Tempesta e bonaccia: Romanzo senza eroi
Part 6
Ella arrossì, abbassò gli occhi e rispose:
--È vile, ma lo confesso. Vi amo ancora, malgrado tutto.
XVIII.
Il giorno dopo andai a prendere Fulvia per accompagnarla allo scalo. Sapevo che altri ammiratori sarebbero stati pronti all'ora della partenza per accompagnarla anch'essi. E, per evitare d'averli in carrozza in quegli ultimi momenti, uscii io stesso per ordinare ad un fiaccherajo di venirci a prendere. Gli diedi uno scudo di mancia, e gli ordinai di prendere il suo _brougham_ più stretto, e di levarne la panchetta dinanzi.
Quando vennero ad avvertirci che la carrozza ci aspettava, scendemmo tutti; ma, naturalmente, a nostro grande rincrescimento, soltanto Fulvia ed io potemmo capire nell'angusto veicolo. Dissi agli amici che ci raggiungessero alla stazione, e via!... Mancava un'ora alla partenza.
In quell'ora di corsa Fulvia non fece che piangere. Io le promisi di raggiungerla il giorno dopo a Reggio. Nulla mi sorrideva di più che quella scappata. Correrle dietro segretamente, rivederla con mistero dopo averla tanto veduta ed accompagnata ostensibilmente.
Tutto ciò aveva una tinta d'amore che mi agitava e mi faceva prevedere la fine di quell'assurda commedia di platonismo e d'amicizia, dietro la quale tenevamo malamente inceppati i nostri veri sentimenti, le nostre vere aspirazioni, la nostra doppia libertà.
Fulvia seppe riprendere il suo piglio franco ed un po' mefistofelico nel salutarmi allo scalo alla presenza di Giorgio; ma dietro le sue parole acremente scherzose, io sentivo sgocciolare le lagrime che le ricadevano sul cuore.
Ella doveva arrivare a Reggio la stessa sera; ed io dovevo raggiungerla la mattina seguente colla prima corsa.
Come lo feci? Come tenni la mia promessa?
Sento che non avrei bel gioco narrando io stesso le mie gesta da questo punto innanzi.
Più tardi, molto più tardi, il caso mi pose tra le mani il giornale di Fulvia.
Se qualcuno può dare un giudizio vero, equo, delle azioni d'un uomo e de' suoi sentimenti, è la donna che lo ama.
Io lascerò dunque che d'ora innanzi il lettore mi giudichi traverso le opinioni di lei, dietro il suo esame psicologico. Essa mi scruta l'anima, mette spesso a nudo i miei pensieri un po' egoistici, il mio cuore arido; ma, sommato tutto, nel suo esame vi sarà sempre più indulgenza per me che non ne sento in me stesso.
XIX.
GIORNALE DI FULVIA.
«La mia partenza da Milano m'aveva addolorata meno ch'io non m'aspettassi. La speranza, la grande consolatrice, la grande menzognera, mi faceva prevedere giorni più belli. Massimo sarebbe venuto a Reggio; l'avrei veduto solo, misteriosamente; non l'avrei presentato a nessuno dei nuovi conoscenti che la mia vita artistica m'avrebbe imposti; e di codesti avrei procurato di accoglierne il meno possibile, e soltanto in teatro; e l'accesso alla mia casa l'avrei riservato a lui, a lui solo.
«Così, staccandomi da lui, e dalle care memorie di quel breve passato, io non volgevo lo sguardo indietro, ma innanzi a me; non correvo lontano da lui, ma incontro a lui, e mi pareva che il fischio della macchina irridesse alla società che mi compiangeva, o godeva forse di vedermi infelice pel termine d'una passione esaurita, mentre io, felice e pura, vedevo azzurreggiare all'orizzonte le dolcezze d'un sentimento caldo ed inebriante come l'amore, casto come l'amicizia.
«L'idea di scindere il mio impegno con Gualfardo, nè di fargli il menomo torto, non entrava nel mio cuore. E se la mia coscienza delicata mi rimproverava di sentire troppo vivamente la superiorità di Max, di pensare con troppa dolcezza con che impeto egli mi amava, e con che nobile slancio mi aveva offerto di farmi sua, tosto mi trovavo giustificata dal pensiero di aver respinto quella proposta che era per me tutto un avvenire di felicità. Avevo fatto il mio dovere; che si poteva pretendere di più?
