano per una fedeltà esagerata, ad un principio e ad una promessa che farebbero assai meglio a revocare, nell'interesse stesso della persona a cui l'hanno impegnata. Noi eravamo appunto in quella circostanza. Ci sacrificavamo; perchè? Per fare un romanzo?

«Avremmo potuto essere felici, sposarci, amarci tranquillamente. Gualfardo non ne sarebbe morto; lo sapevo bene. Eppure non mi sentivo il coraggio di dirgli:

«--Dopo quanto avete fatto per me, malgrado il vostro nobile carattere, la vostra generosità, il vostro animo leale, la vostra fedeltà, il vostro rispetto per la mia gioventù abbandonata, malgrado tutto ciò, io vi sono stata infedele moralmente, e vi ridomando la mia parola per esserlo in fatto. Voi foste tutto per me; in compenso io non voglio esser nulla per voi. Ho trovato un uomo il cui ingegno mi affascina; un uomo dal carattere impetuoso e giovanile; un uomo che ha le virtù ed anche i difetti che non avete voi. Io voglio quei difetti, voglio quelle virtù, voglio quell'uomo. Che importa se sono egoista ed ingrata? Rinunciate ai vostri progetti d'avvenire; rinunciate a me che sceglieste fra tante; io non voglio combattere i miei sentimenti, io voglio essere felice.»

«Guai alla donna che ha il coraggio di affrontare una simile spiegazione. Il suo cuore dev'essere arido per non spezzarsi; ed allora la felicità che cerca, potrà trovarla per sè, ma non potrà renderla a nessuno.