«Giunsi a Reggio a tarda sera. La mattina seguente, appena alzata, mandai a prevenire l'impresario del mio arrivo. Alle undici egli arrivava da me. Dovevo andar in iscena fra sei giorni. Concertammo tutto per le prove al pianoforte e le prove d'orchestra, ed a misura ch'egli mi fissava le ore che dovevo consacrare al teatro, io compulsavo quante me ne rimarrebbero da dedicare a Max.
«Quando l'impresario mi lasciò, l'omnibus dell'albergo usciva dal cortile per andar a prendere i viaggiatori allo scalo. Mancavano cinque minuti all'arrivo del traino. Rimasi alla finestra da cui non vedevo che il cortile, ed alcuni staffieri che pulivano delle carrozze. Il cuore mi batteva così forte, che sentivo di comprimerlo stando appoggiata al davanzale; e pensavo come mai quegli staffieri potessero occuparsi di quelle carrozze, e quei forestieri, che vedevo per entro la finestra della sala terrena, potessero mangiare tranquillamente, col cuore sussultante a quel modo. Mi pareva che tutti i cuori dovessero sussultare.
«Finalmente udii ruotare una carrozza in lontananza.
«È l'omnibus, pensai. E corsi alla porta, e scesi una scala a precipizio. Al primo piano scontrai un cameriere che mi guardò meravigliato perchè non avevo cappello. Poi, come risovvenendosi d'una causa che avrebbe potuto farmi scendere così, mi chiese:
«--Scende a colazione? La sala è a pian terreno, a destra.
«Io arrossii di quella mia espansione come d'una volgarità; tanto le convenienze finiscono per imporsi anche agli animi più appassionati.
«Rimasi un momento immobile senza poter profferire una parola. Sentivo il veicolo passare dinanzi alla porta dell'albergo, e tirar via senza fermarsi; non era l'omnibus. Il cameriere tornò a dire:
«--Desidera scendere a colazione?
«Dovevo pur giustificare quella corsa precipitosa giù dalle scale. Mi rassegnai e scesi in sala da pranzo. Di là non vedevo in corte. Udii entrar l'omnibus, senza poter guardare chi ci fosse. Il servizio delle tavole fu rallentato un momento; segno che i camerieri erano occupati fuori a ricevere i forestieri. Dunque c'erano dei forestieri. Chi sa?
«Quando venne il cameriere domandai:
«--È giunta la posta? Non osavo prendere l'argomento di fronte.
«--Sissignora; è giunta, ma per lei non c'è nulla.
«Il cuore mi battè più forte. Non aveva scritto; doveva esser venuto.
«--Nessuno ha domandato di me? chiesi guardando nel mio piatto.
«--Nessuno, signora.
«Non mi restava altro da domandare. Eppure Max avrebbe dovuto cercare di me appena giunto: accertarsi se ero là, in quell'albergo. Ma no; lo sapeva. Eravamo d'accordo di trovarci là, all'_Hôtel Royal_, egli stesso me ne aveva dato l'indirizzo.
«Forse aveva voluto rassettarsi un poco.
«Farà toletta, poi verrà a vedermi in camera.
«E dietro questo pensiero sentii una smania febbrile di trovarmi nella mia stanza.
«Il cameriere, che mi portava un nuovo piatto, mi parve un cospiratore che macchinasse di trattenermi là con quell'esca volgare per farmi perdere quell'occasione di riveder Max. Tagliai un pezzo di _gigot_ coll'aria d'un principe che sa di aver dinanzi una vivanda avvelenata, lo posi sul mio piatto, e porsi il piatto stesso ad un grosso gatto bigio, che mi rimproverava sordamente la mia ghiottoneria. Poi alzandomi come una regina offesa che ha sventato una congiura, mi avviai alla mia camera.
«La porta accanto alla mia era aperta. E nella notte precedente e nella mattina, quella camera non era abitata. Vi avevano dunque installato un forestiere giunto allora con quella corsa mattinale. E mi pareva che da quell'apertura spalancata uscisse una luce color di rosa; e sentivo che là dentro era la felicità. Dall'uscio della mia stanza potevo veder entro la stanza vicina; ma l'imposta della porta aperta me ne mascherava una parte. Non vedevo il letto.
«Fui lenta ad introdurre la chiave ed a girarla nell'aprire il mio uscio, per spingere l'occhio indiscreto in quella camera misteriosa. Non vi si vedeva alcuno; ma sopra una tavola accanto al balcone stava un pastrano di mezza stagione, di panno bigio. Io conoscevo quella tinta. Era il soprabito di Max. Dacchè lo conoscevo glielo avevo sempre veduto sul braccio, sebbene non lo calzasse mai. Max era dunque venuto. Era là accanto a me. Doveva essere nella parte della camera nascosta dalla porta. Mi pareva vederlo. Feci un po' di rumore colla chiave della mia camera, ed aspettai fingendo di non poter aprire. Ma nessun movimento si fece udire nella stanza di Max.
«--S'è alzato prestissimo per partire, ed appena giunto si sarà addormentato, dissi tra me. Conoscendo il suo carattere irrequieto, le sue abitudini turbolente, non potevo spiegare altrimenti quel silenzio nella sua camera. Lasciai il mio cuore, i miei pensieri, la mia anima nella penombra misteriosa di quella porta, ed entrai finalmente nella mia stanza.
«Non potei occuparmi di nulla. Per me aspettare è sempre stata una così grande e laboriosa occupazione, che non mi fu mai possibile di far qualche altra cosa mentre aspetto una persona o un avvenimento importante. Sedetti sulla punta d'una sedia, nell'atto precario di chi sta per slanciarsi incontro a qualcheduno, ed aspettai. Non potevo nemmeno pensar nulla. Sul camino stava un orologiaccio di bronzo dorato, tutto giallo e lucido che pungeva gli occhi; ed io seguivo affannosamente il battito del suo pendolo col pensiero, ripetendo senza posa «verrà, non verrà; verrà, non verrà, ecc.» Il pendolo diceva quelle parole ed il mio pensiero era forzato a ripeterle meccanicamente come se fosse montato col pendolo. Mezz'ora dopo stavo ancora nella stessa posizione; ma mi sarebbe stato impossibile di udire qualsiasi rumore nella stanza vicina, tanto mi fischiavano gli orecchi, e mi assordava il sussultar violento del mio cuore, ripercosso alla laringe ed alle tempia. Non potevo più tollerare quell'incertezza. Pensai di mettermi a suonar il pianoforte ed a vocalizzare per isvegliare Max. Ma le mani mi tremavano convulse, e la voce poi! M'attaccai al cordone del campanello, e suonai come se avesse preso fuoco alla stanza. Non avevo che questo pensiero: _svegliarlo!_ Così quando un servo ed una cameriera accorsero spaventati per vedere che cosa accadesse, fui sul punto di gridare: È svegliato? Per buona sorte l'abitudine della società ci muta la natura e ci governa. Non lo feci, sebbene non potessi rendermi conto razionalmente di quel doveroso riserbo. Feci più: quei volti spaventati mi avvertirono della violenza con cui avevo chiamato, e l'istinto di coprire il mio sentimento mi suggerì questa parola:
«--Un sorcio! ho veduto un sorcio!
«La cosa mi giustificava completamente. Nessun codice a questo mondo può esigere che una donna conservi il suo sangue freddo dinanzi a un sorcio. La cameriera, meno riguardosa di me, perdette ogni contegno al solo nome dell'inoffensivo animale e si pose a strillare come una pazza. Tutti i forestieri si affacciarono alle loro porte, tutti si diedero a cercare eroicamente quel sorcio di fantasia. Anche il nuovo arrivato dal pastrano bigio uscì nel corridoio. Non era Max.
XX.
«La mattina seguente aspettavo ancora. Ed ancora passò l'ora degli arrivi senza che alcuno bussasse alla mia porta. C'era lettera almeno per me? Non osavo domandare. Mi pareva che persino i camerieri dovessero leggermi in volto l'ansietà del cuore, e comprendere che soffrivo un'amara delusione; nel loro linguaggio brutale, _una canzonatura_.
«Ed intanto poteva essere che la lettera ci fosse laggiù nella tavola, e che nessuno pensasse a portarla. Mio Dio! come farli ricordare di me? Ah! uscirò.
«Detto fatto. Misi cappello e cappotto e scesi le scale lentamente, senza sapere dove andassi. Nel passare dinanzi all'ufficio sentii gridarmi:
«--Signora, scusi; una lettera per lei.
«Ebbi un sussulto che mi scosse dalla testa ai piedi. Mi sentii divenire fredda. Era una lettera grossa, ed era di Max.
«Non saprei dire come nè quando avessi veduta la sua scrittura, ma la riconobbi.
«Rimasi là due minuti paralizzata con quella lettera in mano. Assolutamente non potevo avventurarmi per la strada con quella curiosità nell'anima. C'era da cadere in apoplessia. E neppure potevo tornare indietro dopo essermi avviata con quella sicurezza come se un grande affare m'aspettasse fuori. È impossibile dire fino a che sottigliezze arriva in una donna il pudore del sentimento. Ma uno dei suoi istinti principali è di dissimulare agli estranei l'interesse che inspira una lettera.
«Mi venne un'idea, e la colsi al volo come una ispirazione di cielo.
«Mi avviai direttamente alla sala da pranzo, quasi che quella e non altra fosse stata la mia meta.
«--Fa colazione? mi chiese il cameriere.
«--Sì.
«--Cosa prende? Caffè e panna?
«--Sì.--Mi sarebbe stato impossibile dir altro. Poi pensai che non volevo esser interrotta dal servizio mentre leggerei la mia lettera, ed aggiunsi:
«--Subito.
«Appena seduta ero servita. Apersi quella busta, stesi il foglio dinanzi a me appoggiato alla bottiglia dell'acqua, presi da una mano la molletta, dall'altra la zuccheriera... e lessi:
--«_Mia cara Fulvia_,
--«Voi mi chiamavate _filosofo_, forse collo stesso significato con cui i Greci chiamavano Eumenidi le bruttissime furie. Ebbene; io vi darò in iscritto un saggio di quella filosofia che non ho saputo mostrarvi conversando con voi, dovessi pure con questo provocare gli scongiuri della bella maga che ha evocato il mio non so se buono o cattivo spirito filosofico.
--«Nell'ora stessa in cui vi vidi partire giurai di non raggiungervi a Reggio; e manterrò il proponimento per quanto mi costi il mancare alla parola data, e rinunciare alla profonda soavità de' vostri sguardi.
--«E sapete perchè?
--«Perchè nell'ora amara della partenza, sentii che nel nostro amore neonato, era davvero per me il germe di una passione pazza, violenta, infelice come tutte le mie passioni. Questa scoperta tirò dietro a sè delle considerazioni in gran parte analoghe a quelle che voi facevate sulla nostra relazione, che venne troppo tardi; sulla sua natura, che è falsa perchè in realtà è amore, e noi gli facciamo violenza per camuffarlo nell'abito austero dell'amicizia; sopra i suoi ostacoli, che si riassumono tutti in uno solo: il vostro fidanzato. E le conclusioni che trassi furono per me d'uno sconfortante che non potrei esprimervi a parole.
--«Sapete, Fulvia, che io non posso nè amare, nè possedere a metà! Vi dissi che un altro amore mi aveva dominato in cuore avanti ch'io vi conoscessi. Ebbene, allora io rasentai il manicomio tormentandomi notte e giorno coll'idea fissa che un altro uomo aveva l'intimità della mia donna. Nè giovava farmi riflettere che quell'altro uomo era suo marito.
--«E nel caso vostro, Fulvia, credete che potrei più facilmente rassegnarmi?
--«Stando così le cose nostre, sento che mi è necessario evitare di convertire in passione ardente, l'affetto che m'avete inspirato. Ma la passione verrebbe senza dubbio, la sento montare come un fiotto dal fondo del mio cuore.
--«Mi conosco, Fulvia; anche qualche colloquio; anche l'amarezza d'una partenza e non sarei più padrone di me. Se io venissi a Reggio, sareste voi disposta a rompere ogni altro impegno, a vincolarvi con me, ad esser mia, ed a seguirmi a Milano, o a lasciare che io vi segua sempre e dovunque?
--«Mi avete già risposto di no... Ecco la mia filosofia.
--«Voi avete la sapiente moderazione che v'inspira il vostro decoro di donna; io no. Nel tempo stesso che v'onoro e vi venero, eccitate in me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore intero e prepotente.
--«Dunque, non ci vedremo per ora. Le nostre esistenze, come voi mi diceste un giorno, debbono accontentarsi per ora di procedere parallele. Chi sa che l'avvenire non permetta la convergenza delle due linee? È un mio sogno ed una mia speranza.
--«Intanto, se questa lettera non è il Waterloo del mio povero amore, seguitiamo ad amarci da lontano. Scriviamoci della lirica epistolare. Ed, imitando quei grossi ragni da giardino di cui avevate tanta paura nelle nostre gite campestri, gettiamo delle fila che forse il vento romperà, forse diventeranno la tela istoriata d'un amore profittevole alla mia vita, e degno di voi.
--«Triste e solitario, penserò spesso con amara dolcezza i vostri dolci occhi fisi ne' miei. E voi?
--«MASSIMO.»
«Sempre nella stessa posizione prosaica, nell'atto di inzuccherare il mio caffè, lessi tutta quella lettera. Passai dalla dolce trepidazione della speranza al più profondo abbattimento, senza che il menomo cangiamento si fosse fatto nella mia persona. Soltanto sentivo velarmisi gli occhi d'un liquido tremolante, e poi grosse lagrime rigarmi le guancie e cadere nella tazza che avevo dinanzi.
«Abbassai il velo ed uscii. Mi sentivo sola, perduta nel mondo; quella lettera aveva fatto il vuoto intorno a me e nel mio cuore.
«Io non so dove trovino gli scrittori quei caratteri chiari, coerenti, che, una volta descritti, agiscono sempre a seconda delle passioni e dei sentimenti predominanti che hanno rivelati. Nel mondo non è così. Si trovano nature fluttuanti in una perpetua alternativa di bene e di male, di coraggio e di debolezza, di passione generosa e prepotente, e d'egoismo calcolato e freddo.
«Massimo così appassionato, così impetuoso, così irriflessivo nelle sue giovanili imprudenze, ora era ad un tratto prudente e misurato come un'equazione algebrica. Qual'era il suo carattere? E dove? Nell'uomo o nella lettera?
«Egli che mi aveva dimostrato un amore delirante, ora parlava con paura del pericolo _che l'affetto che io gli avevo inspirato si mutasse in passione._
«Non era adunque che un semplice affetto? La passione era ancora nelle nubi dell'avvenire? Ed il suo cuore era tuttavia calmo abbastanza per venire a congresso colla ragione, capire che non era il caso d'accelerare più oltre la misura de' suoi battiti, e fermarsi?
«Ma allora che cos'era il sentimento che mentre _mi onora e mi venera, eccita in lui per me i trasporti più rivoluzionarii dell'amore prepotente ed intero?_ Mentiva in quell'ultimo periodo? O mentiva nel primo? M'ingannava l'uomo, o m'ingannava la lettera?
«Ingannava la lettera. Così pensai dopo averne passata in attenta rassegna ogni frase, ogni parola.
«Egli mi amava; in un impeto di vera passione aveva deciso di seguirmi, ed aveva sperato d'indurmi a rompere ogni altro impegno, a mancare alla mia parola, ad esser sua.
«Poi, nell'intervallo tra il progetto e l'esecuzione, aveva pensato a me, onesta e leale, che cesserei di esserlo il giorno in cui cedessi al suo amore. E si era detto.
--«A che l'uomo sarebbe il più forte se non avesse il coraggio morale, dinanzi all'amore di una donna, di combatterlo per sè e per lei, quando è nell'interesse di lei di combatterlo?
«Ed attingendo nella lontananza quell'eroismo che vicino a me sarebbe stato affogato da un impeto giovanile, ad una parola, ad uno sguardo, aveva scritto una lettera ragionata; aveva compresso il suo cuore per farlo tacere dinanzi al mio. Ed a quando a quando il cuore s'era imposto alla ragione, ed aveva dettato una frase che smentiva le precedenti.
«Così mi spiegai la lettera sconclusionata ed incoerente di Max. Era realmente così?
«Ma ad ogni modo io ne era addolorata ed offesa. Avrei voluto quella passione che non ragiona. Forse era un'idea da romanzo; forse sarebbe stato una ruina per me; forse in realtà egli era generoso ed assennato, io imprudente ed egoista; forse avrei dovuto ringraziarlo e benedirlo del sacrificio che s'imponeva per me.
«Eppure non lo ringraziai nè lo benedissi. Il mio pensiero non andava al futuro per calcolarvi i mali preveduti da quel savio procedere. Stava nel presente, che aveva sognato divino e trovava arido e vuoto. Cercava il giovane innamorato e trovava l'uomo savio. Nell'amarezza della delusione gettai sulla carta questa risposta:
--«_Massimo_,
--«La vostra lettera è un plagio. Avete tradotte in pratica le mie teorie dell'_episodio tempestoso_; ma voi, campione degli amori eterni, l'avete abbreviato. Vedo che siete ridivenuto filosofo; ma vi preferivo poeta.
--«FULVIA.»
* * * * *
«Dopo queste ci scambiammo una serie di quelle lettere, in cui il platonismo dell'amicizia disillusa fa posto tra riga e riga alle insinuazioni fatali dell'amore, che, grande o piccolo, caldo o freddo, alato come un Dio o paffuto e rubicondo come la prosa dell'umanità, sta sempre rimpiattato in qualche angolo, dovunque stanno in rapporto un uomo giovane ed una giovane donna.
«E tra una lettera e l'altra cominciai a fare le prove dell'opera, poi ad andare in iscena, ad essere applaudita, ad inebriarmi nella gloria del successo, nella passione dell'arte; ed anche nell'interesse delle nuove scritture.
«Tutto codesto spuntò la prima amarezza; mi aiutò a vivere senza quella gioia di cui m'ero fatto un unico pensiero, mi ripose lo spirito in calma.
«E quelle lettere ridivennero per me una grande dolcezza, e le attesi e le accolsi e le studiai come a caso nuovo; e di volta in volta mi affannai a trovarvi ed anche a provocarvi espressioni d'amore; e mi dissi che la violenza con cui egli reprimeva il sentimento dinanzi alla ragione, veniva meno grado grado, e tornai a credermi amata, e tornai ad amare, e tornai a sperare. Erano illusioni? Era verità? Non lo seppi mai.
XXI.
«Sempre con quell'andirivieni di lettere, che ormai era parte integrante della mia esistenza, ed era la parte più cara, terminai la stagione di Reggio; di là passai ai bagni di Livorno, dove mi raggiunsero il babbo e Gualfardo che avevano ottenuto entrambi un mese di libertà per passarlo meco.
«Questa volta Gualfardo ed io eravamo, per dirla con termine da teatro, perfettamente _affiatati_. Freddi entrambi, egli per natura, io per lo sgomento che avevo di mentire con lui un amore che sentivo invece per un altro, ci trattavamo come due bagnanti che si sieno conosciuti alla tavola rotonda il giorno innanzi. Così a me non accadeva di fargli rimprovero della sua freddezza; e, quanto a lui, sarebbe andato a rotoli il mondo prima che pensasse a rimproverarmi la mia.
«E tuttavia ogni volta che scrivevo a Massimo o ricevevo lettera da lui, mi sentivo umiliata della mia colpa, ne avevo rimorso, stavo a disagio tra il babbo e Gualfardo; e cento volte fui sul punto di aprire l'animo mio al mio bel maestro, e di dirgli lealmente: «o fa ch'io possa amarti, o rendimi la mia libertà.»
«Ma come erano passati i trasporti febbrili di Milano pel bello ed innamorato Massimo, come era passato il grande sconforto per la caduta delle mie illusioni a Reggio, passarono anche i miei rimorsi ed i propositi generosi. Nei romanzi, sul teatro, tutti i principii hanno un fine; tutti gli intrecci giungono ad uno scioglimento. Nella vita codesto accade di rado; tutto passa e si dilegua. _Sic transit_.
«E finì il mese dei bagni, e mi recai a Firenze dove ero scritturata per andar in iscena colla _Jone_ al teatro della Pergola.
«Le lettere di Max s'erano fatte sempre più misteriose; mi citava dei versi d'amore, ne scriveva per me. Nella mia qualità d'artista ero circondata a Firenze come altrove. Ben pochi non mi corteggiavano; ed a me pareva che l'amore fosse il grande affare dell'umana vita.
«Il babbo era tornato con Gualfardo a Torino; non avevo ambiente di famiglia che m'inspirasse a maggiore serietà d'idee. Quanto a Gualfardo non mi parlava mai, nelle sue lettere, del nostro matrimonio, più che d'un eclissi lunare. E così mi restava sempre quel vuoto nel cuore, ch'egli non pensava a riempiere con una parola appassionata, e ch'io popolava colla calda memoria di Max.
«Ero alla vigilia di lasciar Firenze. Scrissi al babbo che sarei partita col primo treno dell'indomani, e sarei giunta a Torino la sera stessa. Non contavo fermarmi per via.
«La sera mi giunse una lettera di Max. Era una strana lettera, che riporto per intero.
* * * * *
--«_Mia buona amica_,